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Sharon è grave… tornano i falsi miti

No, non è la BBC… era una canzonetta in voga un po’ di anni fa. Dice Wikipedia in proposito:

La BBC (sigla di British Broadcasting Corporation, anche informalmente chiamata dai britannici auntie – zietta, ma molto più spesso Beeb, soprattutto sui quotidiani e sui tabloid britannici), fondata il 18 ottobre 1922 come British Broadcasting Company Ltd., è il più grande e autorevole editore radiotelevisivo del Regno Unito con sede a Londra. La BBC è ritenuta, anche fuori dal Regno Unito, uno dei più autorevoli operatori radiotelevisivi del mondo, anche in ragione delle tradizionalmente rigorose modalità di produzione dei dati giornalistici che l’hanno resa un punto di riferimento per la categoria. 

Pero’,  quando si tratta di Israele le sue “rigorose modalità di produzione dei dati giornalistici” non si discostano poi molto dagli articoletti dei peggiori tabloid in commercio. I “falsi miti” che insistentemente continuano a circolare in merito a fatti e personaggi che hanno contribuito alla storia di Israele, sono ben lungi dall’essere accantonati, se non proprio smentiti.

Esempi ce ne sono a iosa; l’ultimo in ordine cronologico riguarda il peggioramento delle condizioni di salute di Ariel Sharon, da sette anni in coma. Il 1° gennaio, nello spazio Medio Oriente-Europa, tracciando una biografia di Sharon, la BBC scrive:

“A seguito di una ondata di attentati suicidi e attacchi da parte di militanti palestinesi in Israele nel 1990 e oltre, Sharon cerco’ di fortificare lo Stato con la costruzione della controversa barriera in Cisgiordania.”

E’ uno dei falsi più comuni a proposito di Sharon. In realtà, l’idea di una recinzione antiterroristica fu proposta da Yitzhak Rabin dieci anni prima e, nel 1995 Rabin nomino’ la Commissione Shahal per studiarne la fattibilità. Quando il terrorismo palestinese contro i civili israeliani raggiunse il culmine con la seconda Intifada, un gruppo di base apartitico, chiamato ‘Fence for Life‘ si formo’ per spingere il governo israeliano a costruire una barriera protettiva. Sharon, all’epoca a capo del Likud, dovette cedere alla richiesta popolare, nonostante fosse stato in precedenza contrario all’idea.

Ma soprattutto la BBC non si tira indietro nello sfruttare il mito più ricorrente riguardo Sharon: la seconda intifada fu causata dalla sua “passeggiata” al Monte del Tempio! Sono 14 anni che le leaderships Palestinesi si sgolano a dire e ripetere che la seconda intifada non fu “merito” di Sharon, ma che fu programmata minuziosamente per mesi e messa in atto da Arafat. Naturalmente non è solo prerogativa della BBC fare il possibile per mantenere intatto questo falso: il Guardian, per citare un altro “illustre” canale di informazione, si accoda volentieri.

Che frustrazione per la memoria di Arafat che fece della seconda intifada il suo vessillo! Il suo nome non compare nel mito, la colpa esclusiva fu di colui il quale, nell’immaginario collettivo, è stato designato da anni come “il male assoluto”, in contrapposizione a Rabin, vissuto come “l’unico israeliano che voleva la pace”. Sarà forse a causa dell’essere stato, quest’ultimo, ammazzato da un altro israeliano? Possibile.

Scrive Avner Falk sul Jewish Political Studies Review 18:1-2, 2006:

Olivier Nicolle , un altro psicoanalista francese , chiama il discorso moderno dell’antisemitismo una “formazione psichica collettiva” che difende inconsciamente gruppi antisemiti contro l’ansia dei loro conflitti interiori . Nicolle ha sostenuto che l’attuale ondata di antisemitismo europeo è stato accentuato da eventi collettivi di dimensioni nazionali, internazionali e anche mondiali , attraverso i quali trova forme di espressione e di canalizzazione delle sue dinamiche verso un oggetto preciso, chiaramente visibile. Secondo il suo punto di vista, gli  slogan antisemiti contemporanei sono il prodotto di condensazioni inconsce e spostamenti di scene di fantasia collettiva . Questi slogan vanno dal più eloquente , come nel discorso antisemita dell’allora premier malese, Mahathir Mohammed, nel 2003 , fino ai più laconici, come l’equazione tra la stella di Davide e la svastica , dai più violenti , come ” Un Ebreo – una pallottola , ” ai più allusivi, come  ” No al comunitarismo “, una parola francese che allude al “crimine” degli ebrei di organizzarsi in comunità e tradire il loro patto con la Repubblica francese . Una volta proclamati , slogan come “Bush = Sharon = assassino “, acquistano legittimità e diventano ” opinione pubblica” .

Ma torniamo ai fatti: Sharon ebbe la responsabilità per la Seconda intifada? Un rapporto approfondito del Jerusalem Center for Public Affairs di Jonathan Halevi precisava:

“Ampia testimonianze, attuali e retrospettive, dimostrano il ruolo dell’Autorità Palestinese nell’avviare e gestire la Seconda Intifada come un vasto attacco di terrore, progettato per imporre un ritiro unilaterale e incondizionato di Israele, e preparare le condizioni, in previsione della battaglia per la realizzazione della richiesta del ritorno dei rifugiati…. La decisione finale di avviare la seconda Intifada fu presa da Yasser Arafat, immediatamente dopo la conclusione del secondo summit di Camp David, conclusosi il 25 luglio 2000. Le direttive furono diffuse alle forze di sicurezza nazionali, chiedendo loro di prepararsi per la possibilità immediata di iniziare una campagna violenta contro Israele.”

