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27 momenti di odio

Il termine  “Sionismo” fu coniato nel 1890, da Nathan Birnbaum. Con il termine in generale si intende il movimento nazionale per il ritorno del popolo ebraico alla sua patria. Ebrei di tutte le convinzioni – sinistra, destra, religiosi e laici – hanno formato il movimento sionista e lavorato insieme per raggiungerne gli obiettivi.

L’uso distorto che ne è stato fatto, ha finito per far dimenticare il principio chiaro e semplice che lo aveva ispirato. Lo scrittore Abraham Yehoshua, scrisse su La Stampa del 25/11/2010:

“In primo luogo il sionismo non è una ideologia. Ecco infatti la definizione di ideologia secondo l’Enciclopedia ebraica: «Ideologia è un insieme sistematico e organico di idee, di principi e direttive in cui trova espressione il particolare punto di vista di una setta, di un partito o di un ceto sociale».

Secondo tale chiara definizione il sionismo non può e non deve essere considerato un’ideologia poiché, come sappiamo, sia in passato che al presente, ha rappresentato una piattaforma comune a idee sociali e politiche differenti e persino contraddittorie. Il sionismo auspicava e prometteva un’unica cosa: fondare uno Stato ebraico. E ha mantenuto questa promessa soprattutto, sfortunatamente, in seguito al fenomeno dell’antisemitismo.

Il sionismo cercava di disegnare un quadro del futuro Stato ebraico, del suo carattere, del suo ordinamento politico, dei suoi confini, dei suoi valori sociali, del suo atteggiamento verso le minoranze e altro ancora. Tutti questi temi erano aperti fin dall’inizio a decine di interpretazioni e di posizioni politiche e sociali degli ebrei giunti in Israele e, naturalmente, agli sviluppi e ai cambiamenti in atto in ogni società umana.

Una volta fondato lo Stato ebraico – Israele – l’unico residuo attivo e significativo del sionismo è il principio della Legge del Ritorno! Vale a dire che lo Stato ebraico, oltre a essere controllato e governato mediante il Parlamento da tutti i suoi residenti in possesso di nazionalità israeliana, è ancora aperto a qualunque Ebreo che ne voglia richiedere la cittadinanza.

Un’analoga Legge del Ritorno esiste anche in altri Paesi: in Ungheria, per esempio, in Germania e in altri….Quando nel 1947 le Nazioni Unite decisero di creare uno Stato ebraico non destinarono una parte della Palestina solamente ai seicentomila Ebrei che vi risiedevano al tempo. Il presupposto morale era che tale Stato avrebbe dato rifugio a qualunque Ebreo lo richiedesse.

Un israeliano – Ebreo, Arabo o altro – che si definisce non-sionista è un cittadino che si oppone alla Legge del Ritorno. E questa opposizione è legittima come qualunque altra opinione politica. Anti-sionista è chi vuole invece cancellare retroattivamente lo Stato di Israele e, a eccezione di sette estremistiche ultra-ortodosse o circoli radicali nella diaspora, non credo che molti Ebrei sostengano questa convinzione.”

“Il sionismo nasce da un motivo ancora più profondo della sofferenza ebraica. Si è radicato in una tradizione spirituale ebraica il cui mantenimento e sviluppo sono per gli Ebrei la base della loro sopravvivenza come comunità. ” Albert Einstein definiva cosi’ l’importanza del sogno sionista per gli Ebrei, sul Manchester Guardian, il 12 ottobre del 1929.

Continua Yehoshua:

“Tutti i temi importanti e fondamentali in corso di dibattito in Israele – l’annessione o la non annessione dei territori occupati, il rapporto tra la maggioranza ebraica e la minoranza araba, quello tra religione e Stato, il carattere e i valori della politica economica e sociale o persino l’interpretazione di eventi storici del passato – sono analoghi a quelli affrontati anche da altre nazioni in quanto toccano l’identità dinamica e in continua evoluzione di ogni popolo e Paese.”

E allora, se Israele si trova ad affrontare né più e né meno i problemi che la maggior parte delle nazioni nel mondo si sono trovate ad affrontare, perché è diventato l’icona del “Male”, dello “Stato Canaglia”, impareggiabilmente più demonizzato di quegli Stati nei quali ancora i diritti dell’Uomo, la parità tra i generi, l’integrazione, la democrazia sono ben di là da venire?

“No all’antisemitismo “anche quando esso si travesta da antisionismo”. Giorgio Napolitano lo diceva già nel 2007! “Antisionismo, ha detto il capo dello Stato, “significa negazione della fonte ispiratrice dello stato ebraico, delle ragioni della sua nascita, ieri, e della sua sicurezza oggi, al di là dei governi che si alternano nella guida di Israele”.

Bene, allora siamo tutti d’accordo che la demonizzazione di Israele non puo’ essere considerata “legittima critica a un governo” e che dare il nome di antisionismo al proprio antisemitismo non migliora la faccenda? Allora come definire certe manifestazioni? “tlv faces” ci mostra “27 momenti di Israelo-fobia” e come spesso succede le immagini parlano direttamente.

*Una protesta fuori dell’Ambasciata di Israele a Londra si trasforma in battaglia

* Il bambino porta un cartello con la frase: “Per la pace nel mondo Israele deve essere distrutto” a Londra, Trafalgar Square

* Manifestazione in una delle principali piazze di Copenaghen; al minuto 0:41 un bel saluto nazista. Al minuto 01:10 un manifestante dice in danese:

“Vogliamo uccidere tutti gli Ebrei, tutti gli Ebrei dovrebbero essere uccisi, non hanno diritto di esistere!”, accompagnato da offese in arabo e danese

*Manifestazione dei Neturei Karta nella Valle del Giordano: “Gerusalemme libera e TUTTA la Palestina, (cioè tutta Israele)” e per paura che non fosse chiaro, l’aggiunta: “Proibire qualsiasi Stato ebraico”

*Pedagogia infantile a San Francisco, California: gli Ebrei sono terroristi

*Attività nei campus americani: Israele è il nuovo nazismo

*In una via americana desiderano globalizzare l’intifada

* Poco fantasiosi studenti americani musulmani: Israele è la nazione mostro assetata di sangue. Conosciamo l’idea da diversi secoli

* In Malesia ci fanno sapere che è Israele il VERO terrorista (paura di essere al primo posto?)

* Jobbik, partito neo nazista in Ungheria, punta sul solido: Israele stato conquistatore e Mossad autore dell’11 settembre

* A Londra sono “tutti Hezbollah” e ovviamente boicottano Israele

* Un iraqeno riceve la Stella di David sulla schiena durante un attacco a St. Louis 

* A Barcellona preferiscono bruciare

* In Indonesia confidano in Allah, che ci pensi Lui

* A New York il nuovo gioco di società è l’attacco all’Ebreo

* Sempre i Neturei Karta che questa volta denunciano un furto

* Paragonare i sionisti ai nazisti strappa anche un mezzo sorriso

* Alla Brandeis University di Boston la Palestina va dal “fiume al mare”

* A Toronto i leader musulmani la fanno corta: Lasciate la Palestina o sarete sparati

* L’Islam dominerà, lo promettono all’America

* Nei campus di Irvine e Santa Cruz, in California, TUTTO quanto riguarda Israele è illegale

* All’Onu qualcuno si accorge che l’accanimento contro Israele è “un po’ troppo”

* Intanto le nuove generazioni si preparano nei campi paramilitari di Hamas

* A Gerusalemme chiedono “basta con la giudeizzazione di Gerusalemme”. Attendiamo manifestazioni contro la francesizzazione di Parigi e la giapponizzazione di Tokio

* Le recite scolastiche in Europa: Palestina libera

* In Norvegia la giornata per la promozione dell’odio contro Israele è diventata tradizione: faccine pulite e sorridenti di adolescenti (tredicenni?) e pompelmi che grondano sangue

* Ad Amsterdam non è che se prendete un taxi dovete per questo scordare che Israele è uno Stato terrorista!

Bene, ecco a voi le “legittime critiche alla politica di uno Stato”.

(Tutte le fonti delle foto all’articolo originale)

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Siamo l’Unrwa: fate la carità…

L’UNRWA tutti sanno cos’è, ma ricordiamolo: “UNRWA (United Nations Relief and Work Agency per i profughi Palestinesi nel Vicino Oriente) è una agenzia per lo sviluppo umano, l’istruzione, la sanità, i servizi sociali e gli aiuti di emergenza a oltre 4,4 milioni di rifugiati che vivono nella Striscia di Gaza, la Cisgiordania , la Giordania, il Libano e la Siria. ” L’Agenzia ha iniziato ad operare il 1 ° maggio 1950. In assenza di una soluzione al problema dei rifugiati Palestinesi, l’Assemblea Generale ha ripetutamente rinnovato il mandato all’UNRWA, inizialmente pensata come Agenzia temporanea. E’ un organismo Onu; i suoi uffici si trovano a Amman (Giordania), Beirut (Libano), Damasco (Siria), Gerusalemme Est (West Bank), Gaza City.

Le anomalie di questa Agenzia cominciano subito dalla sua definizione di profugo:

“In base alla definizione operativa dell’Unrwa, profughi palestinesi sono le persone il cui normale luogo di residenza era la Palestina fra giugno 1946 e maggio 1948, che perdettero sia le loro case che i loro mezzi di sostentamento come conseguenza del conflitto arabo-israeliano del 1948.[…] Anche i discendenti degli originari profughi Palestinesi possono registrarsi [presso l’UNRWA]”

Per “normale luogo di residenza” l’Unrwa intende anche un passaggio di quindici giorni nel territorio che “era la Palestina”. A differenza del UNHCR, che mira al reinserimento e alla riabilitazione dei profughi di tutto il mondo, l’Unrwa è stata dedicata completamente a quei Palestinesi ai quali l’Unrwa stessa ha assegnato lo status di rifugiato.

Assegnando lo status di profugo per via ereditaria, l’Unrwa ha perpetuato il problema dei rifugiati, piuttosto che cercarne l’inserimento, ma si è assicurata anche la sua propria sopravvivenza: con la morte dell’ultimo profugo avrebbe dovuto chiudere i battenti se nel frattempo non ne fossero nati altri milioni.

Da che esiste, nessun Palestinese ha mai perduto lo status di profugo. Esistono, ad esempio, centinaia di migliaia di profughi Palestinesi e loro discendenti che sono cittadini della Giordania: eppure, per quanto riguarda l’UNRWA, essi continuano ad essere dei profughi con pieno diritto all’assistenza.

Un murales che ritrae Ayat al-Akhras, una kamikaze palestinese, sul muro di una scuola dell’Unrwa, nel campo profughi di Deheishe, vicino a Betlemme.

In questi sessant’anni l’UNRWA si è trasformata in uno strumento fondamentale per la perpetuazione del problema dei profughi, e in un grosso ostacolo per la soluzione del conflitto israelo-palestinese. Quando l’UNRWA cominciò a contare i profughi, nel 1948, lo fece secondo modalità che non hanno precedenti: puntando cioè a registrare il massimo numero possibile di quelli che definiva “profughi”. Innanzitutto, venne considerato Palestinese chiunque avesse vissuto nella Palestina Mandataria britannica nei DUE anni precedenti lo scoppio del conflitto arabo-israeliano. Inoltre, l’UNRWA conta come profughi anche tutti i discendenti dei profughi originari: un sistema che dal 1948 in poi ha generato – caso unico al mondo – un incremento del 400% nel numero di profughi sotto la sua giurisdizione.

