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Il colono? E’ solo Ebreo

The Guardian considera tutte le comunità israeliane in Giudea e Samaria (Cisgiordania) e Gerusalemme orientale “illegali” ai sensi del diritto internazionale. Non sono certo gli unici, molti altri media ripetono a  pappagallo questa narrazione, nulla di nuovo.

Tuttavia, dando un’occhiata al Guardian Style Guide  ci imbattiamo in qualcosa di un po’ più difficile da comprendere: la loro definizione di “colono”.

Ecco qua, per il The Guardian, solo gli ebrei israeliani possono essere chiamati “coloni”. Secondo un recente  censimento, ci sono poco più di 8 milioni di cittadini in Israele. Su questa popolazione totale, poco meno di 6,1 milioni sono Ebrei e circa 1,7 milioni sono arabi. (I restanti 345.000 sono cristiani non-arabi , oppure persone di altre religioni e/o senza affiliazione religiosa.) Tra questa popolazione araba, oltre 270.000 vivono in quartieri all’interno di Gerusalemme, che divenne Israele dopo la Guerra dei Sei Giorni (la cosi’ detta  “Gerusalemme Est”, ). Questo numero comprende sia i residenti permanenti che i cittadini a pieno titolo.

Secondo la logica del Guardian, un cittadino israeliano Ebreo che vive in un quartiere di Gerusalemme “Est” (come Sheikh Jarrah, Gilo, French Hill, Ramot, ecc) è un “colono” e vive in una comunità “illegale”. Ma, i cittadini israeliani non ebrei (musulmani, cristiani, ecc) che vivono nello stesso quartiere attraverso la linea verde non sono “coloni” e, evidentemente, non vivono in una comunità “illegale”. Bizzarro no?

Mentre non è chiaro quale termine il Guardian consigli per indicare i non Ebrei che vivono dalla  “parte sbagliata” del confine, è notevole che lo status morale e legale di due Israeliani (entrambi con piena cittadinanza) che vivono nello stesso quartiere – o anche nello stesso caseggiato – sia da considerarsi diverso, basandosi solo sulla religione dello specifico abitante.

Quindi, secondo questo discorso, sono illegittimi solo gli Ebrei che vivono in comunità al di là della linea verde – una distinzione razzista tra Ebreo e non-Ebreo che anche gli organismi internazionali (come la Corte Internazionale di Giustizia) che condanna tali insediamenti “illegali”, non fa.

Il “colono” è solo Ebreo, gli altri sono semplici cittadini. Non si finisce mai di imparare!

Grazie a Cifwatch

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Sharon è grave… tornano i falsi miti

No, non è la BBC… era una canzonetta in voga un po’ di anni fa. Dice Wikipedia in proposito:

La BBC (sigla di British Broadcasting Corporation, anche informalmente chiamata dai britannici auntie – zietta, ma molto più spesso Beeb, soprattutto sui quotidiani e sui tabloid britannici), fondata il 18 ottobre 1922 come British Broadcasting Company Ltd., è il più grande e autorevole editore radiotelevisivo del Regno Unito con sede a Londra. La BBC è ritenuta, anche fuori dal Regno Unito, uno dei più autorevoli operatori radiotelevisivi del mondo, anche in ragione delle tradizionalmente rigorose modalità di produzione dei dati giornalistici che l’hanno resa un punto di riferimento per la categoria. 

Pero’,  quando si tratta di Israele le sue “rigorose modalità di produzione dei dati giornalistici” non si discostano poi molto dagli articoletti dei peggiori tabloid in commercio. I “falsi miti” che insistentemente continuano a circolare in merito a fatti e personaggi che hanno contribuito alla storia di Israele, sono ben lungi dall’essere accantonati, se non proprio smentiti.

Esempi ce ne sono a iosa; l’ultimo in ordine cronologico riguarda il peggioramento delle condizioni di salute di Ariel Sharon, da sette anni in coma. Il 1° gennaio, nello spazio Medio Oriente-Europa, tracciando una biografia di Sharon, la BBC scrive:

“A seguito di una ondata di attentati suicidi e attacchi da parte di militanti palestinesi in Israele nel 1990 e oltre, Sharon cerco’ di fortificare lo Stato con la costruzione della controversa barriera in Cisgiordania.”

E’ uno dei falsi più comuni a proposito di Sharon. In realtà, l’idea di una recinzione antiterroristica fu proposta da Yitzhak Rabin dieci anni prima e, nel 1995 Rabin nomino’ la Commissione Shahal per studiarne la fattibilità. Quando il terrorismo palestinese contro i civili israeliani raggiunse il culmine con la seconda Intifada, un gruppo di base apartitico, chiamato ‘Fence for Life‘ si formo’ per spingere il governo israeliano a costruire una barriera protettiva. Sharon, all’epoca a capo del Likud, dovette cedere alla richiesta popolare, nonostante fosse stato in precedenza contrario all’idea.

Ma soprattutto la BBC non si tira indietro nello sfruttare il mito più ricorrente riguardo Sharon: la seconda intifada fu causata dalla sua “passeggiata” al Monte del Tempio! Sono 14 anni che le leaderships Palestinesi si sgolano a dire e ripetere che la seconda intifada non fu “merito” di Sharon, ma che fu programmata minuziosamente per mesi e messa in atto da Arafat. Naturalmente non è solo prerogativa della BBC fare il possibile per mantenere intatto questo falso: il Guardian, per citare un altro “illustre” canale di informazione, si accoda volentieri.

Che frustrazione per la memoria di Arafat che fece della seconda intifada il suo vessillo! Il suo nome non compare nel mito, la colpa esclusiva fu di colui il quale, nell’immaginario collettivo, è stato designato da anni come “il male assoluto”, in contrapposizione a Rabin, vissuto come “l’unico israeliano che voleva la pace”. Sarà forse a causa dell’essere stato, quest’ultimo, ammazzato da un altro israeliano? Possibile.

Scrive Avner Falk sul Jewish Political Studies Review 18:1-2, 2006:

Olivier Nicolle , un altro psicoanalista francese , chiama il discorso moderno dell’antisemitismo una “formazione psichica collettiva” che difende inconsciamente gruppi antisemiti contro l’ansia dei loro conflitti interiori . Nicolle ha sostenuto che l’attuale ondata di antisemitismo europeo è stato accentuato da eventi collettivi di dimensioni nazionali, internazionali e anche mondiali , attraverso i quali trova forme di espressione e di canalizzazione delle sue dinamiche verso un oggetto preciso, chiaramente visibile. Secondo il suo punto di vista, gli  slogan antisemiti contemporanei sono il prodotto di condensazioni inconsce e spostamenti di scene di fantasia collettiva . Questi slogan vanno dal più eloquente , come nel discorso antisemita dell’allora premier malese, Mahathir Mohammed, nel 2003 , fino ai più laconici, come l’equazione tra la stella di Davide e la svastica , dai più violenti , come ” Un Ebreo – una pallottola , ” ai più allusivi, come  ” No al comunitarismo “, una parola francese che allude al “crimine” degli ebrei di organizzarsi in comunità e tradire il loro patto con la Repubblica francese . Una volta proclamati , slogan come “Bush = Sharon = assassino “, acquistano legittimità e diventano ” opinione pubblica” .

