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B’tselem: “a immagine di Dio…” siete sicuri?

“A immagine di Dio”; nome abbastanza impegnativo per un’associazione, vero? E’ quello che si è scelta l’associazione B’tselem, ONG israeliana fondata nel 1989 da un gruppo di intellettuali israeliani con l’intento di “monitorare le violazioni dei diritti umani nei territori occupati della West Bank e promuovere una cultura del diritto in Israele”. All’epoca in pochi contrastavano il termine “territori occupati” che anzi, indicava per una larga maggioranza di osservatori e senza ombra di dubbio una realtà precisa e non una posizione politica di parte.

Come abbiamo visto, B’tselem ricade sotto “l’ombrello” della più vasta Diakonia, ed è una delle associazioni più attive nella demonizzazione di Israele. I suoi “attivisti” girano la Giudea Samaria (ops, West Bank), “embedded” ad ogni palestinese che sia pronto ad inscenare una pantomima utile a perpetuare una narrazione che ormai comincia a mostrare le sue crepe.

Ma sembra non esserci arresto invece, nella montagna di soldi che B’tselem continua a percepire: il loro budget annuale ammonta a 3 milioni di dollari, quasi tutti provenienti da Enti pubblici stranieri e pochi privati tra i quali spicca la “solita” Ford Foundation che, nel solco dell’antisemitismo feroce del suo fondatore, continua a darsi da fare per finanziare tutte quelle organizzazioni utili a diffamare Israele.

Insieme alle altre associazioni del “settore” (Diakonia, Al Haq, HRW) B’tselem partecipo’ alla stesura del Rapporto Goldstone, che pero’ non resse la prova del tempo e fu ritrattato come “inaccurato”. Le cifre che pubblico’ in merito alle vittime si rivelarono false, gonfiate, incuranti delle informazioni di parte israeliana e invece estremamente condiscendenti con quelle fornite da Hamas.

Le più “popolari” campagne di demonizzazione ai danni di Israele si devono al lavoro incessante di questa ONG che ha fatto in modo che termini come “apartheid”, “occupazione”, “pulizia etnica” entrassero nel lessico comune di tutti quelli che, sebbene basandosi su informazioni sommarie e inesatte, avessero voglia di esprimere giudizi (sempre e ovviamente di condanna) nei confronti di Israele. Davanti alle onnipresenti telecamere di B’tselem, Pallywood ha trovato modo di conoscere popolarità mondiale. Video come questo, tagliato alla bisogna, hanno contribuito a radicare l’idea che Israele si comporti verso i bambini palestinesi con un odio irrazionale e illimitato

Il video fu diffuso insieme a un comunicato:

B’Tselem questa mattina ha urgentemente contattato  il Legal Advisor dell’esercito per la Giudea e Samaria, chiedendo il suo intervento di emergenza per quanto riguarda la detenzione di numerosi bambini, tra cui alcuni di 8 e 10 anni, arrestati dai militari israeliani questa mattina a Hebron. Le informazioni preliminari ricevute, indicano che i soldati hanno arrestato oltre venti minori mentre si trovavano in strada per andare a  scuola. Circa dieci di loro sono stati rilasciati. Il video è stato girato da un attivista internazionale.

Certamente materiale più accattivante di quello che poi il portavoce dell’IDF, Barak Raz,  diffuse, accompagnandolo con una nota:

“La mattina del 20 marzo 2013, a seguito di lanci di pietre continui contro i civili che passavano e le forze di sicurezza posizionate nella zona, gli autori del lancio di sassi sono stati arrestati e detenuti durante tali incidenti. 27 sono stati fermati, di cui 7 sono stati trasferiti alla polizia e 20 sono stati rilasciati. Contrariamente a quanto riportato nei filmati (diffusi da B’tselem) i bambini non sono stati “arrestati mentre andavano a scuola”, questo è il quadro completo di ciò che realmente è accaduto e ciò che, di fatto, ha portato a tale arresto.” (E questo è il video intero, che B’tselem diffuse tagliato ad hoc):

“Come abbiamo detto, quella mattina, questo arresto è stato effettuato in tempo reale durante un incidente di lancio di sassi, ed a seguito di incidenti simili avvenuti quasi quotidianamente. Purtroppo, abbiamo avuto difficoltà tecniche con il recupero del filmato, ma abbiamo messo bene in chiaro che i filmati messi a disposizione di questo incidente hanno mostrato solo l’arresto, e non quello che aveva portato ad esso.”

