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Anche il sangue, in Israele, fa notizia

Il sangue, nella religione ebraica, è tabù. Divieto assoluto di consumarne, ragione per la quale gli animali destinati all’alimentazione sono uccisi mediante sgozzamento e tutto il sangue è fatto defluire. Il sangue rappresenta la vita e la vita non è nelle mani dell’uomo. Il senso è più o meno questo.

Propaganda nazista che sostiene “l’accusa del sangue”

“L’accusa del sangue” è anche una delle più note tra le accuse antisemite, di quelle che sembrano cosi radicate da non morire mai ma, al contrario, continuano a ripresentarsi nelle loro varianti nel corso dei secoli, a partire dall’XI secolo. Secondo questa “tesi”, gli Ebrei userebbero sangue umano per motivi rituali. L’accusa è stata usata nel corso della storia, fino a tempi recenti (vedi il pogrom di Kielce del 1946), per sfruttare l’emozione popolare e i sentimenti antisemiti, sostenendo in diverse occasioni che bambini cristiani fossero rapiti e uccisi per poterne usare il sangue. In seguito a queste accuse era frequente il verificarsi di pogrom, con linciaggi e stermini di Ebrei.  L’ultimo processo basato sull’accusa del sangue fu celebrato a Kiev nel 1913, contro Menachem Mendel Teviev Beilis. In seguito l’accusa del sangue fu usata dalla propaganda nazista. Attualmente anche da quella iraniana.

Scena di un film iraniano che sostiene “l’accusa del sangue”

Il sangue e gli Ebrei sono da sempre legati indissolubilmente nella propaganda antisemita. Tutto cambia, tutto si trasforma, tutto resta. L’ultima accusa a Israele tratta ancora di sangue, questa volta non utilizzato per strani riti magici ma rifiutato dagli Ebrei perché ritenuto “speciale”, non “puro”. La storia è questa: agli inizi di dicembre, il servizio del Magen Adom, l’equivalente della Croce Rossa israeliana, ha rifiutato il sangue che una deputata di origine etiope, Pnina Tamano-Shata, voleva donare.

Un responsabile del Magen David Adom, filmato da una telecamera, ha spiegato alla deputata che “secondo le direttive del ministero della Salute, non era possibile accettare sangue di donatori di origine etiope”.

La notizia ha fatto il giro del mondo ovviamente, ripresa da tutti i media. Il Primo ministro Netanyahu si è affrettato a testimoniare alla deputata la sua solidarietà, lo stesso il presidente Shimon Peres.

Nessun mezzo di informazione si è premunito di capirci qualcosa di più, nessuno o quasi. Non ha approfondito Harriet Sherwood del The Guardian, che si è gettata sulla notizia preoccupata soprattutto di gridare al razzismo. Non gli editorialisti del Le Point, non France24, che non si è preoccupata di chiamare i cittadini etiopi israeliani “Falashà”, nome ritenuto offensivo perché significa “barbaro, straniero”;  non BFM tv, Europa 1 o Le Monde.

La ragionevolezza è venuta, inaspettatamente, da Charles Enderlin, l’autore del falso “caso Al Dura”, non propriamente quello che si puo’ definire un “amico di Israele”, che dal suo blog scrive in proposito:

“Razzismo? Il sangue dei Neri rifiutato in Israele? Questa deputata Etiope sapeva perfettamente che il Magen David Adom non l’avrebbe accettato. Principio di precauzione. Il sangue di originari dell’Africa è escluso per i rischi connessi all’Aids come quello di persone provenienti dall’Inghilterra o dall’Irlanda per via della “mucca pazza”. Nessun razzismo contro gli Africani.”

Enderlin ricorda anche che “La signora Tamano-Shata è membro della commissione incaricata di stabilire le nuove regole per le donazioni di sangue dei cittadini Etiopi e quindi sapeva esattamente di che cosa si trattava”.

In realtà la direttiva concerne chi abbia vissuto più di un anno in Paesi a rischio infezioni. Le linee guida del Ministero non includono infatti le donazioni di tutti gli oltre 120.000 Ebrei etiopi di Israele, ma solo gli 80.000 tra di loro che sono nati in Africa e migrati in Israele, la maggior parte nel 1984 e nel 1991. Non è di certo una direttiva esclusiva di Israele, nonostante farebbe piacere a molti lo fosse; dalla Croce Rossa americana, per esempio, nel merito leggiamo:

Non puoi donare se sei a rischio di contrarre l’HIV (il virus che causa l’AIDS):  … Se sei nato o hai vissuto in Camerun, Repubblica Centrafricana, Ciad, Congo, Guinea Equatoriale, Gabon, Niger, Nigeria, dal 1977.

La US Food and Drug Administration raccomanda altresì che tutte le persone che donano il sangue debbano rispondere a queste domande (hanno aggiunto alcuni paesi più di recente):

Sei nato in o hai vissuto in uno dei seguenti paesi dal 1977: Camerun, Benin, Repubblica Centrafricana, Ciad, Congo, Guinea Equatoriale, Kenya, Gabon, Niger, Nigeria, Senegal, Togo, Zambia? In caso affermativo, quando?

Hai viaggiato in questi paesi dal 1977, hai ricevuto una trasfusione di sangue o un qualsiasi trattamento medico con un prodotto a base di sangue? In caso affermativo, quando?

Hai avuto contatti sessuali con chi è nato o vissuto in questi paesi dal 1977? In caso affermativo, quando?