Ma torniamo ai fatti: Sharon ebbe la responsabilità per la Seconda intifada? Un rapporto approfondito del Jerusalem Center for Public Affairs di Jonathan Halevi precisava:

“Ampia testimonianze, attuali e retrospettive, dimostrano il ruolo dell’Autorità Palestinese nell’avviare e gestire la Seconda Intifada come un vasto attacco di terrore, progettato per imporre un ritiro unilaterale e incondizionato di Israele, e preparare le condizioni, in previsione della battaglia per la realizzazione della richiesta del ritorno dei rifugiati…. La decisione finale di avviare la seconda Intifada fu presa da Yasser Arafat, immediatamente dopo la conclusione del secondo summit di Camp David, conclusosi il 25 luglio 2000. Le direttive furono diffuse alle forze di sicurezza nazionali, chiedendo loro di prepararsi per la possibilità immediata di iniziare una campagna violenta contro Israele.”

Potrebbe risultare assurdo il credere che cinque anni di guerra feroce, con attacchi sistematici e accuratamente programmati  possa essere divampata “all’improvviso”, “spontaneamente”, vero? Invece il mondo ci ha creduto e i mggiori media nel campo dell’informazione continuano a perpetrarne il mito. Sharon non fece nulla di illegale quando si reco’ al Monte del Tempio, luogo ritenuto sacro da Ebrei e Musulmani. Non cerco’ di entrare nella moschea di Al Aqsa, né in un altro luogo musulmano qualsiasi. Ma, a parte qualsiasi considerazione si possa fare in merito all’opportunità o meno del suo gesto, ci sono le testimonianze della leadership palestinese a chiarire.

Imad Al – Falouji , all’epoca ministro delle Comunicazioni , ha ammesso alla stampa palestinese che la violenza fu pianificata in precedenza della visita di Sharon; il 6 dicembre 2000, il quotidiano palestinese Al-Ayyam riporto’ quanto segue:

“Parlando ad un simposio a Gaza, il ministro palestinese delle Comunicazioni, Imad Al-Falouji, ha confermato che l’Autorità palestinese aveva iniziato i preparativi per lo scoppio dell’attuale Intifada dal momento in cui i colloqui di Camp David si conclusero, questo in conformità alle istruzioni impartite dal Presidente Arafat stesso. Mr. Falouji ha continuato dicendo che Arafat ha lanciato questa Intifada come la fase culminante delle posizioni palestinesi, immutabili nel corso dei negoziati  e che non è da intendersi meramente come una protesta per la visita del leader dell’opposizione israeliana, Ariel Sharon, al Monte del Tempio “.

La dichiarazione di Al- Falouji è stata portata come prova davanti al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ed è di dominio pubblico .

Non fu certo l’ unica occasione in cui al- Falouji ammise che la violenza fu premeditata . Pochi mesi dopo , durante una manifestazione di sostenitori presso il campo profughi palestinese ‘Ein Al- Hilweh in Libano , al- Falouji esplicitamente dichiaro’ che la violenza fu progettata come un modo di ottenere concessioni, ad esempio per il diritto al ritorno dei profughi palestinesi in Israele , che non erano in programma al tavolo negoziale . I suoi commenti appaiono nel libanese al- Safir per il 3 Marzo 2001 :

“Sottolineiamo che la leadership palestinese non firmerà un accordo di pace senza garantire i diritti dei palestinesi , e in primo luogo il diritto al ritorno , la liberazione di Gerusalemme e del suo ritorno alla sovranità palestinese completa . Questi sono i nostri principi fondamentali a cui teniamo e per i quali combattiamo “. ” Chi pensa che l’Intifada sia scoppiata a causa della visita del disprezzato Sharon alla Moschea di Al – Aqsa sbaglia, anche se questa visita è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Questa Intifada è stata programmata in anticipo , sin dal ritorno del presidente Arafat dai negoziati di Camp David , dove ha rovesciato il tavolo del presidente Clinton . [ Arafat ] è rimasto fermo e ha sfidato [ Clinton ] . Egli ha respinto i termini americani e lo ha fatto nel cuore degli Stati Uniti . ” “La mia visita qui in Sud Libano è un chiaro messaggio al nemico sionista. Noi diciamo : Proprio come la resistenza nazionale e islamica nel sud del Libano ha dato [ a Israele ] una lezione e l’ha fatto ritirare umiliato e martoriato , così sarà [ per Israele ] di imparare una lezione dalla Resistenza palestinese in Palestina . La resistenza palestinese colpirà a Tel – Aviv , a Ashkelon , a Gerusalemme e in ogni centimetro della terra della Palestina naturale. (con il termine “Palestina naturale, Al Falouji intende ovviamente tutta Israele N.d.T.) Israele non avrà una sola notte tranquilla. Non ci sarà nessuna sicurezza nel cuore di Israele …. ”

Come lo dovrebbero dire più chiaro di cosi’? All’epoca si scomodo’ anche Marwan Barghouti. In un’intervista rivelatrice nella sede di Londra del quotidiano arabo Al- Hayat ( 29 settembre 2001 ) , Marwan Barghouti , capo del Tanzim, ammise il suo ruolo critico nell’accendere l’Intifada, nell’ottobre 2000, sia in Cisgiordania che a Gaza , così come tra gli arabi israeliani :

“Sapevo che la fine di settembre sarebbe stato l’ultimo periodo ( di tempo ) prima dell’esplosione , ma quando Sharon ha raggiunto la moschea di al- Aqsa , questo è stato il momento più opportuno per lo scoppio dell’intifada …. La notte prima della visita di Sharon , ho partecipato a un panel su una stazione televisiva locale e ho colto l’occasione per invitare il pubblico ad andare alla moschea di al- Aqsa al mattino , perché non era possibile che Sharon raggiungesse al- Haram al- Sharif  e se ne potesse poi andare via tranquillamente . Sono andato ad al -Aqsa al mattino …. Abbiamo cercato di creare scontri senza successo a causa delle divergenze di opinione emerse con gli altri, al momento . … Dopo che Sharon se ne ando’ , rimasi per due ore in presenza di altre persone ; discutemmo le modalità di risposta e di come reagire in tutte le città ( Bilad ) e non solo a Gerusalemme . Contattammo tutte ( le ) fazioni palestinesi . ”

La sera dello stesso giorno , Barghouti viaggio’ nel Triangolo arabo all’interno di Israele, dove avrebbe dovuto partecipare a una conferenza:

