Archivi tag: flottilla

Hamas è sempre innocente per i media occidentali

Hamas ha chiuso l’unica centrale elettrica presente a Gaza. Perché? Perché l’Egitto ha chiuso i tunnels attraverso i quali Hamas faceva entrare il gasolio di contrabbando. Un milione circa di litri al giorno. Ed è la catastrofe. Senza gasolio il Paese si ferma. Il numero di camion che portano le merci, compreso il combustibile, a Gaza da Israele è aumentato del 18 per cento dopo la cacciata nel luglio del presidente Mohamed Morsi d’Egitto, secondo Gisha, un gruppo israeliano che sostiene la libertà di movimento. Ma non basta.

L’Autorità palestinese acquista dalle aziende israeliane il carburante per la centrale elettrica a circa 4 sheqelim il litro, cercando  di rivenderlo a Hamas a quasi il doppio, accise comprese. Hamas, non solo non ha ammesso le proprie responsabilità nella crisi in corso, ma ha respinto i prezzi proposti ed ha fermato l’acquisto di carburante per la centrale elettrica. La conseguenza drammatica è che l’impianto è spento.

L’Amministrazione palestinese si rifiuta di rinunciare alle accise , una parte fondamentale del proprio bilancio e chi ci rimette sono gli abitanti di Gaza . C’è stato anche chi – a Gaza – ha notato che non c’è carburante per far funzionare l’ospedale o pompare i liquami dalle strade, evitando una catastrofe sanitaria, ma ce n’è a sufficienza per le auto blu dei dirigenti di Hamas.

Uno dei tunnel del contrabbando a Rafah

Dando uno sguardo alla stampa internazionale, occidentale ed araba, quello che colpisce immediatamente è l’assenza completa di un riepilogo, anche minimo, di cause ed effetti. Chi legge, potrebbe avere l’impressione che un giorno, inopinatamente, l’esercito egiziano si sia svegliato con l’idea di chiudere i tunnels, riducendo in miseria dei poveri Gazawi che con le loro tanichette cercavano di procurarsi un po’ di gasolio, vittime eterne della terribile “entità sionista”.

Il portavoce della polizia di frontiera egiziana ha riferito che 1.055 gallerie sono state chiuse, dal gennaio 2011, 794 delle quali nei nove mesi dal gennaio 2013. I tunnel sono stati uno dei progetti principali del governo di Hamas. L’attività impiega fino a 40.000 persone e partecipa al bilancio del governo quasi al 40% . I tunnel erano completamente intonacati (notare la famosa accusa “non entra cemento a Gaza“!), forniti di illuminazione elettrica, cavi per la telecomunicazione e passaggi appositi per il trasporto facilitato delle merci. Gli “imprenditori” che si erano aggiudicati la proprietà dei vari tunnels, decidevano se sfruttarli personalmente o sub-affittarli a terzi. Hamas ovviamente aveva il controllo completo delle gallerie e tassava pesantemente i proprietari dei tunnel. Ogni imprenditore doveva pagare le tasse al Comune di Rafah per una licenza che autorizzasse gli scavi. Una volta il tunnel scavato, le tasse erano applicate su tutti i prodotti trasportati.

Questo è quanto Hamas è riuscito a mettere in piedi con gli aiuti internazionali al “popolo martire”: un’industria del contrabbando che, muovendo ingenti somme di denaro, era difesa dai suoi boss con le armi in pugno.

Quando 16 poliziotti di frontiera egiziani furono uccisi nei pressi del confine di Rafah nel mese di agosto 2012, il Cairo si rese conto che i tunnel erano usati dal terrorismo internazionale per ricevere attrezzature militari da e per Gaza e introdurre elementi pericolosi in territorio egiziano. Con la caduta di Morsi, affiliato dei Fratelli Musulmani, organizzazione della quale Hamas è una costola, l’esercito egiziano non ha più tollerato né le perdite economiche né il rischio terrorismo che i tunnel incrementavano.

Che un “governo” rappresentato da un’entità unanimamente riconosciuta organizzazione terroristica, pretenda di vivere (oltre tutto) alle spalle dei Paesi confinanti e a spese dei contribuenti mondiali, questo non sembra turbare nessuno.

Che tra tutti i Paesi arabi confinanti, nessuno sia disposto a relazionarsi con Hamas, che solo Qatar e Turchia non ne rifiutino i contatti, non fa pensare nessuno?