Se Israele e l’America devono essere considerati razzisti per queste direttive, anche il Canada deve esserlo, poiché le sue domande sono ancora più generiche: ” Sei nato in o hai vissuto in Africa dal 1977? ”

Secondo l’OMS, 1,4 % . degli adulti in Etiopia, nel 2011, è malato di AIDS . Nel 2001 tale numero era superiore al 3 % . Il Niger , sulla lista degli Stati Uniti , ha solo una prevalenza dello 0,8 % di AIDS tra gli adulti . Quanti e quali Paesi nel mondo osservano restrizioni (più o meno giustificate) in merito alle donazioni di sangue, restrizioni che includono l’obbligo di rispondere (per esempio) a questionari circa le proprie abitudini sessuali? Algeria, Argentina, Austria, Belgio, Brasile, Canada, Cile, Croazia, Repubblica Ceca, Danimarca, Estonia, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Hong Kong, Ungheria, Irlanda, Giappone, Malta, Olanda, Nuova Zelanda, Norvegia, Portogallo, Filippine, Sud Africa, Slovenia e altre.

Tra le linee guida dell’Arabia Saudita, tra le altre (molte) domande per il test di ammissibilità alla donazione, c’è specificatamente menzionato: Hai contatti sessuali con qualcuno nato/vissuto in Africa?

Scrive Issac Ross, rappresentante del Ghana per il World Health Organization: AIDS, HIV, malaria, morbillo e tifo sono pericolosi e molto comuni in molti paesi africani e così è fondamentale che il sangue donato attraverso organizzazioni umanitarie non governative (ONG) come la Croce Rossa, la Mezzaluna Rossa, la Banca del Sangue del Ghana e molti altri centri di donazione in tutta l’Africa e il mondo sia analizzato in modo sicuro per fermare la diffusione di malattie mortali. Inoltre, molti cittadini e lavoratori dei centri di donazione non sono educati al controllo delle malattie, all’igiene personale e allo stoccaggio in sicurezza del sangue. E Allie Cobb, rappresentante del Sud Africa: Il Sud Africa ha recentemente concretizzato l’applicazione di nuove interviste sulla sicurezza del donatore, e ha chiuso centri di donazione in aree con elevato tasso di malattia. In questo modo il Sud Africa sta riducendo il tasso di infezione.

Insomma, il problema esiste, in tutto il mondo. Che questi atti preventivi siano o no efficaci, tutti gli Stati del mondo si sono posti il problema. Come mai solo il sangue in Israele fa notizia?

Grazie per i contributi a:

Elders of Zyon , Cifwatch, Arret sur image

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I giornalisti ed il Codice Etico

Lo Statuto dei Giornalisti, redatto dalla IFJ (International Federation of Journalists), nella Dichiarazione dei principi recita:

“Questa dichiarazione internazionale è proclamata come standard di condotta professionale per i giornalisti impegnati a raccogliere , trasmettere , diffondere e commentare le notizie e le informazioni degli eventi che descrivono

7 . Il giornalista deve essere consapevole del pericolo di discriminazione che potrebbe essere promosso dai media , e fa il possibile per evitare di facilitare tale discriminazione sulla base – tra l’altro – di razza, sesso , orientamento sessuale, lingua, religione, opinioni politiche o di altro , e origini nazionali o sociali .

8 . Il giornalista deve considerare gravi offese professionali :

Plagio ; rappresentazione intenzionale falsa; calunnia , diffamazione , accuse infondate ; accettazione di una tangente in qualsiasi forma in considerazione di una pubblicazione o della sua soppressione.

Tutti aspetti “sensibili” di un mestiere difficile. Come riconoscere, ad esempio, quella particolare discriminazione nota con il nome di antisemitismo? Che “segni” particolari presenta? Jonathan Freedland è un giornalista impegnato in proposito. Il suo ultimo intervento, “L’antisemitismo non sempre fa il saluto hitleriano”, è apparso sul blog del The Guardian “Comment is free” ed è stato ripreso da Cifwatch.

Quando la linea che separa la legittima opinione dal razzismo e dall’antisemitismo si puo’ considerare superata? Per spiegare il suo punto di vista, Freedland ricorre ad un lavoro di Tom Gross sulle vignette antisemite che popolano la stampa medio-orientale.

Questa, ad esempio, nella quale Sharon è mostrato insieme allo schianto delle Twin Towers, con una scritta: Shalom, pace.

“Questa vignetta apparsa sul giornale Al Watan, del Qatar,  riafferma il mito largamente diffuso nel mondo arabo, che Israele e gli ebrei siano stati i veri responsabili degli attacchi dell’11 / 9 ”

Oppure questa, nella quale Sharon armato di una scure a forma di svastica, fa a pezzi bambini palestinesi (dal giornale Arab News)

Qui invece, topi in kippah e con occhi a forma di Stella di David, demoliscono una costruzione chiamata “Casa Palestina”. Dal giornale Arab News. E cosi’ via.

Scrive Freedland:

L’antisemitismo non è un fenomeno sepolto in tutta sicurezza nel passato. Solo perché l’odio verso gli ebrei ha raggiunto l’apice omicida nel 1940 non significa che si sia esaurito con la guerra del 1945. E’ vivo e vegeto, anche nel 2013. Che sia su Twitter o nelle vignette che compaiono abitualmente in gran parte della stampa del Medio Oriente, siano gli insulti rozzi e le caricature orribili degli ebrei -naso adunco e arraffa-soldi – esso sussiste ancora.