” Mentre eravamo in macchina sulla strada per il Triangolo , ho preparato un volantino a nome del Comitato Superiore di Fatah , coordinato con i fratelli ( ad esempio , Hamas ) , nel quale chiamavamo ad una reazione per quanto successo a Gerusalemme . ”

L’ intifada ha poco a che fare con la visita di Sharon e tutto con l’agenda politica degli arabi Palestinesi . Sakhr Habash , membro del Comitato Centrale di Fatah , rilascio’ un’intervista al quotidiano dell’Autorità Palestinese :

” [ L’Intifada ] non è scoppiata , al fine di migliorare la nostra capacità di contrattazione nei negoziati , né come una reazione alla visita provocatoria di Sharon ad Al- Haram Al – Sharif . E’ stata solo la scintilla a quanto accumulato nelle profondità della nostra persone ed è finalizzata ad esplodere di fronte al governo di Barak a causa del problema politico di più di un anno e mezzo – il problema dell’indipendenza. ” QUI

Ancora Barghouti:

Marwan Bargouti , segretario generale del movimento Fatah di Arafat in Giudea e Samaria , ha detto al Jerusalem Times la scorsa settimana , “L’intifada non è iniziata a causa della visita di Sharon “, ma che la violenza “è cominciata a causa del desiderio di porre fine all’occupazione e perché i palestinesi non hanno approvato il processo di pace nella sua forma precedente. ”

Altre dichiarazioni simili: … Mustafa Bargouti , capo del Palestinian Medical Relief Services della PA , ha detto al “Report Palestina ” (2 maggio 2001) che un gran numero di paramedici hanno ricevuto una formazione medica di emergenza, alla vigilia delle violenze : ” Alcune istituzioni , come ad esempio i Servizi Medical Relief , hanno preparato in precedenza i piani per le emergenze . Durante la prima Intifada , abbiamo formato una squadra di primo soccorso di 11.500 paramedici . Queste persone hanno fatto un ottimo lavoro durante l’Intifada .” All’Assistente Segretario di Stato per gli Affari del Vicino Oriente, Edward Walker, fu chiesto – nel corso di un’audizione al Congresso marzo 2000 – se fosse ragionevole concludere che la violenza fu pianificata ben prima della visita di Sharon al Monte del Tempio . Walker rispose: “L’hanno detto e ridetto. Quindi penso che una persona ragionevole lo potrebbe supporre . ». ( Jerusalem Post , 30 marzo 2001 )

Arafat cominciò a chiedere una nuova Intifada nei primi mesi del 2000 . Parlando prima ai giovani di Fatah, a Ramallah , Arafat “ha fatto capire che il popolo palestinese è suscettibile di attivare l’opzione Intifada” (Al – Mujahid , 3 aprile 2000 ) .

Marwan Barghouti , il capo di Fatah in Cisgiordania , spiego’ ai primi di marzo 2000: ” Dobbiamo condurre una battaglia sul campo a fianco della battaglia negoziale … cioè una confrontazione” ( Ahbar Al – Halil , 8 Marzo, 2000 ) . Durante l’estate del 2000 , Fatah addestro’ giovani palestinesi in 40 campi di addestramento .

L’edizione di luglio 2000 di Al – Shuhada, mensile distribuito tra i servizi di sicurezza palestinesi , afferma: ” Dalla delegazione negoziale guidata dal comandante e simbolo, Abu Amar ( Yasser Arafat ) al coraggioso popolo palestinese , stare pronti! La battaglia di Gerusalemme è iniziata.”

Un mese dopo , il comandante della polizia palestinese disse al quotidiano palestinese ufficiale Al -Hayat Al – Jadida : “La polizia palestinese sarà insieme ai nobili figli del popolo palestinese , quando l’ora del confronto arriverà. ”

Freih Abu Middein , il ministro della Giustizia PA , avverti’ nello stesso mese: “La violenza è vicina e il popolo palestinese è disposto a sacrificare anche 5.000 vittime . ” (Al – Hayat al- Jadida , 24 agosto 2000 – MEMRI ) .

Un’altra pubblicazione ufficiale dell’Autorità palestinese , Al- Sabah , datata 11 settembre 2000 – più di due settimane prima della visita di Sharon – scrisse : “Noi avanzeremo e dichiareremo una Intifada generale per Gerusalemme. Il tempo per l’ Intifada è arrivato , il tempo per la Jihad è arrivato . ”

Il consigliere di Arafat,  Mamduh Nufal, dichiaro’ al francese Nouvel Observateur ( 1 Marzo 2001 ) : “Pochi giorni prima della visita di Sharon  alla Moschea , quando Arafat ci chiese di stare pronti ad avviare uno scontro , sostenni manifestazioni di massa…”

Il 30 settembre 2001, Nufal spiego’ ad al- Ayyam che Arafat effettivamente emise ordini ai comandanti sul campo per i violenti scontri con Israele, dal 28 settembre 2000.

Che stress! Lo hanno detto, ridetto, ripetuto e ancora c’è chi, come la BBC e il The Guardian, vorrebbe attribuirne il “merito” a Sharon! Ci si è dovuta impegnare perfino Suha Arafat a difendere la paternità della seconda intifada del marito !

E quando Sharon se ne andrà per sempre, chi sceglierà l’opinione pubblica come suo successore nell’impersonificazione del Male Assoluto? Sarà bene che cominciate a pensarci per tempo.

Grazie a

BBC watch , Cifwatch , Peace with realism

Anche il sangue, in Israele, fa notizia

Il sangue, nella religione ebraica, è tabù. Divieto assoluto di consumarne, ragione per la quale gli animali destinati all’alimentazione sono uccisi mediante sgozzamento e tutto il sangue è fatto defluire. Il sangue rappresenta la vita e la vita non è nelle mani dell’uomo. Il senso è più o meno questo.

Propaganda nazista che sostiene “l’accusa del sangue”

“L’accusa del sangue” è anche una delle più note tra le accuse antisemite, di quelle che sembrano cosi radicate da non morire mai ma, al contrario, continuano a ripresentarsi nelle loro varianti nel corso dei secoli, a partire dall’XI secolo. Secondo questa “tesi”, gli Ebrei userebbero sangue umano per motivi rituali. L’accusa è stata usata nel corso della storia, fino a tempi recenti (vedi il pogrom di Kielce del 1946), per sfruttare l’emozione popolare e i sentimenti antisemiti, sostenendo in diverse occasioni che bambini cristiani fossero rapiti e uccisi per poterne usare il sangue. In seguito a queste accuse era frequente il verificarsi di pogrom, con linciaggi e stermini di Ebrei.  L’ultimo processo basato sull’accusa del sangue fu celebrato a Kiev nel 1913, contro Menachem Mendel Teviev Beilis. In seguito l’accusa del sangue fu usata dalla propaganda nazista. Attualmente anche da quella iraniana.