Potrebbe risultare assurdo il credere che cinque anni di guerra feroce, con attacchi sistematici e accuratamente programmati  possa essere divampata “all’improvviso”, “spontaneamente”, vero? Invece il mondo ci ha creduto e i mggiori media nel campo dell’informazione continuano a perpetrarne il mito. Sharon non fece nulla di illegale quando si reco’ al Monte del Tempio, luogo ritenuto sacro da Ebrei e Musulmani. Non cerco’ di entrare nella moschea di Al Aqsa, né in un altro luogo musulmano qualsiasi. Ma, a parte qualsiasi considerazione si possa fare in merito all’opportunità o meno del suo gesto, ci sono le testimonianze della leadership palestinese a chiarire.

Imad Al – Falouji , all’epoca ministro delle Comunicazioni , ha ammesso alla stampa palestinese che la violenza fu pianificata in precedenza della visita di Sharon; il 6 dicembre 2000, il quotidiano palestinese Al-Ayyam riporto’ quanto segue:

“Parlando ad un simposio a Gaza, il ministro palestinese delle Comunicazioni, Imad Al-Falouji, ha confermato che l’Autorità palestinese aveva iniziato i preparativi per lo scoppio dell’attuale Intifada dal momento in cui i colloqui di Camp David si conclusero, questo in conformità alle istruzioni impartite dal Presidente Arafat stesso. Mr. Falouji ha continuato dicendo che Arafat ha lanciato questa Intifada come la fase culminante delle posizioni palestinesi, immutabili nel corso dei negoziati  e che non è da intendersi meramente come una protesta per la visita del leader dell’opposizione israeliana, Ariel Sharon, al Monte del Tempio “.

La dichiarazione di Al- Falouji è stata portata come prova davanti al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ed è di dominio pubblico .

Non fu certo l’ unica occasione in cui al- Falouji ammise che la violenza fu premeditata . Pochi mesi dopo , durante una manifestazione di sostenitori presso il campo profughi palestinese ‘Ein Al- Hilweh in Libano , al- Falouji esplicitamente dichiaro’ che la violenza fu progettata come un modo di ottenere concessioni, ad esempio per il diritto al ritorno dei profughi palestinesi in Israele , che non erano in programma al tavolo negoziale . I suoi commenti appaiono nel libanese al- Safir per il 3 Marzo 2001 :

“Sottolineiamo che la leadership palestinese non firmerà un accordo di pace senza garantire i diritti dei palestinesi , e in primo luogo il diritto al ritorno , la liberazione di Gerusalemme e del suo ritorno alla sovranità palestinese completa . Questi sono i nostri principi fondamentali a cui teniamo e per i quali combattiamo “. ” Chi pensa che l’Intifada sia scoppiata a causa della visita del disprezzato Sharon alla Moschea di Al – Aqsa sbaglia, anche se questa visita è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Questa Intifada è stata programmata in anticipo , sin dal ritorno del presidente Arafat dai negoziati di Camp David , dove ha rovesciato il tavolo del presidente Clinton . [ Arafat ] è rimasto fermo e ha sfidato [ Clinton ] . Egli ha respinto i termini americani e lo ha fatto nel cuore degli Stati Uniti . ” “La mia visita qui in Sud Libano è un chiaro messaggio al nemico sionista. Noi diciamo : Proprio come la resistenza nazionale e islamica nel sud del Libano ha dato [ a Israele ] una lezione e l’ha fatto ritirare umiliato e martoriato , così sarà [ per Israele ] di imparare una lezione dalla Resistenza palestinese in Palestina . La resistenza palestinese colpirà a Tel – Aviv , a Ashkelon , a Gerusalemme e in ogni centimetro della terra della Palestina naturale. (con il termine “Palestina naturale, Al Falouji intende ovviamente tutta Israele N.d.T.) Israele non avrà una sola notte tranquilla. Non ci sarà nessuna sicurezza nel cuore di Israele …. ”

Come lo dovrebbero dire più chiaro di cosi’? All’epoca si scomodo’ anche Marwan Barghouti. In un’intervista rivelatrice nella sede di Londra del quotidiano arabo Al- Hayat ( 29 settembre 2001 ) , Marwan Barghouti , capo del Tanzim, ammise il suo ruolo critico nell’accendere l’Intifada, nell’ottobre 2000, sia in Cisgiordania che a Gaza , così come tra gli arabi israeliani :

“Sapevo che la fine di settembre sarebbe stato l’ultimo periodo ( di tempo ) prima dell’esplosione , ma quando Sharon ha raggiunto la moschea di al- Aqsa , questo è stato il momento più opportuno per lo scoppio dell’intifada …. La notte prima della visita di Sharon , ho partecipato a un panel su una stazione televisiva locale e ho colto l’occasione per invitare il pubblico ad andare alla moschea di al- Aqsa al mattino , perché non era possibile che Sharon raggiungesse al- Haram al- Sharif  e se ne potesse poi andare via tranquillamente . Sono andato ad al -Aqsa al mattino …. Abbiamo cercato di creare scontri senza successo a causa delle divergenze di opinione emerse con gli altri, al momento . … Dopo che Sharon se ne ando’ , rimasi per due ore in presenza di altre persone ; discutemmo le modalità di risposta e di come reagire in tutte le città ( Bilad ) e non solo a Gerusalemme . Contattammo tutte ( le ) fazioni palestinesi . ”

La sera dello stesso giorno , Barghouti viaggio’ nel Triangolo arabo all’interno di Israele, dove avrebbe dovuto partecipare a una conferenza:

” Mentre eravamo in macchina sulla strada per il Triangolo , ho preparato un volantino a nome del Comitato Superiore di Fatah , coordinato con i fratelli ( ad esempio , Hamas ) , nel quale chiamavamo ad una reazione per quanto successo a Gerusalemme . ”

L’ intifada ha poco a che fare con la visita di Sharon e tutto con l’agenda politica degli arabi Palestinesi . Sakhr Habash , membro del Comitato Centrale di Fatah , rilascio’ un’intervista al quotidiano dell’Autorità Palestinese :

” [ L’Intifada ] non è scoppiata , al fine di migliorare la nostra capacità di contrattazione nei negoziati , né come una reazione alla visita provocatoria di Sharon ad Al- Haram Al – Sharif . E’ stata solo la scintilla a quanto accumulato nelle profondità della nostra persone ed è finalizzata ad esplodere di fronte al governo di Barak a causa del problema politico di più di un anno e mezzo – il problema dell’indipendenza. ” QUI

