Archivi tag: ong

Dagli amici mi guardi Iddio che dai nemici mi guardo io

Tutte le notizie che riguardano Israele, tutte, indistintamente, sono oggetto di mistificazione, critiche, falsi report, velenose supposizioni. Non ci dovrebbe meravigliare più nulla ormai. Eppure c’è sempre qualcosa che supera anche la fantasia, una menzogna che emerge, per sfacciataggine, dal cumulo delle altre. La “questione dei Beduini” sembra guadagnarsi l’onere e l’onore di “menzogna del mese”.

Ne avevamo già parlato del Prawer-Begin Plan, una proposta di legge che mirava a riconoscere e quindi legalizzare tutti quelli insediamenti Beduini che al momento sono privi dei più elementari servizi: elettricità, acqua, strade, servizi igienici, scuole. Il Piano è stato criticato aspramente ed internazionalmente, osteggiato da tutte le Ong che si occupano di diritti umani e che ritengono ovvio che la “salvaguardia della cultura” debba passare dalla sofferenza di chi quella cultura impersona. Ricorda molto la frase “sono nomadi? facciano i nomadi!” che sentiamo dire a proposito dei Rom stanziati in Italia ed in Europa; un punto di vista che rifiuta l’evoluzione culturale di un popolo e lo chiude definitivamente nella sua gabbia etnica di appartenenza.

Il Piano Prawer-Begin è stato respinto giovedi’ dalla Knesset; esulteranno tutte quelle Ong che cosi’ tanto si sono adoperate per il suo fallimento. Se in genere lo “sguardo” dei sedentari verso le popolazioni nomadi è falsato da una retorica sempre dannosa, sia quando glorifica che quando demonizza, se c’è Israele di mezzo la questione si fa grottesca.

Ecco un esempio a caso: Al Jazeera presenta un articolo di Zohra Ahmed, un’avvocato che vive a New York e si dice “esperta di Beduini del Negev”, dal titolo: Il Piano Prawer sotterra la soluzione “a due Stati”!!!! Perché tutti questi punti esclamativi? Perché la Ahmed finge di non sapere che i Beduini del Negev sono CITTADINI ISRAELIANI  e li trasforma in “Palestinesi sotto occupazione”! Scrive la Ahmed:

“Il Piano Prawer è il tentativo di Tel Aviv (notare che per la Ahmed il governo israeliano risiede a Tel Aviv) di separare i Beduini dai Territori Occupati.”

Ecco fatto! I Beduini diventano Palestinesi, separati di forza dai loro “fratelli” nei Territori Occupati! Sarebbe da ridere se non fosse da piangere! Non solo l’intenzione del Piano Prawer, definire una volta per tutte le questioni circa il possesso delle terre e riconoscere i villaggi abusivi, è stravolta, ma addirittura è necessario che chi legge non sospetti nemmeno che si parla di cittadini effettivi di uno Stato.

Cosi’ come è necessario che le voci dei clan Beduini favorevolissimi al Piano siano tacitate e solo quelle contrarie emergano. Eppure, nonostante i fiumi di inchiostro spesi, non siamo riusciti a capire su che punti si basano queste opposizioni.

Sheikh Odeh Zanoon è il primo leader tra i Beduini del Negev a raggiungere un accordo con lo Stato di Israele per istituire un moderno insediamento Beduino per il suo clan, nei pressi di Yeruham. Le 300 famiglie del clan Zanoon, attualmente distribuite su una superficie di 20.000 dunam (4.900 acri) senza elettricità, acqua e strade, si muoveranno verso un moderno insediamento di circa 1.500 dunams (370 ettari). Il passaggio sarà pianificato con la loro piena partecipazione.

Abed Tarabin sta muovendo anche il suo clan, i Tarabin, da un accampamento illegale nei pressi di Omer in una città beduina adeguatamente pianificata, New Kfar Tarabin, con il sostegno del governo.

“Il piano del governo non è al 100 per cento perfetto, ma è un grande miglioramento rispetto alla situazione attuale dei Beduini nel Negev. Possiamo costruire case adeguate, su terreni riconosciuti, chiedere occupazione e servizi sanitari ed educativi, come qualsiasi altro cittadino. Nella nostra nuova città, abbiamo chiesto e ricevuto aiuto agricolo e industriale “, dice Tarabin. “L’opposizione al progetto viene da politici belligeranti che fanno rumore per i propri scopi. Non viene dai veri leader beduini che si occupano del loro popolo. C’è un sacco di spazio nel Negev per tutti, ed è bene che il governo stia lavorando per migliorare le cose e stia investendo denaro per noi “.

Kamel Jum’a Abu-Nadi, di Lakia, una cittadina beduina fondata nel 1982 come parte di un progetto del precedente governo per l’insediamento permanente dei Beduini (una delle cittadine più belle e organizzate N.d.R.) dice: “Il piano Begin è una proposta equa che cerca di porre fine alla diatriba sui terreni Beduini . L’ottantacinque per cento dei Beduini non ha pretese sulla terra;. solo il 15 per cento le reclama e questo sta frenando lo sviluppo dei Beduini del Negev  Abbiamo semplicemente cercato di raggiungere un compromesso sulle rivendicazioni territoriali, poiché il governo ha stanziato NIS 10 miliardi per un piano di sviluppo economico per il Negev che migliorerà la nostra situazione, attualmente molto brutta,  in materia di istruzione, occupazione, welfare, trasporti e altre infrastrutture “.

A Lakiya scuola di tessitura

Id Abu Rashed, un importante leader della tribù Rashed, della città di Abu Qrenat (una città beduina di 2.700 persone che dovrebbe crescere fino a 7.000 entro il 2020 e che si trova tra Beersheba e Dimona) dice: “Coloro che si oppongono al Begin-Prawer lo fanno per motivi politici, non per ragioni sostanziali. Se guardiamo a chi manifesta contro il Piano, si scopre che la metà dei manifestanti sono arabi-israeliani (cioè non Beduini ) del nord di Israele che vengono in autobus dal nord, in modo organizzato. Le bandiere della Palestina che sono sventolate a queste manifestazioni guidate dal Movimento Islamico arabo-israeliano  e il suo partito politico Balad, in effetti danneggiano la reputazione dei Beduini del Negev. I Beduini del Negev non hanno motivazioni nazionaliste anti-Israele , né le hanno mai avute in passato “.

Bene, ancora una volta la comunità internazionale, i media e le associazioni per ” i diritti dell’uomo”, quelle che non si curano se poi tali diritti sono o meno tutelati dalle loro manifestazioni, saranno contenti. Un po’ meno forse i Beduini, ma anche questo servirà per avvalorare il famoso detto: “Dagli amici mi guardi Iddio, che dai nemici mi guardo io”.

Annunci

B’tselem: “a immagine di Dio…” siete sicuri?

“A immagine di Dio”; nome abbastanza impegnativo per un’associazione, vero? E’ quello che si è scelta l’associazione B’tselem, ONG israeliana fondata nel 1989 da un gruppo di intellettuali israeliani con l’intento di “monitorare le violazioni dei diritti umani nei territori occupati della West Bank e promuovere una cultura del diritto in Israele”. All’epoca in pochi contrastavano il termine “territori occupati” che anzi, indicava per una larga maggioranza di osservatori e senza ombra di dubbio una realtà precisa e non una posizione politica di parte.

Come abbiamo visto, B’tselem ricade sotto “l’ombrello” della più vasta Diakonia, ed è una delle associazioni più attive nella demonizzazione di Israele. I suoi “attivisti” girano la Giudea Samaria (ops, West Bank), “embedded” ad ogni palestinese che sia pronto ad inscenare una pantomima utile a perpetuare una narrazione che ormai comincia a mostrare le sue crepe.

Ma sembra non esserci arresto invece, nella montagna di soldi che B’tselem continua a percepire: il loro budget annuale ammonta a 3 milioni di dollari, quasi tutti provenienti da Enti pubblici stranieri e pochi privati tra i quali spicca la “solita” Ford Foundation che, nel solco dell’antisemitismo feroce del suo fondatore, continua a darsi da fare per finanziare tutte quelle organizzazioni utili a diffamare Israele.

Insieme alle altre associazioni del “settore” (Diakonia, Al Haq, HRW) B’tselem partecipo’ alla stesura del Rapporto Goldstone, che pero’ non resse la prova del tempo e fu ritrattato come “inaccurato”. Le cifre che pubblico’ in merito alle vittime si rivelarono false, gonfiate, incuranti delle informazioni di parte israeliana e invece estremamente condiscendenti con quelle fornite da Hamas.