Scena di un film iraniano che sostiene “l’accusa del sangue”

Il sangue e gli Ebrei sono da sempre legati indissolubilmente nella propaganda antisemita. Tutto cambia, tutto si trasforma, tutto resta. L’ultima accusa a Israele tratta ancora di sangue, questa volta non utilizzato per strani riti magici ma rifiutato dagli Ebrei perché ritenuto “speciale”, non “puro”. La storia è questa: agli inizi di dicembre, il servizio del Magen Adom, l’equivalente della Croce Rossa israeliana, ha rifiutato il sangue che una deputata di origine etiope, Pnina Tamano-Shata, voleva donare.

Un responsabile del Magen David Adom, filmato da una telecamera, ha spiegato alla deputata che “secondo le direttive del ministero della Salute, non era possibile accettare sangue di donatori di origine etiope”.

La notizia ha fatto il giro del mondo ovviamente, ripresa da tutti i media. Il Primo ministro Netanyahu si è affrettato a testimoniare alla deputata la sua solidarietà, lo stesso il presidente Shimon Peres.

Nessun mezzo di informazione si è premunito di capirci qualcosa di più, nessuno o quasi. Non ha approfondito Harriet Sherwood del The Guardian, che si è gettata sulla notizia preoccupata soprattutto di gridare al razzismo. Non gli editorialisti del Le Point, non France24, che non si è preoccupata di chiamare i cittadini etiopi israeliani “Falashà”, nome ritenuto offensivo perché significa “barbaro, straniero”;  non BFM tv, Europa 1 o Le Monde.

La ragionevolezza è venuta, inaspettatamente, da Charles Enderlin, l’autore del falso “caso Al Dura”, non propriamente quello che si puo’ definire un “amico di Israele”, che dal suo blog scrive in proposito:

“Razzismo? Il sangue dei Neri rifiutato in Israele? Questa deputata Etiope sapeva perfettamente che il Magen David Adom non l’avrebbe accettato. Principio di precauzione. Il sangue di originari dell’Africa è escluso per i rischi connessi all’Aids come quello di persone provenienti dall’Inghilterra o dall’Irlanda per via della “mucca pazza”. Nessun razzismo contro gli Africani.”

Enderlin ricorda anche che “La signora Tamano-Shata è membro della commissione incaricata di stabilire le nuove regole per le donazioni di sangue dei cittadini Etiopi e quindi sapeva esattamente di che cosa si trattava”.

In realtà la direttiva concerne chi abbia vissuto più di un anno in Paesi a rischio infezioni. Le linee guida del Ministero non includono infatti le donazioni di tutti gli oltre 120.000 Ebrei etiopi di Israele, ma solo gli 80.000 tra di loro che sono nati in Africa e migrati in Israele, la maggior parte nel 1984 e nel 1991. Non è di certo una direttiva esclusiva di Israele, nonostante farebbe piacere a molti lo fosse; dalla Croce Rossa americana, per esempio, nel merito leggiamo:

Non puoi donare se sei a rischio di contrarre l’HIV (il virus che causa l’AIDS):  … Se sei nato o hai vissuto in Camerun, Repubblica Centrafricana, Ciad, Congo, Guinea Equatoriale, Gabon, Niger, Nigeria, dal 1977.

La US Food and Drug Administration raccomanda altresì che tutte le persone che donano il sangue debbano rispondere a queste domande (hanno aggiunto alcuni paesi più di recente):

Sei nato in o hai vissuto in uno dei seguenti paesi dal 1977: Camerun, Benin, Repubblica Centrafricana, Ciad, Congo, Guinea Equatoriale, Kenya, Gabon, Niger, Nigeria, Senegal, Togo, Zambia? In caso affermativo, quando?

Hai viaggiato in questi paesi dal 1977, hai ricevuto una trasfusione di sangue o un qualsiasi trattamento medico con un prodotto a base di sangue? In caso affermativo, quando?

Hai avuto contatti sessuali con chi è nato o vissuto in questi paesi dal 1977? In caso affermativo, quando?

Se Israele e l’America devono essere considerati razzisti per queste direttive, anche il Canada deve esserlo, poiché le sue domande sono ancora più generiche: ” Sei nato in o hai vissuto in Africa dal 1977? ”

Secondo l’OMS, 1,4 % . degli adulti in Etiopia, nel 2011, è malato di AIDS . Nel 2001 tale numero era superiore al 3 % . Il Niger , sulla lista degli Stati Uniti , ha solo una prevalenza dello 0,8 % di AIDS tra gli adulti . Quanti e quali Paesi nel mondo osservano restrizioni (più o meno giustificate) in merito alle donazioni di sangue, restrizioni che includono l’obbligo di rispondere (per esempio) a questionari circa le proprie abitudini sessuali? Algeria, Argentina, Austria, Belgio, Brasile, Canada, Cile, Croazia, Repubblica Ceca, Danimarca, Estonia, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Hong Kong, Ungheria, Irlanda, Giappone, Malta, Olanda, Nuova Zelanda, Norvegia, Portogallo, Filippine, Sud Africa, Slovenia e altre.

Tra le linee guida dell’Arabia Saudita, tra le altre (molte) domande per il test di ammissibilità alla donazione, c’è specificatamente menzionato: Hai contatti sessuali con qualcuno nato/vissuto in Africa?

Scrive Issac Ross, rappresentante del Ghana per il World Health Organization: AIDS, HIV, malaria, morbillo e tifo sono pericolosi e molto comuni in molti paesi africani e così è fondamentale che il sangue donato attraverso organizzazioni umanitarie non governative (ONG) come la Croce Rossa, la Mezzaluna Rossa, la Banca del Sangue del Ghana e molti altri centri di donazione in tutta l’Africa e il mondo sia analizzato in modo sicuro per fermare la diffusione di malattie mortali. Inoltre, molti cittadini e lavoratori dei centri di donazione non sono educati al controllo delle malattie, all’igiene personale e allo stoccaggio in sicurezza del sangue. E Allie Cobb, rappresentante del Sud Africa: Il Sud Africa ha recentemente concretizzato l’applicazione di nuove interviste sulla sicurezza del donatore, e ha chiuso centri di donazione in aree con elevato tasso di malattia. In questo modo il Sud Africa sta riducendo il tasso di infezione.

Insomma, il problema esiste, in tutto il mondo. Che questi atti preventivi siano o no efficaci, tutti gli Stati del mondo si sono posti il problema. Come mai solo il sangue in Israele fa notizia?

Grazie per i contributi a:

Elders of Zyon , Cifwatch, Arret sur image

Il Negev? Non è un film

Quando sentite parlare di “insediamenti Beduini” che immagine vi si affaccia alla mente? Questa?

Questa?

Beh no, non è veramente quella giusta o comunque non in assoluto. Gli insediamenti illegali somigliano piuttosto a un campo Rom non autorizzato

Nel Negev ci sono insediamenti Beduini, legalmente riconosciuti. Gli abitanti hanno acqua, energia elettrica, strade che portano alle case, costruite il più possibile aderenti alla tradizione. Nessun palazzo popolare a tre piani, nessun “quartiere dormitorio”. Rahat è il più grande insediamento Beduino del mondo. Alle porte di Be’er Sheva, è una città che non tradisce lo spirito dei suoi abitanti.