Ancora Barghouti:

Marwan Bargouti , segretario generale del movimento Fatah di Arafat in Giudea e Samaria , ha detto al Jerusalem Times la scorsa settimana , “L’intifada non è iniziata a causa della visita di Sharon “, ma che la violenza “è cominciata a causa del desiderio di porre fine all’occupazione e perché i palestinesi non hanno approvato il processo di pace nella sua forma precedente. ”

Altre dichiarazioni simili: … Mustafa Bargouti , capo del Palestinian Medical Relief Services della PA , ha detto al “Report Palestina ” (2 maggio 2001) che un gran numero di paramedici hanno ricevuto una formazione medica di emergenza, alla vigilia delle violenze : ” Alcune istituzioni , come ad esempio i Servizi Medical Relief , hanno preparato in precedenza i piani per le emergenze . Durante la prima Intifada , abbiamo formato una squadra di primo soccorso di 11.500 paramedici . Queste persone hanno fatto un ottimo lavoro durante l’Intifada .” All’Assistente Segretario di Stato per gli Affari del Vicino Oriente, Edward Walker, fu chiesto – nel corso di un’audizione al Congresso marzo 2000 – se fosse ragionevole concludere che la violenza fu pianificata ben prima della visita di Sharon al Monte del Tempio . Walker rispose: “L’hanno detto e ridetto. Quindi penso che una persona ragionevole lo potrebbe supporre . ». ( Jerusalem Post , 30 marzo 2001 )

Arafat cominciò a chiedere una nuova Intifada nei primi mesi del 2000 . Parlando prima ai giovani di Fatah, a Ramallah , Arafat “ha fatto capire che il popolo palestinese è suscettibile di attivare l’opzione Intifada” (Al – Mujahid , 3 aprile 2000 ) .

Marwan Barghouti , il capo di Fatah in Cisgiordania , spiego’ ai primi di marzo 2000: ” Dobbiamo condurre una battaglia sul campo a fianco della battaglia negoziale … cioè una confrontazione” ( Ahbar Al – Halil , 8 Marzo, 2000 ) . Durante l’estate del 2000 , Fatah addestro’ giovani palestinesi in 40 campi di addestramento .

L’edizione di luglio 2000 di Al – Shuhada, mensile distribuito tra i servizi di sicurezza palestinesi , afferma: ” Dalla delegazione negoziale guidata dal comandante e simbolo, Abu Amar ( Yasser Arafat ) al coraggioso popolo palestinese , stare pronti! La battaglia di Gerusalemme è iniziata.”

Un mese dopo , il comandante della polizia palestinese disse al quotidiano palestinese ufficiale Al -Hayat Al – Jadida : “La polizia palestinese sarà insieme ai nobili figli del popolo palestinese , quando l’ora del confronto arriverà. ”

Freih Abu Middein , il ministro della Giustizia PA , avverti’ nello stesso mese: “La violenza è vicina e il popolo palestinese è disposto a sacrificare anche 5.000 vittime . ” (Al – Hayat al- Jadida , 24 agosto 2000 – MEMRI ) .

Un’altra pubblicazione ufficiale dell’Autorità palestinese , Al- Sabah , datata 11 settembre 2000 – più di due settimane prima della visita di Sharon – scrisse : “Noi avanzeremo e dichiareremo una Intifada generale per Gerusalemme. Il tempo per l’ Intifada è arrivato , il tempo per la Jihad è arrivato . ”

Il consigliere di Arafat,  Mamduh Nufal, dichiaro’ al francese Nouvel Observateur ( 1 Marzo 2001 ) : “Pochi giorni prima della visita di Sharon  alla Moschea , quando Arafat ci chiese di stare pronti ad avviare uno scontro , sostenni manifestazioni di massa…”

Il 30 settembre 2001, Nufal spiego’ ad al- Ayyam che Arafat effettivamente emise ordini ai comandanti sul campo per i violenti scontri con Israele, dal 28 settembre 2000.

Che stress! Lo hanno detto, ridetto, ripetuto e ancora c’è chi, come la BBC e il The Guardian, vorrebbe attribuirne il “merito” a Sharon! Ci si è dovuta impegnare perfino Suha Arafat a difendere la paternità della seconda intifada del marito !

E quando Sharon se ne andrà per sempre, chi sceglierà l’opinione pubblica come suo successore nell’impersonificazione del Male Assoluto? Sarà bene che cominciate a pensarci per tempo.

Grazie a

BBC watch , Cifwatch , Peace with realism

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“Vuoi la verità o la tua bugia preferita?” Le “fake quotes”

Le false citazioni non smettono di imperversare. A corto di argomenti, cosa c’è di meglio che piazzare una bella citazione falsa? E allora continuiamo a smentirle, togliendo, a chi le utilizza, la fatica di controllare le fonti.

Il noto storico anti-sionista Ilan Pappè,  riporta, nel 2006, sul “Journal of Palestine Studies” e nel suo libro “The Ethnic Cleansing of Palestine” (Oneworld Publications) una frase di una lettera che Ben Gurion avrebbe scritto nel 1937 a suo figlio:

Gli arabi se e dovranno andare, ma abbiamo bisogno del momento opportuno, come una guerra.”

Lo storico Benny Morris dichiara la frase “un’invenzione” nel 2006. La citazione non compare in nessuno dei riferimenti che Pappé cita. Nel suo “The Ethnic Cleansing of Palestine una pulizia etnica, Pappé cita il 12 luglio 1937 dal diario di Ben-Gurion e la pagina 220 del numero di agosto-settembre di New Judea, una newsletter pubblicata dalla Organizzazione Mondiale Sionista. La citazione non compare in nessuna parte di questi testi, né in nessuna fonte di riferimenti nell’ articolo sul Journal of Palestine Studies, un libro di Charles D. Smith.

Dobbiamo espellere gli arabi e prendere il loro posto “.