Freedland continua:

Nell’immaginario antisemita, gli ebrei sono costantemente al lavoro per qualche altro obiettivo nascosto. In questo, l’antisemitismo si distingue da altri razzismi, che tendono a vedere l’odiato come semplicemente inferiore. L’antisemitismo è invece una teoria della cospirazione del potere; crede che gli ebrei – operando sempre collettivamente – si ostinino in qualche grande piano di dominio del mondo. È per questo che le immagini degli ebrei come burattinai, oppure di “banchieri” che hanno il mondo nelle mani  “finanziari”, come il caso della baronessa Jenny Tonge mostra mirabilmente, restano un nervo scoperto.”

Il “burattinai” fa riferimento a un pezzo di Chris Elliott, apparso sul The Guardian che criticava una brutta vignetta di  Steve Campana che raffigurava Sharon come un burattinaio che controllava Tony Blair e William Hague.

E sempre resta a portata di mano dell’antisemita qualche riferimento alla ‘pratica religiosa degli ebrei’, reale o immaginata. Per secoli, coloro che odiano gli ebrei hanno gettato loro in faccia l’accusa di “popolo eletto”, falsamente interpretandola come un mandato per la supremazia ebraica.”

Esempio di vignetta antisemita: la “piovra” ebraica

Esplicativi degli esempi di Freedland, gli articoli di un suo collega al The Guardian: Glenn Greenwald . Qui ci sono alcune sue citazioni:

Grandi ed estremamente influenti gruppi di donatori ebrei incitano per una guerra degli Stati Uniti contro l’Iran , e questo perché questi gruppi sono dedicati a promuovere gli interessi di Israele . ” – 3 Feb 2007

Coloro [tra gli ebrei americani ] che favoriscono l’attacco a Gaza sono certamente colpevoli … di attaccamento emotivo e culturale travolgente per Israele e gli israeliani, tale da rendere loro impossibile, da tempo, il poter guardare a questo conflitto con un qualsiasi residuo di oggettività . ” – 4 Gennaio 2009

Il punto è che il potere della [ lobby israeliana ]  è estremamente dannoso. E’ usato per schiacciare qualunque dibattito , distruggere la carriera e la reputazione di coloro che deviano dalle loro ortodossie , e costringere entrambi i partiti politici a mantenere il rispetto rigoroso di un ordine del giorno che è detenuto da una minoranza di americani , che riguarda principalmente gli interessi di un paese straniero . “- 11 marzo 2009 Salon

Charles Freeman è trascinato nel fango dal solito repertorio accusatorio Israele – centrico ( Marty Peretz , Jon Chait , Jeffrey Goldberg , Michael Goldfarb , ecc , ecc , ecc ) . ” – 9 MARZO 2009

Greenwald potrebbe costituire un interessante campionario di pregiudizi anti semiti nel prossimo lavoro di Freedland. Ma l’articolo 7 della Carta del Giornalista che fine ha fatto?

7 . Il giornalista deve essere consapevole del pericolo di discriminazione che potrebbe essere promosso dai media , e fa il possibile per evitare di facilitare tale discriminazione sulla base , tra l’altro di razza, sesso , orientamento sessuale, lingua, religione, opinioni politiche o di altro , e origini nazionali o sociali .

B’tselem, come promuovere una non-notizia

Una giornata qualsiasi; un fatto che fosse successo in un’altra parte qualsiasi del mondo non avrebbe di certo avuto nessuna eco. Ma è successo in Israele e questo cambia tutto. Un bambino palestinese di cinque anni fa quello che gli hanno insegnato essere cosa buona e giusta: tira sassi ai soldati israeliani.

Che fanno i soldati? Portano bimbo e padre in caserma, prendono il nome del padre e lo consegnano all’Autorità palestinese che gli eleverà una multa. Stop. Fine della non-storia. Ma appunto, cioè che non varrebbe la pena di raccontare altrove, se interessa Israele diventa un caso mondiale. Oggi, 12 luglio 2013, su tutti i giornali e blog on line compare la notizia dal titolo: soldati israeliani arrestano bambino di cinque anni, dando ovviamente la stura a commenti che avrebbero fatto la gioia di Hitler.

Non mi interessa ripetere ancora una volta che le pietre uccidono e sopratutto che insegnare ai primi figli l’odio uccide ogni speranza di pace; è stato già fatto, anche in questo blog. Vorrei invece soffermarmi su B’tselem, questa Ong israeliana i cui aderenti girano per i Territori con la telecamera a tracolla, pronti a filmare (e in alcuni casi a provocare) i terribili “abusi” dell’esercito israeliano. Chi sono? Dalla loro pagina leggiamo:

B’Tselem – Il Centro di informazione israeliano per i diritti umani nei territori occupati è stato fondato nel febbraio 1989 da un gruppo di eminenti accademici, avvocati, giornalisti e membri della Knesset. Si sforza di documentare ed educare l’opinione pubblica israeliana e i politici circa le violazioni dei diritti umani nei territori occupati, la lotta contro il fenomeno della negazione diffusa tra l’opinione pubblica israeliana, e contribuire a creare una cultura dei diritti umani in Israele…. B’Tselem è indipendente ed è finanziato da contributi di fondazioni in Europa e Nord America che supportano l’attività dei diritti umani in tutto il mondo, e da privati ​​in Israele e all’estero.