Lakiya, con i suoi laboratori di ricamo artigianale che danno la possibilità a decine di donne di guadagnare del proprio lavoro, facendo conoscere la loro cultura millenaria.

Laboratorio artigianale a Lakiya

Kuseife

Hura

Ar’arat an-Naqab

E centinaia di altri, più o meno piccoli.

Negli insediamenti non riconosciuti le “case” sono baracche fatiscenti, costruite con materiali di risulta, con i tetti in lamiera e a volte in cartone. Nel clima del deserto, giornate con più di quaranta gradi e notti fredde, si puo’ immaginare che cosa voglia dire viverci dentro in sei, sette, dieci o più. Niente servizi igienici, niente elettricità, niente acqua, niente strade, niente scuola per i bambini. NIENTE.

Se leggiamo un qualsiasi articolo che tratta degli insediamenti Rom abusivi in Italia e in Europa, le descrizioni potrebbero coincidere con quelle di tanti villaggi Beduini abusivi:

Campi rom, nel X Municipio (ex XIII): degrado e abusivismo

„Baracche fatiscenti, pessime condizione igieniche, riscaldamenti di fortuna. Questo è lo scenario in cui, diverse comunità Rom, vivono ad Ostia e Acilia.“

Niente acqua corrente né servizi igienici, ma solo cumuli di rifiuti, topi, bancali pronti per essere riciclati e una sessantina di baracche. E’ il campo nomadi abusivo di via San Dionigi a Milano dove almeno centocinquanta rom di nazionalità romena vivono da alcuni anni in condizioni da terzo mondo là dove la città finisce e iniziano i campi coltivati.”

Le reazioni a queste situazioni italiane si possono riassumere in due “scuole di pensiero”: cacciateli tutti; vergogna obbligarli in quelle condizioni. I Rom che occupano abusivamente le periferie italiane provengono in maggioranza dalla ex Yugoslavia, non sono cittadini italiani.

I Beduini del Negev sono cittadini israeliani: votano alle elezioni, hanno passaporti israeliani e sulla carta sono cittadini a pieno titolo. Puo’ uno Stato ignorare il disagio di una parte consistente della sua popolazione? Non sarebbe criticabile? Il Piano Prawer-Begin non si pone l’obiettivo di distruggere la cultura Beduina, al contrario: l’idea è quella di preservare una parte importante del patrimonio culturale nazionale , cercando di farla coincidere il più possibile con le esigenze della modernità. Non è facile, è lo scontro millenario delle civiltà nomadi e semi nomadi con quelle stanziali. Si possono cercare dei compromessi, delle “vie di mezzo”, nella certezza del reciproco riconoscimento.

Una parte, non molto numerosa, di Beduini questo compromesso lo rifiuta come anche una parte dei Rom in Italia. Ma nel caso di Israele, quello che impressiona è l’appoggio incondizionato europeo a questa minoranza.

Un esempio per tutti, la solita Sherwood che pubblica sul The Guardian, il 28 novembre, una lettera firmata da cinquanta artisti, tra i quali “Antony Gormley, Julie Christie, il regista Mike Leigh e il musicista Brian Eno “(e Jenny Tonge)” i quali dichiarano di schierarsi per  “ostacolare il piano israeliano che si propone di rimuovere fino a 70.000 beduini palestinesi dalla ‘loro terra storica, il deserto’.

A parte il fatto che fa sorridere l’idea di una Julie Christie che si batte affinché altre donne non abbiano quello che per lei è garantito e con lei i personaggi tra i più “agiati” del mondo: evidentemente i nostri 50 del jet-set non si sono mai presi la briga di un tour lungo la Route  40 per Be’er Sheva. O forse anche loro pensano a Peter O’Toole e il suo Lawrence d’Arabia quando parlano di Beduini?

Grazie a Cifwatch

I giornalisti ed il Codice Etico

Lo Statuto dei Giornalisti, redatto dalla IFJ (International Federation of Journalists), nella Dichiarazione dei principi recita:

“Questa dichiarazione internazionale è proclamata come standard di condotta professionale per i giornalisti impegnati a raccogliere , trasmettere , diffondere e commentare le notizie e le informazioni degli eventi che descrivono

7 . Il giornalista deve essere consapevole del pericolo di discriminazione che potrebbe essere promosso dai media , e fa il possibile per evitare di facilitare tale discriminazione sulla base – tra l’altro – di razza, sesso , orientamento sessuale, lingua, religione, opinioni politiche o di altro , e origini nazionali o sociali .

8 . Il giornalista deve considerare gravi offese professionali :

Plagio ; rappresentazione intenzionale falsa; calunnia , diffamazione , accuse infondate ; accettazione di una tangente in qualsiasi forma in considerazione di una pubblicazione o della sua soppressione.

Tutti aspetti “sensibili” di un mestiere difficile. Come riconoscere, ad esempio, quella particolare discriminazione nota con il nome di antisemitismo? Che “segni” particolari presenta? Jonathan Freedland è un giornalista impegnato in proposito. Il suo ultimo intervento, “L’antisemitismo non sempre fa il saluto hitleriano”, è apparso sul blog del The Guardian “Comment is free” ed è stato ripreso da Cifwatch.

Quando la linea che separa la legittima opinione dal razzismo e dall’antisemitismo si puo’ considerare superata? Per spiegare il suo punto di vista, Freedland ricorre ad un lavoro di Tom Gross sulle vignette antisemite che popolano la stampa medio-orientale.

Questa, ad esempio, nella quale Sharon è mostrato insieme allo schianto delle Twin Towers, con una scritta: Shalom, pace.

“Questa vignetta apparsa sul giornale Al Watan, del Qatar,  riafferma il mito largamente diffuso nel mondo arabo, che Israele e gli ebrei siano stati i veri responsabili degli attacchi dell’11 / 9 ”

Oppure questa, nella quale Sharon armato di una scure a forma di svastica, fa a pezzi bambini palestinesi (dal giornale Arab News)

Qui invece, topi in kippah e con occhi a forma di Stella di David, demoliscono una costruzione chiamata “Casa Palestina”. Dal giornale Arab News. E cosi’ via.

Scrive Freedland:

L’antisemitismo non è un fenomeno sepolto in tutta sicurezza nel passato. Solo perché l’odio verso gli ebrei ha raggiunto l’apice omicida nel 1940 non significa che si sia esaurito con la guerra del 1945. E’ vivo e vegeto, anche nel 2013. Che sia su Twitter o nelle vignette che compaiono abitualmente in gran parte della stampa del Medio Oriente, siano gli insulti rozzi e le caricature orribili degli ebrei -naso adunco e arraffa-soldi – esso sussiste ancora.