Cifwatch ci propone la solita Harriet Sherwood, del The Guardian, e la sua “analisi” in merito: per la Sherwood, come per la maggior parte degli editorialisti, le responsabilità di Hamas sono inesistenti; quelle egiziane, ma soprattutto quelle israeliane, pesanti.

I primi due paragrafi servono ad impostare il tono della sua storia: 

Gaza sta diventando invivibile, le condizioni umanitarie si deteriorano rapidamente dopo la distruzione da parte dell’Egitto dei tunnel di contrabbando e il rinnovato divieto di Israele all’importazione di materiali da costruzione, dichiarano le Nazioni Unite e le agenzie umanitarie. Un anno dopo la fine della guerra di otto giorni tra Gaza e Israele lo scorso novembre, l’Onu ha detto che la situazione nella piccola fascia costiera è peggiore di quella prima del conflitto.”

Sherwood continua utilizzando un fatto di cronaca: Israele scopre un tunnel in ottobre :

Inoltre, Israele il mese scorso ha fermato l’importazione di materiali da costruzione attraverso i valichi da esso controllati, dopo la scoperta di un tunnel super organizzato, costruito da militanti di Hamas, che da Gaza portava in Israele. Secondo l’esercito israeliano, è stato costruito utilizzando materiali dei quali Israele aveva permesso l’entrata a Gaza.

Sherwood fa la gnorri sull’evidenza che lo scopo di questo tunnel, lungo 1,7 chilometri, fosse quello di rapire soldati israeliani, né la sfiora il pensiero che i materiali impiegati per realizzarlo avrebbero potuti essere utilizzati per costruire scuole, ospedali e altre infrastrutture necessarie. Né ha ritenuto utile informare che Israele ha incrementato l’entrata di generi di ogni tipo, da dopo la stretta egiziana.

Ma il punto più ingannevole appare verso la fine, dove Sherwood affronta i presunti effetti delle nuove restrizioni israeliane:

Come risultato del rinnovato divieto [di Israele], 19 su 20 progetti di costruzione – tra cui 12 scuole – avviati dall’ UNRWA si sono dovuti fermare, mettendo a rischio migliaia di posti di lavoro. L’UNRWA [sic] ha detto che l’azione di Israele è una punizione collettiva, illegale secondo il diritto internazionale.

Forse la Sherwood ha mal interpretato il comunicato di Filippo Grandi, Commissario generale UNRWA, nel suo comunicato del 19 novembre o forse si è limitata ad usare quella frase “punizione collettiva” che piace cosi’ tanto ad Abbas ed al suo pubblico occidentale:

Il Commissario Generale uscente dell’UNRWA , Filippo Grandi, ha reso noto  che 19 dei 20 progetti di costruzione dell’UNRWA a Gaza sono “a un punto morto” . Parlando alla Commissione consultiva dei principali donatori e dei governi che ospitano i rifugiati Palestinesi , Grandi ha detto che da marzo l’UNRWA

Non ha avuto progetti di costruzione  approvati dal governo israeliano , e per il mese passato , non è stata “in grado di importare materiali da costruzione . ”

Grandi ha detto ai delegati ” Adcom ” che:

a seguito della chiusura della maggior parte dei tunnel di contrabbando tra Gaza e l’Egitto ” , e  “dato che Israele non permette esportazioni e quindi una ripresa delle normali attività economiche , i prezzi sono in aumento a causa delle materie prime che stanno diventando scarse . La mancanza di carburante ha provocato la chiusura della centrale elettrica, i pochi posti di lavoro disponibili nel settore delle costruzioni stanno scomparendo e la lista continua.

Grandi ha espresso un duro monito sulla stabilità regionale .

Gaza sta rapidamente diventando inabitabile e il perdurare del conflitto affliggerà ancora i civili, a Gaza e nel sud di Israele , a meno che le sue cause siano rimosse “.

Grandi, che lascia l’ufficio nel nuovo anno , ha invitato la comunità internazionale a non dimenticare Gaza e ad affrontarne la dimensione umana:

E’ giunto il momento di ripensare i problemi della sicurezza e le questioni politiche”.  «Forse rafforzare la sicurezza  del popolo di Gaza è la strada migliore per garantire la stabilità regionale più che chiusure, isolamento politico e azione militare. Per ottenere questo, in primo luogo, il blocco israeliano – che è illegale – deve essere tolto. Nel frattempo, le Nazioni Unite devono poter almeno continuare i progetti di costruzione e fornire lavoro per la popolazione assediata.

