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Quanto costa il terrorismo ai Palestinesi?

Questa volta non si tratta di smentire nulla, al contrario. Ci sono verità che sembrano non interessare nessuno, perché? Una di queste si basa su una domanda semplice che potrebbe, per logica, venire in mente a chiunque e cosi’ non è: Quanto costa il terrorismo all’economia Palestinese?

Per fortuna la domanda se l’è posta Cifwatch e lo spunto lo ha dato l’intervento di Mona Chalabi, sul blog del The Guardian. Chi è Mona Chalabi? Sulla pagina del The Guardian è presentata cosi’:

Mona Chalabi è una ricercatore e giornalista nel team del Guardian. In precedenza ha lavorato presso la Banca d’Inghilterra, l’Economist Intelligence Unit, Transparency International ed è osservatore permanente delle Nazioni Unite.

Mona Chalabi si interessa ai “profughi”, ma solo a quelli Palestinesi, ovviamente. Non le passa neppure per la testa che ce ne siano stati anche di Ebrei. Dunque, Mona Chalabi è quella che attribuisce i gravi problemi che affliggono l’economia Palestinese, interamente a Israele. Per lei il terrorismo Palestinese è stato ed è completamente irrilevante in proposito.

Non una parola sui costi del terrorismo, sulla corruzione dell’amministrazione Palestinese che ormai non è più un segreto per nessuno, non una parola sull’intervento egiziano che ha cambiato le sorti del contrabbando tra Egitto e Gaza, da quando l’esercito ha fermamente operato in modo da distruggere le centinaia di tunnels abusivi che collegavano i due territori. Nulla. Solo e soltanto “l’occupazione” è responsabile. Insomma, qual è il Chalabi-pensiero? Niente di originale:

L’occupazione israeliana nei territori Palestinesi, la barriera che ha costruito lungo e all’interno della Cisgiordania, così come i suoi blocchi terra, aria e mare nella striscia di Gaza hanno posto severe limitazioni al successo delle politiche economiche Palestinesi. Una complessa rete di checkpoint e blocchi stradali rendono difficile per i Palestinesi spostarsi all’interno del Territori, per affari o commercio. Gli agricoltori la cui terra è ormai alle spalle della barriera, sono costretti a richiedere i “permessi per visitatori ‘, che Israele rifiuta regolarmente – in Akkaba sono state approvate il  49% delle domande nel 2011, e solo il 20% nel 2012. Più di recente, un rapporto della Banca Mondiale ha rilevato che le restrizioni israeliane in Cisgiordania soltanto, costano all’economia Palestinese $ 3,4 miliardi (£ 2,1 miliardi) l’anno, ovvero il 35% del suo PIL.

E via discorrendo. I “dati” della Chalabi sono stati confutati, ma cio’ che sorprende (per modo di dire) è il completo annullamento del “fattore terrorismo” nel rapporto. Come al solito, le misure di difesa che Israele è stato COSTRETTO a mettere in atto sono presentate “nude e crude”, senza nemmeno un accenno alle cause che le hanno provocate. Non c’è traccia nei suoi report di parole come “razzi”, “terrorismo”, “terroristi”.

E invece, nonostante la Chalabi non ne voglia parlare, proviamo ad elencare le “voci di spesa” che il terrorismo ha inflitto all’economia Palestinese :

Il costo che l’economia Palestinese subisce a causa delle misure di sicurezza israeliane, rese necessarie dal terrorismo

Il costo di approvvigionamento, produzione , manutenzione e distribuzione di circa 13.000 razzi lanciati dai terroristi da Gaza

Il costo del tunnel a Gaza , sia per quanto riguarda i fondi del governo utilizzati per la loro costruzione , così come l’impiego dei materiali da costruzione di calcestruzzo e altri che sarebbero altrimenti utilizzati per migliorare le loro infrastrutture

I costi delle armi , munizioni, cinture esplosive , ordigni esplosivi ( e la formazione di ‘ militanti ‘ per utilizzare tali armi ) nella West Bank e Gaza, da dopo la prima Intifada

Il relativo costo di migliaia di Palestinesi coinvolti nel settore del terrore che potrebbero altrimenti essere impiegati nelle imprese più produttive

Il costo per l’ Autorità Palestinese degli stipendi ai terroristi rinchiusi nelle carceri israeliane

Il costo per l’economia Palestinese per la glorificazione del terrore e la persecuzione sionista da parte della leadership e il conseguente fallimento dei programmi di istruzione , dedizione al lavoro e innovazione.

Un tunnel Rafah-Egitto

Il costo di un razzo Grad, venduto sul mercato iraniano a soli 1000 dollari, con “l’aggravio” calcolato sulle perdite inflitte dall’esercito israeliano ogni volta che una base terroristica è distrutta, i costi di spedizioni estremamente complicate che comportano, tra l’altro, anche le vistose tangenti che necessariamente devono essere pagate ad ogni passo fatto dai razzi, aumenta esponenzialmente fino a costare, dagli iniziali 1000 dollari, 10.000 una volta arrivato a Gaza.

I tunnels da Gaza all’Egitto devono essere necessarimente intonacati, per tentare di evitare possibili crolli e forniti di illuminazione elettrica e linee telefoniche. Un tunnel scoperto ad ottobre, lungo 1,7 km,  scavato a 18 metri di profondità, ha richiesto l’impiego di circa 500 tonnellate di cemento e calcestruzzo.

Quante opere avrebbero potuto essere costruite con le centinaia di tonnellate di calcestruzzo e cemento impiegate per i tunnels? Quante scuole, quanti ospedali? Un tunnel scavato a 18 metri di profondità costa approssimativalente 10 milioni di dollari. Nel 2010 le stime parlavano di 7000 persone, impiegate in 1000 tunnels a Rafah.

Nel mese di aprile 2011, il Registro dell’Autorità Palestinese ha pubblicato una risoluzione del governo che concede a tutti i detenuti in Israele per crimini contro la sicurezza e per reati collegati al terrorismo uno stipendio mensile (Al-Hayat Al-Jadida, 15 Aprile 2011). Questa nuova risoluzione, 2010, capitoli 21 e 23, ha formalizzato quella che è stata a lungo una pratica dell’Amministrazione Palestinese. La legge definisce chi ha titolo per essere considerato “prigioniero” e conseguente diritto allo stipendio mensile:

“Chiunque imprigionato nelle carceri dell’occupante [Israele] a causa della sua partecipazione alla lotta contro l’occupazione” (Cap. 1 della legge sui prigionieri, 2004/19, www. alasra.ps, accessibili 9 mag 2011)

Secondo questi parametri, più di 4.500 detenuti (al dicembre 2012) hanno diritto a questi stipendi. E’ da specificare che i detenuti “semplici”, quelli arrestati per reati che nulla hanno a che vedere con il terrorismo, NON ricevono uno stipendio.

