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I Top Ten per il centro Wiesenthal

Fine anno, tempo di bilanci. Il Centro Simon Wiesenthal pubblica i top ten dell’antisemitismo/Israelofobia 2013.

Il primo posto se lo aggiudica l’ayatollah Khamenei:

“Cani rabbiosi… non possono essere chiamati umani…”

Pochi leaders politici hanno condannato il leader supremo Ayatollah Khamenei per le sue continue minacce pubbliche di genocidio contro lo Stato ebraico e le sue dichiarazioni sprezzanti. Riferendosi a Israele come il “cane rabbioso della regione”, ha aggiunto, “I suoi leader sembrano bestie e non possono essere chiamati umani. ” Per tutto il 2013, l’ayatollah anti-semita e anti-Israele ha dato sfogo al suo odio, senza sosta. Alla vigilia delle elezioni iraniane, Khamenei ha dichiarato che i “sionisti” sono il vero potere negli Stati Uniti, aggiornando il vecchio stereotipo di una cospirazione ebraica mondiale. Vincitore assoluto.

Al secondo posto, Recip Tayyip Erdogan, Primo Ministro turco. Nonostante Ankara sia storicamente uno dei partner commerciali di Israele e suo alleato strategico, l’anno di Erdogan da primo ministro turco è stato caratterizzato da un’estrema animosità verso Israele. In risposta alle manifestazioni anti-governative in Gezi Park a Istanbul , Erdogan , ha usato espressioni come ” La Diaspora ebraica “, e “lobbies di interessi” per definire il dissenso. Per Erdogan inoltre, l’estromissione di Mohammed Morsi da parte dei militari, in Egitto, è stato istigato da Israele . Nel mese di dicembre, Erdogan e i suoi media accusavano una cospirazione di ” potenze straniere ” per l’ennesimo scandalo di corruzione venuto alla luce, addossando la responsabilità della crisi alla “lobby del tasso di interesse “. Il New York Times riferi’ che i presunti colpevoli citati dai media erano Stati Uniti e Israele …

E come deludere Richard Falk? Si aggiudica un bel terzo posto, meritatissimo. Ormai le sue dichiarazioni allucinate suscitano imbarazzo anche tra coloro che non si possono propriamente annoverare tra gli “amici” di Israele. Richard Falk , relatore speciale delle Nazioni Unite per la Palestina (sigh!) accusa Israele di ” genocidio “. Falk ha detto alla televisione russa RT :

“Quando è preso di mira un gruppo , un gruppo etnico, infliggendo punizioni collettive, cio’  è in effetti alimentare una sorta di disegno criminoso genocida “.

Falk ha una lunga e sordida storia di odio per Israele ed antisemitismo . Ha asserito che Israele potrebbe avere un programma di sterminio dei Palestinesi simile a quello pianificato dai nazisti. Ha giustificato il terrorismo palestinese in termini di ” diritto di resistenza” , aggiungendo che gli attentati suicidi sono l’unico modo per infliggere un danno sufficiente a Israele in modo che “la lotta possa andare avanti . ” Falk nega che Hamas sia un’organizzazione terroristica , sostenendo che il blocco israeliano ha portato Gaza ” sull’orlo della fame collettiva” , imponendo una “esistenza sub- umana a un popolo “, e che le politiche di Israele sono ” davvero genocide “. Nel 2011 , Falk ha pubblicato una vignetta sul suo blog in merito all’atto d’accusa del Tribunale penale internazionale contro Muhammar Gheddafi , con l’immagine di un cane con una kippah e una maglia con scritto USA , mentre urina su Lady Giustizia e divora ossa umane insanguinate . Falk in seguito ha riconosciuto la vignetta come antisemita e si è scusato dicendo: ” … dobbiamo anche fare la pace con la natura , e trattare gli animali con tanto rispetto quanto è possibile”. Il Segretario generale dell’ONU, Ban Ki -moon, ha condannato Falk per le sue teorie riguardo agli  attacchi dell’11 / 9, un “gioco dal di dentro” secondo Falk.

Il quarto posto spetta al movimento BDS: Boicottaggio / Disinvestimento / Sanzioni /  punto di svolta della demonizzazione globale di Israele e all’ASA, American Studies Association. L’intero mondo arabo è in fiamme e l’americana ASA ha votato per diffamare l’unica vera società libera rimasta sulla mappa del Medio Oriente. Questo è un atto di infamia, non solo per attaccare le istituzioni accademiche israeliane ma gli ebrei in tutto il mondo. Alla domanda sul perché lo Stato ebraico (non Cuba, non la Corea del Nord o la Cina), è stato scelto per il boicottaggio,  Il presidente dell’ASA, il professor Curtis Marez, ha risposto: “Dobbiamo iniziare da qualche parte.”

In realtà, il voto ASA puzza di fanatismo e di un doppio standard pericoloso. Evidenzia con la sua decisione il rifiuto volontario di condannare i veri architetti del muro di separazione – i terroristi e i loro sostenitori che non possono accettare l’esistenza di un piccolo Stato ebraico tra i 23 stati arabi.

Roger Waters, musicista di quelli che un tempo furono i mitici Pink Floyd, attivista del movimento BDS, esibisce un pallone a forma di maiale nei suoi concerti sul quale sono disegnati i “simboli del male” fra i quali figura anche una Stella di David. Chiama Israele “stato di apartheid”  e lo paragona ai nazisti tedeschi. L’Osservatore Romano ha definito l’atteggiamento di Waters “sfrenato antisemitismo”. 

La United Church of Canada, per aver contribuito ad avvelenare le relazioni inter-religiose. Mentre i cristiani soffrono e sono decimati in Siria, mentre sono stati cancellati dall’Iraq  e minacciati di scomparsa in Egitto, la Chiesa Unita del Canada ha approvato il boicottaggio di Israele, l’unico stato del Medio Oriente che garantisce la piena libertà religiosa e la protezione di tutte le fedi. Tali mosse palesemente offensive, ostacolano le speranze di pace e riconciliazione in “Terra Santa” e hanno l’effetto di avvelenare le relazioni interreligiose in Canada.

Al quinto posto il Centro Simon Wiesenthal colloca il partito neo nazista ungherese Jobbk, che continua a fomentare l’odio per gli Ebrei. Marton Gyongyosi, deputato leader del gruppo, ha chiesto un registro di tutti gli Ebrei  residenti in Ungheria, come “misura di sicurezza”. Ora ha aggiunto il revisionismo alla sua agenda politica. “E’ è diventato un business fantastico andarsene in giro a trastullarsi con i numeri”. Ha inoltre affermato che Israele, “… gestisce un sistema nazista basato sulla razza,” e che “gli ebrei stanno cercando di costruire al di fuori di Israele. C’è una sorta di espansionismo nel loro comportamento.” Per quanto riguarda il Medio Oriente, Gyongyosi ha annunciato una serie di prossime conferenze sulla “minaccia sionista alla Pace”.

Il sesto posto se lo guadagnano quei personaggi pubblici che hanno dichiarato apertamente la loro simpatia per Hitler. La cantante libanese Najwa Karam è una superstar con 50 milioni di dischi venduti. Era il “volto arabo” per L’Oreal ed era stata nella giuria della versione araba dell’American Idol, l’Arabs Got Talent. La serie pan-araba ha riscosso un successo paragonabile a quella americana, raggiungendo milioni di case. Purtroppo, Najwa Karam è anche una ammiratrice di Hitler.  Alla domanda postale alla TV libanese, nel programma Talk of the Town, di scegliere gli attributi di sei uomini famosi per creare il suo “uomo ideale”, ha scelto di Hitler la “persuasiva” capacità di parlare. Mai scusata. Il Centro Wiesenthal ha chiesto alla società che possiede il programma di rimuoverla dal suo ruolo di “giudice”.

A Mehmet Sahin, un musulmano, assistente sociale olandese, è stato chiesto – dalla TV nazionale – di intervistare i giovani in difficoltà nella sua comunità. Il risultato sono state le scioccanti dichiarazioni dei ragazzi musulmani olandesi, ad esempio: “Quello che Hitler ha fatto agli Ebrei è bene, secondo me”, “Hitler avrebbe ucciso tutti gli Ebrei “, dice sorridendo un altro. Mehmet ha promesso di fare tutto quanto in suo potere per dissuadere i giovani dal loro odio. Le minacce ricevute in seguito, hanno costretto lui e la sua famiglia a essere trasferiti dalle autorità olandesi in un piccolo villaggio.

Il leader spirituale dei Fratelli Musulmani in Egitto, Yusuf al Qaradawi ha dichiarato:

“Nel corso della storia Allah ha decretato per gli Ebrei punizioni per la loro corruzione. L’ultima punizione è stata effettuata da Adolf Hitler. ”

Il religioso iracheno Qays bin Khalil al Kalbi, ha detto durante una visita negli Usa:

“Allah vi ha scelto come il più miserabile di tutti i popoli. Allah vi ha scelto come il popolo più adatto a diventare maiali e scimmie …. Allah ha scelto Hitler per uccidervi, quindi chi è migliore, voi o lui? ”

Al settimo posto le vignette diffamanti. Zeon, un disegnatore francese, è ossessionato da Israele e dagli Ebrei. Usa continuamente lo stereotipo de “l’accusa del sangue” e tutti i classici dell’antisemitismo.

una vignetta di Zeon

“l’arte” di Zeon

In Germania, il dibattito sul nucleare iraniano è stato segnato da vignette di due giornali diversi (La Badische Zeitung e la Stuttgarter Zeitung) che raffiguravano il Primo ministro israeliano Netanyahu in procinto di “avvelenare” i colloqui. Fa venire in mente l’antica accusa di avvelenare i pozzi, vero? Questa volta non è l’acqua potabile a essere avvelenata, ma piuttosto ogni speranza di pace.