In primo luogo, Grandi non fa menzione nella dichiarazione di “punizione collettiva”. Inoltre, è chiaro che non stava semplicemente discutendo – come Sherwood sembra suggerire – che il divieto israeliano su materiali da costruzione è “illegale”, ma che l’intero blocco militare di Israele che impedisce l’importazione di razzi e altre armi letali è “illegale “.

Tuttavia, come Sherwood sicuramente sa, la Commissione Palmer delle Nazioni Unite ha concluso nel 2011 che il blocco IDF è pienamente coerente con il diritto internazionale e non è una forma di punizione collettiva. E’ particolarmente curioso che Sherwood non abbia rivelato questo fatto, dato che lei stessa  riferi’ in merito alle conclusioni della Commissione Palmer, in un articolo pubblicato il 23 gen 2011:

La commissione ha anche stabilito che il blocco navale israeliano a Gaza che la flottiglia stava tentando di violare, è attivato soprattutto per motivi di sicurezza ed è imposto legalmente. Ha inoltre aggiunto che il blocco non “costituisce ‘punizione collettiva’ della popolazione della Striscia di Gaza“.

Sherwood, come la stragrande maggioranza dei suoi colleghi, non si cura delle cause generali ma solo degli effetti particolari: il colpevole, quello che solleva l’attenzione dell’opinione pubblica mondiale, c’è già. A che pro faticare per dimostrare le responsabilità altrui?

Grazie a Cifwatch

Gridare “Morte agli Ebrei” è antisionismo o antisemitismo?

Tuvia Tenenbom, nato a Tel Aviv, è un direttore artistico, sceneggiatore, scrittore e giornalista, fondatore dell’unico teatro Ebraico anglofono a New York, il Jewish Theater of New York. Fra i suoi scritti, I sleep in Hitler’s Room, un viaggio problematico nella Germania di oggi. Ma è quando è uscita la traduzione tedesca,  del suo libro “Allein unter Deutschen – Eine Entdeckungsreise”,  che è scoppiata la polemica: la critica non è stata unanime nei suoi giudizi; se il Der Spiegel lo ha definito un libro paragonabile alle teorie complottiste di Michael Moore, il settimanale Judische Algemeiner lo ha descritto “il nettare amaro della pura, non filtrata verità“.

Le polemiche hanno coinvolto anche il direttore della Fondazione del Memoriale di Buchenwald, Volkhard Knigge, il quale ha rifiutato di autorizzare la pubblicazione di un’intervista a Tenenbom che lo scrittore aveva ricordato nel suo libro, avvenuta durante un incontro a Gerusalemme, quando il direttore Knigge aveva consigliato a Tenenbom un bar chiamato “Uganda”, descrivendolo come luogo frequentato da “spiriti liberi”. Il bar in questione è frequentato da sostenitori della causa palestinese ed il nome del locale fa riferimento alla vecchia idea secondo la quale gli Ebrei avrebbero dovuto trasferirsi in Uganda piuttosto che in Palestina. E’ lo spirito che ha spinto i proprietari del locale a scegliere quel nome ed è anche l’idea che Knigge non sembra felice di far conoscere. Knigge ha accusato Tenenbom di mentire; dal canto suo lo scrittore ha ritenuto inopportuno che il Direttore del Memoriale di Buchenwald si permettesse apertamente riferimenti al conflitto arabo/israeliano.

Campo di concentramento di Buchenwald

Cosi’ è partita la crociata di Knigge contro Tenenbom. La polemica non ha ovviamente trattato de “l’idea Uganda” ma il Direttore del Memoriale, alla stampa tedesca, ha precisato: “Buchenwald non era un campo di sterminio, non c’erano camere a gas qui», in polemica – secondo il suo punto di vista – con quanto scritto da Tenenbom nel suo libro. Ma come è descritto Buchenwald in “I sleep in Hitler’s room”? La descrizione della visita al campo di Buchenwald di Tenenbom, con Daniel Gaede, capo del Dipartimento educazione a Buchenwald:

