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Le ONG nemiche di Israele: cominciamo da Diakonia

Mai sentito parlare di Diakonia? No? Sembra il nome di una crema di bellezza, o di una macchina fotografica, vero? Invece no, Diakonia è la più grande ONG umanitaria della Svezia, fondata nel 1966 da cinque chiese svedesi. La maggior parte del suo budget proviene dal governo svedese (47,2 milioni dollari). Diakonia promuove il “diritto a resistere” dei palestinesi e contemporaneamente fa il possibile per delegittimare il diritto di Israele all’autodifesa. I programmi del IHL (International Humanitarian Law) sfruttano e travisano il diritto internazionale. Cominciamo ad esaminare chi sono le ONG che operano in territorio israelo/palestinese e quali sono i loro obiettivi dichiarati e quelli reali. Il documento è un po’ lungo ma vale la pena di leggerlo se si cercano risposte a domande che a volte sembrano non averne. Mentre alcuni dei programmi dell’organizzazione sembrano essere progetti umanitari veri e importanti, la maggior parte delle risorse sono dedicate a campagne politiche, tra cui un documento alla Commissione Goldstone che diffamava Israele e delegittimava il suo diritto di difendersi contro attacchi missilistici. La posizione di Diakonia in merito al conflitto arabo/israeliano fa riferimento costante alla “continua l’occupazione”, la “costruzione del muro”, e “la frammentazione del territorio palestinese”, come “problemi strutturali” che stanno dietro il conflitto. La storia del terrorismo pre-1967, la guerra e il rifiuto del diritto di Israele ad esistere sono cancellati.

attivisti di Diakonia

Per i loro studi sbilanciati di diritto internazionale e le attività del Humanitarian Policy & Law Forum alla Harvard University  ricevono più finanziamenti di qualsiasi altro programma relativo alla regione, e rappresentano l’unico esempio politico di attività a livello mondiale di Diakonia. Diakonia fu fondata nel 1966 da cinque Chiese svedesi: la Alliance Mission, la Baptist Union, l’InterAct, la Methodist Church e la Mission Covenant Church. Si descrive come una “organizzazione cristiana per lo sviluppo, che collabora con i partner locali per un cambiamento sostenibile in favore delle persone più vulnerabili del mondo.” L’organizzazione lavora con più di 400 partner in 30 paesi, e afferma di promuovere “uno sviluppo equo e sostenibile nel quale lo standard di vita delle persone più vulnerabili possa migliorare, e la democrazia, i diritti umani e l’uguaglianza siano rispettati. Il punto di partenza per questo è il Vangelo di Gesù come modello di ruolo “.

Un documento Diaconia

Nel 2008, il fatturato di Diakonia ha raggiunto i 47,2 milioni dollari, 367 milioni di corone svedesi,  di cui 332 milioni provenienti dall’ Agenzia del governo svedese per lo sviluppo internazionale della cooperazione (SIDA), 10,5 milioni dall’Unione europea, e 5 milioni dal governo norvegese. Le attività in Medio Oriente, America Centrale e Sud America comprendono ognuna  circa il 14% del bilancio di Diakonia, mentre la spesa in Asia è del 25%, e del 30% in Africa. Il lavoro di advocacy (lobbying principalmente politica in Svezia) è di circa il 3% del bilancio di Diakonia. Diakonia è membro di due grandi agenzie di sviluppo a struttura internazionale – l’Associazione delle Agenzie di Sviluppo Internazionale (AIDA) e AidWatch. AIDA è una “struttura di coordinamento per le agenzie di sviluppo internazionali operanti in Cisgiordania e Gaza”, tra cui Oxfam, Trocaire, Christian Aid, e il Comitato centrale Mennonita. L’organizzazione collabora a eventi e comunicati stampa, tra cui molti che condannano la politica di Israele. AIDA è co-sponsor del forum di diritto internazionale umanitario di Diakonia, facente capo alla Al Quds University.

Diakonia e la Flottilla per Gaza

AidWatch è “una lobby pan-europea di iniziativa per campagne di monitoraggio circa la qualità e la quantità degli aiuti forniti dagli Stati membri dell’UE e dalla Commissione europea (CE),” sotto l’egida della UE Concord – una Confederazione di ONG europee, attive nel lavoro di assistenza e sviluppo. Nel 2009, AidWatch ha pubblicato un rapporto, “Alleggerisci il carico”, che prendeva in esame i finanziamenti UE alle ONG umanitarie. Uno dei problemi che la relazione individua in materia di aiuti europei è che sono “sempre più utilizzati come strumento politico, e non mirano a ridurre la povertà”.