Curiosamente se andiamo a leggere la loro pagina “Donors” o se cerchiamo i nomi dei loro supporters su Wikipedia, la Ford Foundation non compare mai. Il nome Ford compare solo di sfuggita come “New Israel Fund”. La Ford Foundation è quell’organizzazione che fu creata da Henry Ford, nel 1936. Henry Ford ebbe un posto di rilievo nella diffusione delle dottrine antisemite e razziste in America ed Europa, ed in particolare dell’ideologia nazista.  “L’ebreo internazionale” da lui scritto nel 1920, pubblicato con il titolo completo “The International Jew, the World’s Foremost Problem” (in italiano L’ebreo internazionale, il problema più importante del mondo) da The Independent Dearborn, un settimanale antisemita di estrema destra, controllato da Ernest Liebold, segretario privato di Henry Ford, è una corposa opera in quattro volumi, dai forti toni antisemiti, che fu tradotta in sei lingue, tra le quali il tedesco, ed ebbe grande apprezzamento da parte di Adolf Hitler, che ne fece una delle principali fonti di ispirazione per la dottrina nazista. Nel suo Mein Kampf, Hitler cita testualmente diverse parti del libro di Henry Ford.

Henry Ford riceve l’onoreficienza nazista “Ordine dell’Aquila tedesca” 

L’imprenditore americano ed il dittatore tedesco, uniti da reciproca ammirazione, diedero corso ad iniziative comuni di ordine finanziario e industriale. Nel 1938, per i grandi meriti riconosciuti dalla Germania nazista, Henry Ford fu insignito con l’Ordine dell’Aquila Tedesca. Questo il retroterra del fondatore della Ford Foundation. E attualmenteLa Fondazione Ford eroga circa 500 milioni di dollari all’anno attraverso 13 uffici in tutto il mondo, in decine di paesi. Ogni anno, la Fondazione, con una cifra stimata di 10 miliardi di patrimonio, elargisce circa 2.500 premi nei campi dell’arte, dell’educazione, dello sviluppo e della giustizia sociale. Per far questo Ford esercita la globalizzazione come farebbe una multinazionale commerciale, per mezzo di un’abile tessitura di movimenti di denaro, dentro e fuori dei suoi uffici e verso i destinatari, in una complessa rete di finanziamenti. Ma il prodotto della Fondazione Ford non è commerciale – è filantropico. La parte maggiore di tale spesa filantropica annua è dedicata a ciò che è definito “i diritti umani e la giustizia sociale” – cioè non i tradizionali programmi di aiuto, ma per difesa legale, attivismo, e “agit prop”.

Non è semplice verificare quanti soldi della Fondazione Ford siano investiti nella propaganda anti-israeliana e nei gruppi di pressione palestinesi, nonché nelle organizzazioni non governative o ONG. Questo perché sostanziosi fondi e programmi di incentivi sono canalizzati anche attraverso altri gruppi no profit e agenzie governative, anche all’estero. Ad esempio, la relazione annuale 2002 dell’Advocacy Institute, con sede a Washington definisce la rete delle ONG palestinesi, o PNGO , “partner”.

Nel febbraio 2003, l’Advocacy Institute, porto’ un gruppo di colleghi PNGO a Washington in un programma finanziato dalla Ford “per rafforzare la capacità di advocacy delle PNGO” Il programma comprendeva “sviluppo del messaggio, costruzione della coalizione, media”, così come “l’accesso e la persuasione di decision maker“, secondo una dichiarazione che è apparsa a metà agosto alla pagina web dell’Istituto. I Dati Ford indicano che la fondazione nel 2000 ha concesso all’Advocacy Institute 180.000 $ “per rafforzare il ruolo di una rete di ONG palestinesi.” I fondi per PNGO sono stati conteggiati nei “doni” della fondazione negli Stati Uniti, non in quelli dell’ufficio del Cairo.

Solo un anno più tardi, nell’agosto del 2001, PNGO fu uno dei principali gruppi che spinsero per le risoluzioni anti-israeliane in occasione della Conferenza UN-World contro il razzismo a Durban, in Sud Africa. Di sicuro c’è che Ford ha concesso diversi milioni di dollari americani a gruppi “pacifisti” ebrei e israeliani. Per esempio, Ford in passato ha concesso 500 mila dollari al programma di pace in Medio Oriente dell’American Reform Judaism mouvement, noto come “cercare la pace, perseguire la giustizia”, che cerca di mobilitare la comunità ebraica americana del Nord per la giustizia sociale in Israele. Ford finanzia anche diversi gruppi di dissidenti e per i diritti umani, basati in Israele. L’elenco comprende B’Tselem, Rabbini per i Diritti Umani, e Hamoked. B’Tselem attualmente riceve 250.000 dollari per quello che le relazioni della Ford descrivono come “monitoraggio dei diritti umani in Cisgiordania e Striscia di Gaza, che documenta le violazioni, e sostiene le politiche per i cambiamenti”.

La Fondazione Ford finanzia anche a Washington il New Israel Fund per le sue attività di sostegno e promozione per il cambiamento sociale in Israele. Dal 1988, la Fondazione Ford ha fornito più di 5 milioni di dollari al New Israel Fund, una coalizione di israeliani, nordamericani e di europei che promuove i diritti umani e la giustizia in Israele. Ford ha appena annunciato di voler aumentare il finanziamento ai “gruppi di pace e giustizia sociale” in Israele, attraverso il New Israel Fund con una concessione $ 20.000.000 per cinque anni, amministrato da una joint venture Ford-NIF.

