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Siamo l’Unrwa: fate la carità…

L’UNRWA tutti sanno cos’è, ma ricordiamolo: “UNRWA (United Nations Relief and Work Agency per i profughi Palestinesi nel Vicino Oriente) è una agenzia per lo sviluppo umano, l’istruzione, la sanità, i servizi sociali e gli aiuti di emergenza a oltre 4,4 milioni di rifugiati che vivono nella Striscia di Gaza, la Cisgiordania , la Giordania, il Libano e la Siria. ” L’Agenzia ha iniziato ad operare il 1 ° maggio 1950. In assenza di una soluzione al problema dei rifugiati Palestinesi, l’Assemblea Generale ha ripetutamente rinnovato il mandato all’UNRWA, inizialmente pensata come Agenzia temporanea. E’ un organismo Onu; i suoi uffici si trovano a Amman (Giordania), Beirut (Libano), Damasco (Siria), Gerusalemme Est (West Bank), Gaza City.

Le anomalie di questa Agenzia cominciano subito dalla sua definizione di profugo:

“In base alla definizione operativa dell’Unrwa, profughi palestinesi sono le persone il cui normale luogo di residenza era la Palestina fra giugno 1946 e maggio 1948, che perdettero sia le loro case che i loro mezzi di sostentamento come conseguenza del conflitto arabo-israeliano del 1948.[…] Anche i discendenti degli originari profughi Palestinesi possono registrarsi [presso l’UNRWA]”

Per “normale luogo di residenza” l’Unrwa intende anche un passaggio di quindici giorni nel territorio che “era la Palestina”. A differenza del UNHCR, che mira al reinserimento e alla riabilitazione dei profughi di tutto il mondo, l’Unrwa è stata dedicata completamente a quei Palestinesi ai quali l’Unrwa stessa ha assegnato lo status di rifugiato.

Assegnando lo status di profugo per via ereditaria, l’Unrwa ha perpetuato il problema dei rifugiati, piuttosto che cercarne l’inserimento, ma si è assicurata anche la sua propria sopravvivenza: con la morte dell’ultimo profugo avrebbe dovuto chiudere i battenti se nel frattempo non ne fossero nati altri milioni.

Da che esiste, nessun Palestinese ha mai perduto lo status di profugo. Esistono, ad esempio, centinaia di migliaia di profughi Palestinesi e loro discendenti che sono cittadini della Giordania: eppure, per quanto riguarda l’UNRWA, essi continuano ad essere dei profughi con pieno diritto all’assistenza.

Un murales che ritrae Ayat al-Akhras, una kamikaze palestinese, sul muro di una scuola dell’Unrwa, nel campo profughi di Deheishe, vicino a Betlemme.

In questi sessant’anni l’UNRWA si è trasformata in uno strumento fondamentale per la perpetuazione del problema dei profughi, e in un grosso ostacolo per la soluzione del conflitto israelo-palestinese. Quando l’UNRWA cominciò a contare i profughi, nel 1948, lo fece secondo modalità che non hanno precedenti: puntando cioè a registrare il massimo numero possibile di quelli che definiva “profughi”. Innanzitutto, venne considerato Palestinese chiunque avesse vissuto nella Palestina Mandataria britannica nei DUE anni precedenti lo scoppio del conflitto arabo-israeliano. Inoltre, l’UNRWA conta come profughi anche tutti i discendenti dei profughi originari: un sistema che dal 1948 in poi ha generato – caso unico al mondo – un incremento del 400% nel numero di profughi sotto la sua giurisdizione.

Forse è utile fare un confronto veloce tra i fondi assegnati all’Unrwa e quelli destinati ai profughi del resto del mondo, quelli che per loro sfortuna non sono passati dalla Palestina fra il giugno 1946 e il maggio 1948:

(Il grafico viene da Il Centro di Ricerca Politica del Vicino Oriente, LTD)

Numero di rifugiati assistito:

UNRWA (Rif. Palestinesi): 4,7 milioni

UNHCR (Resto del mondo): 15,4 milioni (oltre 800.000 in attesa di status di rifugiato e 12 milioni di apolidi o rifugiato w/o)

bilancio:

UNRWA (Rif. Palestinesi): 1 miliardo dollari

UNHCR (Resto del mondo): 3,3 miliardi dollari

Paesi assistiti:

UNRWA (Rif. Palestinesi): 5

UNHCR (Resto del mondo): 123

Definizione dei rifugiati:

UNRWA (Rif. Palestinesi): Chi perde il luogo di residenza e i mezzi di sostentamento in conseguenza della guerra arabo-israeliana del 1948

UNHCR (Resto del mondo): Persona che si trova fuori del paese di sua residenza abituale a causa del fondato timore di essere perseguitato

(Nota: 1951 La Convenzione sui Rifugiati si applica a tutti i rifugiati tranne i Palestinesi )

Discendenti dei rifugiati contati come rifugiati:

UNRWA (Rif. Palestinesi): Sì. A tempo indeterminato, tramite linea maschile

UNHCR (Resto del mondo): No

Mandato:

UNRWA (Rif. Palestinesi): fornire servizi umanitari ai rifugiati

UNHCR (Resto del mondo): proteggere i rifugiati e risolvere i problemi dei rifugiati

Ritorno al luogo d’origine considerato diritto inalienabile

UNRWA (Rif. Palestinesi): sì. Altre opzioni vengono prese in considerazione. I rifugiati sono tenuti in situazione temporanea in attesa – con lo status di ‘rifugiato’ anche da coloro che mantengono la cittadinanza altrove.

