Archivi tag: insediamenti

Il colono? E’ solo Ebreo

The Guardian considera tutte le comunità israeliane in Giudea e Samaria (Cisgiordania) e Gerusalemme orientale “illegali” ai sensi del diritto internazionale. Non sono certo gli unici, molti altri media ripetono a  pappagallo questa narrazione, nulla di nuovo.

Tuttavia, dando un’occhiata al Guardian Style Guide  ci imbattiamo in qualcosa di un po’ più difficile da comprendere: la loro definizione di “colono”.

Ecco qua, per il The Guardian, solo gli ebrei israeliani possono essere chiamati “coloni”. Secondo un recente  censimento, ci sono poco più di 8 milioni di cittadini in Israele. Su questa popolazione totale, poco meno di 6,1 milioni sono Ebrei e circa 1,7 milioni sono arabi. (I restanti 345.000 sono cristiani non-arabi , oppure persone di altre religioni e/o senza affiliazione religiosa.) Tra questa popolazione araba, oltre 270.000 vivono in quartieri all’interno di Gerusalemme, che divenne Israele dopo la Guerra dei Sei Giorni (la cosi’ detta  “Gerusalemme Est”, ). Questo numero comprende sia i residenti permanenti che i cittadini a pieno titolo.

Secondo la logica del Guardian, un cittadino israeliano Ebreo che vive in un quartiere di Gerusalemme “Est” (come Sheikh Jarrah, Gilo, French Hill, Ramot, ecc) è un “colono” e vive in una comunità “illegale”. Ma, i cittadini israeliani non ebrei (musulmani, cristiani, ecc) che vivono nello stesso quartiere attraverso la linea verde non sono “coloni” e, evidentemente, non vivono in una comunità “illegale”. Bizzarro no?

Mentre non è chiaro quale termine il Guardian consigli per indicare i non Ebrei che vivono dalla  “parte sbagliata” del confine, è notevole che lo status morale e legale di due Israeliani (entrambi con piena cittadinanza) che vivono nello stesso quartiere – o anche nello stesso caseggiato – sia da considerarsi diverso, basandosi solo sulla religione dello specifico abitante.

Quindi, secondo questo discorso, sono illegittimi solo gli Ebrei che vivono in comunità al di là della linea verde – una distinzione razzista tra Ebreo e non-Ebreo che anche gli organismi internazionali (come la Corte Internazionale di Giustizia) che condanna tali insediamenti “illegali”, non fa.

Il “colono” è solo Ebreo, gli altri sono semplici cittadini. Non si finisce mai di imparare!

Grazie a Cifwatch

Il Negev? Non è un film

Quando sentite parlare di “insediamenti Beduini” che immagine vi si affaccia alla mente? Questa?

Questa?

Beh no, non è veramente quella giusta o comunque non in assoluto. Gli insediamenti illegali somigliano piuttosto a un campo Rom non autorizzato

Nel Negev ci sono insediamenti Beduini, legalmente riconosciuti. Gli abitanti hanno acqua, energia elettrica, strade che portano alle case, costruite il più possibile aderenti alla tradizione. Nessun palazzo popolare a tre piani, nessun “quartiere dormitorio”. Rahat è il più grande insediamento Beduino del mondo. Alle porte di Be’er Sheva, è una città che non tradisce lo spirito dei suoi abitanti.

Lakiya, con i suoi laboratori di ricamo artigianale che danno la possibilità a decine di donne di guadagnare del proprio lavoro, facendo conoscere la loro cultura millenaria.

Laboratorio artigianale a Lakiya

Kuseife

Hura

Ar’arat an-Naqab

E centinaia di altri, più o meno piccoli.

Negli insediamenti non riconosciuti le “case” sono baracche fatiscenti, costruite con materiali di risulta, con i tetti in lamiera e a volte in cartone. Nel clima del deserto, giornate con più di quaranta gradi e notti fredde, si puo’ immaginare che cosa voglia dire viverci dentro in sei, sette, dieci o più. Niente servizi igienici, niente elettricità, niente acqua, niente strade, niente scuola per i bambini. NIENTE.

Se leggiamo un qualsiasi articolo che tratta degli insediamenti Rom abusivi in Italia e in Europa, le descrizioni potrebbero coincidere con quelle di tanti villaggi Beduini abusivi:

Campi rom, nel X Municipio (ex XIII): degrado e abusivismo

„Baracche fatiscenti, pessime condizione igieniche, riscaldamenti di fortuna. Questo è lo scenario in cui, diverse comunità Rom, vivono ad Ostia e Acilia.“

Niente acqua corrente né servizi igienici, ma solo cumuli di rifiuti, topi, bancali pronti per essere riciclati e una sessantina di baracche. E’ il campo nomadi abusivo di via San Dionigi a Milano dove almeno centocinquanta rom di nazionalità romena vivono da alcuni anni in condizioni da terzo mondo là dove la città finisce e iniziano i campi coltivati.”

Le reazioni a queste situazioni italiane si possono riassumere in due “scuole di pensiero”: cacciateli tutti; vergogna obbligarli in quelle condizioni. I Rom che occupano abusivamente le periferie italiane provengono in maggioranza dalla ex Yugoslavia, non sono cittadini italiani.

I Beduini del Negev sono cittadini israeliani: votano alle elezioni, hanno passaporti israeliani e sulla carta sono cittadini a pieno titolo. Puo’ uno Stato ignorare il disagio di una parte consistente della sua popolazione? Non sarebbe criticabile? Il Piano Prawer-Begin non si pone l’obiettivo di distruggere la cultura Beduina, al contrario: l’idea è quella di preservare una parte importante del patrimonio culturale nazionale , cercando di farla coincidere il più possibile con le esigenze della modernità. Non è facile, è lo scontro millenario delle civiltà nomadi e semi nomadi con quelle stanziali. Si possono cercare dei compromessi, delle “vie di mezzo”, nella certezza del reciproco riconoscimento.