Attribuita a David Ben Gurion, futuro primo ministro di Israele, 1937, Ben Gurion e gli arabi della Palestina, Oxford University Press, 1985.

La citazione è falsificata, e non appropriata. Proviene  da “The Birth of the Palestinian Refugee Problem 1947-1949 di Benny Morris che cita sempre la lettera di Ben Gurion del 1937. In realtà si legge:

 “Noi non vogliamo e non abbiamo bisogno di espellere gli arabi e prendere il loro posto. Tutte le nostre aspirazioni sono costruite sul presupposto – confermato da tutta la nostra attività in Eretz – che ci sia abbastanza spazio nel paese per noi e gli arabi. ”

“Dobbiamo uccidere tutti i palestinesi a meno che non si rassegnano a vivere qui come schiavi “.  Heilbrun presidente del comitato per la rielezione del generale Shlomo Lahat, il sindaco di Tel Aviv, ottobre 1983.

La fonte unica per questa citazione falsa è il libro The Hidden History of Zionism, di Ralph Schoenman, che cita una conversazione privata con Fouzi El-Asmar e Salih Baransi nel mese di ottobre 1983. L’ex sindaco Lahat dichiaro’ di non aver mai assunto, non aver mai conosciuto o sentito parlare di un qualsiasi “Presidente Heilbrun”. Il sindaco dichiaro’ anche che non avrebbe mai permesso ad uno dei suoi dipendenti di fare una tale osservazione, che contraddiceva i suoi sforzi a favore della pace tra israeliani e palestinesi. Heilbrun semplicemente non è mai esistito.

“Sarebbe la mia più grande tristezza vedere che i sionisti fanno agli arabi palestinesi molto di quello che i nazisti fecero agli ebrei.

Non ci sono prove registrate che Einstein abbia mai detto questa frase. La motivazione per questa citazione falsa appare essere evidente: un Ebreo intelligente deve essere anti-sionista e pro-palestinese. Einstein era un sostenitore del sionismo laburista. Tuttavia, Einstein ha firmato una lettera aperta da intellettuali ebrei nel 1948, nella quale diceva:

“Tra i fenomeni politici più inquietanti del nostro tempo è l’emergere nel nuovo stato di Israele, del” Partito della Libertà “(Tnuat Haherut), un partito politico strettamente affine nella sua organizzazione, nei metodi, nella filosofia politica e sociale ai partiti nazisti e fascisti.” La citazione falsa potrebbe essere stata ispirata da questa lettera aperta.

E’ essenziale colpire e schiacciare i pakistani, i nemici degli ebrei e del sionismo in tutti i modi e piani segreti” – David Ben Gurion, primo ministro dell’entità sionista.

Falso apparso sul Pakistan Daily, nel 2009. La “citazione” intera sembra aver avuto origine da un articolo del Rense.com un sito antisemita, il 1 ° aprile 2001:

“Se c’è ancora qualche dubbio sulle reali intenzioni di Israele, si prega di consultare questa dichiarazione rilasciata da David Ben Gurion, il primo premier israeliano. Le sue parole, come pubblicato nel Jewish Chronicle, del 9 agosto 1967, non lasciano nulla all’immaginazione:

“Il movimento sionista mondiale non deve essere negligente dei pericoli del Pakistan contro di esso. Ed ora il Pakistan dovrebbe essere il suo primo obiettivo, per questo Stato ideologico è una minaccia alla nostra esistenza. E il Pakistan, tutto, odia gli ebrei e ama gli arabi. “Questo amante degli arabi è più pericoloso per noi che per gli arabi stessi. Per questo è essenziale per il sionismo mondiale prendere misure immediate contro il Pakistan.” “Mentre gli abitanti della penisola indiana sono hindu dal cuore pieno di odio verso i musulmani, quindi, l’India è la base più importante per noi per lavorare contro il Pakistan.” “E ‘essenziale che sfruttiamo questa base per colpire e schiacciare i pakistani, i nemici degli ebrei e del sionismo, con tutti i modi e i piani segreti.”

Ora non ci resta che trovare il Jewish Chronicle. Mentre ci sono un sacco di piccoli giornali chiamati The Jewish Chronicle, sembra improbabile che Ben Gurion abbia concesso un’intervista a un giornale di Pittsburgh o del Wisconsin. L’unico candidato ragionevole sarebbe il London Jewish Chronicle, che pubblica dal 1841.  Ogni Venerdì dal 1841. Purtroppo, il 9 Agosto 1967 era un Mercoledì.

“Non conosco qualcosa chiamato “principi internazionali”. Giuro che brucerò ogni bambino palestinese (che) nascerà in questa zona. La donna palestinese e il bambino sono più pericolosi di un uomo, perché dall’esistenza del bambino palestinese le generazioni andranno avanti,  l’uomo provoca pericolo limitato. Giuro che se fossi solo un civile israeliano e incontrassi un palestinese lo brucerei e lo vorrei far soffrire prima di ucciderlo. Con un colpo ho ucciso 750 palestinesi (a Rafah nel 1956). Ho incoraggiato i miei soldati a violentare le ragazze arabe che come la donna palestinese sono schiave per gli ebrei, e noi faremo quello che vogliamo di lei e nessuno puo’ dirci cosa fare, ma siamo noi che diremo agli altri cosa devono fare”. Attribuita a Ariel Sharon in un’intervista con il Generale Ouze Merham, 1956.

Questa citazione è stata trovata su centinaia di siti web arabi ma non esiste un’intervista del genere in nessun libro di testo, articolo di giornale, o registrazione, né vi è alcuna menzione o registrazione di un generale Ouze Merham altrove. (Fra l’altro il termine “palestinese” non era in uso nel 1956. Esso è entrato in voga solo nel 1960.) La studentessa blogger, Mariam Sobh, ha usato la citazione nel suo December 11, 2003 Daily Illinicolumn, ma poi ha dovuto chiedere scusa.  

