Il Negev? Non è un film

Quando sentite parlare di “insediamenti Beduini” che immagine vi si affaccia alla mente? Questa?

Questa?

Beh no, non è veramente quella giusta o comunque non in assoluto. Gli insediamenti illegali somigliano piuttosto a un campo Rom non autorizzato

Nel Negev ci sono insediamenti Beduini, legalmente riconosciuti. Gli abitanti hanno acqua, energia elettrica, strade che portano alle case, costruite il più possibile aderenti alla tradizione. Nessun palazzo popolare a tre piani, nessun “quartiere dormitorio”. Rahat è il più grande insediamento Beduino del mondo. Alle porte di Be’er Sheva, è una città che non tradisce lo spirito dei suoi abitanti.

Lakiya, con i suoi laboratori di ricamo artigianale che danno la possibilità a decine di donne di guadagnare del proprio lavoro, facendo conoscere la loro cultura millenaria.

Laboratorio artigianale a Lakiya

Kuseife

Hura

Ar’arat an-Naqab

E centinaia di altri, più o meno piccoli.

Negli insediamenti non riconosciuti le “case” sono baracche fatiscenti, costruite con materiali di risulta, con i tetti in lamiera e a volte in cartone. Nel clima del deserto, giornate con più di quaranta gradi e notti fredde, si puo’ immaginare che cosa voglia dire viverci dentro in sei, sette, dieci o più. Niente servizi igienici, niente elettricità, niente acqua, niente strade, niente scuola per i bambini. NIENTE.

Se leggiamo un qualsiasi articolo che tratta degli insediamenti Rom abusivi in Italia e in Europa, le descrizioni potrebbero coincidere con quelle di tanti villaggi Beduini abusivi:

Campi rom, nel X Municipio (ex XIII): degrado e abusivismo

„Baracche fatiscenti, pessime condizione igieniche, riscaldamenti di fortuna. Questo è lo scenario in cui, diverse comunità Rom, vivono ad Ostia e Acilia.“

Niente acqua corrente né servizi igienici, ma solo cumuli di rifiuti, topi, bancali pronti per essere riciclati e una sessantina di baracche. E’ il campo nomadi abusivo di via San Dionigi a Milano dove almeno centocinquanta rom di nazionalità romena vivono da alcuni anni in condizioni da terzo mondo là dove la città finisce e iniziano i campi coltivati.”

Le reazioni a queste situazioni italiane si possono riassumere in due “scuole di pensiero”: cacciateli tutti; vergogna obbligarli in quelle condizioni. I Rom che occupano abusivamente le periferie italiane provengono in maggioranza dalla ex Yugoslavia, non sono cittadini italiani.

I Beduini del Negev sono cittadini israeliani: votano alle elezioni, hanno passaporti israeliani e sulla carta sono cittadini a pieno titolo. Puo’ uno Stato ignorare il disagio di una parte consistente della sua popolazione? Non sarebbe criticabile? Il Piano Prawer-Begin non si pone l’obiettivo di distruggere la cultura Beduina, al contrario: l’idea è quella di preservare una parte importante del patrimonio culturale nazionale , cercando di farla coincidere il più possibile con le esigenze della modernità. Non è facile, è lo scontro millenario delle civiltà nomadi e semi nomadi con quelle stanziali. Si possono cercare dei compromessi, delle “vie di mezzo”, nella certezza del reciproco riconoscimento.

Una parte, non molto numerosa, di Beduini questo compromesso lo rifiuta come anche una parte dei Rom in Italia. Ma nel caso di Israele, quello che impressiona è l’appoggio incondizionato europeo a questa minoranza.

Un esempio per tutti, la solita Sherwood che pubblica sul The Guardian, il 28 novembre, una lettera firmata da cinquanta artisti, tra i quali “Antony Gormley, Julie Christie, il regista Mike Leigh e il musicista Brian Eno “(e Jenny Tonge)” i quali dichiarano di schierarsi per  “ostacolare il piano israeliano che si propone di rimuovere fino a 70.000 beduini palestinesi dalla ‘loro terra storica, il deserto’.

A parte il fatto che fa sorridere l’idea di una Julie Christie che si batte affinché altre donne non abbiano quello che per lei è garantito e con lei i personaggi tra i più “agiati” del mondo: evidentemente i nostri 50 del jet-set non si sono mai presi la briga di un tour lungo la Route  40 per Be’er Sheva. O forse anche loro pensano a Peter O’Toole e il suo Lawrence d’Arabia quando parlano di Beduini?

Grazie a Cifwatch

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Un pensiero su “Il Negev? Non è un film

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