Una parte, non molto numerosa, di Beduini questo compromesso lo rifiuta come anche una parte dei Rom in Italia. Ma nel caso di Israele, quello che impressiona è l’appoggio incondizionato europeo a questa minoranza.

Un esempio per tutti, la solita Sherwood che pubblica sul The Guardian, il 28 novembre, una lettera firmata da cinquanta artisti, tra i quali “Antony Gormley, Julie Christie, il regista Mike Leigh e il musicista Brian Eno “(e Jenny Tonge)” i quali dichiarano di schierarsi per  “ostacolare il piano israeliano che si propone di rimuovere fino a 70.000 beduini palestinesi dalla ‘loro terra storica, il deserto’.

A parte il fatto che fa sorridere l’idea di una Julie Christie che si batte affinché altre donne non abbiano quello che per lei è garantito e con lei i personaggi tra i più “agiati” del mondo: evidentemente i nostri 50 del jet-set non si sono mai presi la briga di un tour lungo la Route  40 per Be’er Sheva. O forse anche loro pensano a Peter O’Toole e il suo Lawrence d’Arabia quando parlano di Beduini?

Grazie a Cifwatch

Le presunte linee guida delle trattative di pace

Il sito  Elder Of Zyion, pubblica le presunte linee guida dei negoziati israelo/palestinesi che inizieranno questa settimana, cosi’ come sono apparse sul giornale Palestine Today. La durata dei colloqui sembra essere prevista tra i sei e i nove mesi. Elder of Zion si riserva la possibilità di eventuali, pronte, correzioni al testo tradotto. Questo documento potrebbe essere stato inviato a Mosca da Abbas per consultazione e fatto poi trapelare in quell’occasione.

1) Negoziati bilaterali, senza condizioni preliminari, ma che seguano le direttive seguenti:

2) Partecipazione della Giordania alle riunioni relative ai “rifugiati”, Gerusalemme e questioni connesse.

3) La barriera di sicurezza costituirà un confine di protezione per lo Stato ebraico e una frontiera permanente per lo Stato palestinese, con riserva di modifica di comune accordo. (N.d.T. Non so che cosa questo possa significare, a meno che non stiano dicendo che i confini di Israele non andranno al di là della Linea Verde, il che suonerebbe strano se vi fosse uno scambio di territori).

4) Scambi di terra per circa l’8-10% del territorio della Cisgiordania.

5) Congelamento delle costruzioni da parte di Israele, per quanto riguarda alcuni avanposti, ma non per quanto concerne i blocchi di insediamenti già esistenti, compresi Ma’ale Adumim, Har Homa, Gilo, Neve Yaakov, Ramat Shlomo, Kiryat Arba, e alcuni altri grandi agglomerati.

6) I residenti degli insediamenti “congelati” avranno la scelta in merito alla propria cittadinanza, alla fine delle trattative.

7) Alla fine delle trattative sarà dato l’nnuncio della fine del conflitto e la piena normalizzazione tra Israele e tutti i Paesi arabi, che saranno annunciati durante una riunione della Lega Araba; Israele riconoscerà la Palestina nelle frontiere menzionate e la Palestina riconoscerà Israele come Stato del popolo ebraico.

8) Alla fine dei negoziati le famiglie palestinesi saranno autorizzate a ricongiungersi in Cisgiordania o nella Striscia di Gaza, altri otterranno un’indennizzazione o il permesso di emigrare verso alcuni Paesi arabi, in particolare quelli del Golfo, con la possibilità di naturalizzazione in Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Qatar. L’entità degli eventuali indennizzi non è stata precisata.

9) Gerusalemme sarà posta sotto tutela congiunta Internazionale/Giordania/Israele/Palestina per un lasso di tempo di dieci anni; i residenti avranno la scelta della nazionalità.

10) Probabilmente le questioni che resteranno in sospeso riguardo la terra, le questioni di cittadinanza, sia all’interno della zona che nei paesi del Golfo, saranno rimandate ai prossimi anni. Cosi’ come i dettagli sul rilascio dei detenuti e a proposito delle elezioni in Palestina saranno resi noti alla pubblicazione degli accordi.

Se questo documento risultasse autentico, alcune sue parti confermerebbero le dichiarazioni del Segretario di Stato americano John Kerry, rilasciate nelle ultime settimane. Ad esempio, circa la durata delle trattative, Kerry disse il 30 luglio al Dipartimento di Stato, affiancato da Tzipi Livni, ministro della giustizia di Israele, e Saeb Erekat, il capo negoziatore palestinese:

“Il nostro obiettivo sarà quello di raggiungere un accordo sullo status definitivo nel corso dei prossimi nove mesi“, ha detto Kerry. “Tutti noi comprendiamo l’obiettivo al quale stiamo lavorando: due Stati che vivano fianco a fianco, in pace e sicurezza.”

Stessa cosa in merito alla partecipazione della Giordania alle trattative. Come del resto non è affatto nuova l’idea di lasciare la scelta a chi vive in alcuni piccoli insediamenti riguardo la cittadinanza, cosi’ come ai cittadini arabi di Gerusalemme est. Nel 2007 questi ultimi risposero ad un sondaggio in merito al preferire restare cittadini israeliani o fare parte, in futuro, di un eventuale Stato palestinese. Il 62% dichiaro’ di preferire la cittadinanza israeliana, il 14% quella palestinese e il 24% non espresse preferenze.

Nei prossimi giorni forse riusciremo a capire quanto di vero ci sia in questa anteprima di “linee guida”.