Questi pagamenti sono prelevati dal bilancio generale dell’Amministrazione e dalle imposte sul reddito, come per tutti gli altri stipendi della Amministrazione pubblica. (Al-Hayat Al-Jadida 19 giugno 2011). Gli stipendi variano dai 2.400 shekel ai 12.000 shekel. Più lunga è la condanna (e quindi si suppone anche più grave il reato), più lo stipendio aumenta. Quindi, a un semplice fiancheggiatore potrebbe essere assegnato uno stipendio base, mentre a un pluri- omicida spetterebbe lo stipendio massimo.

Per i terroristi che invece avessero scontato le loro condanne e fossero stati rilasciati, l’Amministrazione Palestinese prevede “gratifiche” speciali. Nel settembre 2013, il Primo ministro Rami Hamdallah ha reso nota la cifra di 15 milioni di dollari destinati a 5000 Palestinesi rilasciati dopo aver scontato condanne per terrorismo. Il giornale Al Hayyat al Jadida ha reso noto, nel maggio 2013, che l’Unione Europea ha contribuito al pagamento degli stipendi dell’Amministrazione Palestinese (capitolo nel quale rientrano anche gli stipendi e le “gratifiche” ai terroristi) con 19.200.000 Euro.

L’Australian Christian Charity World Vision, uno dei più importanti gruppi di assistenza australiani, ha invece, nel 2010, finanziato un centro giovanile intitolato al Palestinese terrorista Abu Jihad. Il quotidiano dell’Autorità palestinese ha riferito che i rappresentanti di World Vision Australia hanno incontrato i rappresentanti Palestinesi della Gioventù di Jenin e i responsabili sportivi per pianificare l’operazione del “World Vision Stadio – Palestina / Qabatiya,” all’interno del “Shahid (martire) Abu Jihad Youth Center “, e per discutere di cooperazione futura.

Sono solo accenni, tanto ci sarebbe da approfondire in merito. Certo è che nell’analisi della crisi economica Palestinese non basta cavarsela sbrigativamente con due parolette di rito contro “l’occupante sionista”. L’economia Palestinese deve anche essere necessariamente analizzata dal punto di vista dei costi ingentissimi che il terrorismo e le amministrazioni irresponsabili e corrotte infliggono alla popolazione. Ma questo è un discorso scomodo che al momento solo pochi Stati tra quelli chiamati in causa direttamete dai loro finanziamenti alle due Amministrazioni, quella di Hamas e quella di Abbas, hanno il coraggio di affrontare.

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B’tselem: “a immagine di Dio…” siete sicuri?

“A immagine di Dio”; nome abbastanza impegnativo per un’associazione, vero? E’ quello che si è scelta l’associazione B’tselem, ONG israeliana fondata nel 1989 da un gruppo di intellettuali israeliani con l’intento di “monitorare le violazioni dei diritti umani nei territori occupati della West Bank e promuovere una cultura del diritto in Israele”. All’epoca in pochi contrastavano il termine “territori occupati” che anzi, indicava per una larga maggioranza di osservatori e senza ombra di dubbio una realtà precisa e non una posizione politica di parte.

Come abbiamo visto, B’tselem ricade sotto “l’ombrello” della più vasta Diakonia, ed è una delle associazioni più attive nella demonizzazione di Israele. I suoi “attivisti” girano la Giudea Samaria (ops, West Bank), “embedded” ad ogni palestinese che sia pronto ad inscenare una pantomima utile a perpetuare una narrazione che ormai comincia a mostrare le sue crepe.

Ma sembra non esserci arresto invece, nella montagna di soldi che B’tselem continua a percepire: il loro budget annuale ammonta a 3 milioni di dollari, quasi tutti provenienti da Enti pubblici stranieri e pochi privati tra i quali spicca la “solita” Ford Foundation che, nel solco dell’antisemitismo feroce del suo fondatore, continua a darsi da fare per finanziare tutte quelle organizzazioni utili a diffamare Israele.

Insieme alle altre associazioni del “settore” (Diakonia, Al Haq, HRW) B’tselem partecipo’ alla stesura del Rapporto Goldstone, che pero’ non resse la prova del tempo e fu ritrattato come “inaccurato”. Le cifre che pubblico’ in merito alle vittime si rivelarono false, gonfiate, incuranti delle informazioni di parte israeliana e invece estremamente condiscendenti con quelle fornite da Hamas.

Le più “popolari” campagne di demonizzazione ai danni di Israele si devono al lavoro incessante di questa ONG che ha fatto in modo che termini come “apartheid”, “occupazione”, “pulizia etnica” entrassero nel lessico comune di tutti quelli che, sebbene basandosi su informazioni sommarie e inesatte, avessero voglia di esprimere giudizi (sempre e ovviamente di condanna) nei confronti di Israele. Davanti alle onnipresenti telecamere di B’tselem, Pallywood ha trovato modo di conoscere popolarità mondiale. Video come questo, tagliato alla bisogna, hanno contribuito a radicare l’idea che Israele si comporti verso i bambini palestinesi con un odio irrazionale e illimitato

Il video fu diffuso insieme a un comunicato:

B’Tselem questa mattina ha urgentemente contattato  il Legal Advisor dell’esercito per la Giudea e Samaria, chiedendo il suo intervento di emergenza per quanto riguarda la detenzione di numerosi bambini, tra cui alcuni di 8 e 10 anni, arrestati dai militari israeliani questa mattina a Hebron. Le informazioni preliminari ricevute, indicano che i soldati hanno arrestato oltre venti minori mentre si trovavano in strada per andare a  scuola. Circa dieci di loro sono stati rilasciati. Il video è stato girato da un attivista internazionale.