La Ford Foundation finanzia anche l’ISM, una delle organizzazioni più ferocemente anti israeliane esistenti, che recluta i suoi attivisti principalmente nei campus americani e li addestra a trasformarsi in “scudi umani”, nonostante la pratica sia unanimamente condannata. Come B’tselem, l’Ism si definisce “indipendente e pacifista” ma non esita a incitare apertamente alla violenza. Il suo sito web afferma che riconosce “il diritto palestinese a resistere alla violenza israeliana e l’occupazione tramite legittima lotta armata”. Il 25 aprile 2003, il fondatore della Ong ha ospitato un gruppo di 15 persone nel suo appartamento. Inclusi in questo gruppo erano Mohammad Asif Hanif e Omar Khan Sharif, cittadini britannici. In seguito hanno partecipato a varie attività programmate dall’ ISM. Cinque giorni dopo, i due hanno eseguito un attentato suicida in un pub popolare accanto all’ambasciata americana a Tel Aviv, frequentato da personale dell’ambasciata. Hanif e Sharif erano entrati in Israele con il pretesto di essere “attivisti per la pace” e fare “turismo alternativo” – forse un riferimento al precursore dell’ISM, il “Gruppo turistico alternativo” (Andrew Friedman, “I Partigiani “neutrali “,” The Review, luglio 2003). ISM nega la responsabilità delle azioni dei kamikaze britannici.

Attivisti Ism, abbigliati come “coloni” israeliani, insieme a terroristi della Brigata Al Aqsa

I “report” di B’tselem si basano spesso su “percezioni“, presentate pero’ come fossero prove. Dato l’impatto mediatico che hanno, riescono ad infondere in chi legge la convinzione di star riportando notizie, mentre invece si tratta di congetture senza prove. Come successe per il rapporto di 30 pagine che redassero, in occasione dell’operazione Pillar of defense, divulgato nel maggio 2013: Violazioni dei diritti umani durante l’operazione Pillar of defense”. Il comunicato stampa affermava  che il “rapporto solleva sospetti che i militari abbiano violato il diritto internazionale umanitario (DIU).” Ma queste accuse non vengono dimostrate nella relazione; al meglio, esse sono il risultato di congetture, come B’Tselem stessa riconosce nella relazione. Inoltre, la pretesa di distinguere tra morti civili e combattenti in questa relazione, come in quelle del passato, si basa su definizioni manipolate e speculazioni;  l’applicazione di norme giuridiche esistenti comporterebbe conclusioni molto diverse. Il testo della relazione riflette chiaramente limitate informazioni disponibili – in gran parte “interviste oculari” (anche via telefono) a Gaza, la cui accuratezza non può essere verificata in modo indipendente. Così, dopo aver presentato le accuse, il rapporto afferma: “Tuttavia, i mezzi a disposizione di B’Tselem sono troppo limitati per stabilire se l’esercito israeliano ha agito in conformità con la legge.”

Questo è un cambiamento molto significativo e di riconoscimento da B’Tselem rispetto a quanto sostenuto nella relazione 2009 sul conflitto di Gaza precedente (e poi ripetuto nel Rapporto Goldstone screditato). Tuttavia, come notato sopra, il riferimento a tale limitazione metodologica di centrale importanza,  non è menzionato nel comunicato stampa.

Non è un caso raro e isolato, in pratica ogni rapporto di B’tselem è incentrato sulla falsificazione e distorsione dei dati,  sul suo sostegno alle organizzazioni politiche guidate ideologicamente, sulla denigrazione degli israeliani, e su fatti riportati in maniera strumentale, fatti apposta per attirare risposte emozionali. Come fu per il rapporto “East Jerusalem: six voices” del 2011. I bambini, ovviamente, sono i soggetti preferiti da trattare. Il 20 Marzo 2013, B’tselem diffondeva un altro video che trattava di “bambini arrestati“:

La didascalia al video diceva:

B’Tselem questa mattina ha urgentemente contattato il Legal Advisor dell’esercito  per la Giudea e Samaria, chiedendo il suo intervento di emergenza per quanto riguarda la detenzione di numerosi bambini, tra cui alcuni di 8 e 10 anni, arrestati dai militari israeliani questa mattina a Hebron. Le informazioni preliminari ricevute questa mattina indicano che i soldati hanno arrestato oltre venti minori che si recavano a scuola. Circa dieci di loro sono stati rilasciati. Il video è stato girato da un attivista internazionale.

Ma il video che B’tselem diffuse mostrava solo una parte di cio’ che era successo: i ragazzi stavano lanciando pietre, NON stavano recandosi a scuola e il video completo era un po’ diverso

Cio’ che B’tselem non mostra mai sono gli effetti di questi “lanci di sassi”. Questa è la vettura dove persero la vita Asher Palmer e suo figlio di un anno, colpiti da pietre e finiti fuori strada

Al 31 Marzo 2013, erano stati già registrati 1195 incidenti per lanci di pietre. E le pietre uccidono

La letteratura in merito a B’tselem è vasta, e forse anche molto più interessante di una non-storia.

