Hamas è sempre innocente per i media occidentali

Hamas ha chiuso l’unica centrale elettrica presente a Gaza. Perché? Perché l’Egitto ha chiuso i tunnels attraverso i quali Hamas faceva entrare il gasolio di contrabbando. Un milione circa di litri al giorno. Ed è la catastrofe. Senza gasolio il Paese si ferma. Il numero di camion che portano le merci, compreso il combustibile, a Gaza da Israele è aumentato del 18 per cento dopo la cacciata nel luglio del presidente Mohamed Morsi d’Egitto, secondo Gisha, un gruppo israeliano che sostiene la libertà di movimento. Ma non basta.

L’Autorità palestinese acquista dalle aziende israeliane il carburante per la centrale elettrica a circa 4 sheqelim il litro, cercando  di rivenderlo a Hamas a quasi il doppio, accise comprese. Hamas, non solo non ha ammesso le proprie responsabilità nella crisi in corso, ma ha respinto i prezzi proposti ed ha fermato l’acquisto di carburante per la centrale elettrica. La conseguenza drammatica è che l’impianto è spento.

L’Amministrazione palestinese si rifiuta di rinunciare alle accise , una parte fondamentale del proprio bilancio e chi ci rimette sono gli abitanti di Gaza . C’è stato anche chi – a Gaza – ha notato che non c’è carburante per far funzionare l’ospedale o pompare i liquami dalle strade, evitando una catastrofe sanitaria, ma ce n’è a sufficienza per le auto blu dei dirigenti di Hamas.

Uno dei tunnel del contrabbando a Rafah

Dando uno sguardo alla stampa internazionale, occidentale ed araba, quello che colpisce immediatamente è l’assenza completa di un riepilogo, anche minimo, di cause ed effetti. Chi legge, potrebbe avere l’impressione che un giorno, inopinatamente, l’esercito egiziano si sia svegliato con l’idea di chiudere i tunnels, riducendo in miseria dei poveri Gazawi che con le loro tanichette cercavano di procurarsi un po’ di gasolio, vittime eterne della terribile “entità sionista”.

Il portavoce della polizia di frontiera egiziana ha riferito che 1.055 gallerie sono state chiuse, dal gennaio 2011, 794 delle quali nei nove mesi dal gennaio 2013. I tunnel sono stati uno dei progetti principali del governo di Hamas. L’attività impiega fino a 40.000 persone e partecipa al bilancio del governo quasi al 40% . I tunnel erano completamente intonacati (notare la famosa accusa “non entra cemento a Gaza“!), forniti di illuminazione elettrica, cavi per la telecomunicazione e passaggi appositi per il trasporto facilitato delle merci. Gli “imprenditori” che si erano aggiudicati la proprietà dei vari tunnels, decidevano se sfruttarli personalmente o sub-affittarli a terzi. Hamas ovviamente aveva il controllo completo delle gallerie e tassava pesantemente i proprietari dei tunnel. Ogni imprenditore doveva pagare le tasse al Comune di Rafah per una licenza che autorizzasse gli scavi. Una volta il tunnel scavato, le tasse erano applicate su tutti i prodotti trasportati.

Questo è quanto Hamas è riuscito a mettere in piedi con gli aiuti internazionali al “popolo martire”: un’industria del contrabbando che, muovendo ingenti somme di denaro, era difesa dai suoi boss con le armi in pugno.

Quando 16 poliziotti di frontiera egiziani furono uccisi nei pressi del confine di Rafah nel mese di agosto 2012, il Cairo si rese conto che i tunnel erano usati dal terrorismo internazionale per ricevere attrezzature militari da e per Gaza e introdurre elementi pericolosi in territorio egiziano. Con la caduta di Morsi, affiliato dei Fratelli Musulmani, organizzazione della quale Hamas è una costola, l’esercito egiziano non ha più tollerato né le perdite economiche né il rischio terrorismo che i tunnel incrementavano.

Che un “governo” rappresentato da un’entità unanimamente riconosciuta organizzazione terroristica, pretenda di vivere (oltre tutto) alle spalle dei Paesi confinanti e a spese dei contribuenti mondiali, questo non sembra turbare nessuno.

Che tra tutti i Paesi arabi confinanti, nessuno sia disposto a relazionarsi con Hamas, che solo Qatar e Turchia non ne rifiutino i contatti, non fa pensare nessuno?

Cifwatch ci propone la solita Harriet Sherwood, del The Guardian, e la sua “analisi” in merito: per la Sherwood, come per la maggior parte degli editorialisti, le responsabilità di Hamas sono inesistenti; quelle egiziane, ma soprattutto quelle israeliane, pesanti.

I primi due paragrafi servono ad impostare il tono della sua storia: 

Gaza sta diventando invivibile, le condizioni umanitarie si deteriorano rapidamente dopo la distruzione da parte dell’Egitto dei tunnel di contrabbando e il rinnovato divieto di Israele all’importazione di materiali da costruzione, dichiarano le Nazioni Unite e le agenzie umanitarie. Un anno dopo la fine della guerra di otto giorni tra Gaza e Israele lo scorso novembre, l’Onu ha detto che la situazione nella piccola fascia costiera è peggiore di quella prima del conflitto.”