Il giornale norvegese Dagbladet ha pubblicato una grottesca vignetta raffigurante la circoncisione come pratica barbara e crudele. Il disegnatore Thomas Drefvelin ha sostenuto di non aver pensato agli Ebrei disegnandola e ha spiegato che i personaggi della vignetta hanno quei tratti caratteristici ebraici solo per dare loro un tono più religioso!

All’ottavo posto il distretto scolastico di Pine Bush, NY, nel quale gli studenti Ebrei sono stati presi di mira con insulti antisemiti e aggressioni fisiche da parte di bulli che, tra le altre cose, li hanno costretti a tuffarsi in bidoni della spazzatura per recuperare delle monete. Bambini Ebrei in viaggio sul bus scolastico costretti a sopportare saluti nazisti e grida di “Potere Bianco”. Ad una ragazza disegnarono una svastica sul volto, mentre un ragazzo Ebreo dichiaro’ di essere stato picchiato con una mazza da hockey. La scuola è stata denunciata dai genitori degli alunni aggrediti per non aver fatto nulla per fermare l’abuso. Informato delle aggressioni antisemite, un funzionario scolastico ha risposto: “Le vostre aspettative di veder cambiare un pregiudizio innato potrebbero essere un po’ irrealistiche.” Il governatore di New York,  Andrew Cuomo, ha chiesto un’indagine.

Al nono posto il “potere della penna velenosa” di Alice Walker , vincitrice del Premio Pulitzer. Circa il 25 % dell’ultimo libro di Alice Walker , Pin in the cushion, è una diatriba contro lo Stato ebraico . Walker descrive Gaza governata da Hamas come un luogo benigno , ignorando che i terroristi utilizzano le aree densamente popolate come trampolino di lancio privilegiato per i missili contro i civili israeliani . Paragonando gli Israeliani ai nazisti , ha dichiarato , “Perché io riconosco la brutalità con la quale i miei antenati sono stati trattati , posso identificare lo spregevole comportamento senza legge e sadico che ha caratterizzato i tentativi di Israele di cancellare un popolo – i Palestinesi – dalla propria terra ” Quando un’ anziana Palestinese ebbe un dono da Walker , la ringrazio’ augurandole, “Che Dio ti protegga dagli Ebrei .” E Walker , ( riferendosi al suo ex – marito , l’avvocato per i diritti civili Dan Levinthal ) rispose: ” E ‘ troppo tardi, ne ho già sposato uno.” E non contenta aggiunse,” Questo popolo sa come odiare e come punire severamente gli altri . ”

Ex-aequo Max Blumenthal che utilizza titoli per i capitoli nel suo libro Golia come “Campo Estivo di Distruzione ‘, Appuntamento con il diavolo “,” There Is No Dream ” “Il campo di concentramento”, e “La Notte dei Vetri Infranti”, e “Come uccidere goy e influenzare la gente” per equiparare gli israeliani con i nazisti. Egli cita la Shoah per chiedere: “[E ‘giusto] che le vittime Ebree dei nazisti impongano la loro giornata dell’indipendenza sulla tragedia quotidiana di un altro popolo? ” Cita con approvazione la descrizione dei soldati israeliani come “giudeo-nazisti. La sua spiegazione per il conflitto arabo-israeliano è “impulsi nazionalistici della società israeliana” e politici israeliani che «si superano l’un l’altro facendo a gara per l’esaltazione più convincente della violenza contro i malfattori arabi ” e che incitano ” alla violenza non provocata contro gli arabi “, così come “indottrinano i bambini Ebrei alla cultura del militarismo”.

E al decimo posto lo sport. Nel 2013 , i valori fondamentali dello sport, il rispetto reciproco , la competizione leale e l’equità , sono stati funestati e sminuiti dal razzismo e dall’antisemitismo europeo.

Gli stadi sono diventati contenitori dei vari bigottismi e gli Ebrei sono stati, ancora una volta, tra i principali obiettivi. La UEFA ( Union of European Football Associations) ha aperto un procedimento disciplinare per il comportamento dei tifosi di calcio italiani che cantavano slogan antisemiti contro un club inglese nel mese di novembre .

Ad un torneo di calcio indoor, al Centro Comunale dello Sport di Lodz , in Polonia , i fans hanno gettato stelle ninja alla foto di una caricatura antisemita . Gli amministratori della struttura erano così imbarazzati e sconvolti che hanno annunciato : “Il comportamento antisemita e offensivo dei partecipanti al torneo obbliga il Centro a prendere la decisione di non affittare la sala di nuovo per questo tipo di evento . ”

La “quenelle” di Anelka, il nuovo segno nazista

L’Ungheria giocherà quella che potrebbe essere la sua più importante partita di calcio dell’anno in uno stadio vuoto . La FIFA (International Football Association) ha stabilito che la partita deve essere giocata a porte chiuse come punizione per il ” canto aberrante e antisemita “, da parte dei sostenitori della squadra ungherese, durante una partita contro Israele, lo scorso agosto .

Il Continental Hockey League ha multato la squadra  Dinamo Riga per un milione di rubli, dopo che era stata dispiegata una grande svastica sul ghiaccio, in una cerimonia per onorare il 95 ° anniversario della Repubblica lettone. Nel frattempo in Croazia , Josip Simunic , una delle stelle della squadra nazionale di calcio della Croazia , ha condotto una chat filonazista durante le celebrazioni di qualificazione alla Coppa del Mondo del suo paese . E’ stato sanzionato con il divieto di giocare 10 partite e gli è stato impedito di giocare in Coppa del Mondo 2014 .

That’s all folks! Buon anno nuovo!

Robert Fisk: Hajj Amin? Un filo-palestinese

Robert Fisk è un “esperto di Medio Oriente”. Lavora per il “The Indipendent”. In quanto esperto, i suoi errori storici grossolani gli sono stati più volte rimarcati, per esempio quelli del suo The Great War of civilization da Efraim Karsh: Gesù nacque a Betlemme, non, come scrive Fisk, a Gerusalemme. Il califfo Alì, cugino del profeta Maometto e suo genero, fu ucciso nel corso dell’anno 661, non nel 8 ° secolo. L’Emiro Abdallah divenne re di Transgiordania nel 1946, non 1921, e sia lui che suo fratello minore, il re Faisal I dell’Iraq, non proveniva da una “tribù del Golfo”, ma piuttosto dagli Hashemiti, dall’altra parte della penisola arabica.

Robert Fisk

La monarchia iraqena fu rovesciata nel 1958, non nel 1962, Hajj Amin al-Husseini, il mufti di Gerusalemme, fu nominato dalle autorità britanniche, non eletto; l’Ayatollah Khomeini trasferi’ il suo esilio dalla Turchia verso la città santa sciita di Najaf non durante il regime di Saddam Hussein, ma quattordici anni prima che Saddam prendesse il potere. La risoluzione 242 del Consiglio di Sicurezza  fu approvata nel novembre 1967, non nel 1968; Anwar Sadat firmo’ un trattato di pace con Israele nel 1979, non nel 1977, e fu assassinato nel mese di ottobre 1981, non del 1979. Yitzhak Rabin fu ministro della Difesa, non Primo ministro, durante la prima intifada palestinese, e al Qaeda fu fondata nel 1998, non un decennio prima. E così via.

Le “frasi celebri” di Fisk

Frisk è specializzato nelle accuse contro Israele; le sue accuse – che spesso è stato obbligato a ritrattare- sono documentate fin dal 1994. Per esempio, della crescita del radicalismo islamico in Libano, diceva:

Ho visto il volgersi della popolazione musulmana da amichevole ad odiatrice dell’occidente … Tutto è iniziato con l’invasione israeliana del Libano nel 1982. Quell’anno cambiò il Libano per sempre.”

Naturalmente in Libano la polarizzazione religiosa e l’anarchia politica non iniziarono nel 1982, ma dodici anni prima, nel 1970, quando il fallito tentativo  dell’OLP di rovesciare Re Hussein di Giordania favori’ l’entrata di una marea di palestinesi dalla Giordania in Libano.

L’afflusso di combattenti dell’OLP e la creazione di un mini-stato dell’OLP in Libano accelero’ il deterioramento del fragile rapporto tra gruppi musulmani e cristiani libanesi. Nel 1975 le tensioni tra cristiani, musulmani sunniti, sciiti e Palestinesi erano sfociate in vera guerra civile. Non una parola di questo apparve nei “documentari” di Fisk.

Il 18 novembre 2013, su “The indipendent” appare un articolo di Fisk:

Il vero veleno è da ricercarsi nell’eredità morale di Arafat.

Nell’articolo Fisk rigetta la tesi dell’avvelenamento ma nello stesso tempo tenta un’opera di riabilitazione di Arafat e del suo pluridecennale coinvolgimento in attacchi terroristici mortali contro gli Israeliani, e ridicolmente sostiene che il suo più grande difetto fu essere ‘troppo fiducioso’  nei confronti dei leader israeliani.