campagna Diakonia

Diakonia opera in Medio Oriente dal 1960, e ha aperto la sua prima sede nella regione nel 1989. Ha sviluppato programmi in Egitto, nell’Iraq kurdo, Libano, Israele, e “Palestina”. Obiettivi di Diakonia per la regione sono: “concentrarsi su come affrontare la mancanza di pace e sicurezza, aumentando il rispetto dei diritti umani e sradicare gli aspetti multidimensionali della povertà “. L’area medio-orientale è terreno privilegiato per Diakonia come per molte altre ONG “umanitarie”. E siccome tutte le ONG che si rispettino hanno il loro “libro bianco” contro Israele, anche Diakonia ha redatto il suo “Position Paper on Israel & Palestine”. Naturalmente il rapporto assicura di non essere sbilanciato a favore di nessuna delle due parti e di avere solo a cuore la risoluzione del conflitto.  In contrasto con questo obiettivo dichiarato, Diakonia adotta pero’ il linguaggio della narrativa palestinese, “continua l’occupazione”, la “costruzione del Muro”, e “la frammentazione del territorio palestinese”. Diakonia non si interessa, ovviamente,  al terrorismo palestinese, ai rifiuti arabi alla pace, all’educazione all’antisemitismo e alla violenza dei bambini palestinesi, alla corruzione dell’Autorità Palestinese, alle restrizioni dei diritti delle donne, o ai “combattenti”,  come “problemi strutturali” del conflitto. Quando alcuni di questi problemi emergono, sono sempre attribuiti agli effetti della “occupazione”, anche se anteriori alla guerra del 1967. Naturalmente ci sono tutti i soliti “evergreen” della diffamazione nei confronti di Israele, nel rapporto Diakonia: apartheid, economia “strozzata” da Israele, violazioni continue delle leggi, e per sostenere il “diritto alla resistenza palestinese” Diakonia si inventa un nuovo diritto internazionale, sostenendo che  “il diritto internazionale umanitario si riferisce ai movimenti di resistenza, come dato di fatto che deve essere preso in considerazione“, e che, poiché la comunità internazionale non riconosce l’annessione di Gerusalemme Est, Israele è “in violazione del diritto internazionale. “In questa discussione, Diakonia nega anche ogni legame storico e religioso del popolo ebraico con Gerusalemme. Le opinioni espresse in questo documento politico contribuiscono e riflettono le attività unilaterali dell’organizzazione. Che fa Diakonia nei Territori? L’approccio di Diakonia gira attorno a cinque temi: “. Genere,  democrazia, i diritti umani, la giustizia sociale ed economica e la pace e trasformazione dei conflitti” Questi temi sono promossi attraverso quattro sottoprogrammi:   Il programma di riabilitazione; Programma di Letteratura per bambini; Sostegno al programma Civil Society Organisations in Palestine, che supporta gli attori della società civile locali nel loro lavoro per la democrazia e i diritti umani, e   l’ International Humanitarian Law Programme. Mentre la riabilitazione e i programmi di letteratura per l’infanzia sembrano essere progetti umanitari veri e importanti, la Civil Society l’International Humanitarian Law Program sono altamente problematici, stando a quanto si legge in questo rapporto. Entrambi attribuiscono la responsabilità esclusiva del conflitto a Israele, riducendo al minimo l’impatto del terrorismo e del contesto di guerra asimmetrica, e promuovono apertamente la narrazione palestinese attraverso attività politiche. Molte delle organizzazioni partner della Diakonia per questi progetti – tra cui Al Mezan, Al Haq, l’Alternative Information Center, e Sabeel – delle quali tratteremo con B’tselem e altre nei prossimi articoli – sono tra le più estreme Ong anti-israeliane che operano nella regione, impiegando una retorica incendiaria che a volte sconfina nell’antisemitismo.  Altri partner, come B’Tselem, HaMoked e PHR-I sono stati ampiamente criticati per la loro posizione sbilanciata e unilaterale. Diakonia, in questo modo, lavora contro la pace e la normalizzazione nella regione, radicalizzando ulteriormente il conflitto. Non si capisce poi come questi due programmi, in particolare il programma di diritto internazionale umanitario che riceve la maggior parte dei finanziamenti Diakonia in questa regione, contribuiscano al raggiungimento degli obiettivi di sradicare gli “aspetti multidimensionali della povertà”. Il contenuto politico schiacciante unilaterale è in contrasto con la critica di Diakonia rispetto ai finanziamenti UE per gli aiuti umanitari definiti “sempre più utilizzati come strumento politico, e non mirati a ridurre la povertà” .