Certamente materiale più accattivante di quello che poi il portavoce dell’IDF, Barak Raz,  diffuse, accompagnandolo con una nota:

“La mattina del 20 marzo 2013, a seguito di lanci di pietre continui contro i civili che passavano e le forze di sicurezza posizionate nella zona, gli autori del lancio di sassi sono stati arrestati e detenuti durante tali incidenti. 27 sono stati fermati, di cui 7 sono stati trasferiti alla polizia e 20 sono stati rilasciati. Contrariamente a quanto riportato nei filmati (diffusi da B’tselem) i bambini non sono stati “arrestati mentre andavano a scuola”, questo è il quadro completo di ciò che realmente è accaduto e ciò che, di fatto, ha portato a tale arresto.” (E questo è il video intero, che B’tselem diffuse tagliato ad hoc):

“Come abbiamo detto, quella mattina, questo arresto è stato effettuato in tempo reale durante un incidente di lancio di sassi, ed a seguito di incidenti simili avvenuti quasi quotidianamente. Purtroppo, abbiamo avuto difficoltà tecniche con il recupero del filmato, ma abbiamo messo bene in chiaro che i filmati messi a disposizione di questo incidente hanno mostrato solo l’arresto, e non quello che aveva portato ad esso.”

Nel gennaio 2007, B’Tselem lancio’ il suo “progetto video“, distribuendo più di 100 telecamere ai palestinesi, al fine di documentare qualsiasi materiale che potesse essere utile ad incriminare i soldati israeliani, poliziotti e coloni. Come B’Tselem ha ammesso, “Il “Citizen journalism” – un fenomeno che ha ottenuto molta attenzione negli ultimi tempi – è particolarmente rilevante nel contesto dell’occupazione israeliana ….”

Eh beh si’, certo! Dare telecamere in mano a persone che non rispondendo a nessun codice deontologico possono, a piacimento, spezzettare una ripresa, facendo passare solo la parte ritenuta “interessante” e addirittura incoraggiare con la loro stessa presenza dei veri e propri stage, puo’ essere “particolarmente rilevante”. E cosi’ i “cittadini giornalisti” hanno dato via libera alla loro creatività. Ad esempio, il “cittadino giornalista”  Nariman al-Tamimi inizia una clip filmando un incrocio di Nabi Salah, dove un certo numero di veicoli della polizia sono di passaggio. Improvvisamente, uno dei veicoli si ferma e, come dal nulla sbuca fuori un ragazzo palestinese che, spaventato, corre verso la macchina, con due poliziotti che lo inseguono.

Un attento riesame del video mostra che il ragazzo, ad un segnale,  smetteva di gettare pietre contro i veicoli in movimento. E chissà come mai, il ragazzo sapeva esattamente verso dove volgersi nella sua azione – in direzione della telecamera. Et voilà! Un povero, magro, spaventato bambino palestinese,  in fuga da poliziotti grandi e grossi e cattivissimi.

In perfetto stile “neorealistico”, la madre del ragazzo che aveva assistito al lancio di pietre del figlio, corre disperata verso la macchina fotografica, in “aiuto” del povero bambino. E si senti’ il solito grido riecheggiare nell’aria “B’tselem!”.

Successe anche, tra i tanti episodi, nell’ottobre 2010 a Silwan, quando due ragazzi furono, ovviamente sempre “per caso”, ripresi da sette o otto fotografi che erano sulla scena.

E’ il “sistema B’tselem“. Naturalmente i falsi sono poi stati tutti smascherati, eppure quello che inquieta è come mai un’associazione cosi’ screditata, i cui reports si sono rivelati completamente o in buona parte inaffidabili, i cui stages fotografici sono noti, continui a godere del sostegno dell’opinione pubblica. E’ una domanda retorica ovviamente: non sono di certo associazioni come B’tselem a scandalizzare. Nella propaganda anti-israeliana la correttezza è un inutile fardello.

David Bogner, in una lettera aperta del 21 Luglio 2013, scrive:

“Secondo un nuovo rapporto, un ‘osservatore’ del gruppo che si auto-definisce “per i diritti umani” ‘B’Tselem’, ha presentato una denuncia per essere stato colpito alla coscia da un proiettile di gomma, mentre filmava uno scontro violento tra palestinesi che lanciavano pietre e la Polizia di frontiera israeliana che utilizzava misure non letali per disperdere la folla (gas lacrimogeni e proiettili di gomma).

Per essere chiari, io sono a favore di osservatori neutrali che riprendano le interazioni tra civili e militari /polizia. Si tratta di un ulteriore livello di responsabilità, oltre alle leggi e alle regole d’ingaggio, che puo’ aiutare a ridurre o addirittura impedire abusi da parte delle forze governative  … scoraggiando i civili e / o combattenti irregolari (terroristi) dall’avanzare false accuse contro le forze che agiscono legalmente. 

Il problema è che B’Tselem da tempo ha abbandonato ogni pretesa di neutralità / oggettività. Le loro macchine fotografiche sono sempre puntate contro i militari israeliani, poliziotti e coloni, mentre la modifica sistematica dei loro filmati mostra solo i civili palestinesi  agire pacificamente, sventolando bandiere e cantando.

Ho personalmente assistito a scontri violenti, mentre i fotografi di B’Tselem stavano tra i palestinesi che lanciavano pietre e bottiglie molotov … eppure le loro telecamere erano puntate solo sugli israeliani, a quanto pare nella speranza di catturare la loro reazione violenta. E ci sono innumerevoli casi di violenti scontri’su ordinazione’ delle onnipresenti telecamere di B’tslem.

Non voglio entrare nell’analisi della mentalità che motiva un certo segmento della società israeliana a scendere a tali livelli di disgusto di sé, al punto da aiutare chi si dedica  apertamente  alla denigrazione e alla distruzione di Israele.

Vergogna su  B’Tselem per aver abbandonato la loro missione originaria, che, come ho detto all’inizio, non solo era lodevole, ma secondo me, essenziale. Le loro azioni attuali sono così unilaterali da essere indistinguibili da chi usa scudi umani, dietro i quali le azioni violente e illegali possono essere intraprese, contro le forze governative israeliane e i cittadini, impunemente. E per quanto mi riguarda, questi  ‘osservatori’ di B’Tselem mettono sé stessi in pericolo per ottenere esattamente quello che trovano: danni.

Se ci si “fonde” con chi si dedica a atti illegali / violenti, non si può piangere se si è colpiti da uno degli strumenti non letali a disposizione delle forze militari e di polizia, il cui compito è reprimere tali atti .

Come Benjamin Franklin scrisse nel suo Poor Richard’s Almanac: “qui cum Canibus concumbunt cum pulicibus surgent” (“chi giace con i cani si leverà con le pulci”).

Chi ha bisogno del Diavolo?