Camminiamo in quella che lui chiama la “stanza di patologia”. Questo campo di concentramento di Buchenwald, in realtà è un parco a tema, nel caso in cui non sia chiaro. Disneyland nella Patria dei Padri. Senza scherzi. Nella stanza dove sono ora si può vedere come funzionava questo posto. Qui c’è una struttura rialzata in pietra , con rubinetto e vari utensili da taglio, usati per prelevare gli organi dei corpi morti, prima che fossero inviati al crematorio. Un cuore servito per qualche tipo di ricerca, o teschi rimpiccioliti, ridotti alle dimensioni di un pugno e offerti agli amici come ornamenti. Se il morto aveva un bel tatuaggio, la pelle e la carne erano tagliate, essiccate e successivamente trasformate in paralumi. Che vita! Paralumi, e piccoli teschi come portachiavi. Un buon uso degli ebrei morti. Tutto allestito da persone con dottorato di ricerca.C’è un ascensore qui che era utilizzato per “spedire” i corpi direttamente nei forni. Nessuna menzione di “camere a gas” qui. … Questo era un luogo di intrettenimento. C’era uno zoo vicino al crematorio. chiedo a Daniel di spiegarmi una struttura strana che attraversa una stretta strada dal crematorio. “Questo era per gli orsi bruni,” mi dice. Orsi bruni? Che cosa fanno gli orsi bruni in un crematorio? Bene, si scopre che le SS avevano uno zoo, proprio accanto al luogo dove gli esseri umani erano trasformati in cenere, per far divertire i soldati. Gasati a sinistra, orsi bruni a destra. Insieme, costituivano un centro di grande divertimento.

Campo di Buchenwald

La parola “gasati” che tanto irrita Knegge non è pero’ stata usata solo da Tenenbom, in riferimento a Buchenwald. Nel 2009, il presidente Obama disse: “Domani mi recherò a Buchenwald, che faceva parte di una rete di campi nei quali gli ebrei furono resi schiavi, torturati, fucilati e gasati a morte dal Terzo Reich.” Knegge poi, in un comunicato a nome della Fondazione, ha continuato a sostenere le sue tesi. Ma perché riportare questa polemica? Perché l’antisemitismo nella Germania di oggi è ancora sotto la lente degli osservatori. A luglio di quest’anno il noto “Süddeutsche Zeitung” ha pubblicato una vignetta anti israeliana, questa

Israele è una bestia selvaggia, affamata, un Moloch che divora l’armamento militare tedesco. Il rabbino Abraham Cooper, socio decano del Centro Simon Wiesenthal, ha dichiarato al Jerusalem Post che la sua organizzazione “deplora la raffigurazione di Israele come un mostro, apparsa in un quotidiano tedesco.” Ha detto che la vignetta è “grottescamente oltre il limite della legittima critica e invoca uno dei classici strumenti dell’antisemitismo. L’ animalizzazione è uno strumento classico ed efficace nel disumanizzare un nemico, qualcosa che la propaganda nazista e sovietica hanno utilizzato più e più volte” La vignetta è  opera di Ernst Kahl. Sotto la vignetta, la didascalia del Süddeutsche: “La Germania è servita. A Israele sono state date armi per decenni e in parte gratuite. I nemici di Israele lo considerano un Moloch vorace.”

Questa vignetta invece apparve in una esposizione a Colonia, nel 2010

nella piazza della Cattedrale, il cuore della Colonia pedonale. QUI

La Germania sembra stanca di portarsi addosso il biasimo per la Shoah; il negazionismo è un crimine, e lo studio della Shoah fa parte dei programmi scolastici. Ma il risentimento verso gli Ebrei, accusati di “troppo pretendere” dalla Germania, si sfoga nel politically correct antisionista, appoggiato anche dalla forte presenza di immigrati di cultura musulmana. L’equazione nazisti=Israele è comunemente accettata da un certo ambiente politico. Felicia Langer, ad esempio, ex comunista israeliana, residente in Germania, nei suoi discorsi esorta sempre alla triste equazione, chiede che Israele sia processato per crimini di guerra, lo definisce “Stato di apartheid” ed arriva a elogiare Ahmadinejad per i suoi propositi genocidi. E nell’agosto 2009, il presidente tedesco Horst Kohler, che quattro anni prima era stato ricevuto alla Knesset,  sciocco’ la comunità ebraica onorando la Langer con la Croce al merito, il premio più prestigioso in Germania. 