Forse è utile fare un confronto veloce tra i fondi assegnati all’Unrwa e quelli destinati ai profughi del resto del mondo, quelli che per loro sfortuna non sono passati dalla Palestina fra il giugno 1946 e il maggio 1948:

(Il grafico viene da Il Centro di Ricerca Politica del Vicino Oriente, LTD)

Numero di rifugiati assistito:

UNRWA (Rif. Palestinesi): 4,7 milioni

UNHCR (Resto del mondo): 15,4 milioni (oltre 800.000 in attesa di status di rifugiato e 12 milioni di apolidi o rifugiato w/o)

bilancio:

UNRWA (Rif. Palestinesi): 1 miliardo dollari

UNHCR (Resto del mondo): 3,3 miliardi dollari

Paesi assistiti:

UNRWA (Rif. Palestinesi): 5

UNHCR (Resto del mondo): 123

Definizione dei rifugiati:

UNRWA (Rif. Palestinesi): Chi perde il luogo di residenza e i mezzi di sostentamento in conseguenza della guerra arabo-israeliana del 1948

UNHCR (Resto del mondo): Persona che si trova fuori del paese di sua residenza abituale a causa del fondato timore di essere perseguitato

(Nota: 1951 La Convenzione sui Rifugiati si applica a tutti i rifugiati tranne i Palestinesi )

Discendenti dei rifugiati contati come rifugiati:

UNRWA (Rif. Palestinesi): Sì. A tempo indeterminato, tramite linea maschile

UNHCR (Resto del mondo): No

Mandato:

UNRWA (Rif. Palestinesi): fornire servizi umanitari ai rifugiati

UNHCR (Resto del mondo): proteggere i rifugiati e risolvere i problemi dei rifugiati

Ritorno al luogo d’origine considerato diritto inalienabile

UNRWA (Rif. Palestinesi): sì. Altre opzioni vengono prese in considerazione. I rifugiati sono tenuti in situazione temporanea in attesa – con lo status di ‘rifugiato’ anche da coloro che mantengono la cittadinanza altrove.

UNHCR (Resto del mondo): No. Il diritto tutelato è quello di trovare asilo; il reinserimento nel paese di rifugio o di un paese terzo sono le opzioni, quando il ritorno non è possibile. Di conseguenza la maggior parte sono insediati, non rimpatriati.

Una montagna di soldi, budget da capogiro. Scrive Mudar Zahran, giornalista Palestinese, collaboratore del Gatestone Institute:

Anche se l’UNRWA è stata fondata nel 1948 come istituzione temporanea , dopo più di sei decenni esiste ancora , più grande che mai , in crescita esponenziale e con un bilancio annuo superiore a mezzo miliardo di dollari USA , pagati dalla comunità internazionale .

Tale budget enorme copre anche un ampio e crescente numero di persone a libro paga ; l’UNRWA è oggi il più grande organismo delle Nazioni Unite , con oltre 30.000 dipendenti . E ‘un tale spreco che se il problema dei “profughi Palestinesi” fosse risolto , 30.000 persone resterebbero senza lavoro .

Questo “piano” che dovrebbe essere funzionale a tutt’altro, di fatto costringe letteralmente milioni di persone a vivere nello squallore in perpetuo.  Un importante membro del Parlamento   australiano, Michael Danby , si è lamentato del finanziamento dell’Australia all’UNRWA, nel 2007, descrivendo l’Agenzia ” istituzione notoriamente corrotta ”  , e sostenendo che l’UNRWA canalizza i fondi per ” l’acquisto di armi , operazioni terroristiche e propaganda anti- Israele,  senza contare quelli che finiscono nelle tasche della dirigenza PA . ”

Sull’accusa di corruzione , Danby non è solo. I Palestinesi sono d’accordo : nel marzo 2011, la Fondazione per i diritti umani Palestinese ha condannato l’ UNRWA per quello che chiama ” disprezzo per la vita dei profughi Palestinesi in Libano . ” Questa accusa è emersa dopo che un ragazzo Palestinese mori’ ” davanti alla porta di un ospedale ” dopo che gli fu negata l’ammissione al ricovero, perché l’UNRWA si rifiuto’ di pagare per le sue medicine .

Perché i riflettori si sono accesi su una situazione che va avanti da decenni? Perché ancora una volta (e non sarà di certo l’ultima) l’UNRWA dichiara di essere in deficit e di non poter pagare gli stipendi ai dipendenti! Era ovviamente già successo in passato: l’ultima volta a luglio 2013. La notizia è trattata anche da Nenanews, l’agenzia di stampa pro-Palestinese di Michele Giorgio (un nome, una garanzia!) cosi’:

Dal prossimo mese migliaia di lavoratori dell’UNRWA (Agenzia delle Nazioni Unite per il Soccorso e l’Occupazione dei rifugiati Palestinesi) non saranno pagati a causa della grave crisi economica che sta attraversando l’Agenzia. E’ quanto ha dichiarato ieri al Consiglio di Sicurezza dell’ONU Jeffry Feltman, Sottosegretario Generale degli Affari Politici.  

Campo profughi Unrwa in Giordania

Parlando della situazione economica dell’UNRWA, Feltman l’ha definita «disastrosa». Con un deficit di 36 milioni di dollari «l’UNRWA avrà difficoltà a finanziare i suoi servizi principali – soprattutto in campo educativo, sanitario e nel combattere la povertà – e non riuscirà a pagare gli stipendi di dicembre di 30.000 persone tra insegnanti, personale medico e lavoratori sociali» ha dichiarato preoccupato.La drammatica crisi finanziaria che vive da diversi anni l’UNRWA lancia un messaggio più sinistro della già terribile notizia della perdita di salario per decina di migliaia di lavoratori (principalmente palestinesi). E’ l’ennesimo segnale tangibile di quanto la causa palestinese abbia perso centralità in Medio Oriente. Una centralità che mai nessuno si sarebbe azzardato a contrastare una decina di anni fa. Sempre più relegata a problema di serie B dalle agende politiche europee e statunitensi, la Palestina con i suoi abitanti sta scomparendo. Le recenti (e prossime) visite di Kerry a Gerusalemme per informare Tel Aviv su “l’affare Iran” snobbando Ramallah non devono pertanto stupire più nessuno. Nena News

Per Michele Giorgio, i finanziamenti miliardari all’Agenzia sono insufficienti, evidentemente. Chissà a quanto dovrebbero ammontare per evitare che la “Palestina con i suoi abitanti” scompaia! A giugno 2013, In una conferenza stampa, Robert Turner, direttore generale delle operazioni dell’UNRWA nei Territori occupati, ha detto che il bilancio necessario per le attività dell’organizzazione per il 2013 è 582 milioni dollari mentre i fondi previsti ammontano a “soli” $ 233 milioni.  Nell’aprile dello stesso anno:

Una generosa donazione di US 15,6 milioni dollari dal Fondo saudita per lo sviluppo (SFD) consentirà all’UNRWA di fornire sussidi di cassa urgenti, direttamente alle famiglie di profughi colpiti per sostenere la ricostruzione e la riabilitazione dei loro rifugi danneggiate dagli scontri del novembre 2012.

Campo profughi Unrwa in Libano

Sempre in aprile 2013:

Per la prima volta, la Russia ha contribuito con 2 milioni di dollari all’UNRWA. I fondi andranno a sostenere programmi di salute, istruzione e servizi sociali dell’UNRWA a circa 5 milioni di profughi Palestinesi registrati nella regione. Annunciando la donazione, il rappresentante russo dell’Autorità Palestinese Alexander Rudakov ha detto: “Il nostro contributo oggi è finalizzato a fronteggiare la difficile situazione dei profughi Palestinesi e mitigare le difficoltà che sopportano. La vita di molte persone dipende dalla capacità dell’UNRWA di fornire un aiuto urgente e necessario a migliaia di rifugiati Palestinesi. “

A novembre:

Oggi a Ramallah, l’UNRWA ha ricevuto un contributo 6,4 milioni dollari da parte del governo giapponese che aiuterà l’Agenzia.

Campo profughi Unrwa in Giordania

Sempre ad aprile 2013:

Il governo olandese ha dato un contributo volontario di 13 milioni di euro (US $ 16.25 milioni) all’UNRWA, per l’anno 2013. Tale contributo andrà per l’assistenza, la protezione e la difesa che l’UNRWA fornisce a circa 5 milioni di profughi Palestinesi registrati in Giordania, Libano, Siria e Territori palestinesi occupati. Accettando la donazione,  il commissario generale Unrwa, Filippo Grandi, ha ringraziato il governo olandese, affermando: “Ci affidiamo a partner forti come l’Olanda per mantenere i nostri programmi tanto necessari per i rifugiati Palestinesi. Siamo estremamente grati al governo e il popolo dei Paesi Bassi per il loro sostegno costante e generoso”

Intanto nel settembre 2013, 118 scuole Unrwa chiudevano in Siria.

Campo Unrwa in West Bank

Ma anche nel 2001 il deficit dell’Unrwa ammontava a 58 milioni di dollari e la Comunità Europea, agli aiuti già stanziati, aggiunse 15 milioni di euro supplementari.

Che questa sia la volta buona per chiarire che fine fanno tutte queste montagne di dollari e che senso abbia mantenere ancora in piedi un carrozzone corrotto come l’Unrwa? Difficile.

Le ONG nemiche di Israele: cominciamo da Diakonia

Mai sentito parlare di Diakonia? No? Sembra il nome di una crema di bellezza, o di una macchina fotografica, vero? Invece no, Diakonia è la più grande ONG umanitaria della Svezia, fondata nel 1966 da cinque chiese svedesi. La maggior parte del suo budget proviene dal governo svedese (47,2 milioni dollari). Diakonia promuove il “diritto a resistere” dei palestinesi e contemporaneamente fa il possibile per delegittimare il diritto di Israele all’autodifesa. I programmi del IHL (International Humanitarian Law) sfruttano e travisano il diritto internazionale. Cominciamo ad esaminare chi sono le ONG che operano in territorio israelo/palestinese e quali sono i loro obiettivi dichiarati e quelli reali. Il documento è un po’ lungo ma vale la pena di leggerlo se si cercano risposte a domande che a volte sembrano non averne. Mentre alcuni dei programmi dell’organizzazione sembrano essere progetti umanitari veri e importanti, la maggior parte delle risorse sono dedicate a campagne politiche, tra cui un documento alla Commissione Goldstone che diffamava Israele e delegittimava il suo diritto di difendersi contro attacchi missilistici. La posizione di Diakonia in merito al conflitto arabo/israeliano fa riferimento costante alla “continua l’occupazione”, la “costruzione del muro”, e “la frammentazione del territorio palestinese”, come “problemi strutturali” che stanno dietro il conflitto. La storia del terrorismo pre-1967, la guerra e il rifiuto del diritto di Israele ad esistere sono cancellati.

attivisti di Diakonia

Per i loro studi sbilanciati di diritto internazionale e le attività del Humanitarian Policy & Law Forum alla Harvard University  ricevono più finanziamenti di qualsiasi altro programma relativo alla regione, e rappresentano l’unico esempio politico di attività a livello mondiale di Diakonia. Diakonia fu fondata nel 1966 da cinque Chiese svedesi: la Alliance Mission, la Baptist Union, l’InterAct, la Methodist Church e la Mission Covenant Church. Si descrive come una “organizzazione cristiana per lo sviluppo, che collabora con i partner locali per un cambiamento sostenibile in favore delle persone più vulnerabili del mondo.” L’organizzazione lavora con più di 400 partner in 30 paesi, e afferma di promuovere “uno sviluppo equo e sostenibile nel quale lo standard di vita delle persone più vulnerabili possa migliorare, e la democrazia, i diritti umani e l’uguaglianza siano rispettati. Il punto di partenza per questo è il Vangelo di Gesù come modello di ruolo “.

Un documento Diaconia

Nel 2008, il fatturato di Diakonia ha raggiunto i 47,2 milioni dollari, 367 milioni di corone svedesi,  di cui 332 milioni provenienti dall’ Agenzia del governo svedese per lo sviluppo internazionale della cooperazione (SIDA), 10,5 milioni dall’Unione europea, e 5 milioni dal governo norvegese. Le attività in Medio Oriente, America Centrale e Sud America comprendono ognuna  circa il 14% del bilancio di Diakonia, mentre la spesa in Asia è del 25%, e del 30% in Africa. Il lavoro di advocacy (lobbying principalmente politica in Svezia) è di circa il 3% del bilancio di Diakonia. Diakonia è membro di due grandi agenzie di sviluppo a struttura internazionale – l’Associazione delle Agenzie di Sviluppo Internazionale (AIDA) e AidWatch. AIDA è una “struttura di coordinamento per le agenzie di sviluppo internazionali operanti in Cisgiordania e Gaza”, tra cui Oxfam, Trocaire, Christian Aid, e il Comitato centrale Mennonita. L’organizzazione collabora a eventi e comunicati stampa, tra cui molti che condannano la politica di Israele. AIDA è co-sponsor del forum di diritto internazionale umanitario di Diakonia, facente capo alla Al Quds University.