attivisti Diakonia

ONG partner di Diakonia nell’ambito di questo programma Supporting Civil Society Organisations in Palestine Programme (2008-10: SEK13,500,000) sono AIC, PHR-I, Al Nayzak per l’innovazione scientifica, Al-Sarayah Centro per Servizi di Community, Counseling Center palestinese, Sabeel, Tamer Institute for Community Education, Wi’am, e il Women’s Affairs Technical Committee.  Gli aspetti “nobili” del programma  sarebbero quelli volti a indirizzare i giovani per promuovere la “risoluzione non violenta dei conflitti, i pericoli di abbandonare la scuola e il matrimonio precoce”, e cercare di “responsabilizzare le giovani donne.” Tuttavia, diversi partner finanziati dal presente programma, come Sabeel e AIC, sono tra le più radicali Ong filo-palestinesi che operano nella regione e, a volte, impegnate in retorica antisemita. [5] Altri partner, come PHR– soffrono di mancanza di credibilità nelle loro relazioni, e la loro agenda è apertamente ideologica. Non vi è alcuna giustificazione per il finanziamento a Sabeel, AIC, o PHR-I sotto gli auspici di un programma che afferma di promuovere “la risoluzione non violenta dei conflitti, i pericoli di abbandonare la scuola e il matrimonio precoce,” o lo “sviluppo personale” tra palestinesi i giovani, in particolare le giovani donne palestinesi. Il programma HIL ((interamente finanziato dalla SIDA) riceve la maggioranza dei finanziamenti di Diakonia per la regione ed è ampiamente promosso dall’organizzazione. Il programma dispone di un proprio sito web con un link nella home page di Diakonia e materiali promozionali separati. Il programma  “mira ad aumentare il rispetto e implementare ulteriormente gli interventi di diritto umanitario internazionale in Israele / Palestina, come un mezzo per migliorare la situazione umanitaria, e creare una possibilità per la pace nella regione.” Il programma si articola in diverse fasi, compreso il sito Web “Guida Facile” , seminari ed eventi, patrocinatori di portali web del diritto internazionale umanitario e del  “monitoraggio delle violazioni del diritto internazionale umanitario“. Per realizzare questo progetto, Diakonia è in partnership con diverse organizzazioni: Al Haq, B’Tselem, HaMoked, Mossawa, Al Mezan, ACRI, la Harvard School of Public Health, e  l’Università Al Quds per i diritti umani e del diritto internazionale umanitario. Come possiamo vedere, il “lavoro” di Diakonia è complesso e l’opera di delegittimazione di Israele è talmente ben strutturata da includere tutte le principali ONG che si sono distinte negli ultimi anni per il loro attacco politico. Ci sarebbe da capire perché il governo svedese abbia interesse a finanziare queste ONG e se i contribuenti svedesi sono al corrente di essere loro, in ultima analisi, a pagare.   Chi sono i personaggi che stanno dietro a queste sigle finora citate? L‘IHL è prevalentemente costituito da avvocati palestinesi, consulenti per l’Amministrazione palestinese e anti-sionisti attivisti ebrei. [6] Solo uno dei membri, Anita Broden , membro del Parlamento svedese, non sembra avere questo tipo di retroterra: Charles Shamas (qui pubblicato da Electronic Intifada) è un co-fondatore di Al Haq e senior partner del Gruppo Mattin a Ramallah. E’ anche un membro del comitato consultivo di Human Rights Watch Medio Oriente-Nord Africa. Shamas paragona la politica israeliana a quella di “apartheid “e di” genocidio “e il terrorismo palestinese per lui diventa ” resistenza “. (La sua pagina Crimes of War nel frattempo è scomparsa)  Per lui il terrorismo è “l’insurrezione di gran parte di una popolazione civile contro illeciti e predatori abusi di una potenza occupante e del suo controllo su quella popolazione e il loro habitat” Michael Bothe rappresentante della Lega degli Stati arabi e del ICJ Advisory Opinion sul muro di separazione. Fritz Froehlich è il coordinatore  “UNRWA , è stato uno dei primi sostenitori della strategia di Durban. Nel 1994, in una conferenza organizzata da PASSIA, Froelich consiglio’ che “i progetti che evidenziano Gerusalemme come città palestinese dovrebbero essere attuati, le ONG dovrebbero combattere contro la deformazione demografica, fisica, geografica e politica  di Gerusalemme,  e fare del loro meglio per ripristinare la presenza araba e riconsiderarne le attività “. Göran Gunner è un membro del consiglio di Amici di Sabeel Scandinavia ed è stato relatore alla 5 ° Conferenza Internazionale di Sabeel, “Challenging christian zionism:. Teologia, Politica, e il conflitto israelo-palestinese” Il sito omonimo nacque a