Quanta resposabilità hanno i media nella percezione distorta di Israele? Lo abbiamo detto e ripetuto: moltissima. Tutte le “parole d’ordine” che ormai siamo abituati ad ascoltare a proposito dello Stato Ebraico non sono emerse spontaneamente un giorno, dal nulla: sono il frutto di una propaganda incessante, rivolta a indirizzare l’opinione pubblica occidentale. I fatti ovviamente smentirebbero questa retorica mortifera, se godessero della stessa capillare diffusione riservata alle bugie.

Parigi, Place de la Republique, 7 Ottobre 2000

“Israele sta operando la “pulizia etnica” del popolo  palestinese”. E’ la frase funzionale all’infame equazione: Israele/Ebrei=Nazisti. Lo leggiamo ovunque, perfino nei giornaletti di intrattenimento. Questo sondaggio è apparso nel documento Intolerance, Prejudice and Discrimination, A European Report:

Il bisogno europeo di paragonare Israele cioè, parafrasando Appelfeld, “cio’ che resta degli Ebrei” ai nazisti è stato analizzato, fra gli altri da Richard Landes, che lo ha associato alle  patologie derivate dal bisogno di liberarsi del senso di colpa derivato dalla Shoah. E’ un odio irrazionale, ossessivo, morboso, che non trova alcun riscontro nella realtà.

La Stampa, 3 Aprile 2002

Scrive Landes:

“…questa autorizzazione a scivolare nell’abuso di descrivere gli israeliani con i più sadici epiteti morali, in special modo come nazisti, è andata ben al di là non solo dell’ambito della Shoah e del tradizionale antisemitismo cristiano. Ha funzionato da appello fortissimo per quella che normalmente si pensa come laica (post-cristiana) sinistra progressista, un luogo nel quale non ci si aspetterebbe almeno questo tipo di odio-mercato e demonizzazione…;”

Durban, Agosto 2001

Tutte le statistiche in merito alla “pulizia etnica” ovviamente smentiscono questa narrativa e indicano una forte crescita della popolazione palestinese negli ultimi sessant’anni:

Dal 1949 ad oggi, la popolazione della West Bank è aumentata da 462.000 ai 2,5 milioni di oggi. Quella di Gaza, da 82.000 nel 1949 ai 1,7 milioni di oggi. Il numero di arabi uccisi nel conflitto arabo/israeliano dal 1920 è inferiore a quello degli arabi uccisi da arabi, in Siria soltanto, dal 2011. Di Ebrei (esclusi i giornalisti pro-palestinesi che vi risiedono) a Gaza e West Bank non ce ne sono praticamente più.

Nove Ebrei impiccati nella piùgrande piazza di Baghdad, nel 1969

Nel Medio Oriente arabo, la popolazione ebraica è passata da 850.000 nel 1949 a meno di 5000 oggi. Nonostante questo, i leaders arabi e palestinesi continuano a incitare al genocidio degli Ebrei ovunque essi siano, in Israele e nella Diaspora.

Scrive Barry Rubin:

“…Mai prima nella storia c’è stata una campagna concertata, sistematica, e viziosa per screditare e demonizzare Israele, soprattutto cercando di minarne il sostegno da parte della comunità ebraica nella Diaspora….Questi attacchi non possono essere presi a sé stanti e con ingenuità.. il politico britannico che accusa Israele di genocidio, un cartone animato che mostra Ariel Sharon mangiare i bambini palestinesi, il presidente egiziano che chiama gli Ebrei sub-umani, il giornale svedese che sostiene che Israele uccide i palestinesi per rubare i loro organi…”

E sionismo, Israele, sionisti, israeliani sono i termini che hanno preso il posto dell’inaccettabile “Ebrei”: “Gli ebrei vogliono conquistare il mondo.” No. “Israele vuole conquistare il Medio Oriente.” Va bene. “Gli ebrei usano il sangue dei bambini a Pesah per impastare il pane azzimo.” No. “Israele deliberatamente uccide bambini palestinesi”. Va bene.

Ariel Sharon visto da Latuff

Continua Rubin:

“Le categorie [di demonizzazione] includono, ma non si esauriscono, la falsificazione di fotografie e di fabbricazione di eventi; la distorsione della storia, la creazione di citazioni false; la pubblicazione di un numero sproporzionato di libri e articoli anti-israeliani; l’indottrinamento nelle scuole; il rifiuto del punto di vista comune israeliano e la travolgente enfasi di quello radicale, critico; l’eccessiva credibilità accordata alle fonti ostili, anche in merito a storie bizzarre (una per tutte, il falsa massacro a Jenin sulla base di un singolo informatore misterioso). Vi è anche la creazione di nuove categorie di “peccato” appositamente progettate come parte della campagna anti-israeliana e applicate solo a Israele, ad esempio il “pinkwashing” (il maltrattamento dei gay in un paese che è fra i più aperti al mondo) o quella della forza sproporzionata in tempo di guerra. A parte le ossessioni e il doppio standard è il desiderio, l’odio incontrollabile, la voglia di auto-giustizia, il disinteresse per l’equità e l’equilibrio, e la passione che mostra l’agenda nascosta di coloro che sono coinvolti. Essi sono indifferenti ai crimini di guerra reale, all’intolleranza e all’oppressione di tutti gli altri paesi del mondo…”

E l’uso del web ha di molto facilitato il diffondersi delle teorie demonizzatorie. Scrive Robert S. Wistrich:

“Non sempre la negazione della Shoah, il relativismo e l’inversione della realtà sono motivati da antisemitismo o dall’odio per Israele. Tuttavia questo è diventato un motivo centrale tra i negazionisti, soprattutto negli Stati Uniti, Gran Bretagna, Canada e Australia, nonché in Francia, Romania, Austria e Germania. Un pioniere nello sfruttare il World Wide Web per questo scopo è stato il tedesco di origine canadese Ernst Zündel, un uomo di spettacolo incallito che, un tempo, gestiva un impero mini-multimediale a Toronto. Anche se alla fine estradato e incriminato in Germania, Zündel è stato in grado per vari decenni di promuoversi come eroico guerriero contro quella che ha definito “la menzogna del secolo.” Egli ha cercato di giustificare apertamente Hitler e i nazisti, presentandoli come diffamati da gli ebrei. Internet gli ha fornito (a lui e ad altri negazionisti) un modo efficace per aggirare la legislazione europea, progettata per punire propaganda neo-nazista e negazionisti. Circa venti anni fa, l’Istituto per la Historical Review con sede in California ha anche sviluppato i propri siti web per promuovere l’idea che la Shoah fosse stata una finzione “sionista”. Uno dei collaboratori americani più attivi dell’istituto nel 1990 è stato il libertario Bradley Smith, che ha sfruttato il Web come un prolungamento del suo “Progetto Campus” per promuovere la negazione della Shoah come storia “revisionista” presso college e università americane. Con la scusa di difendere il pluralismo e la libertà di parola, il suo obiettivo era quello di legittimare la negazione come una parte autentica di studio della Shoah. Le “verità” dei negazionisti sono, naturalmente, invenzioni pure che ignorano l’enorme massa di prove che va contro le loro conclusioni. I negazionisti di destra sono di solito impegnati a riabilitare il nazismo, il fascismo o la supremazia bianca razzista – uno sforzo in cui l’antisemitismo (mascherato da “antisionismo”) gioca un ruolo cruciale. Per i negazionisti di sinistra, l’odio per Israele è spesso il motivo più convincente. Ma è una prospettiva che coinvolge quasi inevitabilmente qualche variante della teoria di una cospirazione ebraica”.