Sherwood continua utilizzando un fatto di cronaca: Israele scopre un tunnel in ottobre :

Inoltre, Israele il mese scorso ha fermato l’importazione di materiali da costruzione attraverso i valichi da esso controllati, dopo la scoperta di un tunnel super organizzato, costruito da militanti di Hamas, che da Gaza portava in Israele. Secondo l’esercito israeliano, è stato costruito utilizzando materiali dei quali Israele aveva permesso l’entrata a Gaza.

Sherwood fa la gnorri sull’evidenza che lo scopo di questo tunnel, lungo 1,7 chilometri, fosse quello di rapire soldati israeliani, né la sfiora il pensiero che i materiali impiegati per realizzarlo avrebbero potuti essere utilizzati per costruire scuole, ospedali e altre infrastrutture necessarie. Né ha ritenuto utile informare che Israele ha incrementato l’entrata di generi di ogni tipo, da dopo la stretta egiziana.

Ma il punto più ingannevole appare verso la fine, dove Sherwood affronta i presunti effetti delle nuove restrizioni israeliane:

Come risultato del rinnovato divieto [di Israele], 19 su 20 progetti di costruzione – tra cui 12 scuole – avviati dall’ UNRWA si sono dovuti fermare, mettendo a rischio migliaia di posti di lavoro. L’UNRWA [sic] ha detto che l’azione di Israele è una punizione collettiva, illegale secondo il diritto internazionale.

Forse la Sherwood ha mal interpretato il comunicato di Filippo Grandi, Commissario generale UNRWA, nel suo comunicato del 19 novembre o forse si è limitata ad usare quella frase “punizione collettiva” che piace cosi’ tanto ad Abbas ed al suo pubblico occidentale:

Il Commissario Generale uscente dell’UNRWA , Filippo Grandi, ha reso noto  che 19 dei 20 progetti di costruzione dell’UNRWA a Gaza sono “a un punto morto” . Parlando alla Commissione consultiva dei principali donatori e dei governi che ospitano i rifugiati Palestinesi , Grandi ha detto che da marzo l’UNRWA

Non ha avuto progetti di costruzione  approvati dal governo israeliano , e per il mese passato , non è stata “in grado di importare materiali da costruzione . ”

Grandi ha detto ai delegati ” Adcom ” che:

a seguito della chiusura della maggior parte dei tunnel di contrabbando tra Gaza e l’Egitto ” , e  “dato che Israele non permette esportazioni e quindi una ripresa delle normali attività economiche , i prezzi sono in aumento a causa delle materie prime che stanno diventando scarse . La mancanza di carburante ha provocato la chiusura della centrale elettrica, i pochi posti di lavoro disponibili nel settore delle costruzioni stanno scomparendo e la lista continua.

Grandi ha espresso un duro monito sulla stabilità regionale .

Gaza sta rapidamente diventando inabitabile e il perdurare del conflitto affliggerà ancora i civili, a Gaza e nel sud di Israele , a meno che le sue cause siano rimosse “.

Grandi, che lascia l’ufficio nel nuovo anno , ha invitato la comunità internazionale a non dimenticare Gaza e ad affrontarne la dimensione umana:

E’ giunto il momento di ripensare i problemi della sicurezza e le questioni politiche”.  «Forse rafforzare la sicurezza  del popolo di Gaza è la strada migliore per garantire la stabilità regionale più che chiusure, isolamento politico e azione militare. Per ottenere questo, in primo luogo, il blocco israeliano – che è illegale – deve essere tolto. Nel frattempo, le Nazioni Unite devono poter almeno continuare i progetti di costruzione e fornire lavoro per la popolazione assediata.

In primo luogo, Grandi non fa menzione nella dichiarazione di “punizione collettiva”. Inoltre, è chiaro che non stava semplicemente discutendo – come Sherwood sembra suggerire – che il divieto israeliano su materiali da costruzione è “illegale”, ma che l’intero blocco militare di Israele che impedisce l’importazione di razzi e altre armi letali è “illegale “.

Tuttavia, come Sherwood sicuramente sa, la Commissione Palmer delle Nazioni Unite ha concluso nel 2011 che il blocco IDF è pienamente coerente con il diritto internazionale e non è una forma di punizione collettiva. E’ particolarmente curioso che Sherwood non abbia rivelato questo fatto, dato che lei stessa  riferi’ in merito alle conclusioni della Commissione Palmer, in un articolo pubblicato il 23 gen 2011:

La commissione ha anche stabilito che il blocco navale israeliano a Gaza che la flottiglia stava tentando di violare, è attivato soprattutto per motivi di sicurezza ed è imposto legalmente. Ha inoltre aggiunto che il blocco non “costituisce ‘punizione collettiva’ della popolazione della Striscia di Gaza“.

Sherwood, come la stragrande maggioranza dei suoi colleghi, non si cura delle cause generali ma solo degli effetti particolari: il colpevole, quello che solleva l’attenzione dell’opinione pubblica mondiale, c’è già. A che pro faticare per dimostrare le responsabilità altrui?

Grazie a Cifwatch

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3 pensieri su “Hamas è sempre innocente per i media occidentali

  1. Pingback: Striscia di Gaza al buio. Ma di chi è la colpa? | Focus On Israel

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