Nel gennaio 2007, B’Tselem lancio’ il suo “progetto video“, distribuendo più di 100 telecamere ai palestinesi, al fine di documentare qualsiasi materiale che potesse essere utile ad incriminare i soldati israeliani, poliziotti e coloni. Come B’Tselem ha ammesso, “Il “Citizen journalism” – un fenomeno che ha ottenuto molta attenzione negli ultimi tempi – è particolarmente rilevante nel contesto dell’occupazione israeliana ….”

Eh beh si’, certo! Dare telecamere in mano a persone che non rispondendo a nessun codice deontologico possono, a piacimento, spezzettare una ripresa, facendo passare solo la parte ritenuta “interessante” e addirittura incoraggiare con la loro stessa presenza dei veri e propri stage, puo’ essere “particolarmente rilevante”. E cosi’ i “cittadini giornalisti” hanno dato via libera alla loro creatività. Ad esempio, il “cittadino giornalista”  Nariman al-Tamimi inizia una clip filmando un incrocio di Nabi Salah, dove un certo numero di veicoli della polizia sono di passaggio. Improvvisamente, uno dei veicoli si ferma e, come dal nulla sbuca fuori un ragazzo palestinese che, spaventato, corre verso la macchina, con due poliziotti che lo inseguono.

Un attento riesame del video mostra che il ragazzo, ad un segnale,  smetteva di gettare pietre contro i veicoli in movimento. E chissà come mai, il ragazzo sapeva esattamente verso dove volgersi nella sua azione – in direzione della telecamera. Et voilà! Un povero, magro, spaventato bambino palestinese,  in fuga da poliziotti grandi e grossi e cattivissimi.

In perfetto stile “neorealistico”, la madre del ragazzo che aveva assistito al lancio di pietre del figlio, corre disperata verso la macchina fotografica, in “aiuto” del povero bambino. E si senti’ il solito grido riecheggiare nell’aria “B’tselem!”.

Successe anche, tra i tanti episodi, nell’ottobre 2010 a Silwan, quando due ragazzi furono, ovviamente sempre “per caso”, ripresi da sette o otto fotografi che erano sulla scena.

E’ il “sistema B’tselem“. Naturalmente i falsi sono poi stati tutti smascherati, eppure quello che inquieta è come mai un’associazione cosi’ screditata, i cui reports si sono rivelati completamente o in buona parte inaffidabili, i cui stages fotografici sono noti, continui a godere del sostegno dell’opinione pubblica. E’ una domanda retorica ovviamente: non sono di certo associazioni come B’tselem a scandalizzare. Nella propaganda anti-israeliana la correttezza è un inutile fardello.

David Bogner, in una lettera aperta del 21 Luglio 2013, scrive:

“Secondo un nuovo rapporto, un ‘osservatore’ del gruppo che si auto-definisce “per i diritti umani” ‘B’Tselem’, ha presentato una denuncia per essere stato colpito alla coscia da un proiettile di gomma, mentre filmava uno scontro violento tra palestinesi che lanciavano pietre e la Polizia di frontiera israeliana che utilizzava misure non letali per disperdere la folla (gas lacrimogeni e proiettili di gomma).

Per essere chiari, io sono a favore di osservatori neutrali che riprendano le interazioni tra civili e militari /polizia. Si tratta di un ulteriore livello di responsabilità, oltre alle leggi e alle regole d’ingaggio, che puo’ aiutare a ridurre o addirittura impedire abusi da parte delle forze governative  … scoraggiando i civili e / o combattenti irregolari (terroristi) dall’avanzare false accuse contro le forze che agiscono legalmente. 

Il problema è che B’Tselem da tempo ha abbandonato ogni pretesa di neutralità / oggettività. Le loro macchine fotografiche sono sempre puntate contro i militari israeliani, poliziotti e coloni, mentre la modifica sistematica dei loro filmati mostra solo i civili palestinesi  agire pacificamente, sventolando bandiere e cantando.