Ha fatto così tante concessioni a Israele – perché stava diventando vecchio e voleva andare in “Palestina” prima di morire – che i suoi discendenti politici stanno ancora pagando. Arafat non aveva mai visto una colonia ebraica nei territori occupati quando accetto’ gli accordi di Oslo. Si fidava degli americani. Si fidava degli israeliani. Si fidava di chi sembrava dire le cose giuste. E deve essere stato faticoso iniziare la sua carriera come un super-“terrorista” a Beirut e poi essere accolto sul prato della Casa Bianca come un super-“statista” e poi ri-creato da Israele come un super-“terrorista” di nuovo .”

Ma la bugia più eclatante per omissione appare più avanti, quando riferisce di una conversazione tra Arafat ed Edward Said, in merito a Hajj Amin El Husseini, mufti’ di Gerusalemme:

Edward Said mi disse che Arafat affermo’ nel 1985 che “se c’è una cosa che non voglio è essere come Haj Amin. Lui aveva sempre ragione e non ha ottenuto nulla ed è morto in esilioBraccato dagli inglesi, Haj Amin, il Gran Mufti di Gerusalemme, ando’ a Berlino durante la seconda guerra mondiale, nella speranza che Hitler avrebbe aiutato i palestinesi.”

Cosi’ il filo-nazista Hajj Amin, diventa qualcuno che cerco’ Hitler nella speranza di salvare i Palestinesi!!! Il rapporto di CAMERA (basato sulla documentazione  del libro di Jennie Lebel ‘ Il Mufti di Gerusalemme : Haj Amin el- Husseini e il nazional-socialismo ‘) rende chiaro il desiderio di Haj Amin non di “aiutare i Palestinesi” ma di annientare gli Ebrei .

Haj Amin el- Husseini , che fu nominato muftì di Gerusalemme nel 1921 aiutato da simpatici funzionari britannici , sostenne l’opposizione violenta ad ogni insediamento ebraico nel Mandato per la Palestina e incitò gli Arabi contro la presenza ebraica in crescita. Lebel descrive la violenza del 1929 , in cui Haj Amin diffuse la storia che gli Ebrei pianificavano di distruggere la Cupola della Roccia e la moschea di Aqsa . Usando foto falsificate della moschea in fiamme e diffondendo la propaganda presa in prestito dal falso anti- ebraico , i ” Protocolli dei Savi di Sion “, il mufti istigo’ un terribile pogrom contro gli Ebrei in Palestina . Il 23 agosto, gli Arabi irruppero a Gerusalemme e attaccarono gli Ebrei . Sei giorni dopo , una seconda ondata di attentati provoco’ 64 morti a Hebron

Il Mufti si rese responsabile di instillare il sentimento anti-ebraico, basato religiosamente, nella nascente coscienza nazionale palestinese …. presagendo moderne proposte di boicottaggio contro l’insediamento ebraico, Haj Amin invito’ tutti i musulmani a boicottare le merci ebraiche e organizzo’ l’attacco arabo del 10 aprile 1936. …

Vedeva in nazisti e fascisti italiani alleati naturali che avrebbero fatto ciò che gli inglesi non erano disposti a fare – liberare la regione dagli Ebrei e aiutarlo a stabilire uno Stato arabo unitario in tutto il Medio Oriente … Credendo che l’Asse potesse prevalere nella guerra, il mufti si assicuro’ l’ impegno sia dell’Italia che della Germania per la formazione di uno Stato arabo a livello regionale. Chiese anche di poter risolvere il problema ebraico con lo “stesso metodo che verrà applicato per la soluzione del problema ebraico negli Stati dell’Asse.” Il 28 novembre 1941, incontro’ per la prima volta Adolf Hitler e rese partecipe il leader tedesco della convinzione araba che la Germania avrebbe vinto la guerra e che questo sarebbe andato a vantaggio della causa araba.

Mentre Hitler condivideva la convinzione del mufti che l’attuale guerra avebbe determinato il destino degli Arabi, la sua priorità era la lotta contro “gli Ebrei che controllano la Gran Bretagna e l’Unione Sovietica.” Lebel rivela la promessa di Hitler che, una volta l’esercito tedesco avesse raggiunto i confini meridionali del Caucaso, avrebbe annunciato al mondo arabo che era giunto il momento della liberazione. I tedeschi avrebbero annientato tutti gli Ebrei che vivevano in zone arabe. …

Il punto di vista degli Ebrei come contaminatori della società e cospiratori malevoli oggi ritornano nella Carta fondazione di Hamas.

In una trasmissione radio dalla Germania il 16 novembre 1943 … Haj Amin rese nota la sua visione del conflitto con gli Ebrei: 

“Gli Ebrei portano la povertà nel mondo, guai e disastri … distruggono la morale in tutti i paesi … falsificano le parole del profeta, essi sono portatori di anarchia e di sofferenza nel mondo. Sono come tarme che mangiano tutto il bene dei paesi. Hanno preparato la macchina da guerra di Roosevelt e portato disastro per il mondo. Sono dei mostri e la causa di tutti i mali del mondo …. “

Come l’ex ufficiale nazista Wilhelm Melchers testimonio’ dopo la guerra:

 Il mufti era un nemico abile degli Ebrei e non nascondeva il suo desiderio di vederli tutti liquidati. 

E ‘chiaro che il rapporto di Haj Amin con Hitler non fu una semplice “alleanza di convenienza”, ma si baso’ su fantasie antisemite eliminazioniste condivise. Come Jeffrey Herf ha scritto nel suo libro del 2009, ‘Propaganda nazista per il mondo arabo‘,

il Mufti “svolse un ruolo centrale nella fusione culturale tra le tradizioni europee ed islamiche di odio per gli Ebrei; è stato uno dei pochi che domino’ i temi ideologici e le sfumature del fascismo e del nazismo, così come gli elementi anti-ebraici all’interno del Corano e i successivi commentari “.

Per Robert Fisk, Haj Amin era solo un ‘filo-palestinese’; tanto varrebbe allora descrivere Adolf Hitler come un semplice ‘pro-ariano’.

QUI

Chi ha bisogno del Diavolo?

Quanta resposabilità hanno i media nella percezione distorta di Israele? Lo abbiamo detto e ripetuto: moltissima. Tutte le “parole d’ordine” che ormai siamo abituati ad ascoltare a proposito dello Stato Ebraico non sono emerse spontaneamente un giorno, dal nulla: sono il frutto di una propaganda incessante, rivolta a indirizzare l’opinione pubblica occidentale. I fatti ovviamente smentirebbero questa retorica mortifera, se godessero della stessa capillare diffusione riservata alle bugie.

Parigi, Place de la Republique, 7 Ottobre 2000

“Israele sta operando la “pulizia etnica” del popolo  palestinese”. E’ la frase funzionale all’infame equazione: Israele/Ebrei=Nazisti. Lo leggiamo ovunque, perfino nei giornaletti di intrattenimento. Questo sondaggio è apparso nel documento Intolerance, Prejudice and Discrimination, A European Report:

Il bisogno europeo di paragonare Israele cioè, parafrasando Appelfeld, “cio’ che resta degli Ebrei” ai nazisti è stato analizzato, fra gli altri da Richard Landes, che lo ha associato alle  patologie derivate dal bisogno di liberarsi del senso di colpa derivato dalla Shoah. E’ un odio irrazionale, ossessivo, morboso, che non trova alcun riscontro nella realtà.

La Stampa, 3 Aprile 2002

Scrive Landes:

“…questa autorizzazione a scivolare nell’abuso di descrivere gli israeliani con i più sadici epiteti morali, in special modo come nazisti, è andata ben al di là non solo dell’ambito della Shoah e del tradizionale antisemitismo cristiano. Ha funzionato da appello fortissimo per quella che normalmente si pensa come laica (post-cristiana) sinistra progressista, un luogo nel quale non ci si aspetterebbe almeno questo tipo di odio-mercato e demonizzazione…;”

Durban, Agosto 2001

Tutte le statistiche in merito alla “pulizia etnica” ovviamente smentiscono questa narrativa e indicano una forte crescita della popolazione palestinese negli ultimi sessant’anni:

Dal 1949 ad oggi, la popolazione della West Bank è aumentata da 462.000 ai 2,5 milioni di oggi. Quella di Gaza, da 82.000 nel 1949 ai 1,7 milioni di oggi. Il numero di arabi uccisi nel conflitto arabo/israeliano dal 1920 è inferiore a quello degli arabi uccisi da arabi, in Siria soltanto, dal 2011. Di Ebrei (esclusi i giornalisti pro-palestinesi che vi risiedono) a Gaza e West Bank non ce ne sono praticamente più.

Nove Ebrei impiccati nella piùgrande piazza di Baghdad, nel 1969

Nel Medio Oriente arabo, la popolazione ebraica è passata da 850.000 nel 1949 a meno di 5000 oggi. Nonostante questo, i leaders arabi e palestinesi continuano a incitare al genocidio degli Ebrei ovunque essi siano, in Israele e nella Diaspora.