seguito della conferenza e perpetua la demonizzazione e la delegittimazione del sionismo utilizzando temi teologici. Sul sito, Sabeel difende la sua posizione per una soluzione a “stato unico “. Vinodh Jaichand, è Vice Direttore del Centro irlandese per i diritti umani. In un discorso del dicembre 2005, paragono’  Israele a uno “stato di apartheid” , prendendo in esame i modi con i quali lo “Stato di Israele è passibile di essere giudicato per il crimine di apartheid  contro l’umanità”. Helena Johansson, Capo Dipartimento per la Confederazione svedese dei lavoratori, scrive sul suo blog che Israele deve essere ritenuto responsabile e perseguibile per il “bombardamento del tutto sproporzionato di aree densamente popolate di Gaza e per gli attacchi contro edifici delle Nazioni Unite e gli ospedali”, e ripete le solite, false affermazioni “c’era una tregua tra Hamas e Israele, ma Israele non ha ottemperato alle condizioni dell’accordo promosso dall’ Egitto, continuando gli attacchi e il blocco.” Gilbert Marcus SC, delegato di Amnesty International, il quale sostiene che la barriera di sicurezza di Israele è “sproporzionata”, è stato uno dei firmatari di una lettera di condanna dell’operazione contro Hamas a Gaza da parte di Israele, definendola “inumana” e ha lavorato come consulente per uno studio pseudo-accademico (anche questo pubblicato dalla solita Electronic Intifada), organizzato dall’ex Rapporteur delle Nazioni Unite John Dugard ed Al Haq, sostenendo che Israele è uno stato di “apartheid”. Iain Scobbie è attivo nel promuovere argomenti giuridici pro-palestinesi e delegittimare il diritto di Israele di combattere contro la guerra asimmetrica. Durante la guerra di Gaza, è stato uno dei firmatari di una lettera nella quale sosteneva che il lancio di razzi di Hamas non “corrispondeva a un attacco armato che desse diritto ad Israele di reagire con l’auto-difesa”, e ha affermato che la guerra è stata un atto di “aggressione” da parte di Israele. Scobbie fu anche uno dei “contributori principali” allo “studio” di Dugard su l’apartheid, ed  è consulente del Negotiation Affairs Department dell’Amministrazione palestinese. Lea Tsemel, ebrea antisionista attivista, è stata un membro di spicco della Lega Matzpenpartito antisionista, rivoluzionario, comunista    trotzkista e fondatrice del Comitato Pubblico contro la Tortura in Israele. E’ sposata con Michael Warshawski, fondatore del Alternative Information Center. Tra le accuse che diffonde contro Israele, quella della “pulizia etnica”. Marcelo Weksler è un membro del consiglio della Alternative Information Center. Il suo articolo, “Israeli Attacks on Gaza: Before Words Will Not Help” (pubblicato sulla pagina Facebook di B’Tselem) usa frasi come “la bestialità della società israeliana“, “il male del regime israeliano“, e afferma che  “l’ umanità clown [società tradizionale israeliana]. . . è un romanzo anti-semita. Un’invenzione dei non ebrei che manca di una coscienza, una coscienza ebraica “. Julia Wickham è Segretaria e coordinatrice di Delegazione  per il Gruppo parlamentare Britain-Palestine ed editor di The Palestine Post (UK). Nell’agosto 2006, in una lettera a Tony Blair  ha scritto che “l’indiscriminata distruzione da parte di Israele di infrastrutture libanesi e a Gaza non è lecita, in quanto costituisce misure di ritorsione e punitizione collettiva  contro le popolazioni civili.” Fu una dei firmatari di una petizione a sostegno della causa  contro Ariel Sharon per “crimini contro l’umanità”, presentata in Belgio. La “Easy Guide to IHL” è parte integrante del programma “umanitario” e si rivolge a svedesi e anglofoni “interessati al conflitto israelo-palestinese, già a conoscenza della situazione sul “campo”, ma che cercano di  familiarizzarsi con lo strumento legale per la loro attività di sensibilizzazione e di analisi.” Diakonia sostiene che le” analisi “fornite sul sito web” riflettono la prospettiva di Diakonia e non intendono esprimere approcci favorevoli ad una delle parti in conflitto .” Anche se la ONG include alcuni link a fonti governative israeliane, le note Diakonia suonano cosi’: ” il sito web è impegnato in primo luogo a far rispettare  gli obblighi dello Stato di Israele, in quanto potenza occupante, nei confronti della popolazione palestinese “, e gran parte del contenuto ripete  le accuse non verificabili, avanzate dalle sue ONG partner Al Haq, HaMoked, e B’Tselem. Le informazioni presentate sul sito web e i frequenti travisamenti del diritto internazionale riflettono questo approccio unilaterale.