Ho personalmente assistito a scontri violenti, mentre i fotografi di B’Tselem stavano tra i palestinesi che lanciavano pietre e bottiglie molotov … eppure le loro telecamere erano puntate solo sugli israeliani, a quanto pare nella speranza di catturare la loro reazione violenta. E ci sono innumerevoli casi di violenti scontri’su ordinazione’ delle onnipresenti telecamere di B’tslem.

Non voglio entrare nell’analisi della mentalità che motiva un certo segmento della società israeliana a scendere a tali livelli di disgusto di sé, al punto da aiutare chi si dedica  apertamente  alla denigrazione e alla distruzione di Israele.

Vergogna su  B’Tselem per aver abbandonato la loro missione originaria, che, come ho detto all’inizio, non solo era lodevole, ma secondo me, essenziale. Le loro azioni attuali sono così unilaterali da essere indistinguibili da chi usa scudi umani, dietro i quali le azioni violente e illegali possono essere intraprese, contro le forze governative israeliane e i cittadini, impunemente. E per quanto mi riguarda, questi  ‘osservatori’ di B’Tselem mettono sé stessi in pericolo per ottenere esattamente quello che trovano: danni.

Se ci si “fonde” con chi si dedica a atti illegali / violenti, non si può piangere se si è colpiti da uno degli strumenti non letali a disposizione delle forze militari e di polizia, il cui compito è reprimere tali atti .

Come Benjamin Franklin scrisse nel suo Poor Richard’s Almanac: “qui cum Canibus concumbunt cum pulicibus surgent” (“chi giace con i cani si leverà con le pulci”).

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I “piccoli errori di traduzione” di Ha’aretz

Tradurre è tradire, si sa. Ma un giornale israeliano, Ha’aretz, sebbene la sua versione in ivrit sia di gran lunga meno diffusa di quella in inglese, puo’ continuamente sbagliare le sue traduzioni e, guarda caso, ogni volta che succede sempre e soltanto a scapito dell’immagine di Israele?

L’ultimo di questi “sbagli di traduzione” si è verificato nell’edizione inglese  del 23 aprile 2013. Il giornale israeliano aveva riportato la notizia della comparizione del terrorista Sameer Issawi davanti alla Corte di Giustizia. L’articolo, tradotto da quello in ivrit di Jack Khoury, raccontava di come l’apparizione in aula di Issawi, reduce da un lungo semi-digiuno di protesta, avesse scioccato i presenti, tanto che giudice e pubblici ministeri avevano concordato con Issawi quando quest’ultimo aveva paragonato le sue condizioni a quelle dei sopravvissuti nei lager, durante la Shoah. La correzione è apparsa sul giornale il 24 aprile. Ha’aretz ammettendo lo “sbaglio di traduzione” pubblicava la “versione giusta” di cio’ che Khoury aveva scritto:

L’articolo di Jack Khoury del 23 aprile conteneva un errore di traduzione: il giudice Dalia Kaufmann e il pubblico ministero si erano detti scioccati sia per le condizioni di Issawi, sia per il suo paragonarsi ai sopravvisuti dei campi di sterminio

Certo, un errore ci puo’ sempre stare, anche se -come in questo caso – le conseguenze morali e politiche che ne potrebbero derivare dovrebbero indurre all’accuratezza. Ma quante volte è successo lo stesso “incidente” a Ha’aretz? La maggior parte degli articoli della versione inglese di Ha’aretz sono tradotti da quella in ivrit. Ma, sempre per i soliti “errori” di traduzione – a volte macroscopici, a volte più sottili – quando si tratta di rendere noti fatti riguardanti la militanza e la violenza palestinese queste parti sono cancellate o “maltradotte”, tanto che alla fine la versione inglese differisce completamente da quella in ivrit. 

Per esempio, l’11 Gennaio 2011, Zvi Barel ha scritto in ivrit  in merito a un piano del sindaco di Gerusalemme, Nir Barkat, per collegare lo sfratto degli ebrei che risiedono in un edificio illegale nel quartiere di Silwan allo sfratto di arabi che vivono anch’essi in costruzioni abusive nello stesso quartiere: “una casa nella quale gli ebrei vivono illegalmente sarà scambiata con una casa nella quale palestinesi vivono illegalmente” .