Scrive Barry Rubin:

“…Mai prima nella storia c’è stata una campagna concertata, sistematica, e viziosa per screditare e demonizzare Israele, soprattutto cercando di minarne il sostegno da parte della comunità ebraica nella Diaspora….Questi attacchi non possono essere presi a sé stanti e con ingenuità.. il politico britannico che accusa Israele di genocidio, un cartone animato che mostra Ariel Sharon mangiare i bambini palestinesi, il presidente egiziano che chiama gli Ebrei sub-umani, il giornale svedese che sostiene che Israele uccide i palestinesi per rubare i loro organi…”

E sionismo, Israele, sionisti, israeliani sono i termini che hanno preso il posto dell’inaccettabile “Ebrei”: “Gli ebrei vogliono conquistare il mondo.” No. “Israele vuole conquistare il Medio Oriente.” Va bene. “Gli ebrei usano il sangue dei bambini a Pesah per impastare il pane azzimo.” No. “Israele deliberatamente uccide bambini palestinesi”. Va bene.

Ariel Sharon visto da Latuff

Continua Rubin:

“Le categorie [di demonizzazione] includono, ma non si esauriscono, la falsificazione di fotografie e di fabbricazione di eventi; la distorsione della storia, la creazione di citazioni false; la pubblicazione di un numero sproporzionato di libri e articoli anti-israeliani; l’indottrinamento nelle scuole; il rifiuto del punto di vista comune israeliano e la travolgente enfasi di quello radicale, critico; l’eccessiva credibilità accordata alle fonti ostili, anche in merito a storie bizzarre (una per tutte, il falsa massacro a Jenin sulla base di un singolo informatore misterioso). Vi è anche la creazione di nuove categorie di “peccato” appositamente progettate come parte della campagna anti-israeliana e applicate solo a Israele, ad esempio il “pinkwashing” (il maltrattamento dei gay in un paese che è fra i più aperti al mondo) o quella della forza sproporzionata in tempo di guerra. A parte le ossessioni e il doppio standard è il desiderio, l’odio incontrollabile, la voglia di auto-giustizia, il disinteresse per l’equità e l’equilibrio, e la passione che mostra l’agenda nascosta di coloro che sono coinvolti. Essi sono indifferenti ai crimini di guerra reale, all’intolleranza e all’oppressione di tutti gli altri paesi del mondo…”

E l’uso del web ha di molto facilitato il diffondersi delle teorie demonizzatorie. Scrive Robert S. Wistrich:

“Non sempre la negazione della Shoah, il relativismo e l’inversione della realtà sono motivati da antisemitismo o dall’odio per Israele. Tuttavia questo è diventato un motivo centrale tra i negazionisti, soprattutto negli Stati Uniti, Gran Bretagna, Canada e Australia, nonché in Francia, Romania, Austria e Germania. Un pioniere nello sfruttare il World Wide Web per questo scopo è stato il tedesco di origine canadese Ernst Zündel, un uomo di spettacolo incallito che, un tempo, gestiva un impero mini-multimediale a Toronto. Anche se alla fine estradato e incriminato in Germania, Zündel è stato in grado per vari decenni di promuoversi come eroico guerriero contro quella che ha definito “la menzogna del secolo.” Egli ha cercato di giustificare apertamente Hitler e i nazisti, presentandoli come diffamati da gli ebrei. Internet gli ha fornito (a lui e ad altri negazionisti) un modo efficace per aggirare la legislazione europea, progettata per punire propaganda neo-nazista e negazionisti. Circa venti anni fa, l’Istituto per la Historical Review con sede in California ha anche sviluppato i propri siti web per promuovere l’idea che la Shoah fosse stata una finzione “sionista”. Uno dei collaboratori americani più attivi dell’istituto nel 1990 è stato il libertario Bradley Smith, che ha sfruttato il Web come un prolungamento del suo “Progetto Campus” per promuovere la negazione della Shoah come storia “revisionista” presso college e università americane. Con la scusa di difendere il pluralismo e la libertà di parola, il suo obiettivo era quello di legittimare la negazione come una parte autentica di studio della Shoah. Le “verità” dei negazionisti sono, naturalmente, invenzioni pure che ignorano l’enorme massa di prove che va contro le loro conclusioni. I negazionisti di destra sono di solito impegnati a riabilitare il nazismo, il fascismo o la supremazia bianca razzista – uno sforzo in cui l’antisemitismo (mascherato da “antisionismo”) gioca un ruolo cruciale. Per i negazionisti di sinistra, l’odio per Israele è spesso il motivo più convincente. Ma è una prospettiva che coinvolge quasi inevitabilmente qualche variante della teoria di una cospirazione ebraica”.

Perché la società moderna ha ancora bisogno del Diavolo?

(Grazie a Cifwatch)

Chi non vuole la pace?

I negoziati di pace per tentare di risolvere il conflitto arabo/israeliano sono faticosamente ripresi. Il Segretario di Stato americano Kerry sembra seriamente impegnato nella sua missione diplomatica, ma c’è anche chi si pone decisamente al servizio delle forze politiche ostili ad ogni possibile normalizzazione.

Manifestazioni di giornalisti inscenate a Qalandia

E’ il caso del reporter palestinese Fadi Aruri, già impegnato con l’agenzia Reuters e con China’s Xinhua News Agency. Aruri, ufficialmente licenziato dalla Reuters, continua il suo sporco “lavoro” come free-lance. La campagna anti-normalizzazione non fa distinzione tra eventi politici, accademici o economici. Qualunque attività corra il rischio di normalizzare i rapporti con la “potenza occupante”, perfino quando si tratta di eventi sportivi riservati ai bambini, è ferocemente attaccata e boicottata. Cosi’, ad esempio, Fatah condanna gli incontri tra rappresentati dell’Olp e politici israeliani. Fatah controlla il sindacato dei giornalisti in Giudea Samaria e aderisce alla campagna anti-normalizzazione a proposito delle trattative di pace.

“Condanniamo la normalizzazione e chi la vuole. Tali riunioni (Olp/Israele) sono prive di contenuto politico e sono una perdita di tempo. Sono ingiustificate, a livello nazionale e politicamente “.

L’attività anti normalizzazione di Fadi Aruri si avvale, ovviamente, del suo “strumento del mestiere” , come mezzo privilegiato di propaganda. Le sue foto appaiono su AP, Apollo Images, Maan News e Al-Ayyam. Non tutti i giornalisti palestinesi sono d’accordo con questa posizione politica che rifiuta qualsiasi tentativo di pace, ma il loro dissenso lo esprimono in forma anonima, per evitare possibili ritorsioni. Cosi’, un giornalista palestinese ha raccontato a Honest Reporting i retro-scena di quelle che sono poi presentate al mondo come “legittime proteste”:

Il 17 luglio, “Aruri ed i suoi amici hanno organizzato una marcia di giornalisti palestinesi al checkpoint Qalandiya, dove hanno messo in scena uno scontro con i soldati israeliani,” ha detto l’anonima fonte.

“Gridavano contro i soldati in modo da poter ottenere foto vendibili. Guardando le foto, si nota come Aruri e gli altri si alternavano nel confronto con i soldati, in modo da potersi fotografare l’un l’altro. Non si trattava di vera protesta. Era un circo. ”

La Ma’an News Agency, con base a Betlemme, ha pubblicato in proposito quello che si puo’ definire un saggio fotografico. E la Federazione internazionale dei giornalisti ha denunciato l’IDF per le “dure restrizioni” e il suo “comportamento brutale.” Secondo la IFJ, sette giornalisti sono rimasti feriti durante la manifestazione. Ecco un esempio di una foto che Aruri ha scattato e  postato su Facebook.

Nel maggio del 2012, continua la fonte

il consolato degli Stati Uniti ha organizzato un evento a Ramallah, in occasione dell’International Press Freedom Day, e Aruri condusse la sua campagna contro gli americani. Non voleva palestinesi presenti alla manifestazione perché organizzata dagli americani. Aruri vede l’America come il nemico. Questo non ha nulla a che fare con Israele. Questo evento fu coperto dai media internazionali. Si tratto’ di un caso di stage, un evento costruito,  inscenato dagli stessi giornalisti che poi ne diedero diffusione “.  

Infatti, Al Aqsa Press, agenzia di stampa affiliata a Fatah, cito’ Aruri come uno degli organizzatori della protesta: 

Fadi Aruri, uno dei giornalisti palestinesi, ha spiegato che i giornalisti hanno deciso di mettere in scena un sit-in di protesta contro la manifestazione organizzata dal consolato degli Stati Uniti. Egli ha osservato che il Sindacato dei giornalisti palestinesi, che rappresenta tutti i giornalisti di diversa estrazione politica, aveva chiamato al boicottaggio della manifestazione, in solidarietà con i prigionieri palestinesi.  

Nonostante questo odio per gli Stati Uniti, Aruri ha ottenuto un incarico prestigioso, in seguito. Nel marzo 2013, l’Ufficio stampa gestito dall’Amministrazione palestinese, lo ha selezionato per il servizio fotografico in occasione della visita del Segretario di Stato americano,  John Kerry, a Ramallah.

La settimana scorsa Mohammed Najib, un noto giornalista palestinese che lavora per la nuova stazione TV israeliana, I24 News:

“Stava lavorando nel centro di Ramallah a intervistare la gente per strada quando arrivo’ Aruri a incitare la gente contro di lui. Aruri diceva alla gente di non parlare con Najib perché lavora per un’organizzazione di propaganda israeliana. Diverse persone si radunarono intorno a Najib che non poté continuare le interviste per paura della sua vita “.