Freedland continua:

Nell’immaginario antisemita, gli ebrei sono costantemente al lavoro per qualche altro obiettivo nascosto. In questo, l’antisemitismo si distingue da altri razzismi, che tendono a vedere l’odiato come semplicemente inferiore. L’antisemitismo è invece una teoria della cospirazione del potere; crede che gli ebrei – operando sempre collettivamente – si ostinino in qualche grande piano di dominio del mondo. È per questo che le immagini degli ebrei come burattinai, oppure di “banchieri” che hanno il mondo nelle mani  “finanziari”, come il caso della baronessa Jenny Tonge mostra mirabilmente, restano un nervo scoperto.”

Il “burattinai” fa riferimento a un pezzo di Chris Elliott, apparso sul The Guardian che criticava una brutta vignetta di  Steve Campana che raffigurava Sharon come un burattinaio che controllava Tony Blair e William Hague.

E sempre resta a portata di mano dell’antisemita qualche riferimento alla ‘pratica religiosa degli ebrei’, reale o immaginata. Per secoli, coloro che odiano gli ebrei hanno gettato loro in faccia l’accusa di “popolo eletto”, falsamente interpretandola come un mandato per la supremazia ebraica.”

Esempio di vignetta antisemita: la “piovra” ebraica

Esplicativi degli esempi di Freedland, gli articoli di un suo collega al The Guardian: Glenn Greenwald . Qui ci sono alcune sue citazioni:

Grandi ed estremamente influenti gruppi di donatori ebrei incitano per una guerra degli Stati Uniti contro l’Iran , e questo perché questi gruppi sono dedicati a promuovere gli interessi di Israele . ” – 3 Feb 2007

Coloro [tra gli ebrei americani ] che favoriscono l’attacco a Gaza sono certamente colpevoli … di attaccamento emotivo e culturale travolgente per Israele e gli israeliani, tale da rendere loro impossibile, da tempo, il poter guardare a questo conflitto con un qualsiasi residuo di oggettività . ” – 4 Gennaio 2009

Il punto è che il potere della [ lobby israeliana ]  è estremamente dannoso. E’ usato per schiacciare qualunque dibattito , distruggere la carriera e la reputazione di coloro che deviano dalle loro ortodossie , e costringere entrambi i partiti politici a mantenere il rispetto rigoroso di un ordine del giorno che è detenuto da una minoranza di americani , che riguarda principalmente gli interessi di un paese straniero . “- 11 marzo 2009 Salon

Charles Freeman è trascinato nel fango dal solito repertorio accusatorio Israele – centrico ( Marty Peretz , Jon Chait , Jeffrey Goldberg , Michael Goldfarb , ecc , ecc , ecc ) . ” – 9 MARZO 2009

Greenwald potrebbe costituire un interessante campionario di pregiudizi anti semiti nel prossimo lavoro di Freedland. Ma l’articolo 7 della Carta del Giornalista che fine ha fatto?

7 . Il giornalista deve essere consapevole del pericolo di discriminazione che potrebbe essere promosso dai media , e fa il possibile per evitare di facilitare tale discriminazione sulla base , tra l’altro di razza, sesso , orientamento sessuale, lingua, religione, opinioni politiche o di altro , e origini nazionali o sociali .

Quanto costa il terrorismo ai Palestinesi?

Questa volta non si tratta di smentire nulla, al contrario. Ci sono verità che sembrano non interessare nessuno, perché? Una di queste si basa su una domanda semplice che potrebbe, per logica, venire in mente a chiunque e cosi’ non è: Quanto costa il terrorismo all’economia Palestinese?

Per fortuna la domanda se l’è posta Cifwatch e lo spunto lo ha dato l’intervento di Mona Chalabi, sul blog del The Guardian. Chi è Mona Chalabi? Sulla pagina del The Guardian è presentata cosi’:

Mona Chalabi è una ricercatore e giornalista nel team del Guardian. In precedenza ha lavorato presso la Banca d’Inghilterra, l’Economist Intelligence Unit, Transparency International ed è osservatore permanente delle Nazioni Unite.

Mona Chalabi si interessa ai “profughi”, ma solo a quelli Palestinesi, ovviamente. Non le passa neppure per la testa che ce ne siano stati anche di Ebrei. Dunque, Mona Chalabi è quella che attribuisce i gravi problemi che affliggono l’economia Palestinese, interamente a Israele. Per lei il terrorismo Palestinese è stato ed è completamente irrilevante in proposito.

Non una parola sui costi del terrorismo, sulla corruzione dell’amministrazione Palestinese che ormai non è più un segreto per nessuno, non una parola sull’intervento egiziano che ha cambiato le sorti del contrabbando tra Egitto e Gaza, da quando l’esercito ha fermamente operato in modo da distruggere le centinaia di tunnels abusivi che collegavano i due territori. Nulla. Solo e soltanto “l’occupazione” è responsabile. Insomma, qual è il Chalabi-pensiero? Niente di originale:

L’occupazione israeliana nei territori Palestinesi, la barriera che ha costruito lungo e all’interno della Cisgiordania, così come i suoi blocchi terra, aria e mare nella striscia di Gaza hanno posto severe limitazioni al successo delle politiche economiche Palestinesi. Una complessa rete di checkpoint e blocchi stradali rendono difficile per i Palestinesi spostarsi all’interno del Territori, per affari o commercio. Gli agricoltori la cui terra è ormai alle spalle della barriera, sono costretti a richiedere i “permessi per visitatori ‘, che Israele rifiuta regolarmente – in Akkaba sono state approvate il  49% delle domande nel 2011, e solo il 20% nel 2012. Più di recente, un rapporto della Banca Mondiale ha rilevato che le restrizioni israeliane in Cisgiordania soltanto, costano all’economia Palestinese $ 3,4 miliardi (£ 2,1 miliardi) l’anno, ovvero il 35% del suo PIL.

E via discorrendo. I “dati” della Chalabi sono stati confutati, ma cio’ che sorprende (per modo di dire) è il completo annullamento del “fattore terrorismo” nel rapporto. Come al solito, le misure di difesa che Israele è stato COSTRETTO a mettere in atto sono presentate “nude e crude”, senza nemmeno un accenno alle cause che le hanno provocate. Non c’è traccia nei suoi report di parole come “razzi”, “terrorismo”, “terroristi”.