Nel 2010, nonostante le proteste dell’ambasciata israeliana, il sindaco di Francoforte, Petra Roth, invito’ Alfred Grosser, un Ebreo di origine tedesca noto per essere freneticamente ostile a Israele, per assistere all’orazione annuale della Kristallnacht  nella Chiesa di Paolo. Grosser colse l’occasione per tracciare un parallelo tra il comportamento degli israeliani e dei nazisti e fu lodato dai media.

vignetta “antisionista” di Latuff

Un altro scandalo in corso riguarda il Centro tedesco sull’antisemitismo di Berlino, considerato il più importante istituto tedesco impegnato nel  soggetto. Fino allo scorso anno è stato guidato dal professor Wolfgang Benz, che ha ricevuto il suo dottorato di ricerca presso il professor Karl Bosl, un ex soldato imperiale nazista che mantiene tutt’ora una associazione con gruppi di estrema destra. Benz equipara l’islamofobia all’antisemitismo, sostenendo che i critici della pratica islamica ricordano  i nazisti antisemiti che attaccavano il Talmud. Recentemente ha contestato il fatto che gli omicidi terroristici islamici a Tolosa siano stati descritti in una “dimensione antisemita”. Respinge le preoccupazioni circa i Fratelli Musulmani dicendo che ricordano le fobie antisemite de I Protocolli dei Savi Anziani di Sion e si lamenta che bizzarramente si richiami l’attenzione sul fatto che i musulmani sono il 70 per cento dei detenuti a Berlino, paragonandolo ai deliri di Hitler  quando sosteneva che  “l’89% dei pediatri di Berlino nel 1930 erano ebrei.” QUI

I partiti di estrema sinistra, risultato dei partiti comunisti della ex Germania dell’Est, respingono con forza le accuse di antisemitismo. Gregor Gysi, leader del gruppo di ultra sinistra,  dichiaro’ nel 2011:

“In futuro, i rappresentanti del partito della Sinistra prenderanno provvedimenti contro ogni forma di antisemitismo nella società.” Il partito, si legge nella risoluzione, “non parteciperà più al boicottaggio dei prodotti israeliani, si asterrà dal chiedere una soluzione per uno Stato unico e non prenderà parte a questa edizione della flottiglia per Gaza.”

Tale risoluzione, tuttavia, non è stata accolta bene dalla base del partito. Il gruppo ha accusato di aver subito una  “museruola”, lamentando che la dichiarazione di Gysi è “anti democratica” e “pericolosa”, nelle parole della parlamentare Annette Groth.  Gysi ha dichiarato al giornale di sinistra Neues Deutschland. “Non vedo un problema con l’antisemitismo nel Partito della Sinistra,” . “Io non sono un sostenitore dell’uso inflazionistico del termine ‘antisemitismo’”.

Ma allora, se non esiste un problema del genere all’interno della sinistra, perché nel 2008-2009 attivisti di sinistra e gruppi di musulmani, insieme, gridavano: Morte agli Ebrei?

Quando quelli della Flottilla eterna eleggono i Commissari Onu…

Poi ci sono i falsi che, per fortuna, fanno anche sorridere, mettono quasi di buon umore! Come questo che sta girando in rete attualmente, a cura del gruppo “We are all on the Freedom Flottilla 2” :

“di Richard Falk – 13 febbraio 2013

Il seguente comunicato stampa è stato rilasciato il 13 febbraio sotto gli auspici del Consiglio delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, nel mio ruolo di Commissario Speciale per I Territori Palestinesi Occupati dal 1967.

Questa resistenza nonviolenta contro pratiche di detenzione illegali ed abusive da parte di Israele è un oltraggio per i diritti umani che dovrebbe costituire argomento di attenzione da parte dei media e di protesta in tutto il mondo.

Chiedo con forza a chiunque possa farlo di fare pressioni su Israele prima che queste persone muoiano in carcere. Risulta che si trovino attualmente in gravi condizioni. Per favore, usate ogni tipo di social network per allertare i vostri contatti.

Comunicato stampa

Il Commissario delle Nazioni Unite chiede l’immediato rilascio di tre detenuti palestinesi in sciopero della fame, detenuti da Israele senza accuse.

Ginevra, 13 febbraio 2013 – Il Commissario Speciale delle Nazioni Unite Richard Falk ha chiesto oggi l’immediato rilascio di tre palestinesi detenuti senza accuse da Israele. Falk ha espresso forte preoccupazione per la sorte di Tarek Qa’adan e Jafar Azzidine, al 78° giorno di sciopero della fame, e di Samer Al-Issawi, che è in sciopero della fame parziale da più di 200 giorni.