la propaganda di Diakonia

Il sito offre una panoramica delle questioni giuridiche e storiche interpretate attraverso la narrazione palestinese, distorcendo la storia e il contesto. In un esempio rappresentativo, nell’analisi “degli anni 1947-1967″ afferma che dopo che “scoppiò la guerra tra Israele e alcuni stati arabi”, nel 1948, Israele fu costituito su un territorio”, che copriva una parte più grande di quella che gli era stata assegnata dal piano di spartizione delle Nazioni Unite. Che uno stato palestinese non poté essere stabilito e che i palestinesi hanno portato avanti per molti anni, e continuano a farlo, l’appello per l’attuazione del loro diritto all’autodeterminazione.” Questa sintesi ignora il rifiuto arabo del piano di spartizione dell’ONU del 1947, l’attacco arabo del ’48 per distruggere lo Stato nascente, e la campagna di attacchi arabi e massacri contro gli ebrei nella regione sia prima che dopo la creazione di Israele. Un’altra affermazione nel sito: “il territorio palestinese occupato è stato sotto il controllo e governo dei diversi regimi nel corso degli ultimi 500 anni.” Nella parte dedicata alla barriera difensiva nessun accenno, ovviamente, ai motivi che spinsero Israele alla sua costruzione, nulla in merito al terrorismo e alle vittime civili. Gran parte delle “analisi” sul sito si impegnano a delegittimare qualsiasi diritto di Israele all’auto-difesa, Gaza è descritta come “occupata” anche dopo il ritiro totale di Israele dalla Striscia, le azioni di Israele sono sempre descritte come “sproporzionate”, “punizioni collettive”, “crimini di guerra”. 

propaganda di Diakonia

Per sostenere la tesi speciosa di un “diritto alla resistenza”, scrive Diakonia, “L’uso della forza come parte della resistenza all’occupazione, nel caso palestinese, è quindi derivata dalla legittimità internazionale al ricorso alla lotta armata per ottenere la diritto all’autodeterminazione. Diakonia collaboro’ al famoso Rapporto Goldstone, con una relazione che diffamava Israele e negava il suo diritto alla difesa, non citando mai (se non di sfuggita) Hamas e i suoi crimini. Questa è una delle ONG capofila nella demonizzazione di Israele, una ONG “santa”, che dice di rifarsi al modello del Vangelo, che maschera la sua attività di delegittimazione e di diffamazione dietro la sottile e non certo infrangibile patina degli “interventi umanitari”. Quando ci chiediamo da dove arrivi la falsa rappresentazione di Israele nel mondo dobbiamo ricordare che ci sono Enti specializzati in questo, pagati e protetti nella loro “missione”. Diakonia si “tira dietro” tutte le più conosciute ONG del “settore”. Prossimamente un’analisi accurata dei suoi partners. QUI

La metamorfosi di un’ostilità antica

(Articolo tratto dal lavoro di Cristiana Facchini: “Le metamorfosi di un’ostilità antica. Antisemitismo e cultura cattolica nella seconda metà dell’Ottocento”) La “questione ebraica” nel periodo che precedette la Shoah

Volendo tracciare una tipologia dell’ostilità antiebraica europea nello scorcio finale del secolo XIX (con particolare attenzione alle correnti cristiane, e ponendo attenzione alla scansione temporale), potremmo osservarne la portata e la diffusione in tre grandi tempi:

1. A partire dagli anni ’70, una messe di pubblicazioni denuncia la pericolosità degli ebrei emancipati. Alcuni di questi testi seguono lineetradizionali, insistendo sulla negatività della religione ebraica in quanto espressione del “Talmud”. Massima espressione di questa campagna denigratoria – non dissimile da quella di età moderna che portò ai roghi del Talmud – è l’opera Der Talmudjude, del canonico ed ebraista austriaco A. Rohling, pubblicata nel 1871 e già ristampata sei volte nel1877. Apparso in Francia nel 1888, il testo di Rohling divulga in tutto il mondo francofono teorie ed immagini antiebraiche ampiamente diffuse in area tedesca. Sono i medesimi anni della pubblicazione degli scritti antiebraici di A. Drumont, la cui “France juive” , pubblicata nel 1886,diventa immediatamente un «bestseller». (La France juive, Flammarion, Paris, 1886 è pubblicato in 2 volumi e viene ristampato 140 volte nell’arco di due anni. G. Kauffmann, Édouard Drumont, , Paris, Perrin, 2008)

Questa massiccia produzione di testi è arricchita da un’altra corrente, spesso ritenuta “tradizionalista” e religiosa (sostanzialmente nella linea di Rohling), perfettamente rappresentata dalla rivista dei Gesuiti «Civiltà cattolica», che nei primi anni ’80 pubblica a più riprese feroci articoli contro gli ebrei. La rivista dei Gesuiti merita speciale attenzione, per tutta una serie di motivi storici: in primo luogo, essa si presenta come un punto di osservazione strategico per comprendere l’evolversi delle forme del pensiero cattolico, e segnatamente delle strategie e delle modalità con cui gli ambienti cattolici affrontano temi di importanza europea; anche la polemica antiebraica che costella le pagine della rivista è d’importanza cruciale, perché sarà ampiamente riutilizzata in Italia negli anni del razzismo e dell’antisemitismo di Stato. «Civiltà cattolica», del resto, dimostra anche un’ottima capacità di osservazione della realtà: non soltanto registrando tutte le questioni attinenti alla situazione degli ebrei negli altri paesi europei, ma anche intervenendo con prontezza nel dibattito italiano, censurando e criticando, spesso con toni severi, sia le difese provenienti dal mondo ebraico che le istanze più progredite dell’esegesi biblica in Italia. Si tratta di un vero e proprio laboratorio di antisemitismo cattolico, sintetizzabile nelle ricorrenti demonizzazioni del Talmud, che di fatto non sono che una semplificazione e demonizzazione della religione ebraica. (F. Crepaldi, “L’omicidio rituale nella moderna polemica antigiudaica di Civiltà cattolica nella seconda metà del XIX secolo”, in: Brice–Miccoli (a c. di) Racines chrétiennes