Le più “popolari” campagne di demonizzazione ai danni di Israele si devono al lavoro incessante di questa ONG che ha fatto in modo che termini come “apartheid”, “occupazione”, “pulizia etnica” entrassero nel lessico comune di tutti quelli che, sebbene basandosi su informazioni sommarie e inesatte, avessero voglia di esprimere giudizi (sempre e ovviamente di condanna) nei confronti di Israele. Davanti alle onnipresenti telecamere di B’tselem, Pallywood ha trovato modo di conoscere popolarità mondiale. Video come questo, tagliato alla bisogna, hanno contribuito a radicare l’idea che Israele si comporti verso i bambini palestinesi con un odio irrazionale e illimitato

Il video fu diffuso insieme a un comunicato:

B’Tselem questa mattina ha urgentemente contattato  il Legal Advisor dell’esercito per la Giudea e Samaria, chiedendo il suo intervento di emergenza per quanto riguarda la detenzione di numerosi bambini, tra cui alcuni di 8 e 10 anni, arrestati dai militari israeliani questa mattina a Hebron. Le informazioni preliminari ricevute, indicano che i soldati hanno arrestato oltre venti minori mentre si trovavano in strada per andare a  scuola. Circa dieci di loro sono stati rilasciati. Il video è stato girato da un attivista internazionale.

Certamente materiale più accattivante di quello che poi il portavoce dell’IDF, Barak Raz,  diffuse, accompagnandolo con una nota:

“La mattina del 20 marzo 2013, a seguito di lanci di pietre continui contro i civili che passavano e le forze di sicurezza posizionate nella zona, gli autori del lancio di sassi sono stati arrestati e detenuti durante tali incidenti. 27 sono stati fermati, di cui 7 sono stati trasferiti alla polizia e 20 sono stati rilasciati. Contrariamente a quanto riportato nei filmati (diffusi da B’tselem) i bambini non sono stati “arrestati mentre andavano a scuola”, questo è il quadro completo di ciò che realmente è accaduto e ciò che, di fatto, ha portato a tale arresto.” (E questo è il video intero, che B’tselem diffuse tagliato ad hoc):

“Come abbiamo detto, quella mattina, questo arresto è stato effettuato in tempo reale durante un incidente di lancio di sassi, ed a seguito di incidenti simili avvenuti quasi quotidianamente. Purtroppo, abbiamo avuto difficoltà tecniche con il recupero del filmato, ma abbiamo messo bene in chiaro che i filmati messi a disposizione di questo incidente hanno mostrato solo l’arresto, e non quello che aveva portato ad esso.”

Nel gennaio 2007, B’Tselem lancio’ il suo “progetto video“, distribuendo più di 100 telecamere ai palestinesi, al fine di documentare qualsiasi materiale che potesse essere utile ad incriminare i soldati israeliani, poliziotti e coloni. Come B’Tselem ha ammesso, “Il “Citizen journalism” – un fenomeno che ha ottenuto molta attenzione negli ultimi tempi – è particolarmente rilevante nel contesto dell’occupazione israeliana ….”

Eh beh si’, certo! Dare telecamere in mano a persone che non rispondendo a nessun codice deontologico possono, a piacimento, spezzettare una ripresa, facendo passare solo la parte ritenuta “interessante” e addirittura incoraggiare con la loro stessa presenza dei veri e propri stage, puo’ essere “particolarmente rilevante”. E cosi’ i “cittadini giornalisti” hanno dato via libera alla loro creatività. Ad esempio, il “cittadino giornalista”  Nariman al-Tamimi inizia una clip filmando un incrocio di Nabi Salah, dove un certo numero di veicoli della polizia sono di passaggio. Improvvisamente, uno dei veicoli si ferma e, come dal nulla sbuca fuori un ragazzo palestinese che, spaventato, corre verso la macchina, con due poliziotti che lo inseguono.

Un attento riesame del video mostra che il ragazzo, ad un segnale,  smetteva di gettare pietre contro i veicoli in movimento. E chissà come mai, il ragazzo sapeva esattamente verso dove volgersi nella sua azione – in direzione della telecamera. Et voilà! Un povero, magro, spaventato bambino palestinese,  in fuga da poliziotti grandi e grossi e cattivissimi.

In perfetto stile “neorealistico”, la madre del ragazzo che aveva assistito al lancio di pietre del figlio, corre disperata verso la macchina fotografica, in “aiuto” del povero bambino. E si senti’ il solito grido riecheggiare nell’aria “B’tselem!”.

Successe anche, tra i tanti episodi, nell’ottobre 2010 a Silwan, quando due ragazzi furono, ovviamente sempre “per caso”, ripresi da sette o otto fotografi che erano sulla scena.

E’ il “sistema B’tselem“. Naturalmente i falsi sono poi stati tutti smascherati, eppure quello che inquieta è come mai un’associazione cosi’ screditata, i cui reports si sono rivelati completamente o in buona parte inaffidabili, i cui stages fotografici sono noti, continui a godere del sostegno dell’opinione pubblica. E’ una domanda retorica ovviamente: non sono di certo associazioni come B’tselem a scandalizzare. Nella propaganda anti-israeliana la correttezza è un inutile fardello.

David Bogner, in una lettera aperta del 21 Luglio 2013, scrive:

“Secondo un nuovo rapporto, un ‘osservatore’ del gruppo che si auto-definisce “per i diritti umani” ‘B’Tselem’, ha presentato una denuncia per essere stato colpito alla coscia da un proiettile di gomma, mentre filmava uno scontro violento tra palestinesi che lanciavano pietre e la Polizia di frontiera israeliana che utilizzava misure non letali per disperdere la folla (gas lacrimogeni e proiettili di gomma).

Per essere chiari, io sono a favore di osservatori neutrali che riprendano le interazioni tra civili e militari /polizia. Si tratta di un ulteriore livello di responsabilità, oltre alle leggi e alle regole d’ingaggio, che puo’ aiutare a ridurre o addirittura impedire abusi da parte delle forze governative  … scoraggiando i civili e / o combattenti irregolari (terroristi) dall’avanzare false accuse contro le forze che agiscono legalmente. 

Il problema è che B’Tselem da tempo ha abbandonato ogni pretesa di neutralità / oggettività. Le loro macchine fotografiche sono sempre puntate contro i militari israeliani, poliziotti e coloni, mentre la modifica sistematica dei loro filmati mostra solo i civili palestinesi  agire pacificamente, sventolando bandiere e cantando.

Ho personalmente assistito a scontri violenti, mentre i fotografi di B’Tselem stavano tra i palestinesi che lanciavano pietre e bottiglie molotov … eppure le loro telecamere erano puntate solo sugli israeliani, a quanto pare nella speranza di catturare la loro reazione violenta. E ci sono innumerevoli casi di violenti scontri’su ordinazione’ delle onnipresenti telecamere di B’tslem.

Non voglio entrare nell’analisi della mentalità che motiva un certo segmento della società israeliana a scendere a tali livelli di disgusto di sé, al punto da aiutare chi si dedica  apertamente  alla denigrazione e alla distruzione di Israele.

Vergogna su  B’Tselem per aver abbandonato la loro missione originaria, che, come ho detto all’inizio, non solo era lodevole, ma secondo me, essenziale. Le loro azioni attuali sono così unilaterali da essere indistinguibili da chi usa scudi umani, dietro i quali le azioni violente e illegali possono essere intraprese, contro le forze governative israeliane e i cittadini, impunemente. E per quanto mi riguarda, questi  ‘osservatori’ di B’Tselem mettono sé stessi in pericolo per ottenere esattamente quello che trovano: danni.

Se ci si “fonde” con chi si dedica a atti illegali / violenti, non si può piangere se si è colpiti da uno degli strumenti non letali a disposizione delle forze militari e di polizia, il cui compito è reprimere tali atti .

Come Benjamin Franklin scrisse nel suo Poor Richard’s Almanac: “qui cum Canibus concumbunt cum pulicibus surgent” (“chi giace con i cani si leverà con le pulci”).

Le ONG nemiche di Israele: cominciamo da Diakonia

Mai sentito parlare di Diakonia? No? Sembra il nome di una crema di bellezza, o di una macchina fotografica, vero? Invece no, Diakonia è la più grande ONG umanitaria della Svezia, fondata nel 1966 da cinque chiese svedesi. La maggior parte del suo budget proviene dal governo svedese (47,2 milioni dollari). Diakonia promuove il “diritto a resistere” dei palestinesi e contemporaneamente fa il possibile per delegittimare il diritto di Israele all’autodifesa. I programmi del IHL (International Humanitarian Law) sfruttano e travisano il diritto internazionale. Cominciamo ad esaminare chi sono le ONG che operano in territorio israelo/palestinese e quali sono i loro obiettivi dichiarati e quelli reali. Il documento è un po’ lungo ma vale la pena di leggerlo se si cercano risposte a domande che a volte sembrano non averne. Mentre alcuni dei programmi dell’organizzazione sembrano essere progetti umanitari veri e importanti, la maggior parte delle risorse sono dedicate a campagne politiche, tra cui un documento alla Commissione Goldstone che diffamava Israele e delegittimava il suo diritto di difendersi contro attacchi missilistici. La posizione di Diakonia in merito al conflitto arabo/israeliano fa riferimento costante alla “continua l’occupazione”, la “costruzione del muro”, e “la frammentazione del territorio palestinese”, come “problemi strutturali” che stanno dietro il conflitto. La storia del terrorismo pre-1967, la guerra e il rifiuto del diritto di Israele ad esistere sono cancellati.

attivisti di Diakonia

Per i loro studi sbilanciati di diritto internazionale e le attività del Humanitarian Policy & Law Forum alla Harvard University  ricevono più finanziamenti di qualsiasi altro programma relativo alla regione, e rappresentano l’unico esempio politico di attività a livello mondiale di Diakonia. Diakonia fu fondata nel 1966 da cinque Chiese svedesi: la Alliance Mission, la Baptist Union, l’InterAct, la Methodist Church e la Mission Covenant Church. Si descrive come una “organizzazione cristiana per lo sviluppo, che collabora con i partner locali per un cambiamento sostenibile in favore delle persone più vulnerabili del mondo.” L’organizzazione lavora con più di 400 partner in 30 paesi, e afferma di promuovere “uno sviluppo equo e sostenibile nel quale lo standard di vita delle persone più vulnerabili possa migliorare, e la democrazia, i diritti umani e l’uguaglianza siano rispettati. Il punto di partenza per questo è il Vangelo di Gesù come modello di ruolo “.