Dichiariamo apertamente che gli arabi non hanno alcun diritto di stabilirsi su nemmeno un centimetro di Eretz Israel … Useremo la forza massima fino a che i palestinesi verranno strisciando da noi, a quattro zampe.”

Attribuita a Rafael Eitan, Chief of Staff of the Israeli Defense Forces, in un articolo di Gad Becker, Yediot Ahronot Aprile 13, 1983 e sul New York Times, Aprile 14, 1983. La citazione non appare nell’articolo citato come fonte. Mentre entrambe le fonti discutono commenti fatti dall’allora capo uscente del Eitan, non c’è nulla di lontanamente simile a questa citazione. Una ricerca più ampia degli archivi del New York Times, rivela uno zero assoluto.

Sono alcuni esempi tra milioni. A costruire una falsa citazione ci vuole molto poco; smontarla purtroppo richiede lavoro.

La Norvegia e i suoi “blood libel”

Mentre al Parlamento norvegese infuria la polemica in merito all’uso degli aiuti finanziari destinati dal Paese all’Amministrazione palestinese e impiegati per fornire gli “stipendi” ai terroristi nelle carceri israeliane, uno dei tre giornali più importanti, Dagbladet, pubblica una vignetta che avrebbe fatto urlare di gioia Hitler.

La vignetta, uscita nell’edizione cartacea del giornale, mostra un bambino in attesa di essere circonciso, in un bagno di sangue. La didascalia dice: “Maltrattamenti? No questa è la tradizione, una parte importante della nostra fede! ” Quello che dovrebbe essere il padre del bambino, intanto, lo trafigge alla testa con un forcone a tre punte, mentre qualcuno gli taglia le dita dei piedi  con delle grosse cesoie.

I due poliziotti accorsi, rivolgendosi alla madre del bambino, che tiene tra le mani un libro grondante sangue, sulla porta di casa dicono: “Fede? Oh sì, allora è tutto a posto “, e il secondo ufficiale si scusa per l’interruzione.

esempio di blood libel

Denunciando la vignetta, il Centro Wiesenthal ha parlato di “blood libel”; Il rabbino Abraham Cooper, socio decano del Centro Simon Wiesenthal, che attualmente sta frequentando il Forum globale sull’antisemitismo a Gerusalemme, ha chiesto che il governo norvegese condanni la vignetta.

esempio di vignetta antisemita

«Invitiamo i leaders norvegesi a denunciare questo incitamento all’odio e soprattutto a sollecitare il difensore civico per i diritti dei bambini a denunciare questa denigrazione scandalosa di un rito ebraico che risale ai tempi biblici di Abramo”, ha detto Cooper. In una email inviata a MIFF, una organizzazione norvegese  pro-Israele, il vignettista, Tomas Drefvelin, ha detto che non intendeva attaccare gli ebrei nella sua caricatura, che voleva essere “non una critica a una specifica religione o ad una nazione [ma] critica generale delle religioni “.

“Ho dato alle persone nell’immagine  cappelli e all’uomo la barba, perché questo dà loro un carattere più religioso”, ha aggiunto. “L’odio anti ebraico è riprovevole. Non vi avrei mai attinto per creare odio verso un popolo o un singolo. ”

Ervin Kohn, presidente della comunità ebraica, ha detto a JTA che in Norvegia, “non è raro paragonare il brit milah al taglio degli arti e chiamarlo mutilazione. Questa è una forma di propaganda menzognera. ” Il Congresso Ebraico Europeo sta valutando se ricorrere alle vie legali: “Questa vignetta ha oltrepassato tutte le linee di decenza ed è grondante di odio e antisemitismo”, ha detto il dottor Moshe Kantor, presidente del Congresso Ebraico Europeo, in un comunicato. “Stiamo studiando se questo costituisca legalmente il crimine di incitamento all’odio e richieda pertanto un’azione legale.”

QUI

Ecco il “paese dell’apartheid”

Chi ha visto Israele sa quanto sia assurda l’accusa di “paese di apartheid”. Chi ha visto Israele ha visto anche israeliani e arabi dividere ogni giorno della loro giornata. Chi ha visto Israele dovrebbe ribellarsi a questa equazione delirante.

Chi conosce Israele sa che l’arabo è la seconda lingua ufficiale del paese.

Chi ha girato per le strade di Israele ha forse atteso l’autobus insieme a arabi e ebrei.

Chi ha visto Israele sa che nei supermercati arabi ed ebrei comprano le stesse cose, agli stessi prezzi

Sa che le Università accolgono studenti arabi ed ebrei

Università Ben Gurion

Università Ebraica

Università Ebraica

Sa che negli ospedali sono curati arabi ed ebrei, insieme

Ospedale Hadassah

Sa che c’è libertà di culto

Università di Tel Aviv

Sa che anche nei fast food ci si incontra e si mangia fianco a fianco

Chi conosce Israele non puo’ scambiarlo con il Sud Africa

Questo era apartheid

 

 

Questo era apartheid

Basta menzogne!

(Grazie a Elder of Ziyon e a Mida Magazine)

Come ti creo il “dramma”: la mediatizzazione di una conflittualità

Nel mondo della comunicazione moderna le immagini hanno assunto un valore di gran lunga superiore a quello delle parole. L’immagine colpisce, parla, a volte aggredisce. Come succede quando guardiamo un film, le immagini immedesimano lo spettatore nella vicenda, da mero spettatore lo eleggono a “testimone”. “E’ vero perché ho visto la foto! Ci sono le foto”. Ma le foto, quelle immagini che ci invadono e danno volti a conflitti lontani, rappresentano cio’ che vogliono rappresentare, non la realtà dell’evento. Mostrano una piccola porzione del fatto, quella scelta per “comunicare”. Ruben Salvadori ha pubblicato un video in cui dimostra quante siano le fotografie di guerra che vengono falsificate. Salvadori, 22 anni, doppia laurea in Relazioni Internazionali e Antropologia/Sociologia alla Hebrew University di Gerusalemme, Israele. Esposto a molte culture diverse fino dall’infanzia, Ruben usa la fotografia come strumento per soddisfare la sua curiosità nel campo dell’antropologia.