La metamorfosi di un’ostilità antica

(Articolo tratto dal lavoro di Cristiana Facchini: “Le metamorfosi di un’ostilità antica. Antisemitismo e cultura cattolica nella seconda metà dell’Ottocento”) La “questione ebraica” nel periodo che precedette la Shoah

Volendo tracciare una tipologia dell’ostilità antiebraica europea nello scorcio finale del secolo XIX (con particolare attenzione alle correnti cristiane, e ponendo attenzione alla scansione temporale), potremmo osservarne la portata e la diffusione in tre grandi tempi:

1. A partire dagli anni ’70, una messe di pubblicazioni denuncia la pericolosità degli ebrei emancipati. Alcuni di questi testi seguono lineetradizionali, insistendo sulla negatività della religione ebraica in quanto espressione del “Talmud”. Massima espressione di questa campagna denigratoria – non dissimile da quella di età moderna che portò ai roghi del Talmud – è l’opera Der Talmudjude, del canonico ed ebraista austriaco A. Rohling, pubblicata nel 1871 e già ristampata sei volte nel1877. Apparso in Francia nel 1888, il testo di Rohling divulga in tutto il mondo francofono teorie ed immagini antiebraiche ampiamente diffuse in area tedesca. Sono i medesimi anni della pubblicazione degli scritti antiebraici di A. Drumont, la cui “France juive” , pubblicata nel 1886,diventa immediatamente un «bestseller». (La France juive, Flammarion, Paris, 1886 è pubblicato in 2 volumi e viene ristampato 140 volte nell’arco di due anni. G. Kauffmann, Édouard Drumont, , Paris, Perrin, 2008)

Questa massiccia produzione di testi è arricchita da un’altra corrente, spesso ritenuta “tradizionalista” e religiosa (sostanzialmente nella linea di Rohling), perfettamente rappresentata dalla rivista dei Gesuiti «Civiltà cattolica», che nei primi anni ’80 pubblica a più riprese feroci articoli contro gli ebrei. La rivista dei Gesuiti merita speciale attenzione, per tutta una serie di motivi storici: in primo luogo, essa si presenta come un punto di osservazione strategico per comprendere l’evolversi delle forme del pensiero cattolico, e segnatamente delle strategie e delle modalità con cui gli ambienti cattolici affrontano temi di importanza europea; anche la polemica antiebraica che costella le pagine della rivista è d’importanza cruciale, perché sarà ampiamente riutilizzata in Italia negli anni del razzismo e dell’antisemitismo di Stato. «Civiltà cattolica», del resto, dimostra anche un’ottima capacità di osservazione della realtà: non soltanto registrando tutte le questioni attinenti alla situazione degli ebrei negli altri paesi europei, ma anche intervenendo con prontezza nel dibattito italiano, censurando e criticando, spesso con toni severi, sia le difese provenienti dal mondo ebraico che le istanze più progredite dell’esegesi biblica in Italia. Si tratta di un vero e proprio laboratorio di antisemitismo cattolico, sintetizzabile nelle ricorrenti demonizzazioni del Talmud, che di fatto non sono che una semplificazione e demonizzazione della religione ebraica. (F. Crepaldi, “L’omicidio rituale nella moderna polemica antigiudaica di Civiltà cattolica nella seconda metà del XIX secolo”, in: Brice–Miccoli (a c. di) Racines chrétiennes

Santo Simonino da Trento

La rivista riattiva, allo stesso tempo, l’accusa di omicidio rituale, facendone unvvero e proprio cavallo di battaglia. Accanto ad interventi di carattere saggistico, i padri Gesuiti pubblicano romanzi d’appendice rivolti algrande pubblico, all’interno dei quali non appaiono secondarie forme di discorso “razzizzanti”, tendenti a rappresentare gli ebrei come portatori di elementi culturali ed etnici fissi, immutabili, tra i quali non sembra avere alcuna rilevanza nemmeno la possibilità di una conversione al cristianesimo, o di una trasformazione di tipo individuale, né tanto meno la possibilità che una cultura religiosa, come quella ebraica, possa manifestarsi in differenti modi e adesioni.

La presenza di queste correnti “razzialiste” si affianca a un’ideologia politica che, pur fondata su una messe di concezioni di carattere religioso e teologico, non si differenzia in modo sostanziale dall’antisemitismo politico ricorrente negli ultimi decenni dell’Ottocento. La dottrina politica che si integra con questa visione teologica degli ebrei può essere dunque valutata come una “teologia politica” sugli ebrei.

2. Accanto a queste forme ideologiche ispirate all’odio antiebraico, si manifesta parallelamente una corrente di antisemitismo politico,di ispirazione cristiana e cattolica, che non proviene direttamente dal mondo ecclesiale o dalla Santa Sede, bensì dai diversi contesti locali.È un antisemitismo che si articola in due momenti: da un lato, con l’elaborazione di un’ideologia antiebraica che secondo alcuni storici sarebbe “innovativa”, e che si esprime in movimenti culturali e riviste, giornali, fogli di vario tipo; dall’altro, con un passaggio dal livello teorico a quello pratico, ossia con la costituzione di leghe, associazioni e partiti che si diffondono velocemente nell’Impero austro-ungarico, in Francia e in Germania, (dove però, a differenza degli altri paesi, esiste anche una “questione cattolica”, perché i cattolici costituiscono, alla pari degli ebrei, una minoranza religiosa e politica). Tutti questi movimenti sfruttano i nuovi linguaggi e mezzi offerti dalla politica moderna, semplificando il discorso antiebraico in slogan efficaci e facilmente spendibili. Si rivolgono spesso a ceti sociali penalizzati, impoveriti dalla crisi economica e non più protetti dal sistema corporativo delle leghe (come ad esempio gli artigiani produttori in Germania, studiati da Shulamit Volkov). Puntano inoltre il dito sulla presenza ebraica nel mondo della politica e dell’economia, avvertendo come innaturale la presenza nella sfera del potere degli ebrei emancipati. Il sottotesto anti ebraico che percorre queste correnti culturali è una dottrina dello Stato, secondo la quale Stato e società sono e dovrebbero essere cristiani.Come vedremo più avanti, la maggior parte di questi gruppi rivendica,con modalità e strumenti moderni, uno Stato cristiano in cui riformulare un’ideale coincidenza tra governo, religione e società.