Perché la società moderna ha ancora bisogno del Diavolo?

(Grazie a Cifwatch)

B’tselem, come promuovere una non-notizia

Una giornata qualsiasi; un fatto che fosse successo in un’altra parte qualsiasi del mondo non avrebbe di certo avuto nessuna eco. Ma è successo in Israele e questo cambia tutto. Un bambino palestinese di cinque anni fa quello che gli hanno insegnato essere cosa buona e giusta: tira sassi ai soldati israeliani.

Che fanno i soldati? Portano bimbo e padre in caserma, prendono il nome del padre e lo consegnano all’Autorità palestinese che gli eleverà una multa. Stop. Fine della non-storia. Ma appunto, cioè che non varrebbe la pena di raccontare altrove, se interessa Israele diventa un caso mondiale. Oggi, 12 luglio 2013, su tutti i giornali e blog on line compare la notizia dal titolo: soldati israeliani arrestano bambino di cinque anni, dando ovviamente la stura a commenti che avrebbero fatto la gioia di Hitler.

Non mi interessa ripetere ancora una volta che le pietre uccidono e sopratutto che insegnare ai primi figli l’odio uccide ogni speranza di pace; è stato già fatto, anche in questo blog. Vorrei invece soffermarmi su B’tselem, questa Ong israeliana i cui aderenti girano per i Territori con la telecamera a tracolla, pronti a filmare (e in alcuni casi a provocare) i terribili “abusi” dell’esercito israeliano. Chi sono? Dalla loro pagina leggiamo:

B’Tselem – Il Centro di informazione israeliano per i diritti umani nei territori occupati è stato fondato nel febbraio 1989 da un gruppo di eminenti accademici, avvocati, giornalisti e membri della Knesset. Si sforza di documentare ed educare l’opinione pubblica israeliana e i politici circa le violazioni dei diritti umani nei territori occupati, la lotta contro il fenomeno della negazione diffusa tra l’opinione pubblica israeliana, e contribuire a creare una cultura dei diritti umani in Israele…. B’Tselem è indipendente ed è finanziato da contributi di fondazioni in Europa e Nord America che supportano l’attività dei diritti umani in tutto il mondo, e da privati ​​in Israele e all’estero.

Curiosamente se andiamo a leggere la loro pagina “Donors” o se cerchiamo i nomi dei loro supporters su Wikipedia, la Ford Foundation non compare mai. Il nome Ford compare solo di sfuggita come “New Israel Fund”. La Ford Foundation è quell’organizzazione che fu creata da Henry Ford, nel 1936. Henry Ford ebbe un posto di rilievo nella diffusione delle dottrine antisemite e razziste in America ed Europa, ed in particolare dell’ideologia nazista.  “L’ebreo internazionale” da lui scritto nel 1920, pubblicato con il titolo completo “The International Jew, the World’s Foremost Problem” (in italiano L’ebreo internazionale, il problema più importante del mondo) da The Independent Dearborn, un settimanale antisemita di estrema destra, controllato da Ernest Liebold, segretario privato di Henry Ford, è una corposa opera in quattro volumi, dai forti toni antisemiti, che fu tradotta in sei lingue, tra le quali il tedesco, ed ebbe grande apprezzamento da parte di Adolf Hitler, che ne fece una delle principali fonti di ispirazione per la dottrina nazista. Nel suo Mein Kampf, Hitler cita testualmente diverse parti del libro di Henry Ford.

Henry Ford riceve l’onoreficienza nazista “Ordine dell’Aquila tedesca” 

L’imprenditore americano ed il dittatore tedesco, uniti da reciproca ammirazione, diedero corso ad iniziative comuni di ordine finanziario e industriale. Nel 1938, per i grandi meriti riconosciuti dalla Germania nazista, Henry Ford fu insignito con l’Ordine dell’Aquila Tedesca. Questo il retroterra del fondatore della Ford Foundation. E attualmenteLa Fondazione Ford eroga circa 500 milioni di dollari all’anno attraverso 13 uffici in tutto il mondo, in decine di paesi. Ogni anno, la Fondazione, con una cifra stimata di 10 miliardi di patrimonio, elargisce circa 2.500 premi nei campi dell’arte, dell’educazione, dello sviluppo e della giustizia sociale. Per far questo Ford esercita la globalizzazione come farebbe una multinazionale commerciale, per mezzo di un’abile tessitura di movimenti di denaro, dentro e fuori dei suoi uffici e verso i destinatari, in una complessa rete di finanziamenti. Ma il prodotto della Fondazione Ford non è commerciale – è filantropico. La parte maggiore di tale spesa filantropica annua è dedicata a ciò che è definito “i diritti umani e la giustizia sociale” – cioè non i tradizionali programmi di aiuto, ma per difesa legale, attivismo, e “agit prop”.

Non è semplice verificare quanti soldi della Fondazione Ford siano investiti nella propaganda anti-israeliana e nei gruppi di pressione palestinesi, nonché nelle organizzazioni non governative o ONG. Questo perché sostanziosi fondi e programmi di incentivi sono canalizzati anche attraverso altri gruppi no profit e agenzie governative, anche all’estero. Ad esempio, la relazione annuale 2002 dell’Advocacy Institute, con sede a Washington definisce la rete delle ONG palestinesi, o PNGO , “partner”.