HonestReporting ha chiesto a Najib se intendesse presentare un reclamo formale ai servizi di sicurezza palestinesi e al PJS. L’appello alla “giustizia tribale tradizionale”, non ha fatto molta differenza:

“Vengono dallo stesso paese di Aruri e così agli anziani del villaggio è stato chiesto di mediare. Ma le scuse non faranno alcuna differenza, perché il danno è già stato fatto. E le scuse non aiuteranno il prossimo giornalista israeliano che sarà attaccato in Cisgiordania “.

Il giornalista israeliano Yoram Cohen era a Ramallah per una conferenza stampa, quando alcuni giornalisti palestinesi protestarono contro la sua presenza. In quell’occasione, il Jerusalem Post scrisse:

Il tentativo di Cohen per spiegare di aver ricevuto il permesso dal vice ministro dell’informazione dell’Amministrazione palestinese per coprire la conferenza stampa non ha convinto i giornalisti, che gli hanno chiesto di andarsene immediatamente. Il funzionario palestinese ha negato di aver  concesso il permesso a Cohen.

Aruri fu uno degli ideatori della protesta.

Ed è sempre Aruri che ha condotto la campagna di boicottaggio contro l’apertura del punto vendita Fox,  compagnia israeliana di vendita di abbigliamento, a Ramallah, boicottaggio che è costato ai palestinesi centinaia di posti lavoro persi. Dice Aruri in proposito:

“L’apertura di Fox a Ramallah è un macchia di disonore alla luce delle richieste di boicottaggio dello Stato di occupazione e dei suoi prodotti.” 

Aruri ha anche accusato il Ministero dell’Economia dell’ Amministrazione palestinese di facilitare l’ingresso dei prodotti israeliani sul mercato palestinese,  permettendo di lavorare nei territori palestinesi ad aziende israeliane e commercianti. E’ sempre la fonte di Honest Reporting a parlare:

“Aruri ha diritto alle sue opinioni, ma una volta diventato un vero attivista, è molto immorale per Xinhua, Reuters o  qualsiasi altro mezzo di informazione, fare affidamento su di lui. Se è coinvolto in attività politiche, è un problema etico. Reuters avrebbe mai assunto un “colono” come suo corrispondente da Gerusalemme? “

Fadi Aruri ha irresponsabilmente offuscato il confine tra giornalismo e attivismo, sollevando interrogativi importanti per la comunità giornalistica. Perché Xinhua e Reuters continuano la loro collaborazione con lui? Qual è il vero motivo che spinge i giornalisti palestinesi schierati contro la normalizzazione a voler lavorare in Israele? Chi sono gli altri fotografi che hanno manifestato al checkpoint Qalandiya? E in quali agenzie di  informazione sono impiegati? La Federazione internazionale dei giornalisti è pronta a condannare Aruri e gli altri fotografi con la stessa rapidità che impiega nel denunciare Israele? La comunità dei giornalisti è pronta a criticare Aruri? Come dovrebbero rispondere i giornalisti israeliani  alle intimidazioni da parte dei loro colleghi palestinesi? Quanto sono affidabili i fotografi palestinesi? Possono i funzionari americani contestare le scelte del Palestinian Press Organization? E soprattutto, chi guadagna dalla non-normalizzazione del conflitto? Di chi cura gli interessi Aruri?

Grazie a Honest Reporting

Sulla manipolazione mediatica vedi anche

http://bugiedallegambelunghe.wordpress.com/2012/09/20/la-raffinatissima-sensibilita-degli-esperti/

http://bugiedallegambelunghe.wordpress.com/2012/07/11/fauxtography/

http://bugiedallegambelunghe.wordpress.com/2012/07/09/credimi-ti-sto-mentendo/

Per la Ashton è semplice questione di business

Catherine Ashton si rifà viva. La sua ossessione questa volta ha la forma delle Nuove Linee Guida UE per Israele. Se ne è parlato molto e spesso a sproposito: non si tratterà di un boicottaggio commerciale, la questione è più simbolica che altro, ma il suo peso ce l’ha, eccome! L’Europa si arroga il diritto di decidere quali debbano essere le frontiere israeliane

“L’UE non riconosce la sovranità di Israele su alcuno dei territori di cui al punto 2 e non li considera parte del territorio di Israele, indipendentemente dal loro status giuridico secondo il diritto nazionale israeliano. L’UE ha messo in chiaro che non riconoscerà alcun cambiamento dei confini precedenti al 1967, diversi da quelli concordati tra le parti al processo di pace in Medio Oriente (MEPP, Middle East Peace Process).”

Ecco che le linee armistiziali del 1949, diventano “confini”.

Ovviamente (anche se per la UE le evidenze non sembrano essere tali), l’Amministrazione palestinese ha espresso preoccupazione per le nuove linee guida:

”Da parte nostra – ha detto l’anonimo funzionario – abbiamo avvicinato un certo numero di funzionari europei, qui e in Israele, per cercare di evitare la decisione, o almeno di mantenerla a livello non ufficiale” giacché “rischia di rivelarsi economicamente e socialmente disastrosa per la comunità palestinese”.

Cosi’, mentre il segretario di Stato americano Kerry gira vorticosamente tra i Territori, Israele e Giordania per cercare di convincere Sua Maestà Abbas I a tornare ai tavoli delle trattative, la UE se ne esce con questa “bella idea”, contro ogni logica. Volendo seguire il ragionamento dei solerti funzionari europei, ci si potrebbe chiedere perché non ci siano risoluzioni che obblighino la Spagna a rendere al Marocco Ceuta e Melilla,  o all’Inghilterra di rendere Gibilterra che occupo’ con la forza alla Spagna. Le isole Malvine che occupo’ all’Argentina. E perché la UE non obbliga i Paesi Bassi a rendere le Antille olandesi agli autoctoni? O la Francia a rendere la Guadalupa, la Martinica, Saint Pierre e Michelon, la Polinesia e le terre australi e antartiche che usa per i suoi esperimenti nucleari?  Poi ci sarebbe il Portogallo che potrebbe essere obbligato a rendere Macao e Timor. 

 Sono ovviamente domande retoriche. Ma forse, un po’ meno retorico sarebbe chiedersi quali siano stati i prodromi di queste nuove linee guida europee. Nell’aprile 2013, il gruppo dei “saggi” incaricati di monitorare il “processo di pace” in Medio Oriente, decise che gli “accordi di Oslo” erano finiti e che la soluzione “a due Stati” era seriamente messa in pericolo da “le dure condizioni di vita sotto l’occupazione”. E ritennero opportuno rilevare che

E’ il momento di dare un duro segnale che avvisi quanto l’occupazione sia effettivamente radicata nella presente politica occidentale. L’Autorità palestinese non può sopravvivere senza appoggiarsi sull’assistenza alla sicurezza israeliana e il finanziamento occidentale  e che la PA, che offre poche speranze di progressi verso l’autodeterminazione per il popolo palestinese, sta rapidamente perdendo il rispetto e il sostegno del suo collegio elettorale nazionale. Il costante aumento della portata e della popolazione degli insediamenti israeliani, tra i quali Gerusalemme Est, e il radicamento del controllo israeliano sui Territori Occupati, in spregio al diritto internazionale, indicano una tendenza permanente verso una frattura completa dei diritti territoriali palestinesi…. Siamo giunti alla conclusione che ci debba essere un nuovo approccio. Lasciare la situazione permanere senza indirizzo è altamente pericoloso, quando una questione esplosiva si trova in un ambiente così turbolento. Una politica realistica ma attiva, da impostare nel contesto degli attuali eventi regionali, deve essere composta dai seguenti elementi: 

– Una maggiore attenzione alla necessità essenziale per una soluzione a due Stati, come l’esito più probabile di offrire una pace duratura, la sicurezza per le parti e gli Stati limitrofi, unico riconosciuto dalle risoluzioni delle Nazioni Unite, come giusto ed equo; 

 – Un esplicito riconoscimento che lo stato attuale dei Territori palestinesi è di occupazione,  e la responsabilità per la loro condizione che rientra nella leggi internazionali riguardanti lo Stato occupante; 

L’insistere sul fatto che gli insediamenti israeliani al di là del 1967 sono illegali, devono cessare di essere ampliati e non saranno riconosciuti come uno dei punti di partenza di qualsiasi nuovo negoziato; 

– La clausola che ogni organizzazione politica rappresentativa, che presenti una richiesta valida di partecipazione ai negoziati deve rinunciare all’uso della violenza al di fuori delle norme che l’ONU ha istituito;

– Il rinnovo degli sforzi per stabilire una rappresentanza palestinese unificata sia della Cisgiordania che di Gaza; senza una pace globale non ci può essere negoziato fruttuoso e l’assenza della quale serve come scusa per non agire;

– La promozione della riforma della Organizzazione per la liberazione palestinese (Olp), compresa la rappresentanza di tutti i principali partiti palestinesi impegnati per la non violenza e che riflette la volontà espressa della popolazione di palestinese in Cisgiordania e Gaza;

– Un’unità internazionale vigorosa per migliorare le condizioni umanitarie e dei diritti umani sia in Cisgiordania che a Gaza, con il monitoraggio delle Nazioni Unite;

– Una riconsiderazione delle modalità di finanziamento per la Palestina, al fine di evitarel’ attuale dipendenza dell’Autorità Palestinese dalle fonti di finanziamento che servono a congelare invece di promuovere il processo di pace;

Un impegno chiaro e concertato per contrastare la cancellazione dei confini del 1967 come base per uno schema a due Stati. Ciò dovrebbe includere una chiara distinzione nei rapporti dell’UE con Israele, tra ciò che è legittimo – entro i confini del 1967 – e  cio’ che viola il diritto internazionale nei territori occupati;

– Una volontà chiara all’interno dell’UE a svolgere un ruolo politico fondamentale per riprendere un dialogo più strategico con i palestinesi.