Diakonia e la Flottilla per Gaza

AidWatch è “una lobby pan-europea di iniziativa per campagne di monitoraggio circa la qualità e la quantità degli aiuti forniti dagli Stati membri dell’UE e dalla Commissione europea (CE),” sotto l’egida della UE Concord – una Confederazione di ONG europee, attive nel lavoro di assistenza e sviluppo. Nel 2009, AidWatch ha pubblicato un rapporto, “Alleggerisci il carico”, che prendeva in esame i finanziamenti UE alle ONG umanitarie. Uno dei problemi che la relazione individua in materia di aiuti europei è che sono “sempre più utilizzati come strumento politico, e non mirano a ridurre la povertà”.

campagna Diakonia

Diakonia opera in Medio Oriente dal 1960, e ha aperto la sua prima sede nella regione nel 1989. Ha sviluppato programmi in Egitto, nell’Iraq kurdo, Libano, Israele, e “Palestina”. Obiettivi di Diakonia per la regione sono: “concentrarsi su come affrontare la mancanza di pace e sicurezza, aumentando il rispetto dei diritti umani e sradicare gli aspetti multidimensionali della povertà “. L’area medio-orientale è terreno privilegiato per Diakonia come per molte altre ONG “umanitarie”. E siccome tutte le ONG che si rispettino hanno il loro “libro bianco” contro Israele, anche Diakonia ha redatto il suo “Position Paper on Israel & Palestine”. Naturalmente il rapporto assicura di non essere sbilanciato a favore di nessuna delle due parti e di avere solo a cuore la risoluzione del conflitto.  In contrasto con questo obiettivo dichiarato, Diakonia adotta pero’ il linguaggio della narrativa palestinese, “continua l’occupazione”, la “costruzione del Muro”, e “la frammentazione del territorio palestinese”. Diakonia non si interessa, ovviamente,  al terrorismo palestinese, ai rifiuti arabi alla pace, all’educazione all’antisemitismo e alla violenza dei bambini palestinesi, alla corruzione dell’Autorità Palestinese, alle restrizioni dei diritti delle donne, o ai “combattenti”,  come “problemi strutturali” del conflitto. Quando alcuni di questi problemi emergono, sono sempre attribuiti agli effetti della “occupazione”, anche se anteriori alla guerra del 1967. Naturalmente ci sono tutti i soliti “evergreen” della diffamazione nei confronti di Israele, nel rapporto Diakonia: apartheid, economia “strozzata” da Israele, violazioni continue delle leggi, e per sostenere il “diritto alla resistenza palestinese” Diakonia si inventa un nuovo diritto internazionale, sostenendo che  “il diritto internazionale umanitario si riferisce ai movimenti di resistenza, come dato di fatto che deve essere preso in considerazione“, e che, poiché la comunità internazionale non riconosce l’annessione di Gerusalemme Est, Israele è “in violazione del diritto internazionale. “In questa discussione, Diakonia nega anche ogni legame storico e religioso del popolo ebraico con Gerusalemme. Le opinioni espresse in questo documento politico contribuiscono e riflettono le attività unilaterali dell’organizzazione. Che fa Diakonia nei Territori? L’approccio di Diakonia gira attorno a cinque temi: “. Genere,  democrazia, i diritti umani, la giustizia sociale ed economica e la pace e trasformazione dei conflitti” Questi temi sono promossi attraverso quattro sottoprogrammi:   Il programma di riabilitazione; Programma di Letteratura per bambini; Sostegno al programma Civil Society Organisations in Palestine, che supporta gli attori della società civile locali nel loro lavoro per la democrazia e i diritti umani, e   l’ International Humanitarian Law Programme. Mentre la riabilitazione e i programmi di letteratura per l’infanzia sembrano essere progetti umanitari veri e importanti, la Civil Society l’International Humanitarian Law Program sono altamente problematici, stando a quanto si legge in questo rapporto. Entrambi attribuiscono la responsabilità esclusiva del conflitto a Israele, riducendo al minimo l’impatto del terrorismo e del contesto di guerra asimmetrica, e promuovono apertamente la narrazione palestinese attraverso attività politiche. Molte delle organizzazioni partner della Diakonia per questi progetti – tra cui Al Mezan, Al Haq, l’Alternative Information Center, e Sabeel – delle quali tratteremo con B’tselem e altre nei prossimi articoli – sono tra le più estreme Ong anti-israeliane che operano nella regione, impiegando una retorica incendiaria che a volte sconfina nell’antisemitismo.  Altri partner, come B’Tselem, HaMoked e PHR-I sono stati ampiamente criticati per la loro posizione sbilanciata e unilaterale. Diakonia, in questo modo, lavora contro la pace e la normalizzazione nella regione, radicalizzando ulteriormente il conflitto. Non si capisce poi come questi due programmi, in particolare il programma di diritto internazionale umanitario che riceve la maggior parte dei finanziamenti Diakonia in questa regione, contribuiscano al raggiungimento degli obiettivi di sradicare gli “aspetti multidimensionali della povertà”. Il contenuto politico schiacciante unilaterale è in contrasto con la critica di Diakonia rispetto ai finanziamenti UE per gli aiuti umanitari definiti “sempre più utilizzati come strumento politico, e non mirati a ridurre la povertà” .

attivisti Diakonia

ONG partner di Diakonia nell’ambito di questo programma Supporting Civil Society Organisations in Palestine Programme (2008-10: SEK13,500,000) sono AIC, PHR-I, Al Nayzak per l’innovazione scientifica, Al-Sarayah Centro per Servizi di Community, Counseling Center palestinese, Sabeel, Tamer Institute for Community Education, Wi’am, e il Women’s Affairs Technical Committee.  Gli aspetti “nobili” del programma  sarebbero quelli volti a indirizzare i giovani per promuovere la “risoluzione non violenta dei conflitti, i pericoli di abbandonare la scuola e il matrimonio precoce”, e cercare di “responsabilizzare le giovani donne.” Tuttavia, diversi partner finanziati dal presente programma, come Sabeel e AIC, sono tra le più radicali Ong filo-palestinesi che operano nella regione e, a volte, impegnate in retorica antisemita. [5] Altri partner, come PHR– soffrono di mancanza di credibilità nelle loro relazioni, e la loro agenda è apertamente ideologica. Non vi è alcuna giustificazione per il finanziamento a Sabeel, AIC, o PHR-I sotto gli auspici di un programma che afferma di promuovere “la risoluzione non violenta dei conflitti, i pericoli di abbandonare la scuola e il matrimonio precoce,” o lo “sviluppo personale” tra palestinesi i giovani, in particolare le giovani donne palestinesi. Il programma HIL ((interamente finanziato dalla SIDA) riceve la maggioranza dei finanziamenti di Diakonia per la regione ed è ampiamente promosso dall’organizzazione. Il programma dispone di un proprio sito web con un link nella home page di Diakonia e materiali promozionali separati. Il programma  “mira ad aumentare il rispetto e implementare ulteriormente gli interventi di diritto umanitario internazionale in Israele / Palestina, come un mezzo per migliorare la situazione umanitaria, e creare una possibilità per la pace nella regione.” Il programma si articola in diverse fasi, compreso il sito Web “Guida Facile” , seminari ed eventi, patrocinatori di portali web del diritto internazionale umanitario e del  “monitoraggio delle violazioni del diritto internazionale umanitario“. Per realizzare questo progetto, Diakonia è in partnership con diverse organizzazioni: Al Haq, B’Tselem, HaMoked, Mossawa, Al Mezan, ACRI, la Harvard School of Public Health, e  l’Università Al Quds per i diritti umani e del diritto internazionale umanitario. Come possiamo vedere, il “lavoro” di Diakonia è complesso e l’opera di delegittimazione di Israele è talmente ben strutturata da includere tutte le principali ONG che si sono distinte negli ultimi anni per il loro attacco politico. Ci sarebbe da capire perché il governo svedese abbia interesse a finanziare queste ONG e se i contribuenti svedesi sono al corrente di essere loro, in ultima analisi, a pagare.   Chi sono i personaggi che stanno dietro a queste sigle finora citate? L‘IHL è prevalentemente costituito da avvocati palestinesi, consulenti per l’Amministrazione palestinese e anti-sionisti attivisti ebrei. [6] Solo uno dei membri, Anita Broden , membro del Parlamento svedese, non sembra avere questo tipo di retroterra: Charles Shamas (qui pubblicato da Electronic Intifada) è un co-fondatore di Al Haq e senior partner del Gruppo Mattin a Ramallah. E’ anche un membro del comitato consultivo di Human Rights Watch Medio Oriente-Nord Africa. Shamas paragona la politica israeliana a quella di “apartheid “e di” genocidio “e il terrorismo palestinese per lui diventa ” resistenza “. (La sua pagina Crimes of War nel frattempo è scomparsa)  Per lui il terrorismo è “l’insurrezione di gran parte di una popolazione civile contro illeciti e predatori abusi di una potenza occupante e del suo controllo su quella popolazione e il loro habitat” Michael Bothe rappresentante della Lega degli Stati arabi e del ICJ Advisory Opinion sul muro di separazione. Fritz Froehlich è il coordinatore  “UNRWA , è stato uno dei primi sostenitori della strategia di Durban. Nel 1994, in una conferenza organizzata da PASSIA, Froelich consiglio’ che “i progetti che evidenziano Gerusalemme come città palestinese dovrebbero essere attuati, le ONG dovrebbero combattere contro la deformazione demografica, fisica, geografica e politica  di Gerusalemme,  e fare del loro meglio per ripristinare la presenza araba e riconsiderarne le attività “. Göran Gunner è un membro del consiglio di Amici di Sabeel Scandinavia ed è stato relatore alla 5 ° Conferenza Internazionale di Sabeel, “Challenging christian zionism:. Teologia, Politica, e il conflitto israelo-palestinese” Il sito omonimo nacque a seguito della conferenza e perpetua la demonizzazione e la delegittimazione del sionismo utilizzando temi teologici. Sul sito, Sabeel difende la sua posizione per una soluzione a “stato unico “. Vinodh Jaichand, è Vice Direttore del Centro irlandese per i diritti umani. In un discorso del dicembre 2005, paragono’  Israele a uno “stato di apartheid” , prendendo in esame i modi con i quali lo “Stato di Israele è passibile di essere giudicato per il crimine di apartheid  contro l’umanità”. Helena Johansson, Capo Dipartimento per la Confederazione svedese dei lavoratori, scrive sul suo blog che Israele deve essere ritenuto responsabile e perseguibile per il “bombardamento del tutto sproporzionato di aree densamente popolate di Gaza e per gli attacchi contro edifici delle Nazioni Unite e gli ospedali”, e ripete le solite, false affermazioni “c’era una tregua tra Hamas e Israele, ma Israele non ha ottemperato alle condizioni dell’accordo promosso dall’ Egitto, continuando gli attacchi e il blocco.” Gilbert Marcus SC, delegato di Amnesty International, il quale sostiene che la barriera di sicurezza di Israele è “sproporzionata”, è stato uno dei firmatari di una lettera di condanna dell’operazione contro Hamas a Gaza da parte di Israele, definendola “inumana” e ha lavorato come consulente per uno studio pseudo-accademico (anche questo pubblicato dalla solita Electronic Intifada), organizzato dall’ex Rapporteur delle Nazioni Unite John Dugard ed Al Haq, sostenendo che Israele è uno stato di “apartheid”. Iain Scobbie è attivo nel promuovere argomenti giuridici pro-palestinesi e delegittimare il diritto di Israele di combattere contro la guerra asimmetrica. Durante la guerra di Gaza, è stato uno dei firmatari di una lettera nella quale sosteneva che il lancio di razzi di Hamas non “corrispondeva a un attacco armato che desse diritto ad Israele di reagire con l’auto-difesa”, e ha affermato che la guerra è stata un atto di “aggressione” da parte di Israele. Scobbie fu anche uno dei “contributori principali” allo “studio” di Dugard su l’apartheid, ed  è consulente del Negotiation Affairs Department dell’Amministrazione palestinese. Lea Tsemel, ebrea antisionista attivista, è stata un membro di spicco della Lega Matzpenpartito antisionista, rivoluzionario, comunista    trotzkista e fondatrice del Comitato Pubblico contro la Tortura in Israele. E’ sposata con Michael Warshawski, fondatore del Alternative Information Center. Tra le accuse che diffonde contro Israele, quella della “pulizia etnica”. Marcelo Weksler è un membro del consiglio della Alternative Information Center. Il suo articolo, “Israeli Attacks on Gaza: Before Words Will Not Help” (pubblicato sulla pagina Facebook di B’Tselem) usa frasi come “la bestialità della società israeliana“, “il male del regime israeliano“, e afferma che  “l’ umanità clown [società tradizionale israeliana]. . . è un romanzo anti-semita. Un’invenzione dei non ebrei che manca di una coscienza, una coscienza ebraica “. Julia Wickham è Segretaria e coordinatrice di Delegazione  per il Gruppo parlamentare Britain-Palestine ed editor di The Palestine Post (UK). Nell’agosto 2006, in una lettera a Tony Blair  ha scritto che “l’indiscriminata distruzione da parte di Israele di infrastrutture libanesi e a Gaza non è lecita, in quanto costituisce misure di ritorsione e punitizione collettiva  contro le popolazioni civili.” Fu una dei firmatari di una petizione a sostegno della causa  contro Ariel Sharon per “crimini contro l’umanità”, presentata in Belgio. La “Easy Guide to IHL” è parte integrante del programma “umanitario” e si rivolge a svedesi e anglofoni “interessati al conflitto israelo-palestinese, già a conoscenza della situazione sul “campo”, ma che cercano di  familiarizzarsi con lo strumento legale per la loro attività di sensibilizzazione e di analisi.” Diakonia sostiene che le” analisi “fornite sul sito web” riflettono la prospettiva di Diakonia e non intendono esprimere approcci favorevoli ad una delle parti in conflitto .” Anche se la ONG include alcuni link a fonti governative israeliane, le note Diakonia suonano cosi’: ” il sito web è impegnato in primo luogo a far rispettare  gli obblighi dello Stato di Israele, in quanto potenza occupante, nei confronti della popolazione palestinese “, e gran parte del contenuto ripete  le accuse non verificabili, avanzate dalle sue ONG partner Al Haq, HaMoked, e B’Tselem. Le informazioni presentate sul sito web e i frequenti travisamenti del diritto internazionale riflettono questo approccio unilaterale.