E invece, nonostante la Chalabi non ne voglia parlare, proviamo ad elencare le “voci di spesa” che il terrorismo ha inflitto all’economia Palestinese :

Il costo che l’economia Palestinese subisce a causa delle misure di sicurezza israeliane, rese necessarie dal terrorismo

Il costo di approvvigionamento, produzione , manutenzione e distribuzione di circa 13.000 razzi lanciati dai terroristi da Gaza

Il costo del tunnel a Gaza , sia per quanto riguarda i fondi del governo utilizzati per la loro costruzione , così come l’impiego dei materiali da costruzione di calcestruzzo e altri che sarebbero altrimenti utilizzati per migliorare le loro infrastrutture

I costi delle armi , munizioni, cinture esplosive , ordigni esplosivi ( e la formazione di ‘ militanti ‘ per utilizzare tali armi ) nella West Bank e Gaza, da dopo la prima Intifada

Il relativo costo di migliaia di Palestinesi coinvolti nel settore del terrore che potrebbero altrimenti essere impiegati nelle imprese più produttive

Il costo per l’ Autorità Palestinese degli stipendi ai terroristi rinchiusi nelle carceri israeliane

Il costo per l’economia Palestinese per la glorificazione del terrore e la persecuzione sionista da parte della leadership e il conseguente fallimento dei programmi di istruzione , dedizione al lavoro e innovazione.

Un tunnel Rafah-Egitto

Il costo di un razzo Grad, venduto sul mercato iraniano a soli 1000 dollari, con “l’aggravio” calcolato sulle perdite inflitte dall’esercito israeliano ogni volta che una base terroristica è distrutta, i costi di spedizioni estremamente complicate che comportano, tra l’altro, anche le vistose tangenti che necessariamente devono essere pagate ad ogni passo fatto dai razzi, aumenta esponenzialmente fino a costare, dagli iniziali 1000 dollari, 10.000 una volta arrivato a Gaza.

I tunnels da Gaza all’Egitto devono essere necessarimente intonacati, per tentare di evitare possibili crolli e forniti di illuminazione elettrica e linee telefoniche. Un tunnel scoperto ad ottobre, lungo 1,7 km,  scavato a 18 metri di profondità, ha richiesto l’impiego di circa 500 tonnellate di cemento e calcestruzzo.

Quante opere avrebbero potuto essere costruite con le centinaia di tonnellate di calcestruzzo e cemento impiegate per i tunnels? Quante scuole, quanti ospedali? Un tunnel scavato a 18 metri di profondità costa approssimativalente 10 milioni di dollari. Nel 2010 le stime parlavano di 7000 persone, impiegate in 1000 tunnels a Rafah.

Nel mese di aprile 2011, il Registro dell’Autorità Palestinese ha pubblicato una risoluzione del governo che concede a tutti i detenuti in Israele per crimini contro la sicurezza e per reati collegati al terrorismo uno stipendio mensile (Al-Hayat Al-Jadida, 15 Aprile 2011). Questa nuova risoluzione, 2010, capitoli 21 e 23, ha formalizzato quella che è stata a lungo una pratica dell’Amministrazione Palestinese. La legge definisce chi ha titolo per essere considerato “prigioniero” e conseguente diritto allo stipendio mensile:

“Chiunque imprigionato nelle carceri dell’occupante [Israele] a causa della sua partecipazione alla lotta contro l’occupazione” (Cap. 1 della legge sui prigionieri, 2004/19, www. alasra.ps, accessibili 9 mag 2011)

Secondo questi parametri, più di 4.500 detenuti (al dicembre 2012) hanno diritto a questi stipendi. E’ da specificare che i detenuti “semplici”, quelli arrestati per reati che nulla hanno a che vedere con il terrorismo, NON ricevono uno stipendio.

Questi pagamenti sono prelevati dal bilancio generale dell’Amministrazione e dalle imposte sul reddito, come per tutti gli altri stipendi della Amministrazione pubblica. (Al-Hayat Al-Jadida 19 giugno 2011). Gli stipendi variano dai 2.400 shekel ai 12.000 shekel. Più lunga è la condanna (e quindi si suppone anche più grave il reato), più lo stipendio aumenta. Quindi, a un semplice fiancheggiatore potrebbe essere assegnato uno stipendio base, mentre a un pluri- omicida spetterebbe lo stipendio massimo.

Per i terroristi che invece avessero scontato le loro condanne e fossero stati rilasciati, l’Amministrazione Palestinese prevede “gratifiche” speciali. Nel settembre 2013, il Primo ministro Rami Hamdallah ha reso nota la cifra di 15 milioni di dollari destinati a 5000 Palestinesi rilasciati dopo aver scontato condanne per terrorismo. Il giornale Al Hayyat al Jadida ha reso noto, nel maggio 2013, che l’Unione Europea ha contribuito al pagamento degli stipendi dell’Amministrazione Palestinese (capitolo nel quale rientrano anche gli stipendi e le “gratifiche” ai terroristi) con 19.200.000 Euro.

L’Australian Christian Charity World Vision, uno dei più importanti gruppi di assistenza australiani, ha invece, nel 2010, finanziato un centro giovanile intitolato al Palestinese terrorista Abu Jihad. Il quotidiano dell’Autorità palestinese ha riferito che i rappresentanti di World Vision Australia hanno incontrato i rappresentanti Palestinesi della Gioventù di Jenin e i responsabili sportivi per pianificare l’operazione del “World Vision Stadio – Palestina / Qabatiya,” all’interno del “Shahid (martire) Abu Jihad Youth Center “, e per discutere di cooperazione futura.

Sono solo accenni, tanto ci sarebbe da approfondire in merito. Certo è che nell’analisi della crisi economica Palestinese non basta cavarsela sbrigativamente con due parolette di rito contro “l’occupante sionista”. L’economia Palestinese deve anche essere necessariamente analizzata dal punto di vista dei costi ingentissimi che il terrorismo e le amministrazioni irresponsabili e corrotte infliggono alla popolazione. Ma questo è un discorso scomodo che al momento solo pochi Stati tra quelli chiamati in causa direttamete dai loro finanziamenti alle due Amministrazioni, quella di Hamas e quella di Abbas, hanno il coraggio di affrontare.

La prigione di Al Jalame, ovvero: dell’ipocrisia del The Guardian

Il 22 febbraio 2012 Harriet Sherwood del The Guardian ha pubblicato un articolo in merito alla prigione israeliana di Al Jalame, denunciando i maltrattamenti che vi avverrebbero ai danni di minorenni ivi rinchiusi.

“bambini” che lanciano pietre

L’articolo della Sherwood si baso’ sulle informazioni fornite dalla Ong anti sionista, DCI-Pal, che si distinse già durante l’operazione Piombo Fuso per aver fornito una lista di nomi di bambini vittime che poi organizzazioni come B’teselem (non di certo usa a coprire eventuali criticità contro Israele) e PCHR identificarono come essere invece tutti terroristi adultiLa stessa orgnizzazione continua a promuovere il falso “massacro di Jenin”. 