Nel febbraio 2003, l’Advocacy Institute, porto’ un gruppo di colleghi PNGO a Washington in un programma finanziato dalla Ford “per rafforzare la capacità di advocacy delle PNGO” Il programma comprendeva “sviluppo del messaggio, costruzione della coalizione, media”, così come “l’accesso e la persuasione di decision maker“, secondo una dichiarazione che è apparsa a metà agosto alla pagina web dell’Istituto. I Dati Ford indicano che la fondazione nel 2000 ha concesso all’Advocacy Institute 180.000 $ “per rafforzare il ruolo di una rete di ONG palestinesi.” I fondi per PNGO sono stati conteggiati nei “doni” della fondazione negli Stati Uniti, non in quelli dell’ufficio del Cairo.

Solo un anno più tardi, nell’agosto del 2001, PNGO fu uno dei principali gruppi che spinsero per le risoluzioni anti-israeliane in occasione della Conferenza UN-World contro il razzismo a Durban, in Sud Africa. Di sicuro c’è che Ford ha concesso diversi milioni di dollari americani a gruppi “pacifisti” ebrei e israeliani. Per esempio, Ford in passato ha concesso 500 mila dollari al programma di pace in Medio Oriente dell’American Reform Judaism mouvement, noto come “cercare la pace, perseguire la giustizia”, che cerca di mobilitare la comunità ebraica americana del Nord per la giustizia sociale in Israele. Ford finanzia anche diversi gruppi di dissidenti e per i diritti umani, basati in Israele. L’elenco comprende B’Tselem, Rabbini per i Diritti Umani, e Hamoked. B’Tselem attualmente riceve 250.000 dollari per quello che le relazioni della Ford descrivono come “monitoraggio dei diritti umani in Cisgiordania e Striscia di Gaza, che documenta le violazioni, e sostiene le politiche per i cambiamenti”.

La Fondazione Ford finanzia anche a Washington il New Israel Fund per le sue attività di sostegno e promozione per il cambiamento sociale in Israele. Dal 1988, la Fondazione Ford ha fornito più di 5 milioni di dollari al New Israel Fund, una coalizione di israeliani, nordamericani e di europei che promuove i diritti umani e la giustizia in Israele. Ford ha appena annunciato di voler aumentare il finanziamento ai “gruppi di pace e giustizia sociale” in Israele, attraverso il New Israel Fund con una concessione $ 20.000.000 per cinque anni, amministrato da una joint venture Ford-NIF.

La Ford Foundation finanzia anche l’ISM, una delle organizzazioni più ferocemente anti israeliane esistenti, che recluta i suoi attivisti principalmente nei campus americani e li addestra a trasformarsi in “scudi umani”, nonostante la pratica sia unanimamente condannata. Come B’tselem, l’Ism si definisce “indipendente e pacifista” ma non esita a incitare apertamente alla violenza. Il suo sito web afferma che riconosce “il diritto palestinese a resistere alla violenza israeliana e l’occupazione tramite legittima lotta armata”. Il 25 aprile 2003, il fondatore della Ong ha ospitato un gruppo di 15 persone nel suo appartamento. Inclusi in questo gruppo erano Mohammad Asif Hanif e Omar Khan Sharif, cittadini britannici. In seguito hanno partecipato a varie attività programmate dall’ ISM. Cinque giorni dopo, i due hanno eseguito un attentato suicida in un pub popolare accanto all’ambasciata americana a Tel Aviv, frequentato da personale dell’ambasciata. Hanif e Sharif erano entrati in Israele con il pretesto di essere “attivisti per la pace” e fare “turismo alternativo” – forse un riferimento al precursore dell’ISM, il “Gruppo turistico alternativo” (Andrew Friedman, “I Partigiani “neutrali “,” The Review, luglio 2003). ISM nega la responsabilità delle azioni dei kamikaze britannici.

Attivisti Ism, abbigliati come “coloni” israeliani, insieme a terroristi della Brigata Al Aqsa

I “report” di B’tselem si basano spesso su “percezioni“, presentate pero’ come fossero prove. Dato l’impatto mediatico che hanno, riescono ad infondere in chi legge la convinzione di star riportando notizie, mentre invece si tratta di congetture senza prove. Come successe per il rapporto di 30 pagine che redassero, in occasione dell’operazione Pillar of defense, divulgato nel maggio 2013: Violazioni dei diritti umani durante l’operazione Pillar of defense”. Il comunicato stampa affermava  che il “rapporto solleva sospetti che i militari abbiano violato il diritto internazionale umanitario (DIU).” Ma queste accuse non vengono dimostrate nella relazione; al meglio, esse sono il risultato di congetture, come B’Tselem stessa riconosce nella relazione. Inoltre, la pretesa di distinguere tra morti civili e combattenti in questa relazione, come in quelle del passato, si basa su definizioni manipolate e speculazioni;  l’applicazione di norme giuridiche esistenti comporterebbe conclusioni molto diverse. Il testo della relazione riflette chiaramente limitate informazioni disponibili – in gran parte “interviste oculari” (anche via telefono) a Gaza, la cui accuratezza non può essere verificata in modo indipendente. Così, dopo aver presentato le accuse, il rapporto afferma: “Tuttavia, i mezzi a disposizione di B’Tselem sono troppo limitati per stabilire se l’esercito israeliano ha agito in conformità con la legge.”

Questo è un cambiamento molto significativo e di riconoscimento da B’Tselem rispetto a quanto sostenuto nella relazione 2009 sul conflitto di Gaza precedente (e poi ripetuto nel Rapporto Goldstone screditato). Tuttavia, come notato sopra, il riferimento a tale limitazione metodologica di centrale importanza,  non è menzionato nel comunicato stampa.

Non è un caso raro e isolato, in pratica ogni rapporto di B’tselem è incentrato sulla falsificazione e distorsione dei dati,  sul suo sostegno alle organizzazioni politiche guidate ideologicamente, sulla denigrazione degli israeliani, e su fatti riportati in maniera strumentale, fatti apposta per attirare risposte emozionali. Come fu per il rapporto “East Jerusalem: six voices” del 2011. I bambini, ovviamente, sono i soggetti preferiti da trattare. Il 20 Marzo 2013, B’tselem diffondeva un altro video che trattava di “bambini arrestati“:

La didascalia al video diceva:

B’Tselem questa mattina ha urgentemente contattato il Legal Advisor dell’esercito  per la Giudea e Samaria, chiedendo il suo intervento di emergenza per quanto riguarda la detenzione di numerosi bambini, tra cui alcuni di 8 e 10 anni, arrestati dai militari israeliani questa mattina a Hebron. Le informazioni preliminari ricevute questa mattina indicano che i soldati hanno arrestato oltre venti minori che si recavano a scuola. Circa dieci di loro sono stati rilasciati. Il video è stato girato da un attivista internazionale.