la propaganda di Diakonia

Il sito offre una panoramica delle questioni giuridiche e storiche interpretate attraverso la narrazione palestinese, distorcendo la storia e il contesto. In un esempio rappresentativo, nell’analisi “degli anni 1947-1967″ afferma che dopo che “scoppiò la guerra tra Israele e alcuni stati arabi”, nel 1948, Israele fu costituito su un territorio”, che copriva una parte più grande di quella che gli era stata assegnata dal piano di spartizione delle Nazioni Unite. Che uno stato palestinese non poté essere stabilito e che i palestinesi hanno portato avanti per molti anni, e continuano a farlo, l’appello per l’attuazione del loro diritto all’autodeterminazione.” Questa sintesi ignora il rifiuto arabo del piano di spartizione dell’ONU del 1947, l’attacco arabo del ’48 per distruggere lo Stato nascente, e la campagna di attacchi arabi e massacri contro gli ebrei nella regione sia prima che dopo la creazione di Israele. Un’altra affermazione nel sito: “il territorio palestinese occupato è stato sotto il controllo e governo dei diversi regimi nel corso degli ultimi 500 anni.” Nella parte dedicata alla barriera difensiva nessun accenno, ovviamente, ai motivi che spinsero Israele alla sua costruzione, nulla in merito al terrorismo e alle vittime civili. Gran parte delle “analisi” sul sito si impegnano a delegittimare qualsiasi diritto di Israele all’auto-difesa, Gaza è descritta come “occupata” anche dopo il ritiro totale di Israele dalla Striscia, le azioni di Israele sono sempre descritte come “sproporzionate”, “punizioni collettive”, “crimini di guerra”. 

propaganda di Diakonia

Per sostenere la tesi speciosa di un “diritto alla resistenza”, scrive Diakonia, “L’uso della forza come parte della resistenza all’occupazione, nel caso palestinese, è quindi derivata dalla legittimità internazionale al ricorso alla lotta armata per ottenere la diritto all’autodeterminazione. Diakonia collaboro’ al famoso Rapporto Goldstone, con una relazione che diffamava Israele e negava il suo diritto alla difesa, non citando mai (se non di sfuggita) Hamas e i suoi crimini. Questa è una delle ONG capofila nella demonizzazione di Israele, una ONG “santa”, che dice di rifarsi al modello del Vangelo, che maschera la sua attività di delegittimazione e di diffamazione dietro la sottile e non certo infrangibile patina degli “interventi umanitari”. Quando ci chiediamo da dove arrivi la falsa rappresentazione di Israele nel mondo dobbiamo ricordare che ci sono Enti specializzati in questo, pagati e protetti nella loro “missione”. Diakonia si “tira dietro” tutte le più conosciute ONG del “settore”. Prossimamente un’analisi accurata dei suoi partners. QUI

Per la Ashton è semplice questione di business

Catherine Ashton si rifà viva. La sua ossessione questa volta ha la forma delle Nuove Linee Guida UE per Israele. Se ne è parlato molto e spesso a sproposito: non si tratterà di un boicottaggio commerciale, la questione è più simbolica che altro, ma il suo peso ce l’ha, eccome! L’Europa si arroga il diritto di decidere quali debbano essere le frontiere israeliane

“L’UE non riconosce la sovranità di Israele su alcuno dei territori di cui al punto 2 e non li considera parte del territorio di Israele, indipendentemente dal loro status giuridico secondo il diritto nazionale israeliano. L’UE ha messo in chiaro che non riconoscerà alcun cambiamento dei confini precedenti al 1967, diversi da quelli concordati tra le parti al processo di pace in Medio Oriente (MEPP, Middle East Peace Process).”

Ecco che le linee armistiziali del 1949, diventano “confini”.

Ovviamente (anche se per la UE le evidenze non sembrano essere tali), l’Amministrazione palestinese ha espresso preoccupazione per le nuove linee guida:

”Da parte nostra – ha detto l’anonimo funzionario – abbiamo avvicinato un certo numero di funzionari europei, qui e in Israele, per cercare di evitare la decisione, o almeno di mantenerla a livello non ufficiale” giacché “rischia di rivelarsi economicamente e socialmente disastrosa per la comunità palestinese”.

Cosi’, mentre il segretario di Stato americano Kerry gira vorticosamente tra i Territori, Israele e Giordania per cercare di convincere Sua Maestà Abbas I a tornare ai tavoli delle trattative, la UE se ne esce con questa “bella idea”, contro ogni logica. Volendo seguire il ragionamento dei solerti funzionari europei, ci si potrebbe chiedere perché non ci siano risoluzioni che obblighino la Spagna a rendere al Marocco Ceuta e Melilla,  o all’Inghilterra di rendere Gibilterra che occupo’ con la forza alla Spagna. Le isole Malvine che occupo’ all’Argentina. E perché la UE non obbliga i Paesi Bassi a rendere le Antille olandesi agli autoctoni? O la Francia a rendere la Guadalupa, la Martinica, Saint Pierre e Michelon, la Polinesia e le terre australi e antartiche che usa per i suoi esperimenti nucleari?  Poi ci sarebbe il Portogallo che potrebbe essere obbligato a rendere Macao e Timor. 

 Sono ovviamente domande retoriche. Ma forse, un po’ meno retorico sarebbe chiedersi quali siano stati i prodromi di queste nuove linee guida europee. Nell’aprile 2013, il gruppo dei “saggi” incaricati di monitorare il “processo di pace” in Medio Oriente, decise che gli “accordi di Oslo” erano finiti e che la soluzione “a due Stati” era seriamente messa in pericolo da “le dure condizioni di vita sotto l’occupazione”. E ritennero opportuno rilevare che

E’ il momento di dare un duro segnale che avvisi quanto l’occupazione sia effettivamente radicata nella presente politica occidentale. L’Autorità palestinese non può sopravvivere senza appoggiarsi sull’assistenza alla sicurezza israeliana e il finanziamento occidentale  e che la PA, che offre poche speranze di progressi verso l’autodeterminazione per il popolo palestinese, sta rapidamente perdendo il rispetto e il sostegno del suo collegio elettorale nazionale. Il costante aumento della portata e della popolazione degli insediamenti israeliani, tra i quali Gerusalemme Est, e il radicamento del controllo israeliano sui Territori Occupati, in spregio al diritto internazionale, indicano una tendenza permanente verso una frattura completa dei diritti territoriali palestinesi…. Siamo giunti alla conclusione che ci debba essere un nuovo approccio. Lasciare la situazione permanere senza indirizzo è altamente pericoloso, quando una questione esplosiva si trova in un ambiente così turbolento. Una politica realistica ma attiva, da impostare nel contesto degli attuali eventi regionali, deve essere composta dai seguenti elementi: 

– Una maggiore attenzione alla necessità essenziale per una soluzione a due Stati, come l’esito più probabile di offrire una pace duratura, la sicurezza per le parti e gli Stati limitrofi, unico riconosciuto dalle risoluzioni delle Nazioni Unite, come giusto ed equo; 

 – Un esplicito riconoscimento che lo stato attuale dei Territori palestinesi è di occupazione,  e la responsabilità per la loro condizione che rientra nella leggi internazionali riguardanti lo Stato occupante; 

L’insistere sul fatto che gli insediamenti israeliani al di là del 1967 sono illegali, devono cessare di essere ampliati e non saranno riconosciuti come uno dei punti di partenza di qualsiasi nuovo negoziato; 

– La clausola che ogni organizzazione politica rappresentativa, che presenti una richiesta valida di partecipazione ai negoziati deve rinunciare all’uso della violenza al di fuori delle norme che l’ONU ha istituito;

– Il rinnovo degli sforzi per stabilire una rappresentanza palestinese unificata sia della Cisgiordania che di Gaza; senza una pace globale non ci può essere negoziato fruttuoso e l’assenza della quale serve come scusa per non agire;

– La promozione della riforma della Organizzazione per la liberazione palestinese (Olp), compresa la rappresentanza di tutti i principali partiti palestinesi impegnati per la non violenza e che riflette la volontà espressa della popolazione di palestinese in Cisgiordania e Gaza;

– Un’unità internazionale vigorosa per migliorare le condizioni umanitarie e dei diritti umani sia in Cisgiordania che a Gaza, con il monitoraggio delle Nazioni Unite;

– Una riconsiderazione delle modalità di finanziamento per la Palestina, al fine di evitarel’ attuale dipendenza dell’Autorità Palestinese dalle fonti di finanziamento che servono a congelare invece di promuovere il processo di pace;

Un impegno chiaro e concertato per contrastare la cancellazione dei confini del 1967 come base per uno schema a due Stati. Ciò dovrebbe includere una chiara distinzione nei rapporti dell’UE con Israele, tra ciò che è legittimo – entro i confini del 1967 – e  cio’ che viola il diritto internazionale nei territori occupati;

– Una volontà chiara all’interno dell’UE a svolgere un ruolo politico fondamentale per riprendere un dialogo più strategico con i palestinesi.

Ecco qua chi ha partorito le Nuove Linee UE per Israele. Chi firmo’ questo “appello” rivolto a Catherine Ashton?