Un documento Diaconia

Nel 2008, il fatturato di Diakonia ha raggiunto i 47,2 milioni dollari, 367 milioni di corone svedesi,  di cui 332 milioni provenienti dall’ Agenzia del governo svedese per lo sviluppo internazionale della cooperazione (SIDA), 10,5 milioni dall’Unione europea, e 5 milioni dal governo norvegese. Le attività in Medio Oriente, America Centrale e Sud America comprendono ognuna  circa il 14% del bilancio di Diakonia, mentre la spesa in Asia è del 25%, e del 30% in Africa. Il lavoro di advocacy (lobbying principalmente politica in Svezia) è di circa il 3% del bilancio di Diakonia. Diakonia è membro di due grandi agenzie di sviluppo a struttura internazionale – l’Associazione delle Agenzie di Sviluppo Internazionale (AIDA) e AidWatch. AIDA è una “struttura di coordinamento per le agenzie di sviluppo internazionali operanti in Cisgiordania e Gaza”, tra cui Oxfam, Trocaire, Christian Aid, e il Comitato centrale Mennonita. L’organizzazione collabora a eventi e comunicati stampa, tra cui molti che condannano la politica di Israele. AIDA è co-sponsor del forum di diritto internazionale umanitario di Diakonia, facente capo alla Al Quds University.

Diakonia e la Flottilla per Gaza

AidWatch è “una lobby pan-europea di iniziativa per campagne di monitoraggio circa la qualità e la quantità degli aiuti forniti dagli Stati membri dell’UE e dalla Commissione europea (CE),” sotto l’egida della UE Concord – una Confederazione di ONG europee, attive nel lavoro di assistenza e sviluppo. Nel 2009, AidWatch ha pubblicato un rapporto, “Alleggerisci il carico”, che prendeva in esame i finanziamenti UE alle ONG umanitarie. Uno dei problemi che la relazione individua in materia di aiuti europei è che sono “sempre più utilizzati come strumento politico, e non mirano a ridurre la povertà”.

campagna Diakonia

Diakonia opera in Medio Oriente dal 1960, e ha aperto la sua prima sede nella regione nel 1989. Ha sviluppato programmi in Egitto, nell’Iraq kurdo, Libano, Israele, e “Palestina”. Obiettivi di Diakonia per la regione sono: “concentrarsi su come affrontare la mancanza di pace e sicurezza, aumentando il rispetto dei diritti umani e sradicare gli aspetti multidimensionali della povertà “. L’area medio-orientale è terreno privilegiato per Diakonia come per molte altre ONG “umanitarie”. E siccome tutte le ONG che si rispettino hanno il loro “libro bianco” contro Israele, anche Diakonia ha redatto il suo “Position Paper on Israel & Palestine”. Naturalmente il rapporto assicura di non essere sbilanciato a favore di nessuna delle due parti e di avere solo a cuore la risoluzione del conflitto.  In contrasto con questo obiettivo dichiarato, Diakonia adotta pero’ il linguaggio della narrativa palestinese, “continua l’occupazione”, la “costruzione del Muro”, e “la frammentazione del territorio palestinese”. Diakonia non si interessa, ovviamente,  al terrorismo palestinese, ai rifiuti arabi alla pace, all’educazione all’antisemitismo e alla violenza dei bambini palestinesi, alla corruzione dell’Autorità Palestinese, alle restrizioni dei diritti delle donne, o ai “combattenti”,  come “problemi strutturali” del conflitto. Quando alcuni di questi problemi emergono, sono sempre attribuiti agli effetti della “occupazione”, anche se anteriori alla guerra del 1967. Naturalmente ci sono tutti i soliti “evergreen” della diffamazione nei confronti di Israele, nel rapporto Diakonia: apartheid, economia “strozzata” da Israele, violazioni continue delle leggi, e per sostenere il “diritto alla resistenza palestinese” Diakonia si inventa un nuovo diritto internazionale, sostenendo che  “il diritto internazionale umanitario si riferisce ai movimenti di resistenza, come dato di fatto che deve essere preso in considerazione“, e che, poiché la comunità internazionale non riconosce l’annessione di Gerusalemme Est, Israele è “in violazione del diritto internazionale. “In questa discussione, Diakonia nega anche ogni legame storico e religioso del popolo ebraico con Gerusalemme. Le opinioni espresse in questo documento politico contribuiscono e riflettono le attività unilaterali dell’organizzazione. Che fa Diakonia nei Territori? L’approccio di Diakonia gira attorno a cinque temi: “. Genere,  democrazia, i diritti umani, la giustizia sociale ed economica e la pace e trasformazione dei conflitti” Questi temi sono promossi attraverso quattro sottoprogrammi:   Il programma di riabilitazione; Programma di Letteratura per bambini; Sostegno al programma Civil Society Organisations in Palestine, che supporta gli attori della società civile locali nel loro lavoro per la democrazia e i diritti umani, e   l’ International Humanitarian Law Programme. Mentre la riabilitazione e i programmi di letteratura per l’infanzia sembrano essere progetti umanitari veri e importanti, la Civil Society l’International Humanitarian Law Program sono altamente problematici, stando a quanto si legge in questo rapporto. Entrambi attribuiscono la responsabilità esclusiva del conflitto a Israele, riducendo al minimo l’impatto del terrorismo e del contesto di guerra asimmetrica, e promuovono apertamente la narrazione palestinese attraverso attività politiche. Molte delle organizzazioni partner della Diakonia per questi progetti – tra cui Al Mezan, Al Haq, l’Alternative Information Center, e Sabeel – delle quali tratteremo con B’tselem e altre nei prossimi articoli – sono tra le più estreme Ong anti-israeliane che operano nella regione, impiegando una retorica incendiaria che a volte sconfina nell’antisemitismo.  Altri partner, come B’Tselem, HaMoked e PHR-I sono stati ampiamente criticati per la loro posizione sbilanciata e unilaterale. Diakonia, in questo modo, lavora contro la pace e la normalizzazione nella regione, radicalizzando ulteriormente il conflitto. Non si capisce poi come questi due programmi, in particolare il programma di diritto internazionale umanitario che riceve la maggior parte dei finanziamenti Diakonia in questa regione, contribuiscano al raggiungimento degli obiettivi di sradicare gli “aspetti multidimensionali della povertà”. Il contenuto politico schiacciante unilaterale è in contrasto con la critica di Diakonia rispetto ai finanziamenti UE per gli aiuti umanitari definiti “sempre più utilizzati come strumento politico, e non mirati a ridurre la povertà” .