“Mantenere in detenzione il Sig. Qa’adan, il Sig. Azzidine e il Sig. Al-Issawi in queste condizioni è inumano. Israele è responsabile per ogni danno permanente” – ha avvisato l’esperto indipendente designato dal Consiglio per i Diritti Umani a monitorare e riferire sulle violazioni dei diritti umani da parte di Israele in Palestina. “Se i funzionari israeliani non possono presentare prove a supporto delle accuse contro questi tre uomini, essi devono essere immediatamente rilasciati”. “Il Sig. Qa’adan e il Sig. Azzidine sarebbero ad un passo dal decesso, secondo quanto riportato, con la minaccia di un incombente attacco di cuore fatale” ha sottolineato l’esperto, ricordando che i due uomini sono stati arrestati il 22 novembre 2012 e hanno iniziato lo sciopero della fame il 28 novembre, dopo essere stati condannati alla detenzione amministrativa per un periodo di tre mesi. Sono stati trasferiti all’ospedale Assaf Harofi, vicino a Tel Aviv, il 24 gennaio 2013, dopo che le loro condizioni si erano gravemente deteriorate.

Questa è la seconda volta che il Sig. Azzidine e il Sig. Qa’adan intraprendono lo sciopero della fame contro la detenzione amministrativa, da quando hanno preso parte allo sciopero della fame di massa dei palestinesi dal 17 aprile al 14 maggio 2012. Il Sig. Qa’adan era stato rilasciato dopo 15 mesi di detenzione lo scorso 8 luglio e il Sig. Azzidine era stato rilasciato il 19 luglio 2012 dopo tre mesi di detenzione, prima di essere nuovamente arrestato.

“Israele deve porre fine al trattamento terribile ed illecito dei detenuti palestinesi. La comunità internazionale deve reagire con urgenza ed usare qualsiasi leva in suo possesso per mettere fine al ricorso abusivo alla detenzione amministrativa da parte di Israele” ha esortato il Commissario Speciale. Il Sig. Falk ha sottolineato che Israele attualmente trattiene almeno 178 palestinesi in detenzione amministrativa.

Traduzione di Elena Bellini

Fonte: http://richardfalk.wordpress.com/2013/02/13/urgent-un-press-statement-release-palestinian-hunger-strikers-now/

Impressionante no? Peccato che Richard Falk non sia Commissario proprio di un bel nulla! In compenso è stato espulso da Human Right Watch per antisemitismo

Richard Falk, relatore speciale delle Nazioni Unite per i diritti umani nei territori palestinesi, fini’ nel mirino per la pubblicazione di quella che fu descritta come una vignetta “apertamente antisemita“, sul suo blog. Un cane con “USA” scritto sul dorso e con indosso una kippà, urinava su una rappresentazione della giustizia, mentre divorava le ossa insanguinate di uno scheletro.

Aveva già detto in passato che Hamas non è un’organizzazione antisemita, revisionato l’attacco alle Torri Gemelle dell’11 settembre, tanto da meritarsi la riprovazione pubblica di Ban Ki Moon; nel 79 aveva scritto un editoriale intitolato: “Confidando in Khomeini“, per chiedere il suo allontanamento da HRW si era scomodato Cameron, la Germania e l’Onu.

Falk è uno dei migliori teorici del complotto sul  9/11 del mondo; sostiene coloro che accusano il governo degli Stati Uniti di aver orchestrato la distruzione delle Torri Gemelle come pretesto per lanciare guerre. Promuove gli scritti di David Ray Griffin, suo discepolo e amico intimo che ha prodotto 12 libri che descrivono l’attacco al World Trade Center come “un lavoro dall’interno.” Non solo Falk ha contribuito alla prefazione del libro di Griffin “The New Pearl Harbor”, lodando l’autore per la “forza”, il “coraggio” e “l’intelligenza”, ma Griffin si servi’ degli accrediti di Falk per ottenere la pubblicazione del libro. Falk è ripetutamente apparso nello show “TruthJihad.com” di Kevin Barrett, un teorico del complotto e scettico della Shiah, approvandone il “buon lavoro”, e lodando il tiranno iraniano Mahmoud Ahmadinejad.

E ora scopriamo che quelli della “We are all on the Freedom Flottilla2” lo hanno promosso a Commissario delle Nazioni Unite! Per fortuna ogni tanto c’è di che sorridere!