UNHCR (Resto del mondo): No. Il diritto tutelato è quello di trovare asilo; il reinserimento nel paese di rifugio o di un paese terzo sono le opzioni, quando il ritorno non è possibile. Di conseguenza la maggior parte sono insediati, non rimpatriati.

Una montagna di soldi, budget da capogiro. Scrive Mudar Zahran, giornalista Palestinese, collaboratore del Gatestone Institute:

Anche se l’UNRWA è stata fondata nel 1948 come istituzione temporanea , dopo più di sei decenni esiste ancora , più grande che mai , in crescita esponenziale e con un bilancio annuo superiore a mezzo miliardo di dollari USA , pagati dalla comunità internazionale .

Tale budget enorme copre anche un ampio e crescente numero di persone a libro paga ; l’UNRWA è oggi il più grande organismo delle Nazioni Unite , con oltre 30.000 dipendenti . E ‘un tale spreco che se il problema dei “profughi Palestinesi” fosse risolto , 30.000 persone resterebbero senza lavoro .

Questo “piano” che dovrebbe essere funzionale a tutt’altro, di fatto costringe letteralmente milioni di persone a vivere nello squallore in perpetuo.  Un importante membro del Parlamento   australiano, Michael Danby , si è lamentato del finanziamento dell’Australia all’UNRWA, nel 2007, descrivendo l’Agenzia ” istituzione notoriamente corrotta ”  , e sostenendo che l’UNRWA canalizza i fondi per ” l’acquisto di armi , operazioni terroristiche e propaganda anti- Israele,  senza contare quelli che finiscono nelle tasche della dirigenza PA . ”

Sull’accusa di corruzione , Danby non è solo. I Palestinesi sono d’accordo : nel marzo 2011, la Fondazione per i diritti umani Palestinese ha condannato l’ UNRWA per quello che chiama ” disprezzo per la vita dei profughi Palestinesi in Libano . ” Questa accusa è emersa dopo che un ragazzo Palestinese mori’ ” davanti alla porta di un ospedale ” dopo che gli fu negata l’ammissione al ricovero, perché l’UNRWA si rifiuto’ di pagare per le sue medicine .

Perché i riflettori si sono accesi su una situazione che va avanti da decenni? Perché ancora una volta (e non sarà di certo l’ultima) l’UNRWA dichiara di essere in deficit e di non poter pagare gli stipendi ai dipendenti! Era ovviamente già successo in passato: l’ultima volta a luglio 2013. La notizia è trattata anche da Nenanews, l’agenzia di stampa pro-Palestinese di Michele Giorgio (un nome, una garanzia!) cosi’:

Dal prossimo mese migliaia di lavoratori dell’UNRWA (Agenzia delle Nazioni Unite per il Soccorso e l’Occupazione dei rifugiati Palestinesi) non saranno pagati a causa della grave crisi economica che sta attraversando l’Agenzia. E’ quanto ha dichiarato ieri al Consiglio di Sicurezza dell’ONU Jeffry Feltman, Sottosegretario Generale degli Affari Politici.  

Campo profughi Unrwa in Giordania

Parlando della situazione economica dell’UNRWA, Feltman l’ha definita «disastrosa». Con un deficit di 36 milioni di dollari «l’UNRWA avrà difficoltà a finanziare i suoi servizi principali – soprattutto in campo educativo, sanitario e nel combattere la povertà – e non riuscirà a pagare gli stipendi di dicembre di 30.000 persone tra insegnanti, personale medico e lavoratori sociali» ha dichiarato preoccupato.La drammatica crisi finanziaria che vive da diversi anni l’UNRWA lancia un messaggio più sinistro della già terribile notizia della perdita di salario per decina di migliaia di lavoratori (principalmente palestinesi). E’ l’ennesimo segnale tangibile di quanto la causa palestinese abbia perso centralità in Medio Oriente. Una centralità che mai nessuno si sarebbe azzardato a contrastare una decina di anni fa. Sempre più relegata a problema di serie B dalle agende politiche europee e statunitensi, la Palestina con i suoi abitanti sta scomparendo. Le recenti (e prossime) visite di Kerry a Gerusalemme per informare Tel Aviv su “l’affare Iran” snobbando Ramallah non devono pertanto stupire più nessuno. Nena News

Per Michele Giorgio, i finanziamenti miliardari all’Agenzia sono insufficienti, evidentemente. Chissà a quanto dovrebbero ammontare per evitare che la “Palestina con i suoi abitanti” scompaia! A giugno 2013, In una conferenza stampa, Robert Turner, direttore generale delle operazioni dell’UNRWA nei Territori occupati, ha detto che il bilancio necessario per le attività dell’organizzazione per il 2013 è 582 milioni dollari mentre i fondi previsti ammontano a “soli” $ 233 milioni.  Nell’aprile dello stesso anno:

Una generosa donazione di US 15,6 milioni dollari dal Fondo saudita per lo sviluppo (SFD) consentirà all’UNRWA di fornire sussidi di cassa urgenti, direttamente alle famiglie di profughi colpiti per sostenere la ricostruzione e la riabilitazione dei loro rifugi danneggiate dagli scontri del novembre 2012.