attivisti Diakonia

ONG partner di Diakonia nell’ambito di questo programma Supporting Civil Society Organisations in Palestine Programme (2008-10: SEK13,500,000) sono AIC, PHR-I, Al Nayzak per l’innovazione scientifica, Al-Sarayah Centro per Servizi di Community, Counseling Center palestinese, Sabeel, Tamer Institute for Community Education, Wi’am, e il Women’s Affairs Technical Committee.  Gli aspetti “nobili” del programma  sarebbero quelli volti a indirizzare i giovani per promuovere la “risoluzione non violenta dei conflitti, i pericoli di abbandonare la scuola e il matrimonio precoce”, e cercare di “responsabilizzare le giovani donne.” Tuttavia, diversi partner finanziati dal presente programma, come Sabeel e AIC, sono tra le più radicali Ong filo-palestinesi che operano nella regione e, a volte, impegnate in retorica antisemita. [5] Altri partner, come PHR– soffrono di mancanza di credibilità nelle loro relazioni, e la loro agenda è apertamente ideologica. Non vi è alcuna giustificazione per il finanziamento a Sabeel, AIC, o PHR-I sotto gli auspici di un programma che afferma di promuovere “la risoluzione non violenta dei conflitti, i pericoli di abbandonare la scuola e il matrimonio precoce,” o lo “sviluppo personale” tra palestinesi i giovani, in particolare le giovani donne palestinesi. Il programma HIL ((interamente finanziato dalla SIDA) riceve la maggioranza dei finanziamenti di Diakonia per la regione ed è ampiamente promosso dall’organizzazione. Il programma dispone di un proprio sito web con un link nella home page di Diakonia e materiali promozionali separati. Il programma  “mira ad aumentare il rispetto e implementare ulteriormente gli interventi di diritto umanitario internazionale in Israele / Palestina, come un mezzo per migliorare la situazione umanitaria, e creare una possibilità per la pace nella regione.” Il programma si articola in diverse fasi, compreso il sito Web “Guida Facile” , seminari ed eventi, patrocinatori di portali web del diritto internazionale umanitario e del  “monitoraggio delle violazioni del diritto internazionale umanitario“. Per realizzare questo progetto, Diakonia è in partnership con diverse organizzazioni: Al Haq, B’Tselem, HaMoked, Mossawa, Al Mezan, ACRI, la Harvard School of Public Health, e  l’Università Al Quds per i diritti umani e del diritto internazionale umanitario. Come possiamo vedere, il “lavoro” di Diakonia è complesso e l’opera di delegittimazione di Israele è talmente ben strutturata da includere tutte le principali ONG che si sono distinte negli ultimi anni per il loro attacco politico. Ci sarebbe da capire perché il governo svedese abbia interesse a finanziare queste ONG e se i contribuenti svedesi sono al corrente di essere loro, in ultima analisi, a pagare.   Chi sono i personaggi che stanno dietro a queste sigle finora citate? L‘IHL è prevalentemente costituito da avvocati palestinesi, consulenti per l’Amministrazione palestinese e anti-sionisti attivisti ebrei. [6] Solo uno dei membri, Anita Broden , membro del Parlamento svedese, non sembra avere questo tipo di retroterra: Charles Shamas (qui pubblicato da Electronic Intifada) è un co-fondatore di Al Haq e senior partner del Gruppo Mattin a Ramallah. E’ anche un membro del comitato consultivo di Human Rights Watch Medio Oriente-Nord Africa. Shamas paragona la politica israeliana a quella di “apartheid “e di” genocidio “e il terrorismo palestinese per lui diventa ” resistenza “. (La sua pagina Crimes of War nel frattempo è scomparsa)  Per lui il terrorismo è “l’insurrezione di gran parte di una popolazione civile contro illeciti e predatori abusi di una potenza occupante e del suo controllo su quella popolazione e il loro habitat” Michael Bothe rappresentante della Lega degli Stati arabi e del ICJ Advisory Opinion sul muro di separazione. Fritz Froehlich è il coordinatore  “UNRWA , è stato uno dei primi sostenitori della strategia di Durban. Nel 1994, in una conferenza organizzata da PASSIA, Froelich consiglio’ che “i progetti che evidenziano Gerusalemme come città palestinese dovrebbero essere attuati, le ONG dovrebbero combattere contro la deformazione demografica, fisica, geografica e politica  di Gerusalemme,  e fare del loro meglio per ripristinare la presenza araba e riconsiderarne le attività “. Göran Gunner è un membro del consiglio di Amici di Sabeel Scandinavia ed è stato relatore alla 5 ° Conferenza Internazionale di Sabeel, “Challenging christian zionism:. Teologia, Politica, e il conflitto israelo-palestinese” Il sito omonimo nacque a seguito della conferenza e perpetua la demonizzazione e la delegittimazione del sionismo utilizzando temi teologici. Sul sito, Sabeel difende la sua posizione per una soluzione a “stato unico “. Vinodh Jaichand, è Vice Direttore del Centro irlandese per i diritti umani. In un discorso del dicembre 2005, paragono’  Israele a uno “stato di apartheid” , prendendo in esame i modi con i quali lo “Stato di Israele è passibile di essere giudicato per il crimine di apartheid  contro l’umanità”. Helena Johansson, Capo Dipartimento per la Confederazione svedese dei lavoratori, scrive sul suo blog che Israele deve essere ritenuto responsabile e perseguibile per il “bombardamento del tutto sproporzionato di aree densamente popolate di Gaza e per gli attacchi contro edifici delle Nazioni Unite e gli ospedali”, e ripete le solite, false affermazioni “c’era una tregua tra Hamas e Israele, ma Israele non ha ottemperato alle condizioni dell’accordo promosso dall’ Egitto, continuando gli attacchi e il blocco.” Gilbert Marcus SC, delegato di Amnesty International, il quale sostiene che la barriera di sicurezza di Israele è “sproporzionata”, è stato uno dei firmatari di una lettera di condanna dell’operazione contro Hamas a Gaza da parte di Israele, definendola “inumana” e ha lavorato come consulente per uno studio pseudo-accademico (anche questo pubblicato dalla solita Electronic Intifada), organizzato dall’ex Rapporteur delle Nazioni Unite John Dugard ed Al Haq, sostenendo che Israele è uno stato di “apartheid”. Iain Scobbie è attivo nel promuovere argomenti giuridici pro-palestinesi e delegittimare il diritto di Israele di combattere contro la guerra asimmetrica. Durante la guerra di Gaza, è stato uno dei firmatari di una lettera nella quale sosteneva che il lancio di razzi di Hamas non “corrispondeva a un attacco armato che desse diritto ad Israele di reagire con l’auto-difesa”, e ha affermato che la guerra è stata un atto di “aggressione” da parte di Israele. Scobbie fu anche uno dei “contributori principali” allo “studio” di Dugard su l’apartheid, ed  è consulente del Negotiation Affairs Department dell’Amministrazione palestinese. Lea Tsemel, ebrea antisionista attivista, è stata un membro di spicco della Lega Matzpenpartito antisionista, rivoluzionario, comunista    trotzkista e fondatrice del Comitato Pubblico contro la Tortura in Israele. E’ sposata con Michael Warshawski, fondatore del Alternative Information Center. Tra le accuse che diffonde contro Israele, quella della “pulizia etnica”. Marcelo Weksler è un membro del consiglio della Alternative Information Center. Il suo articolo, “Israeli Attacks on Gaza: Before Words Will Not Help” (pubblicato sulla pagina Facebook di B’Tselem) usa frasi come “la bestialità della società israeliana“, “il male del regime israeliano“, e afferma che  “l’ umanità clown [società tradizionale israeliana]. . . è un romanzo anti-semita. Un’invenzione dei non ebrei che manca di una coscienza, una coscienza ebraica “. Julia Wickham è Segretaria e coordinatrice di Delegazione  per il Gruppo parlamentare Britain-Palestine ed editor di The Palestine Post (UK). Nell’agosto 2006, in una lettera a Tony Blair  ha scritto che “l’indiscriminata distruzione da parte di Israele di infrastrutture libanesi e a Gaza non è lecita, in quanto costituisce misure di ritorsione e punitizione collettiva  contro le popolazioni civili.” Fu una dei firmatari di una petizione a sostegno della causa  contro Ariel Sharon per “crimini contro l’umanità”, presentata in Belgio. La “Easy Guide to IHL” è parte integrante del programma “umanitario” e si rivolge a svedesi e anglofoni “interessati al conflitto israelo-palestinese, già a conoscenza della situazione sul “campo”, ma che cercano di  familiarizzarsi con lo strumento legale per la loro attività di sensibilizzazione e di analisi.” Diakonia sostiene che le” analisi “fornite sul sito web” riflettono la prospettiva di Diakonia e non intendono esprimere approcci favorevoli ad una delle parti in conflitto .” Anche se la ONG include alcuni link a fonti governative israeliane, le note Diakonia suonano cosi’: ” il sito web è impegnato in primo luogo a far rispettare  gli obblighi dello Stato di Israele, in quanto potenza occupante, nei confronti della popolazione palestinese “, e gran parte del contenuto ripete  le accuse non verificabili, avanzate dalle sue ONG partner Al Haq, HaMoked, e B’Tselem. Le informazioni presentate sul sito web e i frequenti travisamenti del diritto internazionale riflettono questo approccio unilaterale.

la propaganda di Diakonia

Il sito offre una panoramica delle questioni giuridiche e storiche interpretate attraverso la narrazione palestinese, distorcendo la storia e il contesto. In un esempio rappresentativo, nell’analisi “degli anni 1947-1967″ afferma che dopo che “scoppiò la guerra tra Israele e alcuni stati arabi”, nel 1948, Israele fu costituito su un territorio”, che copriva una parte più grande di quella che gli era stata assegnata dal piano di spartizione delle Nazioni Unite. Che uno stato palestinese non poté essere stabilito e che i palestinesi hanno portato avanti per molti anni, e continuano a farlo, l’appello per l’attuazione del loro diritto all’autodeterminazione.” Questa sintesi ignora il rifiuto arabo del piano di spartizione dell’ONU del 1947, l’attacco arabo del ’48 per distruggere lo Stato nascente, e la campagna di attacchi arabi e massacri contro gli ebrei nella regione sia prima che dopo la creazione di Israele. Un’altra affermazione nel sito: “il territorio palestinese occupato è stato sotto il controllo e governo dei diversi regimi nel corso degli ultimi 500 anni.” Nella parte dedicata alla barriera difensiva nessun accenno, ovviamente, ai motivi che spinsero Israele alla sua costruzione, nulla in merito al terrorismo e alle vittime civili. Gran parte delle “analisi” sul sito si impegnano a delegittimare qualsiasi diritto di Israele all’auto-difesa, Gaza è descritta come “occupata” anche dopo il ritiro totale di Israele dalla Striscia, le azioni di Israele sono sempre descritte come “sproporzionate”, “punizioni collettive”, “crimini di guerra”. 