3. Esistono poi, nel magmatico discorso antiebraico, immagini e topoi che fanno capolino in testi e soggetti di matrice politica di varia provenienza – liberale, democratica, radicale e socialista – comunque non esplicitamente ispirati o appartenenti al mondo cattolico e cristiano. Questo gruppo, che ho separato dal mondo cristiano e cattolico,non può essere analizzato in questa sede, ma costituisce un universo poliedrico e cangiante, dove immagini, discorsi e testi dedicati agli ebrei prendono forma, molto spesso, attraverso strategie di prestito culturale, dal ricco deposito delle immagini cristiane, da quello relativamente innovativo della tradizione settecentesca, come pure da nuove teorie e forme del discorso (ad esempio “La questione ebraica” redatta dal giovane Marx). Questa complessa area di pensiero si caratterizza per la presenza di forme di ostilità che prospettano soluzioni politiche e legislative diverse: si va da posizioni esplicite di“razzismo”, come quella elaborata dal padre dell’antisemitismo moderno Wilhelm Marr (spesso collegate a risoluzioni politiche radicali e violente, quali l’espulsione o la deportazione – sovente in Palestina – fino a giungere al massacro), a posizioni che non si propongono quasi mai l’abrogazione della parificazione giuridica, quanto piuttosto una cancellazione simbolica dell’ebraismo in senso lato.

“I marrani”

A questo livello, l’ostilità antiebraica può articolarsi in una visione negativae semplificante dell’ebraismo e della sua storia, o in una tendenza a chiedere agli ebrei di rinunciare alla loro storia, al loro passato:quasi inducendoli a un silenzio che, se non prevede la conversione al cristianesimo o al cattolicesimo, prevede almeno la cancellazione di un patrimonio storico-culturale e religioso percepito come alieno e negativo. Questa ostilità, spesso ravvisabile anche nelle concezioni di tanta filosofia di matrice tedesca (di fatto legata alle tradizioni cristiane) va analizzata con attenzione, perché a differenza delle altre non produce progetti espliciti di de-emancipazione, ma contribuisce ad arricchire il discorso antiebraico di nuovi tópoi , rivisitandone alcuni e inventandone di nuovi, producendo in continuazione delle rappresentazioni dell’ebraismo e degli ebrei spesso chimeriche ma nondimeno efficaci.

Intorno agli anni ’90 dell’Ottocento il fronte antisemita si arricchisce di nuove esperienze. Lo scoppio dell’«Affaire Dreyfus», in Francia,segna una vera e propria crisi della cultura liberale e del processo emancipativo che con grandi difficoltà si era lentamente diffuso nell’Europa occidentale. Non occorre ricordare che l’«Affaire» suscitò un intenso e vivace dibattito internazionale, dividendo non solo il mondo intellettuale francese, ma anche quello di altri paesi europei. Verso la fine del decennio l’antisemitismo sembra raggiungere successi di tipo politico e pratico: nel 1897 Karl Lueger, ispirandosi apertamente all’antisemitismo politico, diventa sindaco di Vienna; e in quello stesso anno, in Algeria, sotto l’amministrazione francese, viene eletto un sindaco che si ispira all’antisemitismo di marca drumontiana. In Algeria, a differenza di Vienna, il successo dell’antisemitismo si concretizza in un violento pogrom di ebrei algerini, il che induce il governo francese a rimuovere,dopo un anno appena, il sindaco neo-eletto.

Pogrom contro gli Ebrei

Che Cos’è l’AntIsemItIsmo? CapIre e AnalIzzare

«Religious differences are no longer the cause of the hatred of the Jews. Perhaps they never were». (A. Leroy-Beaulieu)

«Selon la formule d’un philosophe chrétien, un des plus grands pen-seurs de notre temps, Nicolas Berdiaeff, “l’antisémitisme à base religieuse” est donc “le plus sérieux, le seul qui mérite d’être étudie”. Si -non le seul, dirai-je, du moins le principal, parce qu’il est à la base». (J. Isaac)

1. Il primo testo di area francese che passeremo in rassegna è costituito da “Israël chez les nations”, di enorme rilevanza ai fini del nostro discorso, in quanto redatto da un autore cattolico. Il testo fu ampiamente utilizzato anche da Cesare Lombroso, nel suo saggio sull’antisemitismo. L’analisi di Leroy-Beaulieu è un tentativo di descrivere la costellazione discorsiva dell’antisemitismo contemporaneo e di confutarlo sistematicamente. Parte dell’ostilità antiebraica viene fatta derivare, geneticamente, da due forme del discorso religioso:

a) dalle narrazioni bibliche e dal loro uso: è il caso ad esempio del celebre versetto del Vangelo di Matteo in cui il popolo reclama a gran voce, di fronte a Pilato, che «il suo [di Cristo] sangue ricada su di noi e sui nostri figli»: immagini di questo tipo, secondo Leroy-Beaulieu, si sono trasmesse in forme rituali e liturgiche, e quindi risultano doppiamente potenti; da esse derivano l’idea del popolo ebraico come “assassino” e “criminale” e l’idea di una “vendetta di sangue”, teologicamente giustificata dal Vangelo stesso, per mano dei cristiani.