Campo profughi Unrwa in Libano

Sempre in aprile 2013:

Per la prima volta, la Russia ha contribuito con 2 milioni di dollari all’UNRWA. I fondi andranno a sostenere programmi di salute, istruzione e servizi sociali dell’UNRWA a circa 5 milioni di profughi Palestinesi registrati nella regione. Annunciando la donazione, il rappresentante russo dell’Autorità Palestinese Alexander Rudakov ha detto: “Il nostro contributo oggi è finalizzato a fronteggiare la difficile situazione dei profughi Palestinesi e mitigare le difficoltà che sopportano. La vita di molte persone dipende dalla capacità dell’UNRWA di fornire un aiuto urgente e necessario a migliaia di rifugiati Palestinesi. “

A novembre:

Oggi a Ramallah, l’UNRWA ha ricevuto un contributo 6,4 milioni dollari da parte del governo giapponese che aiuterà l’Agenzia.

Campo profughi Unrwa in Giordania

Sempre ad aprile 2013:

Il governo olandese ha dato un contributo volontario di 13 milioni di euro (US $ 16.25 milioni) all’UNRWA, per l’anno 2013. Tale contributo andrà per l’assistenza, la protezione e la difesa che l’UNRWA fornisce a circa 5 milioni di profughi Palestinesi registrati in Giordania, Libano, Siria e Territori palestinesi occupati. Accettando la donazione,  il commissario generale Unrwa, Filippo Grandi, ha ringraziato il governo olandese, affermando: “Ci affidiamo a partner forti come l’Olanda per mantenere i nostri programmi tanto necessari per i rifugiati Palestinesi. Siamo estremamente grati al governo e il popolo dei Paesi Bassi per il loro sostegno costante e generoso”

Intanto nel settembre 2013, 118 scuole Unrwa chiudevano in Siria.

Campo Unrwa in West Bank

Ma anche nel 2001 il deficit dell’Unrwa ammontava a 58 milioni di dollari e la Comunità Europea, agli aiuti già stanziati, aggiunse 15 milioni di euro supplementari.

Che questa sia la volta buona per chiarire che fine fanno tutte queste montagne di dollari e che senso abbia mantenere ancora in piedi un carrozzone corrotto come l’Unrwa? Difficile.

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Quanto costa il terrorismo ai Palestinesi?

Questa volta non si tratta di smentire nulla, al contrario. Ci sono verità che sembrano non interessare nessuno, perché? Una di queste si basa su una domanda semplice che potrebbe, per logica, venire in mente a chiunque e cosi’ non è: Quanto costa il terrorismo all’economia Palestinese?

Per fortuna la domanda se l’è posta Cifwatch e lo spunto lo ha dato l’intervento di Mona Chalabi, sul blog del The Guardian. Chi è Mona Chalabi? Sulla pagina del The Guardian è presentata cosi’:

Mona Chalabi è una ricercatore e giornalista nel team del Guardian. In precedenza ha lavorato presso la Banca d’Inghilterra, l’Economist Intelligence Unit, Transparency International ed è osservatore permanente delle Nazioni Unite.

Mona Chalabi si interessa ai “profughi”, ma solo a quelli Palestinesi, ovviamente. Non le passa neppure per la testa che ce ne siano stati anche di Ebrei. Dunque, Mona Chalabi è quella che attribuisce i gravi problemi che affliggono l’economia Palestinese, interamente a Israele. Per lei il terrorismo Palestinese è stato ed è completamente irrilevante in proposito.

Non una parola sui costi del terrorismo, sulla corruzione dell’amministrazione Palestinese che ormai non è più un segreto per nessuno, non una parola sull’intervento egiziano che ha cambiato le sorti del contrabbando tra Egitto e Gaza, da quando l’esercito ha fermamente operato in modo da distruggere le centinaia di tunnels abusivi che collegavano i due territori. Nulla. Solo e soltanto “l’occupazione” è responsabile. Insomma, qual è il Chalabi-pensiero? Niente di originale:

L’occupazione israeliana nei territori Palestinesi, la barriera che ha costruito lungo e all’interno della Cisgiordania, così come i suoi blocchi terra, aria e mare nella striscia di Gaza hanno posto severe limitazioni al successo delle politiche economiche Palestinesi. Una complessa rete di checkpoint e blocchi stradali rendono difficile per i Palestinesi spostarsi all’interno del Territori, per affari o commercio. Gli agricoltori la cui terra è ormai alle spalle della barriera, sono costretti a richiedere i “permessi per visitatori ‘, che Israele rifiuta regolarmente – in Akkaba sono state approvate il  49% delle domande nel 2011, e solo il 20% nel 2012. Più di recente, un rapporto della Banca Mondiale ha rilevato che le restrizioni israeliane in Cisgiordania soltanto, costano all’economia Palestinese $ 3,4 miliardi (£ 2,1 miliardi) l’anno, ovvero il 35% del suo PIL.

E via discorrendo. I “dati” della Chalabi sono stati confutati, ma cio’ che sorprende (per modo di dire) è il completo annullamento del “fattore terrorismo” nel rapporto. Come al solito, le misure di difesa che Israele è stato COSTRETTO a mettere in atto sono presentate “nude e crude”, senza nemmeno un accenno alle cause che le hanno provocate. Non c’è traccia nei suoi report di parole come “razzi”, “terrorismo”, “terroristi”.