Sperimentando sia con foto che video, la sua ricerca visuale spazia da antichi rituali e culture che stanno scomparendo alle dinamiche di gruppi moderni della società e i suoi stigma. Ruben è stato direttore della fotografia del film documentario “Inside Jerusalem” e sta ora producendo un documentario multimediale sull’antico rituale di flagellazione dei Vattienti oltre a continuare la sua carriera fotografica. Il suoi lavori sono stati pubblicati su vari giornali e piattaforme di notizie in Israele, Stati Uniti, Korea, Arabia Saudita, Austria, Germania, Italia, Polonia, Bulgaria. Il suo progetto “Dietro le quinte del fotogiornalismo” è stato selezionato dall’agenzia Israeliana Flash90 per una pubblicazione poi presentata al festival Visa Pour l’Image a Perpignan. Ha vissuto in Italia, Stati Uniti e Israele; parla italiano, inglese, ebraico e spagnolo. Il suo progetto, Photodreaming, dietro le quinte del fotogiornalismo parte dall’assunto che l’industria mediatica richiede immagini strettamente drammatiche, costringendo i fotogiornalisti a cercare drammaticità nei loro soggetti anche quando non c’è.

Il nocciolo del discorso che il bravissimo Ruben Salvadori ha evidenziato è il seguente: la presenza del fotografo influisce sempre e comunque sull’azione, sia solo per il suo effettivo essere sulla scena, sia per l’attrezzatura che porta addosso (maschera antigas, almeno due fotocamere, elmetto, ecc…) il che trasforma la situazione in un vero e proprio set, in uno show, in cui il fotografo stesso diventa a suo malgrado un attore.

Ruben si è chiesto il perché di questa situazione e giunge ad una conclusione: il mercato fotografico richiede fotografie d’effetto, drammatiche, intense e se la situazione non ha queste carattaristiche, il fotogiornalista è costretto a crearle. In questo modo si rompe il tabù del fotografo invisibile che non deve influenzare la scena che riprende, che è il cardine di tutta la fotografia di reportage. Naturalmente quello che ci siamo abituati a chiamare “il conflitto israelo-palestinese” non poteva restar fuori da questa triste legge di mercato, ma al contrario, per il suo perdurare negli anni, per le implicazioni geopolitiche e morali, per la “partigianeria” da stadio che scatenano le due parti conflittuali, offre materiale a iosa da poter manipolare a piacimento. Ruben Salvadori ha scelto di fotografare il backstage di una scena che si ripete ogni venerdì a Silwan, un sobborgo di Gerusalemme. I ragazzi palestinesi improvvisano dei blocchi stradali e decine di fotografi sono pronti a immortalarli: vengono ritratti con il viso coperto e circondati dal fumo, e sembrano coinvolti in scontri violenti con i militari israeliani. Ma spesso la realtà è abbastanza diversa. Salvadori ci dice “open your eyes”, ma ne siamo ancora capaci? O l’industria dell’immagine ha già completamente manipolato la nostra capacità di vedere oltre il “guardare”?

Prendiamo ad esempio questa foto, pubblicata dall’Indipendent il 21 Giugno 2010, e poi circolata freneticamente in rete, che illustrava l’articolo: “Blair sollevato dall’offerta israeliana di allentare il blocco di Gaza”. Che cosa evoca a “colpo d’occhio” questa foto? Bambini dietro le sbarre, bambini incarcerati. Una delle accuse “favorite” da chi vuole accusare Israele. Ma è proprio questa la realtà della foto?

Ma la sequenza delle foto, il backstage di cio’ che vuole essere evocato con l’immagine singola, rivela anche altro

Non bambini imprigionati, non “i bambini di Gaza” che chiedono la cessazione del blocco, ma un piccolo gruppo di persone, ad un cancello della zona industriale di Gaza, con i loro cartelli ben scritti in inglese corretto da posizionare tra le sbarre, per dare l’impressione di una protesta inscenata all’interno di un carcere. La stessa tecnica di ripresa dal basso e di lato è impiegata per dare l’impressione che in realtà vi siano più persone coinvolte, rispetto alla realtà.

Sbarre e fili spinati sono un tema comune utilizzato dai “manipolatori della realtà”

E le donne e i bambini sono, ovviamente, i soggetti più “sfruttati”

“Ruben, il tuo video descrive le caratteristiche della foto ideale per gli editor. Puoi dirci qualcosa su questo? Come funziona? Come influenza il contenuto delle foto? ”Salvadori: “Più precisamente, il mio progetto descrive le caratteristiche della foto ideale per il mercato dei media, che va da chi produce l’immagine, fino al visualizzatore. Ciò che da noi (fotogiornalisti, editori, enti pubblici) ci si aspetta è il produrre una fotografia “drammatica”, che semplifichi concetti complicati in un singolo fotogramma. Al fine di abbattere una situazione complessa in solo una foto, siamo costretti a utilizzare stereotipi.

I media non hanno tempo, tutto deve essere immediato, e gli stereotipi fanno il loro lavoro. Ma l’obiettivo principale del mio progetto è il fatto che il mercato si aspetta di produrre immagini molto forti. E ‘un mercato molto competitivo nel quale dobbiamo costantemente confrontare il nostro lavoro con altri professionisti e quindi dobbiamo produrre immagini che siano in accordo con le scelte di altri fotografi, non del pubblico in generale.

Il modello “drammatico” è promosso dai più alti standard della professione, se si dà un’occhiata ai premi più importanti del settore, infatti, si vedrà come essi promuovono la ricerca della tragedia. Prendete l’attuale vincitore del Premio Pulitzer della sessione di fotografia “ultime notizie”per esempio, il quale afferma chiaramente che il vincitore è stato scelto per “il ritratto di dolore e disperazione” ripreso più da vicino (sito del Premio Pulitzer) o il vincitore nel 2009 per le sue “provocatorie, impeccabilmente composte immagini di disperazione “(ibid.).”