b) Dai molteplici attacchi al Talmud e quindi ai riti e alle tradizioni dell’ebraismo, che vedono proprio nel corso del XIX secolo una cristallizzazione dei tópoi che fanno dell’ebraismo una religione crudele e criminale , quando non addirittura sanguinaria e cruenta (e, nel migliore dei casi, un “fossile storico”): da questa tradizione secolare di accuse discenderebbe la “demonizzazione” non soltanto delle pratiche culturali (e quindi religiose) dell’ebraismo di matrice rabbinica, ma anche dei suoi principi etico-morali. Accanto a questi discorsi, l’autore analizza anche l’accusa di omicidio rituale.Nel terzo capitolo dell’opera, l’analisi si sposta sul rapporto tra ebrei, cristianesimo e idee moderne: laddove Leroy-Beaulieu, nello specifico, cerca di decostruire un altro mito diffuso dall’antisemitismo moderno,quello che vorrebbe gli ebrei tra i fautori di una “modernità” percepita come acerrima nemica della società cristiana tradizionale. È un’accusa che proviene in particolare dalle classi colte cristiane, mentre quelle menzionate in precedenza, di carattere più tradizionale, sono condivise soprattutto a livello popolare. Questa nuova concezione, secondo Leroy-Beaulieu, è comune a tutti i gruppi del mondo cristiano: cattolici, ortodossi (greci e russi), riformati.

Ne è un classico esempio la predicazione del pastore di corte Adolf Stoecker – autore di una “difesa dall’ebraismo”, del 1878, e fondatore del partito cristiano-sociale, il quale si pone due obiettivi: combattere e competere con la social-democrazia tedesca, ripristinando le basi e i fondamenti della società cristiana attraverso il “contenimento” degli ebrei in Germania e l’inserimento di quote nelle università e nelle professioni. Vorrei sottolineare, a margine di queste annotazioni, che questa concezione combina due elementi: da un lato il rifiuto della modernità come creazione ebraica, dall’altro l’idea, già più tradizionale, che le sfere dell’economia e del potere politico debbano essere sottratte agli ebrei, come se la modernità producesse una sorta di “mescolanza impura”, un abominio politico che andrebbe contro le leggi della ideale «civitas» cristiana.

Ebrei nel Salento

La diffusione dell’antisemitismo moderno, generalmente associata dagli studiosi alla nascita stessa del lemma e alla sua condensazione nelle forme del razzismo nazista, non fu affatto un fenomeno chiaramente e facilmente distinguibile dalle forme di ostilità antiebraica tradizionale. Gli osservatori dell’epoca che furono diretti testimoni di questo fenomeno politico e culturale tentarono di comprenderlo inserendolo in una cornice storica, o semplicemente osservandone le caratteristiche ritenute “nuove”. L’indagine che abbiamo svolto rivela soprattutto le difficoltà d’individuare con chiarezza in che cosa consista il “nuovo antisemitismo” ottocentesco, e in che cosa dovrebbe differire dall’antigiudaismo. Il lemma “antigiudaismo” sembra essere utilizzato solamente da Bernard Lazare, il quale oscilla, tuttavia, in modo impreciso tra i due termini, individuando svariate forme di “antigiudaismo” – legale, filosofico, sociale e via di seguito.

I testi che ho presentato mostrano tutti – con diverse sfumature – come la componente cristiana e cattolica sia alla base delle nuove forme di antisemitismo, e come essa si leghi, in svariati modi, alle nascenti dottrine nazionaliste e razziali dell’epoca. Accanto alla varietà dei discorsi cristiani sugli ebrei, appaiono nel corso del XIX secolo ideologie nazionaliste e razziste che, utilizzando parte dei risultati provenienti da discipline scientifiche, come la linguistica, l’etnologia e l’antropologia, sviluppano ideologie antiebraiche con temi nuovi ma non del tutto indipendenti dalle costellazioni discorsive di matrice religiosa.

Dai testi esaminati si possono trarre una serie di rifessioni che vanno approfondite e indagate con più precisione. Almeno tre testi – con l’esclusione di Dagan – individuano un problema interessante, ossia l’emersione di una diffusa concezione dello stato cristiano, non più inteso in termini pre-moderni, ma connesso al diffuso sentimento nazionale. In questo senso la dottrina dello stato e la concezione dellanazione cristiane sfruttano ed elaborano entrambe, come ideologia portante, quella dell’antisemitismo moderno. In questa fase, gli osservatori, notano la presenza di ostilità antiebraiche anti-cristiane, che non sembrano però assumere una posizione privilegiata rispetto alle costellazioni antisemite ispirate al cristianesimo, e in modo particolare, al cattolicesimo. Lazare aveva acutamente notato che nel corso del XVII secolo la tradizione religiosa antiebraica (che era esclusivamente religiosa) si stava trasformando: gli imperativi emersi, con la formazione dello stato assoluto, erano indirizzati a capire se e come fosse possibile integrare e “tollerare” gli ebrei negli stati cristiani. Le dottrine della tolleranza religiosa all’interno dello stato cristiano avranno esiti molto differenti, ma una sostanziale componente dell’antisemi-tismo moderno sembra ispirata da un problema simile, in una fase in cui lo stato sembra affermarsi come a-confessionale. L’antisemitismo cattolico, nello specifico, sembra volere unire concezione dello stato cristiano, «societas» cristiana e nazione cristiana. In questa dottrina politica gli ebrei, come osserverà Leroy-Beaulieu, non troveranno mai un diritto di esistenza. Ma lungi dall’essere una riproposizione della “nazione pre-moderna”, questa concezione è più complessa e sfocerà, col crollo dell’impero austro-ungarico, nella proposizione di nazionalismi etnici, che in alcuni casi saranno anche cattolici o ispirati dalla tradizione religiosa.