E invece, nonostante la Chalabi non ne voglia parlare, proviamo ad elencare le “voci di spesa” che il terrorismo ha inflitto all’economia Palestinese :

Il costo che l’economia Palestinese subisce a causa delle misure di sicurezza israeliane, rese necessarie dal terrorismo

Il costo di approvvigionamento, produzione , manutenzione e distribuzione di circa 13.000 razzi lanciati dai terroristi da Gaza

Il costo del tunnel a Gaza , sia per quanto riguarda i fondi del governo utilizzati per la loro costruzione , così come l’impiego dei materiali da costruzione di calcestruzzo e altri che sarebbero altrimenti utilizzati per migliorare le loro infrastrutture

I costi delle armi , munizioni, cinture esplosive , ordigni esplosivi ( e la formazione di ‘ militanti ‘ per utilizzare tali armi ) nella West Bank e Gaza, da dopo la prima Intifada

Il relativo costo di migliaia di Palestinesi coinvolti nel settore del terrore che potrebbero altrimenti essere impiegati nelle imprese più produttive

Il costo per l’ Autorità Palestinese degli stipendi ai terroristi rinchiusi nelle carceri israeliane

Il costo per l’economia Palestinese per la glorificazione del terrore e la persecuzione sionista da parte della leadership e il conseguente fallimento dei programmi di istruzione , dedizione al lavoro e innovazione.

Un tunnel Rafah-Egitto

Il costo di un razzo Grad, venduto sul mercato iraniano a soli 1000 dollari, con “l’aggravio” calcolato sulle perdite inflitte dall’esercito israeliano ogni volta che una base terroristica è distrutta, i costi di spedizioni estremamente complicate che comportano, tra l’altro, anche le vistose tangenti che necessariamente devono essere pagate ad ogni passo fatto dai razzi, aumenta esponenzialmente fino a costare, dagli iniziali 1000 dollari, 10.000 una volta arrivato a Gaza.

I tunnels da Gaza all’Egitto devono essere necessarimente intonacati, per tentare di evitare possibili crolli e forniti di illuminazione elettrica e linee telefoniche. Un tunnel scoperto ad ottobre, lungo 1,7 km,  scavato a 18 metri di profondità, ha richiesto l’impiego di circa 500 tonnellate di cemento e calcestruzzo.

Quante opere avrebbero potuto essere costruite con le centinaia di tonnellate di calcestruzzo e cemento impiegate per i tunnels? Quante scuole, quanti ospedali? Un tunnel scavato a 18 metri di profondità costa approssimativalente 10 milioni di dollari. Nel 2010 le stime parlavano di 7000 persone, impiegate in 1000 tunnels a Rafah.

Nel mese di aprile 2011, il Registro dell’Autorità Palestinese ha pubblicato una risoluzione del governo che concede a tutti i detenuti in Israele per crimini contro la sicurezza e per reati collegati al terrorismo uno stipendio mensile (Al-Hayat Al-Jadida, 15 Aprile 2011). Questa nuova risoluzione, 2010, capitoli 21 e 23, ha formalizzato quella che è stata a lungo una pratica dell’Amministrazione Palestinese. La legge definisce chi ha titolo per essere considerato “prigioniero” e conseguente diritto allo stipendio mensile:

“Chiunque imprigionato nelle carceri dell’occupante [Israele] a causa della sua partecipazione alla lotta contro l’occupazione” (Cap. 1 della legge sui prigionieri, 2004/19, www. alasra.ps, accessibili 9 mag 2011)

Secondo questi parametri, più di 4.500 detenuti (al dicembre 2012) hanno diritto a questi stipendi. E’ da specificare che i detenuti “semplici”, quelli arrestati per reati che nulla hanno a che vedere con il terrorismo, NON ricevono uno stipendio.

Questi pagamenti sono prelevati dal bilancio generale dell’Amministrazione e dalle imposte sul reddito, come per tutti gli altri stipendi della Amministrazione pubblica. (Al-Hayat Al-Jadida 19 giugno 2011). Gli stipendi variano dai 2.400 shekel ai 12.000 shekel. Più lunga è la condanna (e quindi si suppone anche più grave il reato), più lo stipendio aumenta. Quindi, a un semplice fiancheggiatore potrebbe essere assegnato uno stipendio base, mentre a un pluri- omicida spetterebbe lo stipendio massimo.

Per i terroristi che invece avessero scontato le loro condanne e fossero stati rilasciati, l’Amministrazione Palestinese prevede “gratifiche” speciali. Nel settembre 2013, il Primo ministro Rami Hamdallah ha reso nota la cifra di 15 milioni di dollari destinati a 5000 Palestinesi rilasciati dopo aver scontato condanne per terrorismo. Il giornale Al Hayyat al Jadida ha reso noto, nel maggio 2013, che l’Unione Europea ha contribuito al pagamento degli stipendi dell’Amministrazione Palestinese (capitolo nel quale rientrano anche gli stipendi e le “gratifiche” ai terroristi) con 19.200.000 Euro.

L’Australian Christian Charity World Vision, uno dei più importanti gruppi di assistenza australiani, ha invece, nel 2010, finanziato un centro giovanile intitolato al Palestinese terrorista Abu Jihad. Il quotidiano dell’Autorità palestinese ha riferito che i rappresentanti di World Vision Australia hanno incontrato i rappresentanti Palestinesi della Gioventù di Jenin e i responsabili sportivi per pianificare l’operazione del “World Vision Stadio – Palestina / Qabatiya,” all’interno del “Shahid (martire) Abu Jihad Youth Center “, e per discutere di cooperazione futura.