Giuliano Amato, ex Primo Ministro d’Italia; Frans Andriessen, ex vice-presidente della Commissione europea; Laurens Jan Brinkhorst, ex vice-primo ministro dei Paesi Bassi; John Bruton, ex primo ministro dell’Irlanda; Benita Ferrero-Waldner, ex commissario europeo ed ex ministro degli Esteri dell’Austria; Teresa Patricio Gouveia, ex ministro degli Esteri del Portogallo; Jeremy Greenstock, già ambasciatore britannico alle Nazioni Unite e co-presidente del EEPG; Lena Hjelm-Wallen, ex ministro degli Esteri e vice primo ministro della Svezia; Wolfgang Ischinger, ex Segretario di Stato del Ministero degli Esteri tedesco e co-presidente del EEPG; Lionel Jospin, ex primo ministro di Francia; Miguel Moratinos, ex ministro degli Esteri della Spagna; Ruprecht Polenz, ex presidente della Commissione Esteri del Bundestag tedesco; Pierre Schori, ex Vice Ministro degli Esteri della Svezia; Javier Solana, ex Alto Rappresentante e ex segretario generale della NATO; Peter Sutherland, ex commissario europeo e direttore generale dell’OMC; Andreas Van Agt, ex primo ministro dei Paesi Bassi; Hans van den Broek, ex ministro degli esteri olandese e ex commissario europeo per le Relazioni esterne; Hubert Védrine, ex ministro degli Esteri di Francia e co-presidente del EEPG; Vaira Vike-Freiberga, ex presidente della Lettonia.

E che cosa rispose la Ashton? Rispose: Ma certo! Ho riguardato tutti gli accordi tra UE e Israele e risulta chiara l’inapplicabilità di tali accordi ai Territori Occupati. E altre “cosette”. Ma la Ashton chi è? E’ una ex assistente sociale, figlia di minatori -prima della sua famiglia a essersi laureata – che un giorno, all’improvviso, diventa baronessa. Wikipedia dice di lei che era un politico laburista, diventata nobile nel 1999. Ma in quale circoscrizione elettorale era stata nominata? Nessuna.  Chi giudica “fortuna” la sua ascesa vertigionosa, chi ha chiamato lei e Rompuy “nani da giardino“. La sua incapacità è stata ampiamente criticata in situazioni di emergenza, come il terremoto di Haiti, ad esempio e come il fallimento del European Defence Summit a Majorca. “Fa fatica a superare le critiche ricevute perché parla una sola lingua, per i suoi lunghi weekend trascorsi in famiglia a Londra, per la sua plateale assenza in occasione del terremoto di Haiti e il suo disinteresse per le questioni legate alla sicurezza e alla difesa.”

Malgrado ciò, nel dicembre 2010 Ashton ha affermato di aver dato “un nuovo inizio” alla politica estera. Al termine di una vera e propria battaglia tra il Consiglio, il Parlamento e la Commissione per i poteri e il controllo della nuova istituzione, quest’ultima si è ufficialmente installata il 1 gennaio. I suoi 3.650 funzionari provengono in buona parte dall’ex direzione generale per le relazioni estere della Commissione, ma anche dalla direzione generale degli affari esteri del Consiglio e dalle delegazioni dei Ventisette sparse nel mondo. Circa 120 posti, invece, devono essere ancora assegnati, e altri diplomatici dei paesi Ue entreranno a far parte del Seae.” QUI

Da poco insediata, si getta a capofitto nella gestione del “conflitto israelo-palestinese”. Maneggia milioni di euro, si getta in arditi paragoni, accostando i bambini uccisi davanti alla scuola ebraica di Toulouse a quelli di Gaza e stanzia, dopo pochissimi giorni dalla strage, 35 MILIONI di euro dei contribuenti europei a favore di due (probabilmente lussuosissimi) progetti, uno dei quali per il potenziamento del valico merci di Gaza… Bene, e poi? Che cosa è che “guida” la Baronessa Ashton (tra parentesi, dalla rete sono spariti tutti i riferimenti alla sua nomina a Baronessa, che pure all’epoca fece molto scalpore. La vita online della Ashton inizia con la sua nomina UE) nelle sue politiche di attacco a Israele? Forse una delle ragioni puo’ essere questa: la baronessa inglese ha interessi sostanziali nel Medio Oriente,  chiaramente in contrasto con quelli israeliani. Quali sono questi interessi? Scrive Rights Monitoring: La chiave per la comprensione sta in due nomi: Peter Kellner e YouGov. Il primo nome è quello del marito di Catherine Ashton e il secondo è quello della società di indagini internazionali, analisi di mercato e servizi di ricerca per i governi, della quale Peter Kellner è presidente. YouGov è diventato così importante nel settore da arrivare a influenzare le scelte di molti governi, l’economia di molti paesi e anche le tendenze del mercato. Un sondaggio di YouGov è preso in grande considerazione dalla politica, che non esita a commissionare al gruppo sondaggi di ogni genere. Ora, accade spesso che, stranamente, le indagini condotte da YouGov per il Medio Oriente penalizzino Israele mentre sembrano particolarmente benevole per le monarchie del Golfo e l’Arabia Saudita. Perché questo? Perché una società internazionale che guadagna milioni di dollari l’anno e può influenzare le politiche dei vari governi è così palesemente rivolta contro Israele? Anche qui, la soluzione si trova tra le righe, in particolare quelle relative agli azionisti della società. E’ stato molto difficile ottenere informazioni sui partner YouGov perché la lista non è pubblica. Tuttavia, alcune informazioni indicative siamo in grado di darle. Così scopriamo che tra i membri di YouGov ci sono diversi emiri del Golfo, qualche sceicco arabo e che l’azienda ha un ufficio molto importante a Dubai (presso il Centro Affari Cayan) da dove dirige tutte le ricerche sul Medio Oriente. Altre sedi sono in Arabia Saudita a Dammam, Jeddah e Riyadh. La cosa in sé non sarebbe sospetta, molte aziende internazionali hanno uffici a Dubai, solo che oltre alla presenza dei capitali di emiri e sceicchi (tra i quali l’emiro del Qatar), le ricerche e le indagini sui regni di questi ultimi sono sempre molto “rilassate”, e in pochi anni hanno favorito grandi investimenti internazionali.

YouGov poi usa la sua influenza e la sua presunta credibilità per aiutare le monarchie del Golfo che, tradotto in cifre esorbitanti, significa decine e decine di milioni di dollari nelle sue casse. E chi è il nemico giurato delle monarchie del Golfo, a partire dall’emiro del Qatar, che finanzia Hamas? Israele. Chiaro che una società come  YouGov, nella quale la partecipazione è costituita in parte da emiri e sceicchi, e che ottiene decine di milioni di dollari l’anno, possa suggerire una serie di domande che riescono a minare l’economia israeliana e anche a promuovere, in un sottile e intelligente gioco, il boicottaggio dei suoi prodotti. Questo della Ashton si chiama, ovunque nel mondo, “conflitto d’interessi”. QUI D’accordo Baronessa, abbiamo capito. Nessun pregiudizio “a priori”, semplice questione di business.

Se l’ha detto l’Onu deve essere vero! O no?

Come ogni estate, da almeno sei anni a questa parte, l’associazione terroristica Hamas ha aperto le porte dei suoi campi para-militari ai bambini gazawi. Non è fatto nuovo; ogni anno almeno 100.000 bambini, a partire dall’età di sei anni, passano l’estate mimando rapimenti di soldati israeliani, esibendosi in prove di “coraggio” come camminare su chiodi arrugginiti o saltare in cerchi di fuoco e imparano a maneggiare armi.

Forse quest’anno la notizia ha circolato un po’ più del solito; forse il Medio Oriente in preda alle guerre ha richiamato l’attenzione su una pratica ormai consolidata. Fatto sta che, puntuale, dopo una settimana circa è arrivata la “contro-mossa”: on line ha cominciato a girare viralmente una “notizia” infamante: un rapporto Onu accusa Israele di arrestare, torturare e perfino sodomizzare (ovviamente nella versione italiana della notizia) bambini palestinesi in carcere. Ogni giornale più o meno spazzatura che circola sulla rete ha voluto dire la sua, aggiungendo via via particolari macabri. Prendiamo un esempio a caso e cerchiamo di analizzarlo:

Fanpage, uno dei primi ad aver pubblicato la notizia, titola “Israele ha torturato, violentato e arrestato migliaia di bambini palestinesi.” Nell’articolo è citato “un rapporto Onu”, non meglio precisato, redatto non si da chi, il tutto corredato da alcune foto ritenute “drammaticamente eloquenti”. Cominciamo dall’analizzare queste che dovrebbero suscitare (insieme al titolo) il primo impatto emotivo del lettore.

Questa bambina è diventata famosa per le sue “performance” provocatorie nei confronti di soldati israeliani. Non è una palestinese qualsiasi, è “figlia d’arte”. Si chiama Ahad Tamimi, figlia di Bassem Tamimi, un “attivista” già arrestato per “incitazione di minorenni all’odio e al lancio di pietre”.

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Per le sue sceneggiate, doviziosamente filmate dalla madre che l’accompagna sempre, ha vinto il premio “Brave girl of the year”, consegnatole niente di meno che dal quel campione della difesa dei diritti umani che risponde al nome di Erdogan. Non è mai stata arrestata ovviamente, nessuno le ha mai torto un capello.

Un’altra foto si riferisce al 2009, a seguito dell’attacco a colpi di pietre contro un insediamento ebraico a Beit Omar, nella zona di Hebron, da sempre uno dei punti “caldi” della convivenza tra arabi e ebrei.

L’altra è stata scattata durante scontri sulla Spianata delle Moschee, sempre nel 2009, in occasione della festa di Succot, durante la quale centinaia di turisti affollano il luogo. Negli scontri, scoppiati per le proteste palestinesi alla presenza di “infedeli” nei luoghi santi,  un soldato fu pugnalato e ferito in maniera grave.  Tre furono gli arrestati palestinesi.

E veniamo ora al “rapporto”. Nessun giornale ha ritenuto opportuno inserire un link al documento originale, come mai? Semplicemente perché quelle che sono state presentate come “update”, sono in realtà le conclusioni finali di un rapporto cominciato nel 2002 e chiuso nel 2012. Fa differenza? Eh si’, fa differenza, perché quel rapporto attraversa i dieci anni fra i più sanguinosi e controversi della storia di Israele, cioè tutto il periodo della Seconda Intifada, quando Israele fu insanguinata da quotidiani attentati. E’ di quegli anni anche il Rapporto Goldstone, redatto con l’aiuto di B’tselem e Hamas, raccolto da quel Richard Falk cacciato per antisemitismo prima da HRW e ora la cui rimozione dal ruolo di Special Rapporteur Onu per i Territori è chiesta a gran voce da quasi tutti i paesi per la chiarissima malafede dei suoi rapporti. Quindi, chi volesse ORA informarsi su questo rapporto che sembra redatto ieri, dovrebbe districarsi in mezzo a personaggi, bugie e rapporti farsa che hanno attraversato un decennio di lotta israeliana al terrorismo , molti (se non tutti) completamente screditati nel frattempo.

Kirsten Sandberg, norvegese, facente parte del Committee on the Rights of the Child che ha presentato il rapporto all’Onu, disse in proposito che il lavoro si basava su fatti e non su opinioni politiche. Vediamo se è vero. Chi è ai vertici del UN Committee on the Rights of the Child, organismo più volte definito “indipendente”? Aseil Al Shehail, indicata nel Registro dei diplomatici Onu come “Primo Segretario per l’Arabia Saudita all’Onu”. Cio’ significa semplicemente che la signora è pagata dall’Arabia Saudita e dallo Stato Saudita impiegata all’Onu.

E’ una violazione delle Linee Guida delle Nazioni Unite che impongono “indipendenza ed imparzialità” dei membri incaricati del monitoraggio dei diritti umani. Nelle Linee Guida dette “di Addis Abeba” infatti si legge:

“I membri del corpo non devono essere solo indipendenti e imparziali, ma devono anche essere percepiti tali da un osservatore ragionevole .” (Secton 2) “Essi non possono essere soggetti ad attività di direzione o di influenza di qualsiasi tipo, o alle pressioni del loro Stato di cittadinanza o di qualsiasi altro Stato o delle sue agenzie, e non sollecitare né accettare istruzioni da chicchessia riguardo l’esercizio delle loro funzioni. (Sezione 5) “L’indipendenza e imparzialità dei membri è compromessa dalla natura politica della loro affiliazione con il ramo esecutivo dello Stato. Di conseguenza eviteranno funzioni o attività che siano, o siano tali considerati da un osservatore ragionevole, incompatibili con gli obblighi e le responsabilità di esperti indipendenti nell’ambito delle pertinenze trattate. “(Sezione 12)

Difficile considerare indipendente una dipendente del governo Saudita, incaricata di redigere un rapporto su Israele!