propaganda di Diakonia

Per sostenere la tesi speciosa di un “diritto alla resistenza”, scrive Diakonia, “L’uso della forza come parte della resistenza all’occupazione, nel caso palestinese, è quindi derivata dalla legittimità internazionale al ricorso alla lotta armata per ottenere la diritto all’autodeterminazione. Diakonia collaboro’ al famoso Rapporto Goldstone, con una relazione che diffamava Israele e negava il suo diritto alla difesa, non citando mai (se non di sfuggita) Hamas e i suoi crimini. Questa è una delle ONG capofila nella demonizzazione di Israele, una ONG “santa”, che dice di rifarsi al modello del Vangelo, che maschera la sua attività di delegittimazione e di diffamazione dietro la sottile e non certo infrangibile patina degli “interventi umanitari”. Quando ci chiediamo da dove arrivi la falsa rappresentazione di Israele nel mondo dobbiamo ricordare che ci sono Enti specializzati in questo, pagati e protetti nella loro “missione”. Diakonia si “tira dietro” tutte le più conosciute ONG del “settore”. Prossimamente un’analisi accurata dei suoi partners. QUI

B’tselem, come promuovere una non-notizia

Una giornata qualsiasi; un fatto che fosse successo in un’altra parte qualsiasi del mondo non avrebbe di certo avuto nessuna eco. Ma è successo in Israele e questo cambia tutto. Un bambino palestinese di cinque anni fa quello che gli hanno insegnato essere cosa buona e giusta: tira sassi ai soldati israeliani.

Che fanno i soldati? Portano bimbo e padre in caserma, prendono il nome del padre e lo consegnano all’Autorità palestinese che gli eleverà una multa. Stop. Fine della non-storia. Ma appunto, cioè che non varrebbe la pena di raccontare altrove, se interessa Israele diventa un caso mondiale. Oggi, 12 luglio 2013, su tutti i giornali e blog on line compare la notizia dal titolo: soldati israeliani arrestano bambino di cinque anni, dando ovviamente la stura a commenti che avrebbero fatto la gioia di Hitler.

Non mi interessa ripetere ancora una volta che le pietre uccidono e sopratutto che insegnare ai primi figli l’odio uccide ogni speranza di pace; è stato già fatto, anche in questo blog. Vorrei invece soffermarmi su B’tselem, questa Ong israeliana i cui aderenti girano per i Territori con la telecamera a tracolla, pronti a filmare (e in alcuni casi a provocare) i terribili “abusi” dell’esercito israeliano. Chi sono? Dalla loro pagina leggiamo:

B’Tselem – Il Centro di informazione israeliano per i diritti umani nei territori occupati è stato fondato nel febbraio 1989 da un gruppo di eminenti accademici, avvocati, giornalisti e membri della Knesset. Si sforza di documentare ed educare l’opinione pubblica israeliana e i politici circa le violazioni dei diritti umani nei territori occupati, la lotta contro il fenomeno della negazione diffusa tra l’opinione pubblica israeliana, e contribuire a creare una cultura dei diritti umani in Israele…. B’Tselem è indipendente ed è finanziato da contributi di fondazioni in Europa e Nord America che supportano l’attività dei diritti umani in tutto il mondo, e da privati ​​in Israele e all’estero.

Curiosamente se andiamo a leggere la loro pagina “Donors” o se cerchiamo i nomi dei loro supporters su Wikipedia, la Ford Foundation non compare mai. Il nome Ford compare solo di sfuggita come “New Israel Fund”. La Ford Foundation è quell’organizzazione che fu creata da Henry Ford, nel 1936. Henry Ford ebbe un posto di rilievo nella diffusione delle dottrine antisemite e razziste in America ed Europa, ed in particolare dell’ideologia nazista.  “L’ebreo internazionale” da lui scritto nel 1920, pubblicato con il titolo completo “The International Jew, the World’s Foremost Problem” (in italiano L’ebreo internazionale, il problema più importante del mondo) da The Independent Dearborn, un settimanale antisemita di estrema destra, controllato da Ernest Liebold, segretario privato di Henry Ford, è una corposa opera in quattro volumi, dai forti toni antisemiti, che fu tradotta in sei lingue, tra le quali il tedesco, ed ebbe grande apprezzamento da parte di Adolf Hitler, che ne fece una delle principali fonti di ispirazione per la dottrina nazista. Nel suo Mein Kampf, Hitler cita testualmente diverse parti del libro di Henry Ford.

Henry Ford riceve l’onoreficienza nazista “Ordine dell’Aquila tedesca” 

L’imprenditore americano ed il dittatore tedesco, uniti da reciproca ammirazione, diedero corso ad iniziative comuni di ordine finanziario e industriale. Nel 1938, per i grandi meriti riconosciuti dalla Germania nazista, Henry Ford fu insignito con l’Ordine dell’Aquila Tedesca. Questo il retroterra del fondatore della Ford Foundation. E attualmenteLa Fondazione Ford eroga circa 500 milioni di dollari all’anno attraverso 13 uffici in tutto il mondo, in decine di paesi. Ogni anno, la Fondazione, con una cifra stimata di 10 miliardi di patrimonio, elargisce circa 2.500 premi nei campi dell’arte, dell’educazione, dello sviluppo e della giustizia sociale. Per far questo Ford esercita la globalizzazione come farebbe una multinazionale commerciale, per mezzo di un’abile tessitura di movimenti di denaro, dentro e fuori dei suoi uffici e verso i destinatari, in una complessa rete di finanziamenti. Ma il prodotto della Fondazione Ford non è commerciale – è filantropico. La parte maggiore di tale spesa filantropica annua è dedicata a ciò che è definito “i diritti umani e la giustizia sociale” – cioè non i tradizionali programmi di aiuto, ma per difesa legale, attivismo, e “agit prop”.

Non è semplice verificare quanti soldi della Fondazione Ford siano investiti nella propaganda anti-israeliana e nei gruppi di pressione palestinesi, nonché nelle organizzazioni non governative o ONG. Questo perché sostanziosi fondi e programmi di incentivi sono canalizzati anche attraverso altri gruppi no profit e agenzie governative, anche all’estero. Ad esempio, la relazione annuale 2002 dell’Advocacy Institute, con sede a Washington definisce la rete delle ONG palestinesi, o PNGO , “partner”.

Nel febbraio 2003, l’Advocacy Institute, porto’ un gruppo di colleghi PNGO a Washington in un programma finanziato dalla Ford “per rafforzare la capacità di advocacy delle PNGO” Il programma comprendeva “sviluppo del messaggio, costruzione della coalizione, media”, così come “l’accesso e la persuasione di decision maker“, secondo una dichiarazione che è apparsa a metà agosto alla pagina web dell’Istituto. I Dati Ford indicano che la fondazione nel 2000 ha concesso all’Advocacy Institute 180.000 $ “per rafforzare il ruolo di una rete di ONG palestinesi.” I fondi per PNGO sono stati conteggiati nei “doni” della fondazione negli Stati Uniti, non in quelli dell’ufficio del Cairo.

Solo un anno più tardi, nell’agosto del 2001, PNGO fu uno dei principali gruppi che spinsero per le risoluzioni anti-israeliane in occasione della Conferenza UN-World contro il razzismo a Durban, in Sud Africa. Di sicuro c’è che Ford ha concesso diversi milioni di dollari americani a gruppi “pacifisti” ebrei e israeliani. Per esempio, Ford in passato ha concesso 500 mila dollari al programma di pace in Medio Oriente dell’American Reform Judaism mouvement, noto come “cercare la pace, perseguire la giustizia”, che cerca di mobilitare la comunità ebraica americana del Nord per la giustizia sociale in Israele. Ford finanzia anche diversi gruppi di dissidenti e per i diritti umani, basati in Israele. L’elenco comprende B’Tselem, Rabbini per i Diritti Umani, e Hamoked. B’Tselem attualmente riceve 250.000 dollari per quello che le relazioni della Ford descrivono come “monitoraggio dei diritti umani in Cisgiordania e Striscia di Gaza, che documenta le violazioni, e sostiene le politiche per i cambiamenti”.