Sono solo accenni, tanto ci sarebbe da approfondire in merito. Certo è che nell’analisi della crisi economica Palestinese non basta cavarsela sbrigativamente con due parolette di rito contro “l’occupante sionista”. L’economia Palestinese deve anche essere necessariamente analizzata dal punto di vista dei costi ingentissimi che il terrorismo e le amministrazioni irresponsabili e corrotte infliggono alla popolazione. Ma questo è un discorso scomodo che al momento solo pochi Stati tra quelli chiamati in causa direttamete dai loro finanziamenti alle due Amministrazioni, quella di Hamas e quella di Abbas, hanno il coraggio di affrontare.

“I profughi? Non diventeranno mai cittadini”, parola di Ambasciatore

L’argomento era già stato affrontato da Mahmud Abbas in passato: i profughi palestinesi non diventeranno cittadini di un eventuale Stato di Palestina. Ora il proposito torna a riaffacciarsi con forza.

L’ambasciatore palestinese in Libano

L’ambasciatore palestinese in Libano, Abdullah Abdullah, ha rilasciato un’intervista al Daily Star Wednesday, nella quale ha inequivocabilmente confermato che i profughi palestinesi non diventerebbero cittadini in uno Stato palestinese riconosciuto: “Sono Palestinesi…. è la loro identità… ma non sono automaticamente cittadini”. E l’Ambasciatore non si riferiva ai soli profughi che vivono in stati arabi, in Libano, Siria, Egitto e Giordania, ma anche a quelli che ancora vivono nei campi all’interno del territorio palestinese. “Anche i profughi che vivono nei campi all’interno dello Stato palestinese rimarranno profughi. Non saranno considerati cittadini palestinesi”.

Campo profughi in Siria

Né il presente status, né quello delle Nazioni Unite, comprenderebbero l’eventuale ritorno dei profughi in Palestina, ha detto l’Ambasciatore. “Come sarà risolta la questione del sacro diritto al ritorno non lo so, ma dovrà essere affrontata con l’accettazione di tutti”. La statualità “non potrà mai incidere sul diritto al ritorno dei Palestinesi”. “Lo Stato è nei confini del 1967, ma i profughi non sono solo quelli dei confini del 1967. I rifugiati provengono da tutta la Palestina. Quando avremo uno Stato accettato e membro delle Nazioni Unite, questa non sarà la fine del conflitto. Non sarà la soluzione al conflitto. Sarà solo un nuovo quadro che cambierà le regole del gioco “.

campo profughi in Libano

L’Organizzazione per la Liberazione Palestinese potrebbe rimanere responsabile per i rifugiati, e Abdullah dice che l’UNRWA continuerebbe il suo lavoro come al solito. L’amministrazione del presidente americano Barack Obama ha recentemente garantito di porre il veto statuale alConsiglio di Sicurezza, che lascerebbe ai palestinesi il diritto di ottenere una risoluzione dall’Assemblea Generale. Se questo accadrà, dice Abdullah, 129 paesi si sono impegnati a voti positivi.

Gli Stati Uniti hanno di recente adottato misure per dissuadere i palestinesi dal cercare di ottenere il voto delle Nazioni Unite, inviando negoziatori ad incontri con funzionari palestinesi. L’ambasciatore dice che questi colloqui non sono stati fruttuosi. “Non ci offriranno nulla … che salverà il processo di pace”, dice. “Non ci avrebbero offerto nulla se non dirci che taglieranno gli aiuti finanziari, e altre simili minacce. La dignità è molto più importante di una pagnotta di pane. ”

Le “minacce” alle quali si riferisce l’Ambasciatore riguarderebbero il disegno di legge proposto dal presidente del U.S. House Foreign Relations Committee, Ileana Ros-Lehtinen, che taglierebbe i finanziamenti degli Stati Uniti a qualsiasi organismo delle Nazioni Unite che riconosca la sovranità palestinese. Secondo Abdullah, ora è il momento di cercare il riconoscimento statuale, perché il processo di pace è stato bloccato per circa un anno, e snocciola le date delle riunioni con gli israeliani fallite , lo scorso settembre. “Queste riunioni non ci portano un briciolo più vicino a raggiungere l’obiettivo dei negoziati.” Affermando che a suo parere ci sarebbero nuovi ostacoli, tra i quali le costruzioni di insediamenti “frettolosi” e l’insistenza di Israele affinché i palestinesi riconoscano Israele come Stato ebraico o “focolare nazionale per il popolo ebraico”.

Secondo Abdullah, i palestinesi non hanno altra scelta che andare alle Nazioni Unite a negoziati bloccati “non ci è stato lasciato nulla a  proteggere il consenso internazionale della soluzione a due Stati”. “Gli Stati Uniti sbandierano di essere il campione della libertà e della democrazia in tutto il mondo, ma se negano ai palestinesi il diritto di essere liberi, di essere democratici, e di vivere con dignità, non è un buon segno per gli Stati Uniti, cio’ lascia una macchia scura … Non è buono per l’America “, dice. “L’America merita di meglio.” Accena poi alle tesioni nella regione, ricordando le tensioni tra Turchia, Israele e Egitto: “Se  politiche sbagliate saranno adottate dagli Stati Uniti, si darà solo una mano libera all’estremismo, autorizzando solo forze negative. E questo renderà più difficile e complicato per le forze razionali prevalere. ”

Fin qui il resoconto del discorso. Resta da riflettere sul cinismo di una leadership che ha imbracciato in tutti questi anni il “problema profughi” e il “diritto al ritorno” come un’arma contro Israele e che candidamente ammette ora di non essere minimamente intenzionata a integrare questi profughi che cosi’ tanto hanno fruttato loro in consensi internazionali, lasciandoli dove si trovano, nei campi squallidi di quegli stessi Paesi arabi “fratelli” che si sono lavati le mani delle loro sorti. Non diventeranno cittadini palestinesi né quelli che vivono nei campi del Libano, dove le condizioni di vita sono disastrose e le discriminazioni nei confronti dei palestinesi totali; né quelli dei campi siriani, che Assad bombarda periodicamente.