Ma è almeno obiettiva la signora Al Shahil? Puo’ percepirla tale un “osservatore ragionevole”? Mica tanto! La signora Al Shahail, il 15 ottobre 2009, dichiaro’ all’Onu che:

il suo Paese considera il bambino come un pilastro della comunità e creatore del futuro, sia a livello nazionale e internazionale …. Il Dipartimento di Giustizia è pronto a lanciare una struttura giuridica che potrebbe gestire il matrimonio di minori e tutte le questioni connesse … L’Arabia Saudita ha condiviso le preoccupazioni della comunità internazionale per il bambino [e] partecipato con la Lega Araba alla stesura della Carta araba dei diritti umani … l’Arabia Saudita ha inoltre sostenuto i diritti del bambino nell’Islam … richiamando l’attenzione sulla tortura e l’uccisione di bambini palestinesi nei territori occupati, ha detto che la comunità internazionale deve intervenire e tutelare i diritti di questi bambini, secondo le convenzioni internazionali.

La violazione dei diritti umani di donne e bambine, le prime completamente assoggettate alla tutela dei loro mariti/padri, le seconde costrette a matrimoni combinati (per i quali la Al Shahil attende una legge-quadro!) sono documentate proprio dai rapporti Onu! In Arabia Saudita non esiste un’età minima per il matrimonio.

una “sposa” saudita

Ma professionalmente la Al Shahil è affidabile? Il 12 ottobre 2010, ha dichiarato all’ONU:

La questione delle donne desta profonda preoccupazione nel Regno di Arabia Saudita, nel quale lo sviluppo delle donne è parte integrante di un piano strategico generale conforme alla Sharia magnanima. Questo è particolarmente vero in merito all’istruzione, alla sanità, ai servizi sociali, alla partecipazione allo sviluppo sociale. Sono state adottate varie risoluzioni in materia di parità di genere, compresa l’uguaglianza alla carriera e alla pensione. Le donne saudite hanno inoltre partecipato in vari settori, con il pieno sostegno del governo.

Nel 2007, il suo intervento all’Onu esaltava l’Arabia Saudita in materia dei diritti delle donne:

ASEIL AL-SHEHAIL (Arabia Saudita) ha detto che le misure adottate dal suo paese per il progresso delle donne, con particolare attenzione alla condizione delle donne in base ai principi della Sharia, che stabiliscono i loro diritti e doveri. Tutte le norme, leggi e regolamenti in Arabia Saudita, Costituzione inclusa , emanate dal Santo Corano e dal Profeta Maometto … pongono grande attenzione nel garantire l’avanzamento delle donne. L’Arabia Saudita ha firmato la Convenzione sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne, nel 2000, il suo contenuto è in linea con la politica del Regno di preservare i diritti delle donne. L’Arabia Saudita è determinata nella difesa dei diritti umani delle donne, ha detto … il progresso dell’ Arabia Saudita , per far avanzare lo status delle sue donne prosegue in linea con i valori della sua Santa Religione.

Beh, non c’è bisogno di grandi esempi per smentire totalmente queste affermazioni. Divieto di guidare, città concepite per “sole donne”, divieto di visita medica ed operazione chirurgica senza il consenso del marito o di colui che ne fa le veci, matrimoni forzati, senza limite di età minima, sono solo alcune delle restrizioni alle quali sono sottoposte le donne saudite.

Ecco, questi sono gli “esperti” Onu, indipendenti e professionisti, chiamati a giudicare Israele ed a redigere rapporti che si avvalgono di testimonianze di Hamas, Special rapporters antisemiti, Ong bugiarde, giudici che non giudicano, relatori “indipendenti” pagati da Paesi nei quali la shari’a è giudicata “magnanima”. Circa la metà dei membri della Commissione Onu per i Diritti Umani proviene da Paesi nei quali discriminazione e violazione sono la norma: Arabia Saudita, Bahrain, Tunisia, Egitto, Malesia, Sri Lanka e Russia. Ma “se l’ha detto l’Onu” deve essere vero! O no?

Grazie a UNwatch

Il castello delle menzogne, piano piano, crolla

E’ stata una delle foto più condivise durante l’operazione “Pillar of Defense” del   novembre 2012.

La morte di un neonato è sempre terribile e mostrare il suo cadavere non lascia indifferenti i lettori. E i principali media mondiali non si sono lasciati scappare la notizia: Washington Post, il Daily Mail, il Sun, il Telegraph, l’Huffington Post, MSN, Yahoo, CBC News, e, ovviamente, la BBC e il Guardian, fra gli altri. Come dire: il mondo dell’informazione.

L’accusa: Israele ha sparato un missile su una abitazione ad est di Gaza, che ha ucciso un bambino di 11 mesi, figlio del corrispondente della BBC Arabic Jihad Misharawi, nonché sua cognata (anche il fratello di Misharawi sarebbe perito in seguito a causa delle ferite riportate nell’esplosione).

Ecco quello che riportava Roy Greenslade, del Guardian, il 15 novembre: «Un bambino di 11 mesi, figlio di un corrispondente della BBC, è stato ucciso ieri durante un attacco aereo dell’aviazione israeliana sulla Striscia di Gaza».

E questa è la versione dello stesso giorno di Paul Owens e Tom McCarthy, del Guardian:

«Si è aperta una dolorosa nuova faida sui social media da giovedì, quando sono iniziate a circolare immagini di bambini morti o feriti durante il conflitto a Gaza. Hanno circolato le foto di Omar, il figlio di 11 mesi di Jihad Misharawi, ucciso mercoledì durante un attacco israeliano. Anche la cognata di Misharawi è rimasta uccisa nell’attacco di Gaza, mentre il fratello del bambino è rimasto gravemente ferito».

La foto all’articolo della Sherwood, del The Guardian. La didascalia “Militante del futuro?”

Più avanti, l’11 dicembre, in un aggiornamento sulle conseguenze del conflitto, così riportava Harriet Sherwood: «Dopo otto giorni di conflitto, ancora una volta è stata raggiunta una pace precaria fra Israele e Gaza. Hamas è in festa, ma per la gente comune non c’è motivo per festeggiare, fra le rovine di una città distrutta». E nella didascalia della foto che accompagnava l’articolo: «Jihad Misharawi piange mentre trattiene il corpo di suo figlio Omar, di 11 mesi, ucciso da un attacco israeliano».

Ovviamente, la morte di un neonato è sempre una orribile tragedia e nessuno può rimanere insensibile di fronte al dolore inimmaginabile di Jihad Misharawi.Tuttavia, come ogni fatto ritenuto degno di attenzione per il giornalismo professionale, i fatti contano; e in tanti nella blogosfera hanno avanzati seri dubbi sulla veridicità di questa notizia.

Elder of Ziyon and BBC Watch, fra gli altri blog (a suo tempo il Borghesino mostrò tutto il campionario delle vigliacche mistificazioni di Hamas, NdT), sono stati fra coloro che hanno esaminato i fatti e sostenuto la possibilità che Omar Misharawi fosse stato ucciso da un missile palestinese difettoso.

Elder ha fatto rilevare che «il foro nel soffitto sembrava molto simile a quello che lasciano i missili Qassam quanto colpiscono le abitazioni israeliane, e che le foto della casa nella quale è perito il bambino erano decisamente diverse da quelle colpite a Gaza dall’aviazione israeliana.

Hadar Sela, di BBC Watch, fece rilevare, il 25 novembre, che “la BBC ha ostinatamente evitato di condurre qualunque tipo di verifica sull’esistenza di bambini palestinesi uccisi o feriti da non meno di 152 missili palestinesi caduti accedentalmente in territorio gazano durante il conflitto». Il loro scetticismo risultava fondato.

Il 6 marzo l’UNHRC ha fornito l’anticipazione di un rapporto sul conflitto di novembre. Elder of Zyion ha avuto modo di accedere al documento. A pagina 14, un’inchiesta delle Nazioni Unite ha accertato che «il 14 novembre una donna, il suo bambino di 11 mesi e un ragazzo di 18 anni di Al-Zaitoun sono rimasti vittima di un missile palestinese ricaduto prima di giungere in Israele». E’ stato un missile palestinese ad aver ucciso il piccolo Omar, Hiba (la cognata di Jihad) e Ahmed (il fratellino di Omar, inizialmente gravemente ferito). Che la BBC, il Guardian o altre testate sentano il bisogno di rettificare i loro resoconti, rimarcando che furono i terroristi palestinesi, e non l’IDF, ad uccidere Omar, Hiba e Ahmed Misharawi, o che non lo facciano; Sela rileva che:

«E’ impossibile neutralizzare il danno provocato dalla BBC con questa notizia. Nessuna rettifica o offerta di scuse potrà cancellarla da Internet o dalla memoria di innumerevoli persone che a suo tempo l’hanno letta o sentita».

Sela, nel suo post del 25 novembre, sostenne che «la tragica vicenda di Omar Misharawi è stato usata e abusata per alimentare una propaganda secondo la quale Israele sarebbe un assassino di bambini».

In altre parole, a prescindere dal fatto che nuovi fatti resi noti contraddicano le conclusioni originarie, niente è appreso: la retorica letale riguardante la “cattiveria” dello stato ebraico continuerà indisturbata. E nulla cambierà.

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Chaim Herzog e il suo discorso all’ONU

10 novembre 1975

In merito all’adozione della risoluzione ONU 3379 che includeva l’equazione Sionismo=razzismo, l’Ambasciatore d’Israele Herzog insorse per denunciare la bassezza della risoluzione stessa e di coloro che si accingevano a votarne l’adozione. Nell’occasione tenne un discorso memorabile sull’origine e il significato del Sionismo e sul suo legame inscindibile col Popolo Ebraico, che in quel momento egli rappresentava, di fronte ad un consesso di nazioni apertamente ostili. Questo discorso figura nella Storia, fianco a fianco con i più famosi discorsi tenuti in pubblico per perorare la causa dei più basilari diritti umani, come il celebre “I have a dream” di M. Luther King che di Israele in altra occasione scrisse:

“I nostri fratelli in Africa hanno mendicato, implorato, supplicato, chiedendo che venisse riconosciuto ed attuato il nostro congenito diritto a vivere in pace sotto la nostra sovranità e nel nostro Paese. (…) Come dovrebbe essere facile, per chiunque abbia a cuore questo inalienabile diritto umano, comprendere e sostenere il diritto del Popolo Ebraico a vivere nell’antica terra d’Israele. Gli uomini di buona volontà esultano nel vedere la promessa di Dio realizzata, nel vedere il suo popolo che torna gioiosamente a ricostruire la sua terra devastata. QUESTO E’ IL SIONISMO, niente di più e niente di meno.”

E’ simbolico che questo dibattito, che potrebbe rivelarsi un punto di svolta nelle vicende delle Nazioni Unite e un fattore determinante per la possibile esistenza futura di questa organizzazione, debba avvenire il 10 novembre. Questa notte, 37 anni fa, è passata alla storia come Kristallnacht, o la Notte dei Cristalli. In quella notte del 10 novembre 1938, gli assalitori nazisti di Hitler lanciarono un attacco coordinato alla comunità ebraica in Germania, bruciarono le sinagoghe in tutte le città e si accesero roghi per le strade con i Libri Sacri, i rotoli della Legge Sacra e la Bibbia.

In quella notte le case ebraiche furono attaccate e i capi famiglia portati via, di questi non molti ritornarono. In quella notte le vetrine di tutti i negozi appartenenti agli ebrei furono distrutte e coprirono le strade delle città tedesche con uno strato di vetri rotti che si ridussero in milioni di cristalli, dando così il nome a quella notte: Kristallnacht, la Notte dei Cristalli. Quella notte ha portato infine ai forni crematori e alle camere a gas, ad Auschwitz, Birkenau, Dachau, Buchenwald, Theresienstadt, e altri. Quella notte ha portato all’olocausto più terrificante della storia dell’uomo.