La Fondazione Ford finanzia anche a Washington il New Israel Fund per le sue attività di sostegno e promozione per il cambiamento sociale in Israele. Dal 1988, la Fondazione Ford ha fornito più di 5 milioni di dollari al New Israel Fund, una coalizione di israeliani, nordamericani e di europei che promuove i diritti umani e la giustizia in Israele. Ford ha appena annunciato di voler aumentare il finanziamento ai “gruppi di pace e giustizia sociale” in Israele, attraverso il New Israel Fund con una concessione $ 20.000.000 per cinque anni, amministrato da una joint venture Ford-NIF.

La Ford Foundation finanzia anche l’ISM, una delle organizzazioni più ferocemente anti israeliane esistenti, che recluta i suoi attivisti principalmente nei campus americani e li addestra a trasformarsi in “scudi umani”, nonostante la pratica sia unanimamente condannata. Come B’tselem, l’Ism si definisce “indipendente e pacifista” ma non esita a incitare apertamente alla violenza. Il suo sito web afferma che riconosce “il diritto palestinese a resistere alla violenza israeliana e l’occupazione tramite legittima lotta armata”. Il 25 aprile 2003, il fondatore della Ong ha ospitato un gruppo di 15 persone nel suo appartamento. Inclusi in questo gruppo erano Mohammad Asif Hanif e Omar Khan Sharif, cittadini britannici. In seguito hanno partecipato a varie attività programmate dall’ ISM. Cinque giorni dopo, i due hanno eseguito un attentato suicida in un pub popolare accanto all’ambasciata americana a Tel Aviv, frequentato da personale dell’ambasciata. Hanif e Sharif erano entrati in Israele con il pretesto di essere “attivisti per la pace” e fare “turismo alternativo” – forse un riferimento al precursore dell’ISM, il “Gruppo turistico alternativo” (Andrew Friedman, “I Partigiani “neutrali “,” The Review, luglio 2003). ISM nega la responsabilità delle azioni dei kamikaze britannici.

Attivisti Ism, abbigliati come “coloni” israeliani, insieme a terroristi della Brigata Al Aqsa

I “report” di B’tselem si basano spesso su “percezioni“, presentate pero’ come fossero prove. Dato l’impatto mediatico che hanno, riescono ad infondere in chi legge la convinzione di star riportando notizie, mentre invece si tratta di congetture senza prove. Come successe per il rapporto di 30 pagine che redassero, in occasione dell’operazione Pillar of defense, divulgato nel maggio 2013: Violazioni dei diritti umani durante l’operazione Pillar of defense”. Il comunicato stampa affermava  che il “rapporto solleva sospetti che i militari abbiano violato il diritto internazionale umanitario (DIU).” Ma queste accuse non vengono dimostrate nella relazione; al meglio, esse sono il risultato di congetture, come B’Tselem stessa riconosce nella relazione. Inoltre, la pretesa di distinguere tra morti civili e combattenti in questa relazione, come in quelle del passato, si basa su definizioni manipolate e speculazioni;  l’applicazione di norme giuridiche esistenti comporterebbe conclusioni molto diverse. Il testo della relazione riflette chiaramente limitate informazioni disponibili – in gran parte “interviste oculari” (anche via telefono) a Gaza, la cui accuratezza non può essere verificata in modo indipendente. Così, dopo aver presentato le accuse, il rapporto afferma: “Tuttavia, i mezzi a disposizione di B’Tselem sono troppo limitati per stabilire se l’esercito israeliano ha agito in conformità con la legge.”

Questo è un cambiamento molto significativo e di riconoscimento da B’Tselem rispetto a quanto sostenuto nella relazione 2009 sul conflitto di Gaza precedente (e poi ripetuto nel Rapporto Goldstone screditato). Tuttavia, come notato sopra, il riferimento a tale limitazione metodologica di centrale importanza,  non è menzionato nel comunicato stampa.

Non è un caso raro e isolato, in pratica ogni rapporto di B’tselem è incentrato sulla falsificazione e distorsione dei dati,  sul suo sostegno alle organizzazioni politiche guidate ideologicamente, sulla denigrazione degli israeliani, e su fatti riportati in maniera strumentale, fatti apposta per attirare risposte emozionali. Come fu per il rapporto “East Jerusalem: six voices” del 2011. I bambini, ovviamente, sono i soggetti preferiti da trattare. Il 20 Marzo 2013, B’tselem diffondeva un altro video che trattava di “bambini arrestati“:

La didascalia al video diceva:

B’Tselem questa mattina ha urgentemente contattato il Legal Advisor dell’esercito  per la Giudea e Samaria, chiedendo il suo intervento di emergenza per quanto riguarda la detenzione di numerosi bambini, tra cui alcuni di 8 e 10 anni, arrestati dai militari israeliani questa mattina a Hebron. Le informazioni preliminari ricevute questa mattina indicano che i soldati hanno arrestato oltre venti minori che si recavano a scuola. Circa dieci di loro sono stati rilasciati. Il video è stato girato da un attivista internazionale.

Ma il video che B’tselem diffuse mostrava solo una parte di cio’ che era successo: i ragazzi stavano lanciando pietre, NON stavano recandosi a scuola e il video completo era un po’ diverso

Cio’ che B’tselem non mostra mai sono gli effetti di questi “lanci di sassi”. Questa è la vettura dove persero la vita Asher Palmer e suo figlio di un anno, colpiti da pietre e finiti fuori strada

Al 31 Marzo 2013, erano stati già registrati 1195 incidenti per lanci di pietre. E le pietre uccidono

La letteratura in merito a B’tselem è vasta, e forse anche molto più interessante di una non-storia.

Se l’ha detto l’Onu deve essere vero! O no?

Come ogni estate, da almeno sei anni a questa parte, l’associazione terroristica Hamas ha aperto le porte dei suoi campi para-militari ai bambini gazawi. Non è fatto nuovo; ogni anno almeno 100.000 bambini, a partire dall’età di sei anni, passano l’estate mimando rapimenti di soldati israeliani, esibendosi in prove di “coraggio” come camminare su chiodi arrugginiti o saltare in cerchi di fuoco e imparano a maneggiare armi.

Forse quest’anno la notizia ha circolato un po’ più del solito; forse il Medio Oriente in preda alle guerre ha richiamato l’attenzione su una pratica ormai consolidata. Fatto sta che, puntuale, dopo una settimana circa è arrivata la “contro-mossa”: on line ha cominciato a girare viralmente una “notizia” infamante: un rapporto Onu accusa Israele di arrestare, torturare e perfino sodomizzare (ovviamente nella versione italiana della notizia) bambini palestinesi in carcere. Ogni giornale più o meno spazzatura che circola sulla rete ha voluto dire la sua, aggiungendo via via particolari macabri. Prendiamo un esempio a caso e cerchiamo di analizzarlo:

Fanpage, uno dei primi ad aver pubblicato la notizia, titola “Israele ha torturato, violentato e arrestato migliaia di bambini palestinesi.” Nell’articolo è citato “un rapporto Onu”, non meglio precisato, redatto non si da chi, il tutto corredato da alcune foto ritenute “drammaticamente eloquenti”. Cominciamo dall’analizzare queste che dovrebbero suscitare (insieme al titolo) il primo impatto emotivo del lettore.

Questa bambina è diventata famosa per le sue “performance” provocatorie nei confronti di soldati israeliani. Non è una palestinese qualsiasi, è “figlia d’arte”. Si chiama Ahad Tamimi, figlia di Bassem Tamimi, un “attivista” già arrestato per “incitazione di minorenni all’odio e al lancio di pietre”.

,

Per le sue sceneggiate, doviziosamente filmate dalla madre che l’accompagna sempre, ha vinto il premio “Brave girl of the year”, consegnatole niente di meno che dal quel campione della difesa dei diritti umani che risponde al nome di Erdogan. Non è mai stata arrestata ovviamente, nessuno le ha mai torto un capello.

Un’altra foto si riferisce al 2009, a seguito dell’attacco a colpi di pietre contro un insediamento ebraico a Beit Omar, nella zona di Hebron, da sempre uno dei punti “caldi” della convivenza tra arabi e ebrei.

L’altra è stata scattata durante scontri sulla Spianata delle Moschee, sempre nel 2009, in occasione della festa di Succot, durante la quale centinaia di turisti affollano il luogo. Negli scontri, scoppiati per le proteste palestinesi alla presenza di “infedeli” nei luoghi santi,  un soldato fu pugnalato e ferito in maniera grave.  Tre furono gli arrestati palestinesi.

E veniamo ora al “rapporto”. Nessun giornale ha ritenuto opportuno inserire un link al documento originale, come mai? Semplicemente perché quelle che sono state presentate come “update”, sono in realtà le conclusioni finali di un rapporto cominciato nel 2002 e chiuso nel 2012. Fa differenza? Eh si’, fa differenza, perché quel rapporto attraversa i dieci anni fra i più sanguinosi e controversi della storia di Israele, cioè tutto il periodo della Seconda Intifada, quando Israele fu insanguinata da quotidiani attentati. E’ di quegli anni anche il Rapporto Goldstone, redatto con l’aiuto di B’tselem e Hamas, raccolto da quel Richard Falk cacciato per antisemitismo prima da HRW e ora la cui rimozione dal ruolo di Special Rapporteur Onu per i Territori è chiesta a gran voce da quasi tutti i paesi per la chiarissima malafede dei suoi rapporti. Quindi, chi volesse ORA informarsi su questo rapporto che sembra redatto ieri, dovrebbe districarsi in mezzo a personaggi, bugie e rapporti farsa che hanno attraversato un decennio di lotta israeliana al terrorismo , molti (se non tutti) completamente screditati nel frattempo.