E nemmeno quelli che Hamas continua a mantenere nei campi di Gaza, nonostante abbia il controllo totale della regione dal 2005. Nulla cambierà, dice l’Ambasciatore, non sarà di certo la pace. E questo lo si era intuito da tempo: i profughi palestinesi, strumentalizzati dai Paesi arabi che, a guerra perduta, se ne sono poi lavati le mani; fatti ballare come pupazzi da tutte le leadership palestinesi che in “nome loro” hanno impietosito il mondo, riscuotendo miliardi di dollari e simpatia; utilizzati dall’UNRWA che gonfiando a dismisura il loro numero iniziale, assegnando lo status di profugo ereditariamente, si è assicurata la gestione di un giro di affari favoloso, resteranno quello che sono. Non diventeranno cittadini di quello Stato che cosi’ tanto si è avvalso di loro per nascere. Nulla cambierà. L’Olp si incaricherà di “gestirli”, l’UNRWA non correrà il rischio di chiudere i battenti e rinunciare cosi’ a maneggiare montagne di soldi. Nulla cambierà. Non ci sarà la pace “dopo”. Chissà cosa ne pensano i “profughi”? C’è di che meditare.

Pallywood, mon amour!

Il termine “Pallywood” si riferisce alle costruzioni giornalistiche, allestite da giornalisti arabi e occidentali, finalizzate a presentare i palestinesi come vittime inermi dell’aggressione israeliana. In alcuni casi Pallywood mette in scena veri e propri stage cinematografici nei quali i “fatti” sono inventati di sana pianta, secondo un copione accuratamente predisposto. Cio’ è possibile (o lo è stato finora) per la credulità della stampa occidentale e per il suo desiderio  di presentare  immagini capaci di rafforzare il mito del palestinese/ David che si batte valorosamente contro la sopraffazione di Golia/ israeliano.

Con Pallywood gli standard giornalistici sono caduti a livelli da “spaghetti western” e le messe in scena sono assurte al rango di  “eventi reali.”

1982: l’invasione del Libano

I primi chiari segnali di una emergente “industria Pallywood” risalgono all’invasione del Libano, del 1982. Lì, per la prima volta, i media sembrarono abbracciare quell’atteggiamento apertamente ostile nei confronti di Israele che porto’ Norman Podhoretz a scrivere un articolo molto discusso, dal titolo “J’Accuse”, nel quale accusava i principali media di ” antisemitismo” (su Commentary, febbraio 1983).

Podhoretz denuncio’ che: 

– Utilizzando il fratello di Arafat, Fathi Arafat, capo della Mezzaluna Rossa Palestinese, le fonti palestinesi dichiararono 10.000 morti e 600.000 profughi causati dall’attacco israeliano. Senza verificare la  notizia (all’epoca nel sud del Libano vivevano 300.000 persone), i mezzi di comunicazione ripetettero costantemente questi dati, fino a che divennero universalmente accettati.

– I giornalisti paragonarono l’assedio di Beirut a quello nazista di Varsavia. Difficile trovare un paragone più inappropriato, ma l’analogia tra israeliani e nazisti sembro’ avere un richiamo quasi irresistibile per alcuni giornalisti. Tra i più aggressivi, Peter Jennings.

– Furono utilizzate immagini chiaramente false, atte a screditare l’esercito israeliano, comprese quelle delle zone devastate dalla guerra civile tra palestinesi e libanesi, bambini morti che non erano morti, ecc (pp. 353-389).

– I massacri di Sabra e Shatila furono riportati in modo che nell’opinione pubblica si formasse la convinzione che fossero stati i soldati israeliani ad aver massacrato i profughi palestinesi, omettendo di informare in merito alle motivazioni della Falange maronita, responsabile dell’attacco.

Tutti conoscono la storia di Sabra e Shatila, ma solo di recente si è cominciato a sentir parlare del Darfur. Il netto contrasto tra le centinaia di morti di Sabra e Shatila e i più di diecimila di Hama, città nel centro della Siria, lo stesso anno, illustra quanto la propensione dei media sia di  accentrare l’attenzione sui misfatti, non importa se veri o presunti, di Israele e quanto sia forte il potere di intimidazione che di fatto impedisce ai giornalisti di accedere e riportare notizie in merito ai crimini arabi (v. Friedman, da Beirut a Gerusalemme, cap. 4.)

– La riluttanza della stampa – in particolare da parte dei giornalisti “residenti” a rivelare il grado di brutalità dell’OLP come “Stato nello Stato” nel sud del Libano (vedi pp 219-278).

I palestinesi davanti all’entusiasmo della stampa occidentale nel riferire il peggio degli israeliani per evitare di informare in merito al peggio dei palestinesi, alla suscettibilità all’intimidazione e all’assassinio di giornalisti invisi all’OLP, agli standard molto scadenti nel vagliare e verificare le fonti e i fatti,  compresero chiaramente di avere un valido alleato nei media occidentali e nei giornalisti installati presso l’hotel Commodore – (Chafets, Double Vision, capitolo 6.).