“Cosa c’è di sbagliato se gli editori chiedono a un fotografo alcuni tipi di immagini? Qual è la linea tenuta?” Salvadori: “Non credo sia l’editor che chiede al fotografo un’ immagine drammatica. Il fotografo cerca il dramma automaticamente. Ciò è problematico perché molti di noi tendono a drammatizzare situazioni che drammatiche non sono affatto, come si vede in molti dei casi indicati nel mio progetto. Ciò che ne deriva è una percezione del conflitto in qualche modo distorta dalla gravità reale degli eventi. Inoltre, la necessità di velocità nel processo di produzione delle immagini non permette al fotografo di comprendere a fondo ciò che sta fotografando ad un livello intimo. A causa della mancanza di tempo, dobbiamo fare affidamento su una comprensione superficiale della manifestazione e delle sue dinamiche, e questo crea immagini che non sono ben radicate in un contesto significativo.”

“Collusione è la parola giusta per descrivere l’interazione tra i fotografi e i lanciatori di pietre?” Salvadori: “È chiaro che la presenza dell’uno è conveniente per l’altro. Hanno bisogno di noi per mandare il loro messaggio. Mentre ci sono spesso tensioni tra i fotografi e le forze israeliane che cercano di tenerci lontano dalla scena, è molto raro vederle tra fotografi e rivoltosi. Sarebbe contro il loro interesse rivoltarsi contro di noi e, d’altra parte, noi abbiamo bisogno della loro presenza per documentare i disordini, è reciproco. Non vorrei definire questo collusione, o collaborazione, in quanto cio’ non avviene in un modo attivo e diretto, ma credo che entrambi abbiamo un ruolo nel gioco degli interessi dell’altro.

Questa è la differenza principale tra il fotogiornalismo e fotografia documentaria: il primo è una raccolta rapida di notizie, mentre il secondo è una ricerca profonda all’interno dell’essenza di un argomento. Purtroppo non c’è più business nel mondo fotogiornalistico, e non possiamo permetterci di perdere tempo e denaro per sviluppare un reportage in profondità, che è anche più difficile da vendere rispetto ai singoli, spot delle immagini drammatiche.”

“Che cosa dovrebbe fare un fotografo quando è chiaro che la sua presenza sta influenzando le azioni delle persone che ha in “copertura”? ”Salvadori: “Prima di tutto un fotografo ha bisogno di realizzare questo. Stai dando per scontato, come ho fatto anche io, che tutti i fotografi siano consapevoli che la loro presenza ha un’influenza in qualche misura nel corso degli eventi, ma si tratta di un presupposto sbagliato. Sono rimasto scioccato sentendo quanti fotografi erano del tutto sicuri che vederci arrivare sul posto “confezionati”, portando caschi, maschere antigas e una media di due telecamere grandi ciascuno, non avesse avuto alcun effetto sulle parti in conflitto.

Penso che questo sia il più importante (primo) passo da raggiungere: la comprensione che abbiamo un impatto su ciò al quale assistiamo, per la semplice ragione che siamo lì (lasciamo anche stare tutte le nostre attrezzature, sto parlando di essere lì come qualsiasi persona, non necessariamente nei panni del fotografo).

Questo è il concetto basilare che molti altri campi hanno già assunto tempo fa; guardate l‘”effetto osservatore” in fisica, secondo il quale una situazione non può essere assistita senza cambiarla in una certa misura, o nell’Antropologia del 1900 che ha da tempo capito quanto non è possibile osservare un’altra cultura senza avere un’influenza su di essa. E ‘tempo che anche noi realizziamo questo. Siamo qui, siamo parte dello spettacolo proprio come qualsiasi altro, prendiamo foto.Riconoscere questo è la cosa più importante che un fotografo può fare al riguardo. Dobbiamo essere consapevoli del fatto che non possiamo cercare il sogno utopico di documentare una realtà oggettiva. Non vi è nulla di simile, e abbiamo bisogno di saperlo. Ogni fotografia è una interpretazione di qualche tipo e ogni volta che si assiste ad un evento siamo parte di esso in una certa misura. Potremo non lanciare pietre o sparare gas lacrimogeni, ma questo non significa che siamo entità invisibili che non alterano la scena.

Il passo successivo non riguarda il fotografo. Ha bisogno di continuare il suo importante lavoro di documentare gli eventi, non possiamo fare a meno di lui. Il passo successivo deve essere del pubblico, che in generale è pigro e spesso non pensa più di quanto viene mostrato. Il pubblico ha bisogno di avvicinarsi alle fotografie con una visione critica, essendo a conoscenza del modo in cui è stata prodotta l’immagine, controllo della fonte, confronto con gli altri.Non sto puntando il dito accusatore contro i fotografi, questo sarebbe ipocrita dato che lo sono io stesso, e mi rendo conto del fatto che lavoro secondo gli stessi standard del mercato. Non sto dicendo che sono meglio di altri, come alcuni hanno frainteso. Quello che sto cercando di fare è di educare il pubblico ad essere un osservatore attivo, non ho l’obiettivo pretenzioso di cambiare il gigante intero dei Media.

Sono anche consapevole del fatto che con questo progetto si pongono tanti interrogativi che ho poi lasciato senza risposta. Credo che il discorso etico in tutto il mondo del fotogiornalismo sia in una fase primordiale e che sia ancora presto per trovare tutte le risposte, perché abbiamo prima bisogno di porre le domande giuste. Questo è ciò che cerco di fare.” “Che tipo di reazione hai avuto da parte dei fotografi che lavorano a questi scontri? Salvadori: “Ci sono state reazioni diverse a seconda dei fotografi. Ad alcuni è piaciuto molto il progetto e mi hanno sostenuto con grande supporto, mentre altri erano fortemente contrari. Voglio far notare che alcune delle fotografie sono state inizialmente caricate su Internet con una didascalia generale unica per tutti gli shot. Poiché il messaggio che stavo cercando di inviare è al di là del contenuto del frame singolo, sono stato fortemente criticato per aver l’atto professionale di usare la stessa didascalia generale per più fotogrammi.