Kirsten Sandberg, norvegese, facente parte del Committee on the Rights of the Child che ha presentato il rapporto all’Onu, disse in proposito che il lavoro si basava su fatti e non su opinioni politiche. Vediamo se è vero. Chi è ai vertici del UN Committee on the Rights of the Child, organismo più volte definito “indipendente”? Aseil Al Shehail, indicata nel Registro dei diplomatici Onu come “Primo Segretario per l’Arabia Saudita all’Onu”. Cio’ significa semplicemente che la signora è pagata dall’Arabia Saudita e dallo Stato Saudita impiegata all’Onu.

E’ una violazione delle Linee Guida delle Nazioni Unite che impongono “indipendenza ed imparzialità” dei membri incaricati del monitoraggio dei diritti umani. Nelle Linee Guida dette “di Addis Abeba” infatti si legge:

“I membri del corpo non devono essere solo indipendenti e imparziali, ma devono anche essere percepiti tali da un osservatore ragionevole .” (Secton 2) “Essi non possono essere soggetti ad attività di direzione o di influenza di qualsiasi tipo, o alle pressioni del loro Stato di cittadinanza o di qualsiasi altro Stato o delle sue agenzie, e non sollecitare né accettare istruzioni da chicchessia riguardo l’esercizio delle loro funzioni. (Sezione 5) “L’indipendenza e imparzialità dei membri è compromessa dalla natura politica della loro affiliazione con il ramo esecutivo dello Stato. Di conseguenza eviteranno funzioni o attività che siano, o siano tali considerati da un osservatore ragionevole, incompatibili con gli obblighi e le responsabilità di esperti indipendenti nell’ambito delle pertinenze trattate. “(Sezione 12)

Difficile considerare indipendente una dipendente del governo Saudita, incaricata di redigere un rapporto su Israele!

Ma è almeno obiettiva la signora Al Shahil? Puo’ percepirla tale un “osservatore ragionevole”? Mica tanto! La signora Al Shahail, il 15 ottobre 2009, dichiaro’ all’Onu che:

il suo Paese considera il bambino come un pilastro della comunità e creatore del futuro, sia a livello nazionale e internazionale …. Il Dipartimento di Giustizia è pronto a lanciare una struttura giuridica che potrebbe gestire il matrimonio di minori e tutte le questioni connesse … L’Arabia Saudita ha condiviso le preoccupazioni della comunità internazionale per il bambino [e] partecipato con la Lega Araba alla stesura della Carta araba dei diritti umani … l’Arabia Saudita ha inoltre sostenuto i diritti del bambino nell’Islam … richiamando l’attenzione sulla tortura e l’uccisione di bambini palestinesi nei territori occupati, ha detto che la comunità internazionale deve intervenire e tutelare i diritti di questi bambini, secondo le convenzioni internazionali.

La violazione dei diritti umani di donne e bambine, le prime completamente assoggettate alla tutela dei loro mariti/padri, le seconde costrette a matrimoni combinati (per i quali la Al Shahil attende una legge-quadro!) sono documentate proprio dai rapporti Onu! In Arabia Saudita non esiste un’età minima per il matrimonio.

una “sposa” saudita

Ma professionalmente la Al Shahil è affidabile? Il 12 ottobre 2010, ha dichiarato all’ONU:

La questione delle donne desta profonda preoccupazione nel Regno di Arabia Saudita, nel quale lo sviluppo delle donne è parte integrante di un piano strategico generale conforme alla Sharia magnanima. Questo è particolarmente vero in merito all’istruzione, alla sanità, ai servizi sociali, alla partecipazione allo sviluppo sociale. Sono state adottate varie risoluzioni in materia di parità di genere, compresa l’uguaglianza alla carriera e alla pensione. Le donne saudite hanno inoltre partecipato in vari settori, con il pieno sostegno del governo.

Nel 2007, il suo intervento all’Onu esaltava l’Arabia Saudita in materia dei diritti delle donne:

ASEIL AL-SHEHAIL (Arabia Saudita) ha detto che le misure adottate dal suo paese per il progresso delle donne, con particolare attenzione alla condizione delle donne in base ai principi della Sharia, che stabiliscono i loro diritti e doveri. Tutte le norme, leggi e regolamenti in Arabia Saudita, Costituzione inclusa , emanate dal Santo Corano e dal Profeta Maometto … pongono grande attenzione nel garantire l’avanzamento delle donne. L’Arabia Saudita ha firmato la Convenzione sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne, nel 2000, il suo contenuto è in linea con la politica del Regno di preservare i diritti delle donne. L’Arabia Saudita è determinata nella difesa dei diritti umani delle donne, ha detto … il progresso dell’ Arabia Saudita , per far avanzare lo status delle sue donne prosegue in linea con i valori della sua Santa Religione.

Beh, non c’è bisogno di grandi esempi per smentire totalmente queste affermazioni. Divieto di guidare, città concepite per “sole donne”, divieto di visita medica ed operazione chirurgica senza il consenso del marito o di colui che ne fa le veci, matrimoni forzati, senza limite di età minima, sono solo alcune delle restrizioni alle quali sono sottoposte le donne saudite.

Ecco, questi sono gli “esperti” Onu, indipendenti e professionisti, chiamati a giudicare Israele ed a redigere rapporti che si avvalgono di testimonianze di Hamas, Special rapporters antisemiti, Ong bugiarde, giudici che non giudicano, relatori “indipendenti” pagati da Paesi nei quali la shari’a è giudicata “magnanima”. Circa la metà dei membri della Commissione Onu per i Diritti Umani proviene da Paesi nei quali discriminazione e violazione sono la norma: Arabia Saudita, Bahrain, Tunisia, Egitto, Malesia, Sri Lanka e Russia. Ma “se l’ha detto l’Onu” deve essere vero! O no?

Grazie a UNwatch

Campi estivi roventi a Gaza

Anche a Gaza le scuole chiudono per le vacanze estive, ma per i bambini non si prospettano giorni di divertimento e relax dopo le fatiche scolastiche. Per loro ci sono i campi estivi di addestramento di Hamas.

Si tratta di veri e propri campi paramilitari, nei quali i bambini sono addestrati alle azioni di guerra tramite esercizi e simulazioni che istigano all’odio per gli ebrei e gli israeliani. Cerchi di fuoco da saltare, uso delle armi, bambini travestiti da soldati israeliani “torturano” bambini nella parte dei mujahiddin, immergendo loro la testa nell’acqua o lasciandoli in piedi per ore. I bambini e i ragazzi devono dimostrare di saper resistere.

Ismayil Haneyah, leader di Hamas, parlando allo Stadio ha detto a proposito dei “campi estivi”: Porteremo la vittoria e la liberazione…Una volta liberata Gerusalemme e la moschea Al Aqsa, i campi estivi avranno termine.

Ogni anno più di 100.000 bambini palestinesi (dall’età di sei anni) partecipano a questi campi, vere e proprie scuole di terrorismo.

Prove di coraggio come saltare nel fuoco o camminare sui chiodi, prove di resistenza fisica, costretti a mangiare la terra, a marciare sul ventre, a lottare, a maneggiare armi, indottrinati all’odio: queste sono le vacanze estive di migliaia di bambini e adolescenti palestinesi. Chi se ne cura? Che dicono le Ong e le Associazioni umanitarie? Niente! Silenzio assoluto.

“I bambini lavorano nell’interesse della loro Patria e sono educati nella cultura  della fede islamica. Cosi’ ricorderanno i loro scopi, Gerusalemme e prigionieri compresi.” Sono le parole di Ismail Radwan, portavoce di Hamas.

A Gaza è questa l’unica “attività” per ragazzi e bambini permessa: nel 2010 Hamas incendio’ un villaggio-vacanza dell’UNRWA. Un articolo di Sky TG 24, nel riportare la notizia, specifico’ che “Hamas ha suoi propri campi per i bambini”!!! Quando la notizia dell’esistenza di questi campi comincio’ a circolare, non furono pochi in Italia, stampa e gruppi politici, a rallegrarsene. Questo un esempio dal forum marxista-leninista, comunicato Ansa e commento:

(ANSA) – GAZA, 6 LUG – Chiuse le scuole sulle spiagge di Gaza sono spuntate numerose tende dove Hamas organizza campi estivi gratuiti rivolti a 150mila ragazzi. Analoghe iniziative da Jihad islamica e Unrwa, l’ente dell’Onu per i profughi. A volte i genitori pagano pochi spiccioli, perche’ non abbiano la sensazione di ricevere elemosina. I ragazzi ospiti di Hamas (cui vengono date speciali uniformi) ricevono lezioni di buona condotta e di religione. Ma si gioca anche a ping-pong e si fa merenda.