Santo Simonino da Trento

La rivista riattiva, allo stesso tempo, l’accusa di omicidio rituale, facendone unvvero e proprio cavallo di battaglia. Accanto ad interventi di carattere saggistico, i padri Gesuiti pubblicano romanzi d’appendice rivolti algrande pubblico, all’interno dei quali non appaiono secondarie forme di discorso “razzizzanti”, tendenti a rappresentare gli ebrei come portatori di elementi culturali ed etnici fissi, immutabili, tra i quali non sembra avere alcuna rilevanza nemmeno la possibilità di una conversione al cristianesimo, o di una trasformazione di tipo individuale, né tanto meno la possibilità che una cultura religiosa, come quella ebraica, possa manifestarsi in differenti modi e adesioni.

La presenza di queste correnti “razzialiste” si affianca a un’ideologia politica che, pur fondata su una messe di concezioni di carattere religioso e teologico, non si differenzia in modo sostanziale dall’antisemitismo politico ricorrente negli ultimi decenni dell’Ottocento. La dottrina politica che si integra con questa visione teologica degli ebrei può essere dunque valutata come una “teologia politica” sugli ebrei.

2. Accanto a queste forme ideologiche ispirate all’odio antiebraico, si manifesta parallelamente una corrente di antisemitismo politico,di ispirazione cristiana e cattolica, che non proviene direttamente dal mondo ecclesiale o dalla Santa Sede, bensì dai diversi contesti locali.È un antisemitismo che si articola in due momenti: da un lato, con l’elaborazione di un’ideologia antiebraica che secondo alcuni storici sarebbe “innovativa”, e che si esprime in movimenti culturali e riviste, giornali, fogli di vario tipo; dall’altro, con un passaggio dal livello teorico a quello pratico, ossia con la costituzione di leghe, associazioni e partiti che si diffondono velocemente nell’Impero austro-ungarico, in Francia e in Germania, (dove però, a differenza degli altri paesi, esiste anche una “questione cattolica”, perché i cattolici costituiscono, alla pari degli ebrei, una minoranza religiosa e politica). Tutti questi movimenti sfruttano i nuovi linguaggi e mezzi offerti dalla politica moderna, semplificando il discorso antiebraico in slogan efficaci e facilmente spendibili. Si rivolgono spesso a ceti sociali penalizzati, impoveriti dalla crisi economica e non più protetti dal sistema corporativo delle leghe (come ad esempio gli artigiani produttori in Germania, studiati da Shulamit Volkov). Puntano inoltre il dito sulla presenza ebraica nel mondo della politica e dell’economia, avvertendo come innaturale la presenza nella sfera del potere degli ebrei emancipati. Il sottotesto anti ebraico che percorre queste correnti culturali è una dottrina dello Stato, secondo la quale Stato e società sono e dovrebbero essere cristiani.Come vedremo più avanti, la maggior parte di questi gruppi rivendica,con modalità e strumenti moderni, uno Stato cristiano in cui riformulare un’ideale coincidenza tra governo, religione e società.

3. Esistono poi, nel magmatico discorso antiebraico, immagini e topoi che fanno capolino in testi e soggetti di matrice politica di varia provenienza – liberale, democratica, radicale e socialista – comunque non esplicitamente ispirati o appartenenti al mondo cattolico e cristiano. Questo gruppo, che ho separato dal mondo cristiano e cattolico,non può essere analizzato in questa sede, ma costituisce un universo poliedrico e cangiante, dove immagini, discorsi e testi dedicati agli ebrei prendono forma, molto spesso, attraverso strategie di prestito culturale, dal ricco deposito delle immagini cristiane, da quello relativamente innovativo della tradizione settecentesca, come pure da nuove teorie e forme del discorso (ad esempio “La questione ebraica” redatta dal giovane Marx). Questa complessa area di pensiero si caratterizza per la presenza di forme di ostilità che prospettano soluzioni politiche e legislative diverse: si va da posizioni esplicite di“razzismo”, come quella elaborata dal padre dell’antisemitismo moderno Wilhelm Marr (spesso collegate a risoluzioni politiche radicali e violente, quali l’espulsione o la deportazione – sovente in Palestina – fino a giungere al massacro), a posizioni che non si propongono quasi mai l’abrogazione della parificazione giuridica, quanto piuttosto una cancellazione simbolica dell’ebraismo in senso lato.