Ma il video che B’tselem diffuse mostrava solo una parte di cio’ che era successo: i ragazzi stavano lanciando pietre, NON stavano recandosi a scuola e il video completo era un po’ diverso

Cio’ che B’tselem non mostra mai sono gli effetti di questi “lanci di sassi”. Questa è la vettura dove persero la vita Asher Palmer e suo figlio di un anno, colpiti da pietre e finiti fuori strada

Al 31 Marzo 2013, erano stati già registrati 1195 incidenti per lanci di pietre. E le pietre uccidono

La letteratura in merito a B’tselem è vasta, e forse anche molto più interessante di una non-storia.

Signori razzisti: la Legge è servita

Com’era uno dei più famosi slogan nazisti? “Comprate ariano”, “Non comprate dagli Ebrei”. Il boicottaggio dei prodotti israeliani ha la stessa, violenta valenza. Solo i prodotti degli Ebrei sono “contaminati”, non quelli che provengono dalle più feroci dittature del mondo. Solo i prodotti degli Ebrei sono “macchiati di sangue”, secondo un macabro slogan in voga.

A parte il fatto che boicottare i prodotti ortofrutticoli israeliani è un’idiozia che toglie il lavoro a centinaia di palestinesi impiegati proprio nelle “famigerate colonie”, ( il 14,2% degli occupati, nel 2010) ben contenti di guadagnare il doppio di quello che guadagnerebbero lavorando nei Territori della West Bank, in regola e con gli stessi, identici diritti dei lavoratori ebrei, con la cultura come la mettiamo? Troupe di ballo, musicisti, scrittori…

Ora finalmente si comincia a chiamare il boicottaggio per quello che è: razzismo. E non sono agitatori pro-israeliani a farlo, ma sentenze di Tribunali. Nel 2009, la Corte europea dei diritti dell’uomo ha emesso una sanzione nei confronti di un eletto francese del Nord,  ricordando che “boicottare: è incoraggiare un atto discriminatorio.” La Corte rileva che l’interferenza con la libertà di espressione del richiedente è prevista dalla legge, perché si basa sugli articoli 23 e 24 della legge 1881 sulla stampa ed è motivata da una finalità legittima: proteggere i diritti dei produttori israeliani. La Corte rileva inoltre che, secondo il diritto francese, il ricorrente non si puo’ sostituire ai funzionari del governo, dichiarando il boicottaggio dei prodotti di una nazione straniera (…)

Violenza e razzismo negli inviti al boicottaggio

…Un cittadino o gruppo di cittadini non può sostituire una autorità di governo democratico, utilizzando mezzi di intimidazione e cercando di imporre il proprio punto di vista sulla società. Questo approccio è in contrasto con il diritto francese, europeo e in particolare con un valore democratico fondamentale: la rappresentanza del popolo attraverso la loro eletti.

Comunicato di Marc e Julien Bensimhon, avvocati presso la Corte, su questo argomento:

La lotta contro il razzismo e l’antisemitismo è stata ribadita dal Consiglio Costituzionale, a seguito di una denuncia penale, presentata dal National Bureau di vigilanza contro l’antisemitismo (BNVCA, presieduto da Mr. Sammy Ghozlan) nel contesto delle chiamate al boicottaggio delle merci israeliane.

In maniera dilatoria, gruppi filo-palestinesi che commettono questi crimini di incitamento all’odio razziale, distruggendo in ipermercati prodotti israeliani e diffondendo su Internet slogan come: “Questi prodotti provenienti da Israele, li getto per terra, puzzano di odio, puzzano di sangue. Vogliamo isolare lo stato terrorista. ASSUSS Israele! ” hanno cercato di fermare tutti i procedimenti contro di loro, prima che il tribunale penale di Francia agisse… cercando di indebolire l’arsenale giudiziario per combattere i reati xenofobi o razzisti.

Il BNVCA, attraverso i suoi avvocati, Mark Maint e Julien BENSIMHON ,  dinanzi al Consiglio costituzionale del 2 aprile 2013, ha protestato contro un simile tentativo. Intervenuti a fianco del BNVCA, la LICRA, il MRAP e SOS Razzismo. A seguito di questa audizione, il Consiglio costituzionale, la più alta corte di Francia, ha confermato, nella sua decisione del 12 aprile 2013, la legislazione in vigore, incaricata di combattere i reati di stampo razzista e xenofobo.  

In effetti, il Consiglio costituzionale ritiene che il termine di prescrizione di un anno ai sensi dell’articolo 65-3 della legge del 29 luglio 1881 sulla libertà di stampa (invece di 3 mesi), per l’accusa e condanna dei colpevoli di incitamento all’odio razziale, è perfettamente giustificata e proporzionata alla gravità di questi reati. L’affermazione di tale termine di prescrizione di un anno consentirà alle associazioni per la lotta contro il razzismo e alle autorità della comunità di combattere con forza ogni forma di razzismo di ogni tipo come crimini contro l’umanità, quali  diffamazione e insulti razziali e incitamento all’odio razziale. Cosi’, l’istituzione di protezione della nostra costituzione permette agli attivisti anti-razzismo di continuare la loro lotta contro chi nega la pari dignità di ogni essere umano.

La legge è servita, cari razzisti.

Prestami il tuo braccio

Quando la mistificazione non si fa scrupolo di utilizzare morti per attizzare l’odio. Oggi il web è stato inondato da una foto spacciata come quella di Abu Maysara Hamdiya, un prigioniero palestinese, morto questa settimana in un carcere israeliano, la morte del quale è stata presa a pretesto per scatenare una nuova ondata di violenze nella West Bank.

Hamdiya soffriva di cancro, e l’accusa è che egli non abbia ricevuto le cure mediche di cui aveva bisogno. La foto lo mostra ammanettato a un letto di ospedale e insinua che gli fossero stati inflitti trattamenti crudeli, inumani durante la sua pena detentiva.

 

La foto che gira sul web

Il portavoce israeliano del Prison Service, Sivan Weizman, ha spiegato che  erano state prese tutte le precauzioni necessarie per la salute di Abu Hamdiya, tra le quali il trasferimento in un carcere più vicino a strutture ospedaliere. Ricordiamo che Hamdiya in effetti è morto nell’ospedale di Bersheeva e non in carcere. Hamdiyah scontava l’ergastolo per omicidio, appartenenza a Hamas e possesso di armi.  Nella didascalia alla foto sopra si legge: “prigioniero, comandante e jihadista”, insieme a una foto di Abu Maysara Hamdiya. L’immagine implica che Abu Hamdiya fosse ammanettato ad un letto d’ospedale. In realtà, il braccio nella foto sopra è una porzione ritagliata di una foto scattata in Siria, di un ribelle in ospedale. La foto è stata originariamente pubblicata l’8 dicembre 2012.

la foto originale; quel braccio appartiene a quest’uomo

Visto come è facile dare una mano (o un braccio) all’odio?