E’ davvero giusto che questo progetto (la risoluzione in discussione n.d.r.), concepito nel desiderio di deviare il Medio Oriente dalle sue mosse verso la pace, e nato da una profonda sensazione pervasiva di antisemitismo, debba essere posto in discussione proprio in questo giorno che ricorda uno dei giorni più tragici di uno dei periodi più bui della nostra storia? E’ opportuno che le Nazioni Unite, che hanno iniziato la loro vita come alleanza anti-nazista, debbano, 30 anni dopo, ritrovarsi a diventare il centro mondiale dell’anti-semitismo? Hitler si sarebbe sentito a casa in diverse occasioni durante l’anno passato, ascoltando il procedimento dei lavori in questa forma e, soprattutto, al procedimento dei lavori nel corso del dibattito sul Sionismo.

È un’osservazione che fa riflettere e considerare fino a che punto questo Organismo è stato trascinato verso il basso, se siamo costretti oggi a contemplare un attacco contro il Sionismo. Poiché questo attacco costituisce non solo un attacco antisemita della più ripugnante sorta, ma anche un attacco in questo organismo mondiale contro l’ebraismo, una delle più antiche religioni nel mondo, una religione che ha dato al mondo i valori umani della Bibbia, una religione, da cui due altre grandi religioni, Cristianesimo e Islam, sorsero – una grande religione, consolidata, che ha dato al mondo la Bibbia con i suoi dieci comandamenti, i grandi profeti del passato, Mosè, Isaia, Amos, i grandi pensatori della storia, Maimonide, Spinoza, Marx, Einstein, molti dei maestri delle arti, e un’alta percentuale di premi Nobel del mondo, nelle scienze, le arti e le discipline umanistiche, come nessun altro popolo sulla terra.

Si può solo riflettere e meravigliarsi di fronte alla prospettiva dei Paesi che si considerano parte del mondo civilizzato e che si stanno unendo a questo primo attacco organizzato contro una religione stabilita fin dal Medioevo. Sì, a queste profondità, indietro fino al Medioevo, veniamo trascinati oggi da coloro che sostengono questa proposta di risoluzione.

Il progetto di risoluzione, prima della Terza Commissione era in origine una risoluzione che condannava il razzismo e il colonialismo, un argomento sul quale il consenso avrebbe potuto essere raggiunto, un consenso che è di grande importanza per tutti noi e per i nostri colleghi Africani in particolare. Tuttavia, invece di permettere che ciò accadesse, un gruppo di paesi, inebriato dalla sensazione di potere data alla maggioranza automatica, e senza tener conto dell’importanza di raggiungere un consenso su questo tema, ha pilotato la Commissione in modo sprezzante, con l’uso appunto della maggioranza automatica, fino a imporre il Sionismo come soggetto in discussione.

Non vengo a questa tribuna per difendere i valori morali e storici del popolo ebraico. Non hanno bisogno di essere difesi. Parlano da sé. Hanno dato agli uomini molto di ciò che è grande ed eterno. Hanno fatto per lo spirito dell’uomo più di quanto possa essere facilmente apprezzato in un forum come questo. Vengo qui a denunciare i due grandi mali che minacciano la società in generale e una società delle nazioni in particolare. Questi due mali sono l’odio e l’ignoranza. Questi due mali sono la forza motrice dietro i fautori di questa proposta di risoluzione e dei loro sostenitori. Questi due mali caratterizzano coloro che vorrebbero trascinare questa Organizzazione Mondiale, la cui idea fu concepita dai profeti di Israele, alle profondità a cui è stata trascinata oggi.

La chiave per comprendere il Sionismo sta nel suo nome. Nella Bibbia, la più occidentale delle due colline di Gerusalemme antica era chiamata Sion. Era il X secolo AC. Di fatto, il nome “Sion” appare 152 volte nell’Antico Testamento riferimento a Gerusalemme. Il nome è prevalentemente una denominazione poetica e profetica. Le qualità religiose ed emozionali del nome derivano dall’importanza di Gerusalemme come la Città Reale e la città del Tempio. “Monte Sion” è il luogo dove Dio abita, secondo la Bibbia.

Gerusalemme o Sion, è un luogo dove il Signore è il Re secondo Isaia, e dove ha installato il suo Re David, come citato nei Salmi. Il re Davide fece di Gerusalemme la capitale di Israele quasi 3000 anni fa, e Gerusalemme è rimasta la capitale da allora. Nel corso dei secoli il termine “Sion” è cresciuto e si è espanso a significare tutto Israele. Gli Israeliti in esilio non potevano dimenticare Sion. Il salmista ebraico, seduto presso le acque di Babilonia giurò: “Se ti dimentico, Gerusalemme, si paralizzi la mia destra” (Salmo 137, n.d.r.). Questo giuramento è stato ripetuto per migliaia di anni da parte degli ebrei di tutto il mondo. Si tratta di un giuramento che è stato fatto oltre 700 anni prima dell’avvento del Cristianesimo, e più di 1200 anni prima dell’avvento dell’Islam.

Alla luce di tutte queste connotazioni, Sion è venuto a significare la patria ebraica, simbolo dell’ebraismo, di aspirazioni nazionali ebraiche. Ogni Ebreo, mentre pregava il suo Dio, ovunque si trovasse nel mondo, si rivolgeva verso Gerusalemme. Queste preghiere hanno espresso per oltre 2000 anni di esilio, il desiderio del popolo ebraico di tornare alla sua antica patria, Israele. In realtà, una presenza continua ebraica, in numero maggiore o minore, è stata mantenuta nel paese nel corso dei secoli. Il Sionismo è il nome del Movimento Nazionale di Liberazione del Popolo Ebraico ed è l’espressione moderna del patrimonio ebraico. L’ideale sionista, come indicato nella Bibbia, è stato, ed è, parte integrante della religione ebraica.

Il Sionismo sta al popolo ebraico, come il movimento di liberazione dell’Africa e dell’Asia sono stati ai loro popoli. Il Sionismo è uno dei più emozionanti e costruttivi movimenti nazionali nella storia umana. Storicamente, si basa su una connessione univoca e ininterrotta, che si estende per circa 4.000 anni, tra il Popolo del Libro e la Terra della Bibbia. In tempi moderni, nel tardo Ottocento, spinto dalle forze gemelle della persecuzione antisemita e dal nazionalismo, il popolo ebraico ha organizzato il Movimento Sionista, al fine di trasformare il suo sogno in realtà. Il Sionismo, come movimento politico, ha rappresentato la rivolta di una nazione oppressa contro i saccheggi e la discriminazione e l’oppressione dei malvagi dei paesi in cui l’antisemitismo fiorì.

Abba Kovner (a sinistra), uno dei leader della resistenza ebraica a Vilnius,1944 

Non è di certo una coincidenza, e non sorprende affatto, che gli sponsor e sostenitori di questo progetto di risoluzione includano paesi che sono stati e sono colpevoli ancor oggi del crimine orribile di antisemitismo e di discriminazione. Il supporto agli obiettivi del Sionismo è stato scritto nel Mandato della Lega delle Nazioni per la Palestina, ed è stato nuovamente approvato dalle Nazioni Unite nel 1947, quando l’Assemblea generale ha votato con una maggioranza schiacciante per la restaurazione dell’indipendenza ebraica nella nostra antica terra.

Il ristabilimento dell’indipendenza ebraica in Israele, dopo secoli di lotta per superare la conquista estera e l’esilio, è una rivendicazione dei concetti fondamentali di parità delle nazioni e di autodeterminazione. Mettere in discussione il diritto del popolo ebraico all’esistenza nazionale e la sua libertà, non è solo di negare al popolo ebraico il diritto accordato a ogni altro popolo in questo mondo, ma è anche negare i precetti centrali delle Nazioni Unite.

Perché il sionismo non è altro – e niente di meno – che il senso di origine e destinazione verso la terra del Popolo Ebraico, la terra eternamente legata al suo nome. E ‘anche lo strumento con cui il popolo ebraico chiede una realizzazione autentica di se stesso.

La resistenza nei ghetti: la Brigata Partigiana “Lenin”

E il dramma si compie nella regione in cui la nazione araba ha realizzato la sua sovranità in 20 Stati, che contano un centinaio di milioni di persone in quattro milioni e mezzo di chilometri quadrati, con grandi risorse. Il problema quindi non è se il mondo verrà a patti con il nazionalismo arabo. La domanda è: fino a che punto il nazionalismo arabo, con la sua sovrabbondanza prodigiosa di vantaggio, ricchezza e opportunità, verrà a patti con i modesti ma uguali diritti di un altro Paese mediorientale a proseguire la sua vita in sicurezza e pace?

Le feroci diatribe sul Sionismo espresso qui dai rappresentanti arabi, possono dare a questa Assemblea l’impressione sbagliata che mentre il resto del mondo ha sostenuto il Movimento di Liberazione Nazionale Ebraico, il mondo arabo sia sempre stato ostile al Sionismo. Ma non è affatto così.

I leader arabi, al corrente dei diritti del popolo ebraico, hanno avallato pienamente le virtù del Sionismo. Lo Sceriffo Hussein, il leader del mondo arabo durante la Prima Guerra Mondiale, ha accolto il ritorno degli ebrei in Palestina. Suo figlio, l’Emiro Feisal, che ha rappresentato il mondo arabo alla Conferenza di Pace di Parigi ha avuto questo da dire circa il sionismo, il 3 marzo 1919:

“Noi arabi, in particolare i più colti fra noi, guardiamo con profonda simpatia al movimento Sionista… noi auguriamo agli Ebrei un cordiale bentornati a casa… Stiamo lavorando insieme per un Vicino Oriente riformato e rinnovato, e i nostri due movimenti si completano l’un l’altro. Il movimento è nazionale e non imperialista. C’è spazio in Siria per entrambi. Anzi, penso che nessuno dei due possa raggiungere un pieno successo senza l’altro.”

L’Emiro Feisal (Faysal ibn al-Husayn ibn ʿAlī) primo re dell’Iraq e re della Siria, fu animatore della Rivolta Araba contro gli Ottomani.

E’ forse pertinente a questo punto ricordare, che nel 1947, quando la questione della Palestina è stata oggetto di dibattito in seno alle Nazioni Unite, l’Unione Sovietica ha sostenuto con forza la lotta di indipendenza ebraica. E’ particolarmente importante ricordare alcune delle osservazioni di Mr. Andrei Gromyko il 14 maggio 1947, un anno prima della nostra indipendenza:

“Come sappiamo, le aspirazioni di una parte considerevole del Popolo Ebraico sono collegate con il problema della Palestina e della sua futura amministrazione. Questo fatto non richiede grandi prove… Durante l’ultima guerra, il Popolo Ebraico ha subito dolore e sofferenze eccezionali. Senza alcuna esagerazione, questo dolore e questa sofferenza sono indescrivibili. E’ difficile esprimerli in aride statistiche sulle vittime delle aggressori fasciste. Gli Ebrei nei territori dove gli hitleriani imperavano, sono stati sottoposti al quasi completo annientamento fisico. Il numero totale degli ebrei che morirono per mano del boia nazista è stimato a circa sei milioni… “

“Le Nazioni Unite non possono e non devono considerare questa situazione con indifferenza, poiché questo sarebbe incompatibile con gli alti principi proclamati nella sua Carta, che prevede la difesa dei Diritti Umani, a prescindere da razza, religione o sesso…”

“Il fatto che nessuno Stato dell’Europa occidentale sia stato in grado di assicurare la difesa dei diritti elementari del Popolo Ebraico e di salvaguardarlo contro la violenza dei carnefici fascisti, spiega le aspirazioni degli ebrei a stabilire il proprio Stato. Sarebbe ingiusto non tenerne conto e negare il diritto del Popolo Ebraico a realizzare questa aspirazione.”

Queste sono le parole del signor Andrei Gromyko alla sessione dell’Assemblea Generale il 14 maggio 1947. Quanto è triste vedere qui un gruppo di nazioni, molte delle quali solo di recente si sono liberate dal dominio coloniale, deridere uno dei movimenti di liberazione più nobili di questo secolo, un movimento che non solo ha dato un esempio di incoraggiamento e di determinazione alle persone che lottano per l’indipendenza, ma che ha anche attivamente aiutato molti di loro, durante il periodo di preparazione per la loro indipendenza, o subito dopo. Qui avete un movimento, incarnazione di un unico spirito pionieristico, della dignità del lavoro e di sostegno ai valori umani, un movimento che ha presentato al mondo un esempio di uguaglianza sociale e aperta democrazia, che viene associato in questa risoluzione con ripugnanti concetti politici.