“I marrani”

A questo livello, l’ostilità antiebraica può articolarsi in una visione negativae semplificante dell’ebraismo e della sua storia, o in una tendenza a chiedere agli ebrei di rinunciare alla loro storia, al loro passato:quasi inducendoli a un silenzio che, se non prevede la conversione al cristianesimo o al cattolicesimo, prevede almeno la cancellazione di un patrimonio storico-culturale e religioso percepito come alieno e negativo. Questa ostilità, spesso ravvisabile anche nelle concezioni di tanta filosofia di matrice tedesca (di fatto legata alle tradizioni cristiane) va analizzata con attenzione, perché a differenza delle altre non produce progetti espliciti di de-emancipazione, ma contribuisce ad arricchire il discorso antiebraico di nuovi tópoi , rivisitandone alcuni e inventandone di nuovi, producendo in continuazione delle rappresentazioni dell’ebraismo e degli ebrei spesso chimeriche ma nondimeno efficaci.

Intorno agli anni ’90 dell’Ottocento il fronte antisemita si arricchisce di nuove esperienze. Lo scoppio dell’«Affaire Dreyfus», in Francia,segna una vera e propria crisi della cultura liberale e del processo emancipativo che con grandi difficoltà si era lentamente diffuso nell’Europa occidentale. Non occorre ricordare che l’«Affaire» suscitò un intenso e vivace dibattito internazionale, dividendo non solo il mondo intellettuale francese, ma anche quello di altri paesi europei. Verso la fine del decennio l’antisemitismo sembra raggiungere successi di tipo politico e pratico: nel 1897 Karl Lueger, ispirandosi apertamente all’antisemitismo politico, diventa sindaco di Vienna; e in quello stesso anno, in Algeria, sotto l’amministrazione francese, viene eletto un sindaco che si ispira all’antisemitismo di marca drumontiana. In Algeria, a differenza di Vienna, il successo dell’antisemitismo si concretizza in un violento pogrom di ebrei algerini, il che induce il governo francese a rimuovere,dopo un anno appena, il sindaco neo-eletto.

Pogrom contro gli Ebrei

Che Cos’è l’AntIsemItIsmo? CapIre e AnalIzzare

«Religious differences are no longer the cause of the hatred of the Jews. Perhaps they never were». (A. Leroy-Beaulieu)

«Selon la formule d’un philosophe chrétien, un des plus grands pen-seurs de notre temps, Nicolas Berdiaeff, “l’antisémitisme à base religieuse” est donc “le plus sérieux, le seul qui mérite d’être étudie”. Si -non le seul, dirai-je, du moins le principal, parce qu’il est à la base». (J. Isaac)

1. Il primo testo di area francese che passeremo in rassegna è costituito da “Israël chez les nations”, di enorme rilevanza ai fini del nostro discorso, in quanto redatto da un autore cattolico. Il testo fu ampiamente utilizzato anche da Cesare Lombroso, nel suo saggio sull’antisemitismo. L’analisi di Leroy-Beaulieu è un tentativo di descrivere la costellazione discorsiva dell’antisemitismo contemporaneo e di confutarlo sistematicamente. Parte dell’ostilità antiebraica viene fatta derivare, geneticamente, da due forme del discorso religioso:

a) dalle narrazioni bibliche e dal loro uso: è il caso ad esempio del celebre versetto del Vangelo di Matteo in cui il popolo reclama a gran voce, di fronte a Pilato, che «il suo [di Cristo] sangue ricada su di noi e sui nostri figli»: immagini di questo tipo, secondo Leroy-Beaulieu, si sono trasmesse in forme rituali e liturgiche, e quindi risultano doppiamente potenti; da esse derivano l’idea del popolo ebraico come “assassino” e “criminale” e l’idea di una “vendetta di sangue”, teologicamente giustificata dal Vangelo stesso, per mano dei cristiani.

b) Dai molteplici attacchi al Talmud e quindi ai riti e alle tradizioni dell’ebraismo, che vedono proprio nel corso del XIX secolo una cristallizzazione dei tópoi che fanno dell’ebraismo una religione crudele e criminale , quando non addirittura sanguinaria e cruenta (e, nel migliore dei casi, un “fossile storico”): da questa tradizione secolare di accuse discenderebbe la “demonizzazione” non soltanto delle pratiche culturali (e quindi religiose) dell’ebraismo di matrice rabbinica, ma anche dei suoi principi etico-morali. Accanto a questi discorsi, l’autore analizza anche l’accusa di omicidio rituale.Nel terzo capitolo dell’opera, l’analisi si sposta sul rapporto tra ebrei, cristianesimo e idee moderne: laddove Leroy-Beaulieu, nello specifico, cerca di decostruire un altro mito diffuso dall’antisemitismo moderno,quello che vorrebbe gli ebrei tra i fautori di una “modernità” percepita come acerrima nemica della società cristiana tradizionale. È un’accusa che proviene in particolare dalle classi colte cristiane, mentre quelle menzionate in precedenza, di carattere più tradizionale, sono condivise soprattutto a livello popolare. Questa nuova concezione, secondo Leroy-Beaulieu, è comune a tutti i gruppi del mondo cristiano: cattolici, ortodossi (greci e russi), riformati.