Articolo originale QUI Grazie a Cristina per la segnalazione!

La nuova menzogna: il bus per “soli palestinesi”

Nel giugno 2012, il governo israeliano concesse 6000 nuovi permessi di lavoro   ai lavoratori palestinesi in Israele. La mano d’opera palestinese in Israele raggiunse cosi’ il numero di 30.500 unità.

Più di 30.000 persone che ogni mattina partono dalle affollate stazioni dei pulman nella West Bank per raggiungere il posto di lavoro in Israele. Le uniche alternative per sfuggire alla ressa delle stazioni dei pulman sono state finora il servizio privato abusivo di trasporto, carissimo, oppure camminare fino all’insediamento israeliano più vicino e da li’ prendere un bus per le città. Per facilitare l’entrata dei lavoratori palestinesi in Israele e fare in modo che non fossero costretti né ad arrivare in ritardo sul posto di lavoro né a spendere cifre spropositate per il loro trasporto, Israele ha pensato ad una linea diretta che facesse il giro di tutti i villaggi nei quali vivono i lavoratori, trasportandoli, a tariffe normali, in Israele. E come potevano farsi scappare l’occasione i media e le associazioni che vivono con gli occhi puntati su Israele, attendendo l’occasione per spargere un po’ di veleno? Cosi’ un servizio pensato per facilitare la vita dei lavoratori è diventato “il pulman dell’apartheid”.

E’ stata scomodata perfino Rosa Parks per l’occasione! Eppure il comunicato ufficiale parla chiaro: nessuna discriminazione, nessuna linea pensata “solo per Palestinesi” , nessun divieto per un Israeliano di salire sugli autobus che partono dalla West Bank né viceversa. La ragione per la quale non ci sono Israeliani in partenza dalla West Bankn nei Territori amministrati da AP, è semplice: l’ingresso è loro negato.

Eppure il comunicato ufficiale del Ministero dei Trasporti parla chiaro:

Il ministro dei Trasporti ha chiesto al direttore generale del suo gabinetto di vigilare affinché i Palestinesi possano viaggiare su tutte le linee degli autobus, comprese quelle in Samaria e di aumentare immediatamente il numero di nuove linee di servizio, concepite per rimpiazzare le linee esistenti “non abbastanza funzionali”  e renderle operative immediatamente. Il ministro dei Trasporti, delle Infrastrutture nazionali e della sicurezza stradale, Israel Katz, ha chiesto al direttore generale del suo gabinetto, Uzi Ytzhaki, di assicurarsi che i Palestinesi che entrano in Israele possano servirsi di tutti i trasporti in comune in Israele, comprese le linee in Giudea Samaria. Inoltre Katz ha chiesto che sia immediatamente aumentato il numero di linee in servizio, a cura della compagnia Afikim, in funzione della domanda per queste linee, e che sia esaminata l’opzione di fare partire il servizio da altri luoghi in Samaria, allo scopo di facilitare  la vita ai lavoratori palestinesi permettendo loro di servirsi con facilità dei punti di fermata. Il ministro dei Trasporti ha incaricato il capo del suo gabinetto di verificare che la pubblicizzazione di queste nuove linee sia fatta in ivrit e arabo e assicurarsi che il servizio sia lo stesso per tutta la popolazione. Yitzhaki controllerà personalmente il buon funzionamento del servizio e ne trarrà le conclusioni necessarie al fine di migliorare il servizio di trasporto per i viaggiatori. Le nuove linee serviranno i lavoratori palestinesi che entrano in Israele dal passaggio di Eyal e rimpiazzeranno i taxi clandestini i cui prezzi sono esorbitanti, più di cento shekels (N.d.T. più di 20 euro).

Ma come sappiamo, quando si tratta di Israele il buon senso non esiste. Ecco ha riferito la notizia l’Ansa:

“(ANSA) – TEL AVIV, 03 MAR – Alcune linee di bus di pendolari che ogni giorno dalla Cisgiordania vanno a lavorare in Israele potrebbero essere destinate ‘solo a palestinesi’. La riportano oggi i siti di Haaretz e Ynet. Entrambi i media – Haaretz dice che ”Israele introduce linee di bus per ‘soli Palestinesi’, dopo le proteste dei coloni israeliani” – citano un piano del Ministero dei trasporti. Scopo del progetto – ha spiegato il ministero – e’ decongestionare le linee usate dagli israeliani nelle stesse aree.”

Haaretz in realtà non ha potuto dire altro che la verità, cioè che quelle linee non sono “riservate” ai soli Palestinesi, ma ha titolato “Israele introduce linee di autobus ‘solo per palestinesi’, in seguito alle denunce di coloni ebrei.” cioè, ponendo immediatamente il lettore davanti a un giudizio pre-confezionato, anche se poi questo assunto non è stato sostenibile nell’articolo.

E Jessica Montell, direttore del movimento anti-Israele, B’tselem:

“La creazione di linee di autobus separate per gli ebrei israeliani e i palestinesi è un’idea rivoltante”, Montell ha detto a Army Radio. “Questo è semplicemente il razzismo.”

Eppure sarebbe bastata un’occhiata al sito web della compagnia di autobus, Ofakim, per verificare che l’autobus No. 211 inizia il suo tragitto nei pressi di Kalkilya e si reca a Tel Aviv con fermate a Petah Tikva, Bnei Brak e altrove. Non indica che si tratta di un autobus per “soli palestinesi” o che gli ebrei non lo possono guidare. Ofakim dichiarato “Non ci è permesso di rifiutare il servizio e non ordineremo a nessuno di scendere dal bus.”

Del resto periodicamente escono fuori queste fole disperate che vorrebbero narrare un apartheid che non esiste, Haaretz lo ha fatto con la falsa notizia delle “strade per soli ebrei”, menzogna ormai definitivamente smentita. Risultato di questa campagna di menzogne? Due degli autobus in questione  sono stati incendiati, nella città arabo-israeliana di Kafr Qasim, che si trova una ventina di chilometri a est di Tel Aviv, vicino alla Linea Verde. E via cosi’!