Beh.. che dire.. non è mica un idea stupida.. si portano dalla loro un sacco di giovani, che cominciano a pensarla così in giovane età.. ricordo che l’MSI organizzava i campi hobbit già dagli anni 80 mi risulta (o forse prima?).. e hanno avuto i loro risultati.. no? A quando un camping di addestramento di Sr?

Anno dopo anno, questi campi indottrinano la gioventù palestinese, quella dalla quale si spererebbe un impegno per la pace futura, nel silenzio e nella passività generale del mondo occidentale. Perché? Non sono gli stessi bambini per i quali tutto il mondo dice di piangere?

La prigione di Al Jalame, ovvero: dell’ipocrisia del The Guardian

Il 22 febbraio 2012 Harriet Sherwood del The Guardian ha pubblicato un articolo in merito alla prigione israeliana di Al Jalame, denunciando i maltrattamenti che vi avverrebbero ai danni di minorenni ivi rinchiusi.

“bambini” che lanciano pietre

L’articolo della Sherwood si baso’ sulle informazioni fornite dalla Ong anti sionista, DCI-Pal, che si distinse già durante l’operazione Piombo Fuso per aver fornito una lista di nomi di bambini vittime che poi organizzazioni come B’teselem (non di certo usa a coprire eventuali criticità contro Israele) e PCHR identificarono come essere invece tutti terroristi adultiLa stessa orgnizzazione continua a promuovere il falso “massacro di Jenin”. 

In particolar modo la Sherwood sostenne la pratica dell’isolamento e dell’abuso fisico nei confronti degli adolescenti (non bambini, nell’accezione comune del termine) tutti fermati per violenze e lanci di pietre. Del lungo rapporto che fu fornito da ufficiali della Sicurezza israeliana al Guardian, in merito all’argomento, furono rese note solo 230 parole sulle oltre 2700 e omesso il passaggio seguente:

“Le affermazioni che i minori palestinesi sono stati oggetto di tecniche di interrogatorio che includono percosse, periodi prolungati in manette, minacce, calci, insulti, umiliazioni, l’isolamento e la privazione di sonno sono del tutto prive di fondamento.”

le pietre non sono “innocui sassetti”

Come Honest Reporting noto’, la Sherwood omise completamente le motivazioni per le quali i ragazzi erano stati arrestati:

Il reclutamento da parte delle organizzazioni terroristiche … coinvolgimento in attentati suicidi, lanci di molotov, lanci di pietre e di granate, uso di esplosivi, autobombe, trasferimento di armi, sequestro di persona, lancio di razzi, così come aggressioni e omicidi.

La Sherwood e con lei tutta la stampa di propaganda che ha continuato a utilizzare il suo articolo per accusare Israele, si è guardata bene dal domandarsi se forse l’abuso non sia utilizzare adolescenti e bambini per tecniche di guerriglia, spingerli a uccidere e rischiare di farsi uccidere, condannarli fin dai primi anni di vita a un’esistenza da terorristi. No, questo non ha sfiorato minimamente la Sherwood. Non si è chiesta chi fossero, ad esempio, le famiglie di questi ragazzi, i loro parenti, e che ruolo possano aver avuto nello spingerli ad attività che non dovrebbero aver nulla a che fare con adolescenti.

Amir Ofek, addetto stampa per l’Ambasciata di Israele a Londra, ha avuto la possibilità di rispondere sul blog del The Guardian, “Comment is free”, dopo pochi giorni dall’articolo della Sherwood. Ofek, ha fortemente smentito le accuse secondo le quali la tortura e l’umiliazione dei palestinesi sospettati era lecita, e ha negato categoricamente che “l’isolamento sia usato al fine di indurre una confessione” . Tutto questo, ha sostenuto, mina gravemente la veridicità della relazione del Guardian.

La Sherwood ha scelto, ovviamente, la linea “emotiva” nel suo articolo, tralasciando correlazioni importanti:

Hakim Awad, 17 anni, è un minore, ad esempio. Nel marzo scorso lui e il suo cugino di 18 anni, Amjad, hanno brutalmente assassinato la famiglia Fogel mentre dormiva. Nessuna pietà hanno dimostrato per Hadas, di tre mesi, i suoi due fratelli (di età compresa tra quattro e 11 anni) e per i loro genitori. La scena del crimine, compresa la testa mozzata di uno dei bambini, ha lasciato anche il più navigato degli agenti di polizia devastato. I due hanno orgogliosamente confessato i delitti, e non hanno mostrato alcun rimorso successivo.

Tra il 2000-04, 292 minori hanno preso parte ad attività terroristiche … Ismail Tsabaj, 12, Azi Mostafa, 13 anni, e Yousuf Bassam, 14, sono stati inviati da Hamas in una missione agghiacciante, simile a quella che coinvolse i Fogels, con l’obiettivo di penetrare in una casa ebraica di notte e macellare una famiglia nei loro letti. In questo caso, l’IDF fortunatamente li fermo’ in tempo.

Il disinteresse della Sherwood per le conseguenze di queste azioni compiute da minori è sconcertante: nemmeno una parola su Yehuda  Shoham, che non ha mai raggiunto l’età di molti di questi minori, ucciso dai lanci di pietre, a cinque mesi. Nulla su Yonathan Palmer, che non ha mai raggiunto il suo secondo compleanno, e fu ucciso insieme al padre Asher (non ancora trentenne) dalle pietre  scagliate contro la loro auto.

Yonathan Palmer, ucciso dai tiri di pietre insieme a suo padre Asher

Scrive Sherwood: “A seguito della detenzione, molti bambini presentano sintomi da trauma: incubi, sfiducia negli altri, paura del futuro, sentimenti di impotenza e di inutilità, comportamento ossessivo compulsivo, bagnano il letto, sono aggressivi, mancano di motivazione.”

Questo è cio’ che preme alla Sherwood fare sapere. Non sono importanti né le sofferenze che questi adolescenti hanno inflitto, né il domandarsi se un ragazzo manipolato, utilizzato per commettere atrocità, le avesse già alcune turbe comportamentali, se già soffrisse di incubi, se già mancasse di motivazione e fosse sfiduciato.

Yehuda Shoham, ucciso

Perché parliamo di un articolo ad un anno e più di distanza? Perché la propaganda di odio nei confronti di Israele è convinta di rivolgersi a chi è di memoria corta. Cosi’ il giornale on line “Controlacrisi-il quotidiano on line che libera l’informazione” (sigh) pubblica il 31 maggio un estratto dell’articolo della Sherwood (ovviamente senza link all’articolo originale) come fosse attualità. La sua “fonte” è Ivicta Palestina, un’associazione calabrese che ripercorre ancora la narrativa della “pulizia etnica” , e che non giudicando abbastanza forte l’articolo della Sherwood, aggiunge che “I bambini hanno testimoniato di essere sessualmente abusati dagli interroganti e minacciati di sodomia con un oggetto”.

I “bambini” che hanno collaborato all’articolo della Sherwood

E cosi’ il cerchio si chiude: ancora una volta gli israeliani (non scriviamo Ebrei perché potrebbero accusarci di “vittimismo”, ma è chiaro che non sono gli arabi israeliani né i cristiani ad essere sotto accusa) imprigionano i “bambini”, li “mangiano”, abusano sessualmente di loro, disintegrano la loro splendida, serena, innocente fanciullezza.

Chissà come commentano i calabresi di Palestina Invicta i minorenni che per divertimento, da alcuni anni, lanciano pietre dai cavalcavia, rischiando o facendo vittime innocenti. Chissà che ne pensano dei due ragazzetti di 14 e 15 anni che hanno rischiato di provocare una tragedia in Sardegna, i sei minorenni di Albano, i tre di Benevento e le decine di altri. Chissà che ne pensano della Cassazione penale che ha stabilito:

Cassazione Penale Sez. I del 25 gennaio 2005 n. 5436

La condotta del lancio di sassi da un cavalcavia dell’autostrada è sorretta da dolo omicidiario diretto, qualora sia univocamente diretta a colpire le auto che transitano nella sottostante autostrada ed a creare, di conseguenza, il concreto pericolo di incidenti anche mortali. È pertanto configurabile in tale condotta il delitto di tentato omicidio, quando l’evento non si verifichi solo per cause indipendenti dalla volontà dell’autore. Il lancio di sassi dal cavalcavia di un’autostrada costituisce un’azione sorretta da dolo diretto, o al più alternativo, e non già eventuale, con la conseguenza che essa integra gli estremi del delitto di tentato omicidio, a nulla rilevando che il reo non conoscesse la vittima ovvero non potesse vedere i veicoli in transito nella strada sottostante….

Come avranno commentato in questo caso? So’ criaturi?

Articolo di riferimento QUI