“Tu affermi che noi influenziamo gli eventi, quindi è necessario mostrarlo nella fotografia” è stato uno dei commenti che ricordo, “mostra il fotografo che dice a un ragazzo di posare per la macchina fotografica”. Ciò è chiaramente mancare il punto, influenzare un evento non significa attivamente manipolarlo. Altri dicevano che le fotografie non sono gran che, che chiunque avrebbe potuto prenderle. E questo era uno dei miei obiettivi: la produzione di non-drammatiche e super “estetizzate” fotografie. Ma molti sostengono che una foto senza dramma faccia un po ‘vignettatura, sia solo un altro “quadro Facebook”….

 

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Bambini malati usati come armi

L’operazione conosciuta con il nome di “Piombo fuso“, inizio’ il 27 dicembre 2008, dopo che Israele subiva da otto anni il lancio di missili da parte di Hamas. 12000 missili lanciati sempre e soltanto su obiettivi civili. L’operazione costo’ a Israele l’accusa di “crimini di guerra“, accusa basata sul famoso rapporto del giudice Goldstone. Il giudice ritratto’ poi le sue accuse, ammettendo di averle basate sui resoconti di Hamas e della ONG “ISM“, organizzazione che recluta in tutto il mondo, soprattutto nei campus universitari americani, “scudi umani” da opporre all’esercito israeliano. L’accusa fu ritirata, ma non finirono di certo i “blood libels” contro Israele. E chi riguarda una delle più famose accuse? Una bambina, naturalmente!

Questi non sono gli effetti del fosforo bianco, come hanno voluto farci credere, ma quelli di una rara (e finora abbastanza sconosciuta) malattia della pelle. La bambina in questione è affetta da questa malattia, che sembra aggravatasi durante il conflitto. Ed è proprio una fonte palestinese a dirlo, con il contributo di Ken O’Keefe, uno dei più accaniti e senza scrupoli odiatori professionisti di Israele. Un altro blood libel smascherato.

Le mappe bugiarde

 

Questa serie di cartine l’ho trovata in ogni pagina e sito di propaganda pro-palestinese. Dovrebbe “dimostrare” quanto territorio “palestinese” Israele ha fagocitato nel corso degli anni. In realtà queste cartine sono una BUGIA.  E proprio partendo dalla prima a sinistra.

Presumendo che le sezioni bianche siano state davvero terre di proprietà privata di ebrei, la terra in verde non è stata mai proprietà privata di di arabi. Solo una piccola percentuale di terra, in Palestina, era di proprietà privata. Le varie categorie di proprietà della terra includono:

– Mulk: proprietà privata nel senso occidentale.

– Miri: Terreno di proprietà del governo (in origine della corona ottomana) e adatto per uso agricolo. E’ possibile l’acquisto di un atto che autorizza a coltivare questa terra e pagarne la decima al governo. La proprietà può essere trasferita solo con l’approvazione dello Stato. I diritti delle terre che ricadono nella tipologia Miri possono essere trasferiti agli eredi, e la terra puo’ essere sub-locata a inquilini. Se il proprietario è morto senza un erede o il terreno non è stato coltivato per tre anni, la terra torna allo Stato.

– Mahlul: terre incolte della tipologia Miri, che ritornano allo Stato, in teoria, dopo tre anni.

– Mawat (o Mewat): la cosiddetta terra ”morta”, che nessuno, cioè, ha reclamato. Essa costituiva circa il 50/ 60% della terra in Palestina. Apparteneva al governo. … Se il terreno fosse stato coltivato con il permesso obbligatorio, sarebbe stata registrata, almeno nell’ambito del mandato, a titolo gratuito.

All’inizio degli anni 1940, gli ebrei possedevano circa un terzo della terra della tipologia Mulk, in Palestina e gli arabi circa i due terzi. La stragrande maggioranza della superficie totale, invece, apparteneva al governo, il che significa che quando lo stato di Israele fu fondato, essa divenne giuridicamente Israele. (Circa il 77% della terra era di proprietà del governo. In totale, 6 milioni di dunam di terreno furono registrati come tassabili, da Ebrei e Arabi nel 1936, escluso il distretto di Beershiba, come mostrato in questo sito prezioso, dedicato al tema da cui ho attinto molte di queste informazioni.) Dire che le aree verdi erano terra “palestinese” è semplicemente una menzogna.

La seconda:

Sebbene questa sia una rappresentazione accurata del piano di spartizione, non ha nulla a che fare con la proprietà della terra. Il solo scopo di questa mappa è quello di fungere da ponte tra le mappe 1 e 3. Ciò che non è detto, naturalmente, è che Israele accetto’ la partizione e gli arabi non lo fecero, così come risultato sembra che Israele nel 1949 fosse come nella mappa 3.

La Mappa 3 è un’altra bugia, però, perché in nessun modo la terra in verde era, in quel momento, ”palestinese” . Gaza era amministrata dall’Egitto e la Cisgiordania annessa dalla Giordania. Nessuno, in quel momento, parlava di uno stato arabo palestinese sulle zone controllate dagli stati arabi. In altre parole, questa progressione di mappe è una serie di bugie destinate a creare una menzogna più grande, ed è tragico che un sacco di gente creda che siano la verità. Ecco un piccolo tentativo da parte mia per mostrare un quadro più preciso del territorio che Israele controllava dal 1967:

Questa mappa mostra che Israele aveva il controllo del Sinai, Gaza, Libano meridionale e gran parte della Cisgiordania. Invece di accusare falsamente Israele di stato canaglia, mostra come Israele sia forse l’unico stato nella storia che ha volontariamente rinunciato a più di due terzi delle aree che controllava, in cambio di niente di più che un accordo firmato – o a volte nemmeno quello. Mettendo a rischio la sicurezza del suo popolo. Questo perché Israele vuole, disperatamente, vivere in pace con i suoi vicini. Desiderio non ricambiato da quei vicini di casa, purtroppo. La vera mappa mostra le concessioni che Israele ha fatto nella speranza, spesso vana, di pace.

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