L’articolo si riferiva all’avamposto di Beit Yonatan, nella zona di Silwan. Il sindaco Barkat aveva proposto uno scambio immobiliare: Beit Yonatan non sarebbe stata sigillata e in cambio il Comune avrebbe ritardato lo sfratto delle case di Abu Na’eb occupate illegalmente da palestinesi. Per ogni casa israeliana occupata illegalmente, avrebbe corrisposto una casa palestinese occupata illegalmente.

Ma nella versione inglese, la frase ha assunto un significato completamente diverso – e falso – modificando “illegale” palestinese con “legale” : “Una casa nella quale ebrei vivono illegalmente sarà scambiata con una casa dove palestinesi vivono del tutto legalmente.”  Sbaglio consapevole? Inconsapevole? E ‘impossibile sapere, ma l’introduzione della parola “tutto”, che non compare nel testo originale ebraico, suggerisce forse qualcosa di più deliberato di una semplice svista. (Le edizioni in inglese, on-line e cartacea, sono state successivamente corrette dopo che Presspectiva, il sito in ivrit di CAMERA, aveva contattato gli editori.

E ci fermiamo qui? Ma no! Ce ne sono una serie impressionante di questi “errorini di traduzione” di Ha’aretz:

Settembre 2011, tensioni in merito al riconoscimento Onu della Palestina nel ruolo di “stato non membro”. Ricca occasione per un po’ di “sbagli di traduzione”!  Il giornalista Avi Issacharoff riporto’ le testuali parole di Latifa Abu Hmeid, madre di quattro terroristi,  che furono citate dal presidente palestinese Mahmoud Abbas per dare il via al procedimento presso la sede delle Nazioni Unite a Ramallah e nella lettera, indirizzata al segretario generale Ban Ki-Moon, che lancio’ la campagna di statualità. La versione in ivrit dell’articolo di Issacharoff riportava le parole di Abu Hmeid:

Spero che non ci saranno sparatorie e non ci saranno feriti. Non vogliamo più vedere nostri morti. Ho pagato un prezzo molto alto, come ogni famiglia palestinese. C’è chi è morto, c’è chi è prigioniero. Mi si impedisce di vedere i miei quattro figli. Vogliamo la pace con Israele, ma Israele non vuole la pace. Torneremo alle nostre terre, incluse quelle del 1948

E nella versione inglese? Forse rendendosi conto che le ultime parole avrebbero un po’ “sciupato” il tono di quelle precedenti, il traduttore le ha semplicemente omesse.

Il 19 ottobre 2011, in occasione dello “scambio di prigionieri” tra Shalit e più di mille detenuti palestinesi, un articolo in ivrit precisava come questi ultimi si fossero resi responsabili di crimini di terrorismo odiosi:

I nomi dei 1.233 prigionieri liberati in questi ultimi anni significano poco per la maggior parte degli israeliani. Ma i prigionieri implicati nello scambio con Shalit sono ben conosciuti attraverso i nomi degli attacchi ai quali hanno partecipato: Sbarro, Delfinario, il Park Hotel, Moment Café, e altri tra gli attacchi più gravi mai avvenuti in Israele, questa è la differenza [tra questi rilasci e i precedenti.]

Incredibilmente, la versione in inglese dava una versione completamente diversa, nella quale si leggeva che i nomi dei detenuti coinvolti nello scambio con Shalit erano del tutto sconosciuti agli israeliani:

I nomi della maggior parte dei prigionieri liberati dal Luglio 2007 significano poco per la maggioranza degli israeliani, cosi’ come i nomi dei prigionieri liberati martedì (nel primo turno dello “scambio Shalit)”.

Il paragrafo in ivrit che sottolineava come Israele avesse inteso questo scambio nel senso di “gesto di buona volontà” fu completamente eliminato e al suo posto si leggeva un vago “per ragioni politiche”.