Avvelenamento di Studentesse palestinesi, Jenin (Cisgiordania), marzo, 1983

Un anno dopo la debacle dei media libanesi, Israele fu fatto oggetto di un falso premeditato, diffuso poi ampiamente  : un certo numero di ragazze palestinesi di una  scuola media dichiararono di essere state avvelenate da “gli israeliani.” La storia divento’ subito uno scandalo internazionale. Ogni Paese invento’ una tale varietà di dettagli che la storia fini’ per somigliare ad una versione di Rashoman. Nessuno, tuttavia, mise in dubbio la veridicità dell’avvelenamento, né le accuse a Israele. Solo dopo una lunga indagine risulto’ che non c’erano ragazze avvelenate, e che i miliziani dell’OLP avevano incoraggiato e intimidito le ragazze ed i funzionari dell’ospedale affinché confermassero la storia.

Dal punto di vista della copertura mediatica si rivelarono alcune particolarità:

– La stampa israeliana prese sul serio le accuse e solo dopo un esame medico concluse trattarsi di falsi.

– La stampa palestinese e araba dette subito per scontato che la storia fosse vera e la uso’ per incitare all’odio e diffondere la paura degli israeliani. Nonostante la mole delle contro-prove non ci fu nessun  cambiamento nella copertura.

– La stampa occidentale accolse le accuse come probabili, se non vere (e gli europei furono molto più aggressivi rispetto agli americani), e quando le prove della messa in scena emersero,  cessarono di riferire in merito all’incidente, lasciando gli israeliani tra diffamazione e silenzio.

Le accuse di avvelenamento costituirono il primo chiaro caso di Pallywood: l’atrocità messa in scena dagli attivisti palestinesi per raffigurare gli israeliani avvelenatori di innocenti,  immediatamente sottoscritta da stampa locale e straniera.

“Questa è la storia della manifestazione straordinaria di una moderna “calunnia del sangue”  contro gli ebrei e Israele, che ha coinvolto non solo arabi e musulmani, ma anche i media europei e le organizzazioni del mondo….”  Poison, Raphael Israeli

La prima Intifada, 1987-1991

Durante la prima Intifada, i media trasformarono la Cisgiordania in una frenesia di brutalità israeliana in contrasto a quella molto spesso definita  “resistenza non-violenta”. Per la prima volta si evidenzio’ una collaborazione aperta tra cameramen, informati in precedenza del verificarsi dei fatti o che pagavano per le sequenze d’azione che avrebbero poi potuto fotografare.

Le autorità israeliane rese insicure dall’ostilità della stampa ostile e incerte su come fermare la violenza, chiusero, in certi momenti, i territori alla stampa estera. Spesso, mentre gli inviati delle testate estere cenavano o consumavano  i loro drinks all’Hotel American Colony a Gerusalemme Est, le telecamere palestinesi preparavano per loro filmati d’azione. Fu probabilmente la prima volta che i palestinesi ebbero a disposizione le apparecchiature occidentali e furono in grado di alimentare le immagini dei notiziari delle agenzie con le loro “scene di strada” .

In tempi recenti un numero crescente di articoli web e di giornale hanno descritto e denunciato la manipolazione dei media da parte dei palestinesi e il pregiudizio anti-Israele di molti media occidentali. Il regista palestinese, produttore di “Jenin, Jenin” ha ammesso, ad esempio, di aver falsificato delle scene del suo documentario, allo scopo di demonizzare Israele.

Jeff Helmreich ha pubblicato un modello di violazione della deontologia giornalistica da parte dei media che trattano del conflitto.

– In un’intervista multimediale l’analista David Bedein ha sostenuto che negli ultimi venti anni i palestinesi hanno battuto gli israeliani nella propaganda a uso dei media del mondo.

Josh Muravchik ha denunciato il pessimo lavoro dei media occidentali nell’informare in merito all’intifada e il meccanismo nel riportare il conflitto in modo da avvantaggiare le società autoritarie.

Stephanie Gutmann, in “The Other War: israeliani, palestinesi e la lotta per la supremazia dei Media”, sostiene che Israele si è dibattuto in un campo di battaglia fatto di pagine editoriali, schermi televisivi e Internet

La seconda  Intifada “Al Aqsa”, ottobre 2000-2004

Lo scoppio della seconda tornata di violenze palestinesi contro Israele prese avvio, ironia della sorte, a seguito dei negoziati di pace nei quali, secondo le fonti più accreditate, gli israeliani offrirono la maggior parte della Cisgiordania e tutta la Striscia di Gaza (compresa l’evacuazione degli insediamenti) in cambio della pace. Per un breve momento Barak e gli israeliani godettero di qualche simpatia sulla scena mondiale e Arafat si trovo’ in un raro stato di disapprovazione. Ma una volta che la violenza scoppio’ e Israele poté essere incolpato e, in particolare, dopo che le immagini di Muhamed al Durah (la più gigantesca frode mai messa in atto) furono  mostrate dalle televisioni di tutto il mondo, l’opinione pubblica si sposto’ drammaticamente.