Ecco qua chi ha partorito le Nuove Linee UE per Israele. Chi firmo’ questo “appello” rivolto a Catherine Ashton?

Giuliano Amato, ex Primo Ministro d’Italia; Frans Andriessen, ex vice-presidente della Commissione europea; Laurens Jan Brinkhorst, ex vice-primo ministro dei Paesi Bassi; John Bruton, ex primo ministro dell’Irlanda; Benita Ferrero-Waldner, ex commissario europeo ed ex ministro degli Esteri dell’Austria; Teresa Patricio Gouveia, ex ministro degli Esteri del Portogallo; Jeremy Greenstock, già ambasciatore britannico alle Nazioni Unite e co-presidente del EEPG; Lena Hjelm-Wallen, ex ministro degli Esteri e vice primo ministro della Svezia; Wolfgang Ischinger, ex Segretario di Stato del Ministero degli Esteri tedesco e co-presidente del EEPG; Lionel Jospin, ex primo ministro di Francia; Miguel Moratinos, ex ministro degli Esteri della Spagna; Ruprecht Polenz, ex presidente della Commissione Esteri del Bundestag tedesco; Pierre Schori, ex Vice Ministro degli Esteri della Svezia; Javier Solana, ex Alto Rappresentante e ex segretario generale della NATO; Peter Sutherland, ex commissario europeo e direttore generale dell’OMC; Andreas Van Agt, ex primo ministro dei Paesi Bassi; Hans van den Broek, ex ministro degli esteri olandese e ex commissario europeo per le Relazioni esterne; Hubert Védrine, ex ministro degli Esteri di Francia e co-presidente del EEPG; Vaira Vike-Freiberga, ex presidente della Lettonia.

E che cosa rispose la Ashton? Rispose: Ma certo! Ho riguardato tutti gli accordi tra UE e Israele e risulta chiara l’inapplicabilità di tali accordi ai Territori Occupati. E altre “cosette”. Ma la Ashton chi è? E’ una ex assistente sociale, figlia di minatori -prima della sua famiglia a essersi laureata – che un giorno, all’improvviso, diventa baronessa. Wikipedia dice di lei che era un politico laburista, diventata nobile nel 1999. Ma in quale circoscrizione elettorale era stata nominata? Nessuna.  Chi giudica “fortuna” la sua ascesa vertigionosa, chi ha chiamato lei e Rompuy “nani da giardino“. La sua incapacità è stata ampiamente criticata in situazioni di emergenza, come il terremoto di Haiti, ad esempio e come il fallimento del European Defence Summit a Majorca. “Fa fatica a superare le critiche ricevute perché parla una sola lingua, per i suoi lunghi weekend trascorsi in famiglia a Londra, per la sua plateale assenza in occasione del terremoto di Haiti e il suo disinteresse per le questioni legate alla sicurezza e alla difesa.”

Malgrado ciò, nel dicembre 2010 Ashton ha affermato di aver dato “un nuovo inizio” alla politica estera. Al termine di una vera e propria battaglia tra il Consiglio, il Parlamento e la Commissione per i poteri e il controllo della nuova istituzione, quest’ultima si è ufficialmente installata il 1 gennaio. I suoi 3.650 funzionari provengono in buona parte dall’ex direzione generale per le relazioni estere della Commissione, ma anche dalla direzione generale degli affari esteri del Consiglio e dalle delegazioni dei Ventisette sparse nel mondo. Circa 120 posti, invece, devono essere ancora assegnati, e altri diplomatici dei paesi Ue entreranno a far parte del Seae.” QUI

Da poco insediata, si getta a capofitto nella gestione del “conflitto israelo-palestinese”. Maneggia milioni di euro, si getta in arditi paragoni, accostando i bambini uccisi davanti alla scuola ebraica di Toulouse a quelli di Gaza e stanzia, dopo pochissimi giorni dalla strage, 35 MILIONI di euro dei contribuenti europei a favore di due (probabilmente lussuosissimi) progetti, uno dei quali per il potenziamento del valico merci di Gaza… Bene, e poi? Che cosa è che “guida” la Baronessa Ashton (tra parentesi, dalla rete sono spariti tutti i riferimenti alla sua nomina a Baronessa, che pure all’epoca fece molto scalpore. La vita online della Ashton inizia con la sua nomina UE) nelle sue politiche di attacco a Israele? Forse una delle ragioni puo’ essere questa: la baronessa inglese ha interessi sostanziali nel Medio Oriente,  chiaramente in contrasto con quelli israeliani. Quali sono questi interessi? Scrive Rights Monitoring: La chiave per la comprensione sta in due nomi: Peter Kellner e YouGov. Il primo nome è quello del marito di Catherine Ashton e il secondo è quello della società di indagini internazionali, analisi di mercato e servizi di ricerca per i governi, della quale Peter Kellner è presidente. YouGov è diventato così importante nel settore da arrivare a influenzare le scelte di molti governi, l’economia di molti paesi e anche le tendenze del mercato. Un sondaggio di YouGov è preso in grande considerazione dalla politica, che non esita a commissionare al gruppo sondaggi di ogni genere. Ora, accade spesso che, stranamente, le indagini condotte da YouGov per il Medio Oriente penalizzino Israele mentre sembrano particolarmente benevole per le monarchie del Golfo e l’Arabia Saudita. Perché questo? Perché una società internazionale che guadagna milioni di dollari l’anno e può influenzare le politiche dei vari governi è così palesemente rivolta contro Israele? Anche qui, la soluzione si trova tra le righe, in particolare quelle relative agli azionisti della società. E’ stato molto difficile ottenere informazioni sui partner YouGov perché la lista non è pubblica. Tuttavia, alcune informazioni indicative siamo in grado di darle. Così scopriamo che tra i membri di YouGov ci sono diversi emiri del Golfo, qualche sceicco arabo e che l’azienda ha un ufficio molto importante a Dubai (presso il Centro Affari Cayan) da dove dirige tutte le ricerche sul Medio Oriente. Altre sedi sono in Arabia Saudita a Dammam, Jeddah e Riyadh. La cosa in sé non sarebbe sospetta, molte aziende internazionali hanno uffici a Dubai, solo che oltre alla presenza dei capitali di emiri e sceicchi (tra i quali l’emiro del Qatar), le ricerche e le indagini sui regni di questi ultimi sono sempre molto “rilassate”, e in pochi anni hanno favorito grandi investimenti internazionali.

YouGov poi usa la sua influenza e la sua presunta credibilità per aiutare le monarchie del Golfo che, tradotto in cifre esorbitanti, significa decine e decine di milioni di dollari nelle sue casse. E chi è il nemico giurato delle monarchie del Golfo, a partire dall’emiro del Qatar, che finanzia Hamas? Israele. Chiaro che una società come  YouGov, nella quale la partecipazione è costituita in parte da emiri e sceicchi, e che ottiene decine di milioni di dollari l’anno, possa suggerire una serie di domande che riescono a minare l’economia israeliana e anche a promuovere, in un sottile e intelligente gioco, il boicottaggio dei suoi prodotti. Questo della Ashton si chiama, ovunque nel mondo, “conflitto d’interessi”. QUI D’accordo Baronessa, abbiamo capito. Nessun pregiudizio “a priori”, semplice questione di business.

Se l’ha detto l’Onu deve essere vero! O no?

Come ogni estate, da almeno sei anni a questa parte, l’associazione terroristica Hamas ha aperto le porte dei suoi campi para-militari ai bambini gazawi. Non è fatto nuovo; ogni anno almeno 100.000 bambini, a partire dall’età di sei anni, passano l’estate mimando rapimenti di soldati israeliani, esibendosi in prove di “coraggio” come camminare su chiodi arrugginiti o saltare in cerchi di fuoco e imparano a maneggiare armi.

Forse quest’anno la notizia ha circolato un po’ più del solito; forse il Medio Oriente in preda alle guerre ha richiamato l’attenzione su una pratica ormai consolidata. Fatto sta che, puntuale, dopo una settimana circa è arrivata la “contro-mossa”: on line ha cominciato a girare viralmente una “notizia” infamante: un rapporto Onu accusa Israele di arrestare, torturare e perfino sodomizzare (ovviamente nella versione italiana della notizia) bambini palestinesi in carcere. Ogni giornale più o meno spazzatura che circola sulla rete ha voluto dire la sua, aggiungendo via via particolari macabri. Prendiamo un esempio a caso e cerchiamo di analizzarlo:

Fanpage, uno dei primi ad aver pubblicato la notizia, titola “Israele ha torturato, violentato e arrestato migliaia di bambini palestinesi.” Nell’articolo è citato “un rapporto Onu”, non meglio precisato, redatto non si da chi, il tutto corredato da alcune foto ritenute “drammaticamente eloquenti”. Cominciamo dall’analizzare queste che dovrebbero suscitare (insieme al titolo) il primo impatto emotivo del lettore.