In particolar modo la Sherwood sostenne la pratica dell’isolamento e dell’abuso fisico nei confronti degli adolescenti (non bambini, nell’accezione comune del termine) tutti fermati per violenze e lanci di pietre. Del lungo rapporto che fu fornito da ufficiali della Sicurezza israeliana al Guardian, in merito all’argomento, furono rese note solo 230 parole sulle oltre 2700 e omesso il passaggio seguente:

“Le affermazioni che i minori palestinesi sono stati oggetto di tecniche di interrogatorio che includono percosse, periodi prolungati in manette, minacce, calci, insulti, umiliazioni, l’isolamento e la privazione di sonno sono del tutto prive di fondamento.”

le pietre non sono “innocui sassetti”

Come Honest Reporting noto’, la Sherwood omise completamente le motivazioni per le quali i ragazzi erano stati arrestati:

Il reclutamento da parte delle organizzazioni terroristiche … coinvolgimento in attentati suicidi, lanci di molotov, lanci di pietre e di granate, uso di esplosivi, autobombe, trasferimento di armi, sequestro di persona, lancio di razzi, così come aggressioni e omicidi.

La Sherwood e con lei tutta la stampa di propaganda che ha continuato a utilizzare il suo articolo per accusare Israele, si è guardata bene dal domandarsi se forse l’abuso non sia utilizzare adolescenti e bambini per tecniche di guerriglia, spingerli a uccidere e rischiare di farsi uccidere, condannarli fin dai primi anni di vita a un’esistenza da terorristi. No, questo non ha sfiorato minimamente la Sherwood. Non si è chiesta chi fossero, ad esempio, le famiglie di questi ragazzi, i loro parenti, e che ruolo possano aver avuto nello spingerli ad attività che non dovrebbero aver nulla a che fare con adolescenti.

Amir Ofek, addetto stampa per l’Ambasciata di Israele a Londra, ha avuto la possibilità di rispondere sul blog del The Guardian, “Comment is free”, dopo pochi giorni dall’articolo della Sherwood. Ofek, ha fortemente smentito le accuse secondo le quali la tortura e l’umiliazione dei palestinesi sospettati era lecita, e ha negato categoricamente che “l’isolamento sia usato al fine di indurre una confessione” . Tutto questo, ha sostenuto, mina gravemente la veridicità della relazione del Guardian.

La Sherwood ha scelto, ovviamente, la linea “emotiva” nel suo articolo, tralasciando correlazioni importanti:

Hakim Awad, 17 anni, è un minore, ad esempio. Nel marzo scorso lui e il suo cugino di 18 anni, Amjad, hanno brutalmente assassinato la famiglia Fogel mentre dormiva. Nessuna pietà hanno dimostrato per Hadas, di tre mesi, i suoi due fratelli (di età compresa tra quattro e 11 anni) e per i loro genitori. La scena del crimine, compresa la testa mozzata di uno dei bambini, ha lasciato anche il più navigato degli agenti di polizia devastato. I due hanno orgogliosamente confessato i delitti, e non hanno mostrato alcun rimorso successivo.

Tra il 2000-04, 292 minori hanno preso parte ad attività terroristiche … Ismail Tsabaj, 12, Azi Mostafa, 13 anni, e Yousuf Bassam, 14, sono stati inviati da Hamas in una missione agghiacciante, simile a quella che coinvolse i Fogels, con l’obiettivo di penetrare in una casa ebraica di notte e macellare una famiglia nei loro letti. In questo caso, l’IDF fortunatamente li fermo’ in tempo.

Il disinteresse della Sherwood per le conseguenze di queste azioni compiute da minori è sconcertante: nemmeno una parola su Yehuda  Shoham, che non ha mai raggiunto l’età di molti di questi minori, ucciso dai lanci di pietre, a cinque mesi. Nulla su Yonathan Palmer, che non ha mai raggiunto il suo secondo compleanno, e fu ucciso insieme al padre Asher (non ancora trentenne) dalle pietre  scagliate contro la loro auto.

Yonathan Palmer, ucciso dai tiri di pietre insieme a suo padre Asher

Scrive Sherwood: “A seguito della detenzione, molti bambini presentano sintomi da trauma: incubi, sfiducia negli altri, paura del futuro, sentimenti di impotenza e di inutilità, comportamento ossessivo compulsivo, bagnano il letto, sono aggressivi, mancano di motivazione.”

Questo è cio’ che preme alla Sherwood fare sapere. Non sono importanti né le sofferenze che questi adolescenti hanno inflitto, né il domandarsi se un ragazzo manipolato, utilizzato per commettere atrocità, le avesse già alcune turbe comportamentali, se già soffrisse di incubi, se già mancasse di motivazione e fosse sfiduciato.

Yehuda Shoham, ucciso

Perché parliamo di un articolo ad un anno e più di distanza? Perché la propaganda di odio nei confronti di Israele è convinta di rivolgersi a chi è di memoria corta. Cosi’ il giornale on line “Controlacrisi-il quotidiano on line che libera l’informazione” (sigh) pubblica il 31 maggio un estratto dell’articolo della Sherwood (ovviamente senza link all’articolo originale) come fosse attualità. La sua “fonte” è Ivicta Palestina, un’associazione calabrese che ripercorre ancora la narrativa della “pulizia etnica” , e che non giudicando abbastanza forte l’articolo della Sherwood, aggiunge che “I bambini hanno testimoniato di essere sessualmente abusati dagli interroganti e minacciati di sodomia con un oggetto”.

I “bambini” che hanno collaborato all’articolo della Sherwood

E cosi’ il cerchio si chiude: ancora una volta gli israeliani (non scriviamo Ebrei perché potrebbero accusarci di “vittimismo”, ma è chiaro che non sono gli arabi israeliani né i cristiani ad essere sotto accusa) imprigionano i “bambini”, li “mangiano”, abusano sessualmente di loro, disintegrano la loro splendida, serena, innocente fanciullezza.

Chissà come commentano i calabresi di Palestina Invicta i minorenni che per divertimento, da alcuni anni, lanciano pietre dai cavalcavia, rischiando o facendo vittime innocenti. Chissà che ne pensano dei due ragazzetti di 14 e 15 anni che hanno rischiato di provocare una tragedia in Sardegna, i sei minorenni di Albano, i tre di Benevento e le decine di altri. Chissà che ne pensano della Cassazione penale che ha stabilito:

Cassazione Penale Sez. I del 25 gennaio 2005 n. 5436

La condotta del lancio di sassi da un cavalcavia dell’autostrada è sorretta da dolo omicidiario diretto, qualora sia univocamente diretta a colpire le auto che transitano nella sottostante autostrada ed a creare, di conseguenza, il concreto pericolo di incidenti anche mortali. È pertanto configurabile in tale condotta il delitto di tentato omicidio, quando l’evento non si verifichi solo per cause indipendenti dalla volontà dell’autore. Il lancio di sassi dal cavalcavia di un’autostrada costituisce un’azione sorretta da dolo diretto, o al più alternativo, e non già eventuale, con la conseguenza che essa integra gli estremi del delitto di tentato omicidio, a nulla rilevando che il reo non conoscesse la vittima ovvero non potesse vedere i veicoli in transito nella strada sottostante….

Come avranno commentato in questo caso? So’ criaturi?

Articolo di riferimento QUI