Il 14 luglio 2011, un articolo di Anshel Pfeffer, nella versione inglese di Ha’aretz, riportava l’uccisione di Ibrahim Sarhan come quella di “un civile di 22 anni”, nonostante la versione in ivrit riportasse: Hamas ha dichiarato trattarsi di un membro dell’associazione (La versione inglese fu poi modificata a seguito dell’intervento di Presspectiva).

L’elezione di Nabil ElAraby a ministro degli Interni egiziano, nel marzo 2011, nella versione inglese di Ha’aretz apparve cosi’:

“Nabil Elaraby ha partecipato, con gli israeliani, ai tavoli negoziali, in diverse occasioni, fin dai pienamente riusciti Accordi di Camp David, nel 1978, che ha portarono al trattato di pace tra Egitto e Israele.”

Come il sito Web CiFWatch ha sottolineato ironicamente: “Sembrerebbe proprio il tipo di bravo ragazzo che Israele dovrebbe essere felice di vedere salire in alto nel ‘nuovo Egitto’.” Eppure, il sottotitolo ivrit non recava un messaggio cosi speranzoso: “Nabil Elaraby, che ha servito come ambasciatore egiziano alle Nazioni Unite, ha sostituito Ahmed Abu el Rit. In passato ha guidato iniziative contro Israele “.

Ma i “fraintendimenti” di Ha’aretz non si limitano agli “errori di traduzione”, c’è di più e di peggio. Il primo maggio 2011, un articolo nella versione inglese informava che i soldati israeliani furono i responsabili della morte di Mohammed Al Dura :

Jamal Al-Dura (il padre di Mohammed Al Dura N.d.R.) aveva citato in giudizio il dott. Yehuda per diffamazione, dopo che il medico, che lo aveva  operato nel 1994, aveva esposto i dettagli della sua cartella clinica, al fine di sostenere che le cicatrici più vecchie di al-Dura furono il ​​risultato di un intervento chirurgico – e non causate dal fuoco dell’IDF che uccise suo figlio nel mese di settembre, 2000.

Le parole della versione in ivrit dalle quali si apprendeva senza ombra di dubbio che l’accusa all’IDF per la morte di Al Dura era un’idea di Jamal Al Dura e non di certo una realtà comunemente accertata, furono semplicemente tagliate. Anche questa volta, l’interevento di Presspective indusse i redattori a correggere il tiro.

Il 17 giugno 2011, la versione inglese di Ha’aretz riportava che “arabi e donne sposate non possono servire nell’esercito”, mentre, sebbene tali gruppi siano esentati dall’obbligo non sono fatti oggetto di divieto e infatti esistono casi in proposito. La frase inesatta non compariva nella versione in ivrit.

Il 4 dicembre 2011, la versione in inglese di Ha’aretz riportava un articolo di Gili Cohen:

La Legge della Nakba, che permette di privare le organizzazioni che si oppongono ai principi fondamentali dello Stato di Israele dei finanziamenti “fa grandi danni alla libertà di espressione politica, alla libertà artistica e al diritto di manifestare” .

Pero’, la cosiddetta Legge Nakba non si applica alle “organizzazioni” in generale, ma solo a enti finanziati dal governo, come le scuole pubbliche o comuni. E l’unico finanziamento a rischio è il denaro del governo, non donazioni, straniere o meno che siano.  Nella versione ivrit di questo articolo non è menzionata affatto la “Legge Nakba” . Perché Ha’aretz in inglese ha sentito il bisogno di storpiare la versione originale?

Le rettifiche, ovviamente, hanno sempre meno risalto della menzogna

Piccoli “aggiustamenti”, una cosetta qua una là, con qualche occasionale vero e proprio falso, servono a immettere nel cervello del lettore medio una serie di “informazioni” che resteranno, consciamente o meno, nella sua memoria e andranno a formare le sue idee politiche in merito a situazioni delle quali puo’ avere notizia solo tramite fonti privilegiate ed Ha’aretz, giornale israeliano, è considerato una di queste. In quanti saranno in grado di poter o voler verificare la versione originale del giornale e rendersi cosi’ conto fino a che punto un’omissione, un “piccolo errore” un aggettivo di troppo possono modificare completamente il senso di una informazione?

Grazie a CAMERA