Questa bambina è diventata famosa per le sue “performance” provocatorie nei confronti di soldati israeliani. Non è una palestinese qualsiasi, è “figlia d’arte”. Si chiama Ahad Tamimi, figlia di Bassem Tamimi, un “attivista” già arrestato per “incitazione di minorenni all’odio e al lancio di pietre”.

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Per le sue sceneggiate, doviziosamente filmate dalla madre che l’accompagna sempre, ha vinto il premio “Brave girl of the year”, consegnatole niente di meno che dal quel campione della difesa dei diritti umani che risponde al nome di Erdogan. Non è mai stata arrestata ovviamente, nessuno le ha mai torto un capello.

Un’altra foto si riferisce al 2009, a seguito dell’attacco a colpi di pietre contro un insediamento ebraico a Beit Omar, nella zona di Hebron, da sempre uno dei punti “caldi” della convivenza tra arabi e ebrei.

L’altra è stata scattata durante scontri sulla Spianata delle Moschee, sempre nel 2009, in occasione della festa di Succot, durante la quale centinaia di turisti affollano il luogo. Negli scontri, scoppiati per le proteste palestinesi alla presenza di “infedeli” nei luoghi santi,  un soldato fu pugnalato e ferito in maniera grave.  Tre furono gli arrestati palestinesi.

E veniamo ora al “rapporto”. Nessun giornale ha ritenuto opportuno inserire un link al documento originale, come mai? Semplicemente perché quelle che sono state presentate come “update”, sono in realtà le conclusioni finali di un rapporto cominciato nel 2002 e chiuso nel 2012. Fa differenza? Eh si’, fa differenza, perché quel rapporto attraversa i dieci anni fra i più sanguinosi e controversi della storia di Israele, cioè tutto il periodo della Seconda Intifada, quando Israele fu insanguinata da quotidiani attentati. E’ di quegli anni anche il Rapporto Goldstone, redatto con l’aiuto di B’tselem e Hamas, raccolto da quel Richard Falk cacciato per antisemitismo prima da HRW e ora la cui rimozione dal ruolo di Special Rapporteur Onu per i Territori è chiesta a gran voce da quasi tutti i paesi per la chiarissima malafede dei suoi rapporti. Quindi, chi volesse ORA informarsi su questo rapporto che sembra redatto ieri, dovrebbe districarsi in mezzo a personaggi, bugie e rapporti farsa che hanno attraversato un decennio di lotta israeliana al terrorismo , molti (se non tutti) completamente screditati nel frattempo.

Kirsten Sandberg, norvegese, facente parte del Committee on the Rights of the Child che ha presentato il rapporto all’Onu, disse in proposito che il lavoro si basava su fatti e non su opinioni politiche. Vediamo se è vero. Chi è ai vertici del UN Committee on the Rights of the Child, organismo più volte definito “indipendente”? Aseil Al Shehail, indicata nel Registro dei diplomatici Onu come “Primo Segretario per l’Arabia Saudita all’Onu”. Cio’ significa semplicemente che la signora è pagata dall’Arabia Saudita e dallo Stato Saudita impiegata all’Onu.

E’ una violazione delle Linee Guida delle Nazioni Unite che impongono “indipendenza ed imparzialità” dei membri incaricati del monitoraggio dei diritti umani. Nelle Linee Guida dette “di Addis Abeba” infatti si legge:

“I membri del corpo non devono essere solo indipendenti e imparziali, ma devono anche essere percepiti tali da un osservatore ragionevole .” (Secton 2) “Essi non possono essere soggetti ad attività di direzione o di influenza di qualsiasi tipo, o alle pressioni del loro Stato di cittadinanza o di qualsiasi altro Stato o delle sue agenzie, e non sollecitare né accettare istruzioni da chicchessia riguardo l’esercizio delle loro funzioni. (Sezione 5) “L’indipendenza e imparzialità dei membri è compromessa dalla natura politica della loro affiliazione con il ramo esecutivo dello Stato. Di conseguenza eviteranno funzioni o attività che siano, o siano tali considerati da un osservatore ragionevole, incompatibili con gli obblighi e le responsabilità di esperti indipendenti nell’ambito delle pertinenze trattate. “(Sezione 12)

Difficile considerare indipendente una dipendente del governo Saudita, incaricata di redigere un rapporto su Israele!

Ma è almeno obiettiva la signora Al Shahil? Puo’ percepirla tale un “osservatore ragionevole”? Mica tanto! La signora Al Shahail, il 15 ottobre 2009, dichiaro’ all’Onu che:

il suo Paese considera il bambino come un pilastro della comunità e creatore del futuro, sia a livello nazionale e internazionale …. Il Dipartimento di Giustizia è pronto a lanciare una struttura giuridica che potrebbe gestire il matrimonio di minori e tutte le questioni connesse … L’Arabia Saudita ha condiviso le preoccupazioni della comunità internazionale per il bambino [e] partecipato con la Lega Araba alla stesura della Carta araba dei diritti umani … l’Arabia Saudita ha inoltre sostenuto i diritti del bambino nell’Islam … richiamando l’attenzione sulla tortura e l’uccisione di bambini palestinesi nei territori occupati, ha detto che la comunità internazionale deve intervenire e tutelare i diritti di questi bambini, secondo le convenzioni internazionali.

La violazione dei diritti umani di donne e bambine, le prime completamente assoggettate alla tutela dei loro mariti/padri, le seconde costrette a matrimoni combinati (per i quali la Al Shahil attende una legge-quadro!) sono documentate proprio dai rapporti Onu! In Arabia Saudita non esiste un’età minima per il matrimonio.

una “sposa” saudita

Ma professionalmente la Al Shahil è affidabile? Il 12 ottobre 2010, ha dichiarato all’ONU:

La questione delle donne desta profonda preoccupazione nel Regno di Arabia Saudita, nel quale lo sviluppo delle donne è parte integrante di un piano strategico generale conforme alla Sharia magnanima. Questo è particolarmente vero in merito all’istruzione, alla sanità, ai servizi sociali, alla partecipazione allo sviluppo sociale. Sono state adottate varie risoluzioni in materia di parità di genere, compresa l’uguaglianza alla carriera e alla pensione. Le donne saudite hanno inoltre partecipato in vari settori, con il pieno sostegno del governo.

Nel 2007, il suo intervento all’Onu esaltava l’Arabia Saudita in materia dei diritti delle donne:

ASEIL AL-SHEHAIL (Arabia Saudita) ha detto che le misure adottate dal suo paese per il progresso delle donne, con particolare attenzione alla condizione delle donne in base ai principi della Sharia, che stabiliscono i loro diritti e doveri. Tutte le norme, leggi e regolamenti in Arabia Saudita, Costituzione inclusa , emanate dal Santo Corano e dal Profeta Maometto … pongono grande attenzione nel garantire l’avanzamento delle donne. L’Arabia Saudita ha firmato la Convenzione sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne, nel 2000, il suo contenuto è in linea con la politica del Regno di preservare i diritti delle donne. L’Arabia Saudita è determinata nella difesa dei diritti umani delle donne, ha detto … il progresso dell’ Arabia Saudita , per far avanzare lo status delle sue donne prosegue in linea con i valori della sua Santa Religione.

Beh, non c’è bisogno di grandi esempi per smentire totalmente queste affermazioni. Divieto di guidare, città concepite per “sole donne”, divieto di visita medica ed operazione chirurgica senza il consenso del marito o di colui che ne fa le veci, matrimoni forzati, senza limite di età minima, sono solo alcune delle restrizioni alle quali sono sottoposte le donne saudite.

Ecco, questi sono gli “esperti” Onu, indipendenti e professionisti, chiamati a giudicare Israele ed a redigere rapporti che si avvalgono di testimonianze di Hamas, Special rapporters antisemiti, Ong bugiarde, giudici che non giudicano, relatori “indipendenti” pagati da Paesi nei quali la shari’a è giudicata “magnanima”. Circa la metà dei membri della Commissione Onu per i Diritti Umani proviene da Paesi nei quali discriminazione e violazione sono la norma: Arabia Saudita, Bahrain, Tunisia, Egitto, Malesia, Sri Lanka e Russia. Ma “se l’ha detto l’Onu” deve essere vero! O no?

Grazie a UNwatch

Al Dura: fine di una menzogna atroce

La “morte” in diretta di Mohammed Al Dura, avvenuta nel 2000 a Netzarin, nella Striscia di Gaza e attribuita all’IDF è stata una delle icone mondiali agitate contro Israele. La televisione di Stato francese France 2, compro’ senza verifica il servizio del cameraman free lance palestinese Talal Abu Rahma;  64 secondi drammatici che sono rimasti impressi nella memoria collettiva del mondo. Un bimbo cerca riparo tra le braccia del padre mentre infuriano scontri, il padre urla di non sparare, la polizia spara, il bimbo si accascia morto; questo è quanto le riprese volevano fosse percepito.