Noi, in Israele, abbiamo cercato di creare una società che si sforza di attuare gli ideali più alti di società -politica, sociale e culturale – per tutti gli abitanti di Israele, a prescindere dal credo religioso, razza o sesso. Mostratemi un’altra società così pluralistica nella quale, nonostante tutti i problemi difficili tra i quali viviamo, Ebrei e Arabi convivono con un tale grado di armonia, in cui sono osservati la dignità e i diritti dell’uomo di fronte alla legge, in cui la condanna a morte non viene applicata, in cui la libertà di parola, di movimento, di pensiero, di espressione sono garantite, in cui anche i movimenti che si oppongono ai nostri obiettivi nazionali, sono rappresentati nel nostro Parlamento.

I delegati arabi parlano di razzismo. E non ci sta nella loro bocca. Che cosa è successo agli 800.000 Ebrei che hanno vissuto per oltre 2.000 anni nei paesi arabi, che hanno costituito alcune delle più antiche comunità molto tempo prima dell’avvento dell’Islam? Dove sono queste comunità? Che cosa è accaduto alla gente, cosa è successo alle loro proprietà? Gli Ebrei erano una volta una delle comunità più importanti nei paesi del Medio Oriente, i leader del pensiero, del commercio, della scienza medica. Dove sono nella società araba di oggi?

Osate parlare di razzismo quando posso indicare con orgoglio i Ministri arabi che hanno prestato servizio nel mio Governo, il Vice Presidente arabo del mio Parlamento, i funzionari arabi e gli uomini che servono di loro spontanea volontà nelle nostre forze armate, polizia di frontiera e, spesso, comandano le truppe ebraiche; le centinaia di migliaia di arabi provenienti da tutto il Medio Oriente che affollano le città di Israele ogni anno, e migliaia di arabi provenienti da tutto il Medio Oriente in arrivo per cure mediche in Israele, la coesistenza pacifica che si è sviluppata, al punto che l’arabo è lingua ufficiale in Israele al pari con l’ebraico; il fatto che sia più naturale per un arabo servire in carica pubblica in Israele, in quanto è assurdo pensare ad un Ebreo che serve in un qualsiasi pubblico ufficio in un paese arabo, sempre che vengano ammessi in questi paesi. E’ questo il razzismo? No, non lo è. Questo è il Sionismo.

Il nostro è un tentativo di costruire una società, seppure imperfetta – e quale società può dirsi perfetta?- in cui le visioni dei profeti di Israele siano realizzate. So che abbiamo dei problemi. So che molti non sono d’accordo con le politiche del nostro governo. Anche molti in Israele discordano di volta in volta con le politiche del Governo, e sono liberi di farlo, perché il Sionismo ha creato il primo e unico vero e proprio Stato democratico in una parte del mondo che non conosceva realmente la democrazia e la libertà di parola.

Questa risoluzione maligna, progettata per distrarci dal suo vero scopo, fa parte di un pericoloso idioma antisemita che viene insinuato in ogni dibattito pubblico da parte di coloro che hanno giurato di bloccare il passaggio verso l’accoglienza e, infine, verso la pace in Medio Oriente. Questo, insieme con mosse simili, è stato progettato per sabotare gli sforzi della Conferenza di Ginevra per la pace in Medio Oriente. Stiamo vedendo qui oggi nient’altro che un’ulteriore manifestazione dell’amaro odio antisemita, anti-ebraico che anima la società araba.

Chi avrebbe mai creduto che nell’anno 1975 le falsità maligne dei Protocolli dei Savi di Sion, sarebbero state distribuite ufficialmente dai governi arabi? Chi avrebbe mai creduto che avremmo oggi contemplato una società araba che insegna il più vile odio anti-ebraico negli asili? Chi avrebbe mai creduto che un capo di Stato arabo si sentisse obbligato a praticare pubblicamente l’antisemitismo della più bassa lega quando visita una nazione amica?

L’arabo è la seconda lingua ufficiale i Israele

Siamo attaccati da una società che è motivata dalla forma più estrema di razzismo conosciuta nel mondo di oggi. Questo è il razzismo che è stato espresso in modo sintetico nelle parole del leader dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), Yasser Arafat, nel suo discorso di apertura in un simposio a Tripoli, in Libia, cito: “Non ci sarà nessuna presenza nella regione eccetto per la presenza araba”. In altre parole, in Medio Oriente, dall’Oceano Atlantico al Golfo Persico, una sola presenza è permessa, e cioè la presenza araba. Nessun altro popolo, indipendentemente da quanto sono profonde le sue radici nella regione, deve essere ammesso a godere del suo diritto all’auto-determinazione. Guardate il tragico destino dei Curdi in Iraq. Guardate cosa è successo alla popolazione nera nel sud del Sudan. Guardate il pericolo terribile, in cui un’intera comunità di Cristiani si trova in Libano. Guardate la politica dichiarata dell’OLP, che nel suo Patto della Palestina prevede la distruzione dello Stato di Israele, che nega qualsiasi forma di compromesso sulla questione palestinese, e che, nelle parole del suo rappresentante solo l’altro giorno in questo stesso edificio, considera Tel Aviv un “territorio occupato”.

Guardate tutto questo e vedrete davanti a voi la causa principale della risoluzione perniciosa portata dinanzi a questa Assemblea. Vedrete i mali gemelli di questo mondo, al lavoro: l’odio cieco dei fautori arabi della presente risoluzione, e l’ignoranza abissale e la malvagità di coloro che li sostengono. La questione prima di questa Assemblea non è Israele e non è il Sionismo. Il problema è il destino di questa Organizzazione. Concepita nello spirito dei profeti d’Israele, nata da una alleanza anti-nazista, dopo la tragedia della Seconda Guerra Mondiale, è degenerata in un Forum che è stato descritto la settimana scorsa da uno dei maggiori scrittori di un importante organo sociale per il pensiero liberale in Occidente in questo modo, cito:

è rapidamente diventato una delle creazioni più corrotte e corruttrici di tutta la storia delle istituzioni umane… pressoché senza eccezioni, la maggioranza proviene da Stati noti per l’oppressione razzista di ogni colore immaginabile…””Israele è una democrazia sociale …il suo popolo e il suo Governo hanno un profondo rispetto per la vita umana, così appassionato che, nonostante ogni provocazione immaginabile, si sono rifiutati per un quarto di secolo di giustiziare anche solo un singolo terrorista catturato. Essi hanno anche una cultura antica ma vigorosa, e una tecnologia fiorente. La combinazione di qualità nazionali che hanno assemblato nelle loro breve esistenza come Stato è una perenne condanna che inasprisce la maggior parte dei nuovi paesi i cui rappresentanti si pavoneggiano nel palazzo delle Nazioni Unite.”Così Israele è invidiato e odiato, e ogni sforzo viene messo in atto per distruggerlo. Lo sterminio degli israeliani è stato a lungo l’obiettivo principale del terrorismo internazionale, ma hanno calcolato che se si può spezzare Israele, allora tutto il resto della civiltà è vulnerabile ai loro assalti”.

Tel Aviv

E poi conclude:

“La triste verità, temo, è che le candele della civiltà stanno bruciando sempre più in basso. Il mondo è sempre più governato non tanto dal capitalismo, o dal comunismo o dalla democrazia sociale, o addirittura dalla barbarie tribale, quanto piuttosto da un lessico falso, fatto di cliché politici, accumulato in oltre mezzo secolo e che ora sta assumendo una sorta di degenerazione verso l’autorità sacerdotale… Tutti noi sappiamo di che si tratta…” 

Nel corso dei secoli è toccato in sorte al mio popolo di essere la cartina al tornasole della decenza umana, il metro di paragone della civiltà, il crogiolo in cui duraturi valori umani devono essere testati. Il livello di umanità di una nazione potrebbe sempre essere giudicato dal suo comportamento verso la sua popolazione ebraica. E ‘sempre cominciato con gli ebrei, ma non si è conclusa con loro.

Vita di tutti i giorni in Israele

I pogrom anti-ebraici nella Russia zarista erano solo la punta di un iceberg che ha rivelato il marciume intrinseco del regime, che ben presto scomparve nella tempesta della rivoluzione. Gli eccessi antisemiti dei nazisti solo pallidamente prefigurarono la catastrofe che doveva colpire l’umanità in Europa. Questa scellerata risoluzione deve suonare la sveglia per tutte le persone oneste del mondo. Il popolo ebraico, come cartina al tornasole, purtroppo non ha mai commesso un errore. Le implicazioni inerenti a questa mossa vergognosa sono davvero terrificanti. Su questo tema, il mondo rappresentato in questa sala si è diviso in buono e cattivo, dignitoso e abietto, umano e degradato. Noi, Popolo Ebraico, ricorderemo nella storia la nostra gratitudine a quelle nazioni che si sono alzate in piedi e che hanno rifiutato di sostenere questa proposta sciagurata. So che questo episodio avrà rafforzato le forze della libertà e del decoro in questo mondo e li hanno fortificati nella loro volontà di rafforzare gli ideali che tanto apprezzano. So che questo episodio avrà rafforzato il Sionismo come ha indebolito le Nazioni Unite.

Mentre sono su questa tribuna, la storia lunga e orgogliosa del mio popolo si dipana davanti al mio occhio interiore, vedo gli oppressori del nostro popolo nel corso dei secoli che passano uno dopo l’altro in una nefanda processione verso l’oblio. Mi trovo qui davanti a voi in qualità di rappresentante di un popolo forte e rigoglioso, che è sopravvissuto a tutti e che sopravviverà a questo spettacolo vergognoso e ai sostenitori di questa risoluzione. Io sono qui come rappresentante di un popolo di profeti, che ha dato a questo mondo la profezia sublime che animava i fondatori di questa Organizzazione mondiale e che adorna l’ingresso di questo edificio:

“… Un popolo non alzerà più la spada contro un altro popolo, non si eserciteranno più nell’arte della guerra” (Isaia ii, 4) 

Tre versi prima di questo, il profeta Isaia proclamava:

“E avverrà negli ultimi giorni… Poiché da Sion uscirà la legge e la parola del Signore da Gerusalemme”. (Isaia, ii, 2 e 3)

Mentre sono su questa tribuna, i grandi momenti della storia ebraica mi vengono in mente mentre vi affronto, ancora una volta in inferiorità numerica e come aspirante vittima di odio, ignoranza e male. Ripenso a quei grandi momenti. Ricordo la grandezza di una nazione che ho l’onore di rappresentare in questo forum. Ho in mente in questo momento tutto il Popolo Ebraico in tutto il mondo ovunque i suoi membri si trovino, sia in libertà che in schiavitù, le cui preghiere e i cui pensieri sono con me in questo momento. Io sono qui non come supplice. Votate come le vostre coscienze e la vostra morale vi impongono. Poiché il problema non è Israele o il Sionismo. Il problema è la sopravvivenza dell’Organizzazione che è stata trascinata al suo livello più basso di discredito da una coalizione di dispotismi e di razzisti.

Il voto di ogni delegazione registrerà nella storia la posizione del suo paese rispetto al razzismo antisemita e anti-ebraico. Voi stessi porterete la responsabilità per la vostra presa di posizione di fronte alla storia, poiché in ragione della vostra posizione sarete visti dalla storia. Ma noi, Popolo Ebraico, non dimentichiamo.

Tel Aviv

Per noi, il Popolo Ebraico, questo non è che un episodio di passaggio in una storia ricca e piena di eventi. Abbiamo messo la nostra fiducia nella nostra Provvidenza, nella nostra fede e nel nostro credo, nella nostra tradizione santificata dal tempo, nella nostra lotta per l’avanzamento sociale e per i valori umani, nelle nostra gente, ovunque si trovi.

Per noi, il Popolo Ebraico, questa risoluzione, basata sull’odio, la menzogna e l’arroganza, è priva di qualsiasi valore morale o legale. Per noi, il Popolo Ebraico, questo non è altro che un pezzo di carta, e verrà trattato come tale.

(Il 16 Dicembre 1991, l’Onu ritiro’ la mozione del 10 Novembre 1975)

Articolo già apparso QUI