Ne è un classico esempio la predicazione del pastore di corte Adolf Stoecker – autore di una “difesa dall’ebraismo”, del 1878, e fondatore del partito cristiano-sociale, il quale si pone due obiettivi: combattere e competere con la social-democrazia tedesca, ripristinando le basi e i fondamenti della società cristiana attraverso il “contenimento” degli ebrei in Germania e l’inserimento di quote nelle università e nelle professioni. Vorrei sottolineare, a margine di queste annotazioni, che questa concezione combina due elementi: da un lato il rifiuto della modernità come creazione ebraica, dall’altro l’idea, già più tradizionale, che le sfere dell’economia e del potere politico debbano essere sottratte agli ebrei, come se la modernità producesse una sorta di “mescolanza impura”, un abominio politico che andrebbe contro le leggi della ideale «civitas» cristiana.

Ebrei nel Salento

La diffusione dell’antisemitismo moderno, generalmente associata dagli studiosi alla nascita stessa del lemma e alla sua condensazione nelle forme del razzismo nazista, non fu affatto un fenomeno chiaramente e facilmente distinguibile dalle forme di ostilità antiebraica tradizionale. Gli osservatori dell’epoca che furono diretti testimoni di questo fenomeno politico e culturale tentarono di comprenderlo inserendolo in una cornice storica, o semplicemente osservandone le caratteristiche ritenute “nuove”. L’indagine che abbiamo svolto rivela soprattutto le difficoltà d’individuare con chiarezza in che cosa consista il “nuovo antisemitismo” ottocentesco, e in che cosa dovrebbe differire dall’antigiudaismo. Il lemma “antigiudaismo” sembra essere utilizzato solamente da Bernard Lazare, il quale oscilla, tuttavia, in modo impreciso tra i due termini, individuando svariate forme di “antigiudaismo” – legale, filosofico, sociale e via di seguito.

I testi che ho presentato mostrano tutti – con diverse sfumature – come la componente cristiana e cattolica sia alla base delle nuove forme di antisemitismo, e come essa si leghi, in svariati modi, alle nascenti dottrine nazionaliste e razziali dell’epoca. Accanto alla varietà dei discorsi cristiani sugli ebrei, appaiono nel corso del XIX secolo ideologie nazionaliste e razziste che, utilizzando parte dei risultati provenienti da discipline scientifiche, come la linguistica, l’etnologia e l’antropologia, sviluppano ideologie antiebraiche con temi nuovi ma non del tutto indipendenti dalle costellazioni discorsive di matrice religiosa.

Dai testi esaminati si possono trarre una serie di rifessioni che vanno approfondite e indagate con più precisione. Almeno tre testi – con l’esclusione di Dagan – individuano un problema interessante, ossia l’emersione di una diffusa concezione dello stato cristiano, non più inteso in termini pre-moderni, ma connesso al diffuso sentimento nazionale. In questo senso la dottrina dello stato e la concezione dellanazione cristiane sfruttano ed elaborano entrambe, come ideologia portante, quella dell’antisemitismo moderno. In questa fase, gli osservatori, notano la presenza di ostilità antiebraiche anti-cristiane, che non sembrano però assumere una posizione privilegiata rispetto alle costellazioni antisemite ispirate al cristianesimo, e in modo particolare, al cattolicesimo. Lazare aveva acutamente notato che nel corso del XVII secolo la tradizione religiosa antiebraica (che era esclusivamente religiosa) si stava trasformando: gli imperativi emersi, con la formazione dello stato assoluto, erano indirizzati a capire se e come fosse possibile integrare e “tollerare” gli ebrei negli stati cristiani. Le dottrine della tolleranza religiosa all’interno dello stato cristiano avranno esiti molto differenti, ma una sostanziale componente dell’antisemi-tismo moderno sembra ispirata da un problema simile, in una fase in cui lo stato sembra affermarsi come a-confessionale. L’antisemitismo cattolico, nello specifico, sembra volere unire concezione dello stato cristiano, «societas» cristiana e nazione cristiana. In questa dottrina politica gli ebrei, come osserverà Leroy-Beaulieu, non troveranno mai un diritto di esistenza. Ma lungi dall’essere una riproposizione della “nazione pre-moderna”, questa concezione è più complessa e sfocerà, col crollo dell’impero austro-ungarico, nella proposizione di nazionalismi etnici, che in alcuni casi saranno anche cattolici o ispirati dalla tradizione religiosa.