Forse il modo migliore per capire come Pallywood fu in grado di avere tanto successo in quella fase è quello di esaminare cio’ che successe il 29 settembre 2000, il giorno dopo che Sharon visito’ il Monte del Tempio / Haram al Sharif. Quel giorno, le agenzie di stampa riferirono di violenti scontri tra le truppe israeliane e i palestinesi infuriati per la visita. L’Amministrazione palestinese pubblico’ la fotografia di un uomo giovane, sanguinante e in ginocchio. Di fronte a lui un israeliano che brandiva un bastone. Non ci voleva un esperto per capire che qualcosa non andava. Non ci sono stazioni di rifornimento da nessuna parte vicino al Monte del Tempio, quindi la collocazione era chiaramente falsa.

Ma non si trattava di semplice collocazione errata del fatto e uno sguardo più attento suggeri’ che il soldato israeliano sembrava urlare a qualcuno che si trovasse oltre il ferito. L’uomo nella foto non era un palestinese, ma un Ebreo americano, un seminarista, che fu trascinato fuori dalla sua auto da una folla inferocita e quasi picchiato e pugnalato a morte. (Trascorse mesi in ospedale per riprendersi.) Era Tuvya Grossman. Il poliziotto israeliano non lo stava picchiando, ma proteggendo dalla folla. Il New York Times, senza controllare i fatti, pubblico’ l’immagine con la falsa didascalia.

Cio’ illustra benissimo il problema delle aspettative paradigmatiche che influenzano ciò che vediamo e come lo assimiliamo. La didascalia riscrive la storia: aggressivo israeliano attacca brutalmente disarmato palestinese nel terzo luogo santo all’Islam.

Esiste un equivalente israeliano di Pallywood?

“Anche gli israeliani diffondono notizie costruite?” I Media di ogni paese giocano su un margine di giudizio che renda le notizie presentabili al pubblico. Ci sono analisti che sostengono che Israele è di gran lunga superiore nel manipolare i mezzi di comunicazione: – Delinda C. Hanley, News Editor del Rapporto Washington  per gli affari in ​​Medio Oriente, sostiene che Israele  è riuscito a dare l’immagine, nei media americani, delle vittime (i palestinesi) come aggressori.

Il “morto resuscitato”

– Alison Weir, fondatrice di If American Knew,  sostiene che i media occidentali, in particolare americani, sono stati costantemente pro-israeliani nella copertura del conflitto. Lei lo chiama “un modello pervasivo di distorsione.”

– Daniel Dor, della Tel Aviv University, in “Intifada Head the Headlines,” (2004) sostiene che la stampa israeliana si è allineata con la propaganda dell’establishment israeliano. In tempi di conflitto la stampa nelle democrazie liberali svolge un “ruolo non del tutto dissimile da quello della stampa in paesi non democratici.” (Pagina 168)

Ma le differenze sono così grandi da richiedere una particolare attenzione a questo problema: – Gli israeliani non fabbricano immagini di feriti; al contrario, tabù profondi impediscono di pubblicare le immagini di cadaveri. – Gli israeliani non mostrano costantemente immagini destinate a suscitare l’odio, a differenza dei palestinesi. Basta confrontare la copertura data in Israele per le immagini orrende del linciaggio di Ramallah 12 OTTOBRE 2000 con la ripetizione costante in TV e nei programmi scolastici palestinesi delle riprese e delle ricostruzioni della storia di Muhamed Al Durah, due settimane prima.

– La stampa israeliana è una delle più autocritiche nel mondo. Errori raramente passano inosservati o taciuti. Quando l’esercito israeliano ha accusato le Nazioni Unite di usare le loro ambulanze per spostare missili Qassam e non è riuscito a fornirne la prova, la stampa israeliana ha denunciato l’errore bruscamente: “Israele si è comportato con fretta sconsiderata e ha ferito con le sue pretese di superiorità , perdendo in  credibilità. ”

Non vi è alcun equivalente nella stampa palestinese  di giornalisti come Gideon Levy e Amirah Hass, di Ha-Aretz . Elementi di auto-critica sono, per la maggior parte dei casi, assenti nei media arabi.

– Anche le organizzazioni denunciate dall’altra parte come “di propaganda”, ad esempio Palestinian Media Watch e MEMRI, sono scrupolosamente oneste nelle traduzioni del materiale che pubblicano dal mondo arabo  e prestano attenzione a non pubblicare solo i fatti negativi ma anche quelli positivi.

– Per rendere il confronto “equilibrato”  manca una distinzione importante tra le critiche ad una stampa libera in Israele e  le intimidazioni e i contenuti di propaganda della stampa araba diffusa in società autoritarie. Se non si riesce a capire queste differenze, non si può comprendere il valore e l’importanza dell’ auto-critica della stampa libera  che sostiene la società civile. La tolleranza per la critica e per i punti di vista diversi segna l’impegno verso la società civile.

PERCHE’ E’ IMPORTANTE denunciare Pallywood?

– Pallywood distorce l’opinione pubblica occidentale e del Medio Oriente .

– Aggrava la narrativa vittima  / carnefice, dominante nell’Europa occidentale e nei media Medio Orientali, che prolunga il conflitto

– Perpetua la narrativa (palestinese) Davide Vs Golia (Israele) .

– Contribuisce alla demonizzazione di Israele / aumento di antisemitismo

– Con il suo drammaticismo, Pallywood porta alla romanticizzazione occidentale della lotta palestinese e alla giustificazione dei metodi più atroci per raggiungere i loro scopi.

“Sono belle, altamente qualificate e mortali. Sono le donne kamikaze. “Rivista New Idea  Australia, 7 aprile 2003.

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