Dubbi furono sollevati fin da subito: niente sangue, niente ambulanze, nessuna immagine del bimbo “dopo”. Il reporter si giustifico’ dicendo che “la pellicola era finita” e non aveva potuto filmare altro. Charles Enderlin all’epoca corrispondente di France 2 per il Medio Oriente, commento’ subito senza indugio le sequenze che furono una condanna senza appello all’esercito israeliano. Philippe Karsenty, analista dei media, francese, fondatore di Media Ratings, cito’ in causa Charles Enderlin, nel 2004, accusandolo di aver costruito di sana pianta le riprese de “l’affare Al Dura”. Più di dieci anni di dibattimenti processuali, prove richieste a France 2 e negate (i famosi rush originali) , il padre di Mohammed che a riprova della veridicità delle immagini mostra cicatrici di ferite che dice essere il risultato di quel maledetto giorno. Smentito platealmente: il medico che lo opero’ testimonia essere le cicatrici postumi di operazioni che niente avevano a che vedere con il fatto.

Il video presentato da Enderlin in dibattimento fu giudicato “confuso”: mancavano gli scatti decisivi, Mohammed Al Dura muoveva testa e gambe dopo la sua presunta morte, non c’era sangue sulla sua maglietta. Le foto che furono diffuse del bambino all’obitorio, risultarono essere quelle di Sami Al Dura e non di Mohammed. Le due morti non avevano nessuna attinenza l’una con l’altra. Piano piano, nel corso di questi tredici anni, c’è stato il tentativo da parte di France 2 e di una parte della stampa, di trasformare “l’affaire Al Dura” in “Karsenty contro Enderlin”, stravolgendo cosi’ quello che invece avrebbe dovuto essere impellente bisogno di verità.

“L’icona” Al Dura è stata il vessillo della Seconda Intifada, ha “giustificato” agli occhi del mondo atrocità come l’assassinio di Daniel Pearl, giornalista americano decapitato in diretta da islamisti pachistani, con alle spalle l’immagine del “piccolo martire” o come il massacro dei due riservisti dell’IDF, sconfinati a Ramallah e fatti a pezzi.

Il giornalista Daniel Pearl

Ed è arrivata ad essere utilizzata perfino da Mohammed Merah, autore della strage alla scuola ebraica Ozar Ha Torah di Toulouse, che disse di essere stato spinto ad agire dall”assassinio del “martire Al Dura”.

gli assassini dei due riservisti IDF

Ora forse, finalmente, la farsa si avvia alla sua conclusione. Il deputato laburista israeliano, Nahman Shai, ha incontrato il Ministro della Difesa, Moshe Yaalon, per consegnargli la copia del suo libro “Una guerra dei media che colpisce i cuori e gli animi”, che tratta del ruolo dei media nell’affaire Al Dura. Mohammed Al Dura non sarebbe mai stato né ferito né morto, ma al contrario, sarebbe ancora vivo e in buona salute. Una tesi che circola da anni. Yossi Kuperwasser, ex generale di Brigata che ha condotto l’inchiesta Al Dura, è arrivato alla conclusione che le immagini filmate dal cameraman di France 2 furono una messa in scena “volontaria o involontaria”.

Israele ha pubblicato, il 19 maggio 2013, un rapporto ufficiale che accusa France 2 e Charles Enderlin:

“…Le accuse di France 2 non avevano alcuna base riscontrabile nel materiale che l’emittente aveva in suo possesso al momento … Non ci sono prove che l’IDF sia stata in alcun modo responsabile della causa dei presunti danni a Jamal Al Dura o a suo figlio, Mohammed Al Dura ”

Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha ricevuto oggi la relazione del Comitato di revisione del governo “Rapporto France 2 Al-Durrah , conseguenze e implicazioni”. La relazione è stata presentata dal Ministro degli Affari Internazionali, Strategie e Intelligence, Yuval Steinitz, alla presenza del Direttore Generale del Ministero degli Affari Internazionali, Yossi Kuperwasser…. Il primo ministro Benjamin Netanyahu: “E’ importante concentrarsi su questo incidente – che ha diffamato la reputazione di Israele. Questa è una manifestazione della campagna menzognera di delegittimare di Israele. C’è solo un modo per combattere le menzogne, attraverso la verità.. . Solo la verità può prevalere sulla menzogna “.

Francobollo commemorativo del “martire”

E questa volta, probabilmente, gli elementi emersi sembrano essere convincenti se perfino un’agenzia come l’Ansa, di solito molto “restia” (per usare un eufemismo) a riconoscere le ragioni di Israele e a riportare in maniera equilibrata il conflitto, non ha potuto fare a meno di titolare:

Israele: immagine simbolo intifada, tv menti’ su morte bimbo. ‘Era vivo dopo la sparatoria, ma France 2 non lo mostro”’.

Nello stesso tempo, il “termometro” del web da la misura dell’importanza della notizia che appare su centinaia di blog e giornali on line. Perfino la “ricerca per immagini” al nome Al Dura, suggerisce “hoax”. Niente e nessuno potrà riparare al danno fatto, nessuna ammissione di frode potrà restituire la vita a chi è stato ucciso in nome di una messa in scena, nessuna verità, per quanto palese, potrà cancellare dall’immaginario collettivo mondiale la certezza che gli Ebrei si nutrano ancora del sangue dei bambini, come per secoli è stato creduto. Scrive Youval Steiniz, Ministro degli Affari Interni:

« l’affaire Al-Dura è un’accusa moderna di morte rituale contro lo Stato di Israele, come quelle che sostennero ci fosse stato un massacro a Jenin. Il réportage di France 2 è completamente senza fondamento».

Antisemitismo? Antisionismo?

L’antisemitismo è il nome dato alla forma di razzismo praticato contro il popolo ebraico. Anche se l’interpretazione letterale della parola sembrerebbe indicare ostilità contro tutti i popoli semiti, si tratta di un’interpretazione errata. Il termine fu coniato originariamente in Germania nel 1879 per descrivere le campagne europee contro gli ebrei dell’epoca, ed è presto stato utilizzato per indicare le persecuzioni o le discriminazioni contro gli ebrei di tutto il mondo. Quindi, gli arabi che affermano di non poter essere degli antisemiti perché sono “semiti” loro stessi, stanno cercando in realtà di girare attorno alla questione, cercando di nascondere i loro atteggiamenti razzisti. Questo tentativo di assolversi dall’accusa di razzismo risulta particolarmente sfacciato, visto che un forte antisemitismo è presente in molti Paesi arabi anche oggi.

Nonostante le origini relativamente moderne del termine antisemitismo, l’odio verso il popolo ebraico è un fenomeno antico. L’antisemitismo ha assunto varie forme e ha fatto ricorso a diversi pretesti nel corso della storia. In epoca recente, esso è stato promosso da ideologie nazionalistiche estremiste e anche razziste. L’antisemitismo raggiunse il picco durante la Shoah. Più di sei milioni di ebrei (un terzo della popolazione ebraica del mondo) furono brutalmente e sistematicamente massacrati durante la Seconda Guerra Mondiale. L’antisemitismo moderno in Europa, dopo essere stato represso per decenni in seguito all’Olocausto, negli ultimi anni è di nuovo esploso con rinnovato vigore sotto una nuova forma: l'”antisionismo”, ovvero l’odio contro lo Stato di Israele. Questo nonostante il fatto che il sionismo sia il movimento di liberazione nazionale del popolo ebraico, un’espressione della sua legittima aspirazione all’autodeterminazione e all’indipendenza nazionale. Il movimento sionista fu fondato per dare a un popolo antico uno Stato sovrano proprio nella sua terra antica. Israele è la moderna incarnazione politica di questo sogno antico.

Lo scopo dell’antisionismo consiste nel minare la legittimità di Israele, negando così al popolo ebraico il suo posto nella comunità delle nazioni. La denigrazione del sionismo è quindi, un attacco al diritto fondamentale di Israele di esistere come nazione al pari delle altre, in violazione di uno dei principi di base del diritto internazionale. Proprio come l’antisemitismo nega agli ebrei i loro diritti individuali nella società, così l’antisionismo attacca il popolo ebraico in quanto nazione, sul piano internazionale. Così come “gli ebrei” sono stati ilcapro espiatorio per molti dei problemi della società, Israele è diventato il bersaglio di condanne sproporzionate e a senso unico sul piano internazionale.

L’ antisionismo spesso si manifesta sotto forma di attacchi contro Israele alle Nazioni Unite e in altri consessi internazionali. Nel corso de anni, molti eventi della comunità internazionale sono stati strumentalizzati per condannare Israele, a prescindere da quale fosse l’argomento in discussione o di quanto esile fosse il collegamento tra esso e il conflitto nel Medio Oriente. Inoltre, non a caso la censura di Israele nei consessi internazionali o nei media è spesso stata accompagnata da un notevole incremento degli episodi antisemiti in molte parti del mondo. Mentre la critica legittima di Israele viene considerata parte integrante del processo democratico, le critiche che sconfinano nell’illegittimità – mediante la demonizzazione, l’uso di due pesi e due misure o la delegittimazione di Israele – dovrebbero essere considerate un’espressione del “nuovo antisemitismo”.

Sia le forme classiche di antisemitismo, assieme alla loro versione aggiornata (nella quale Israele viene trattato come l’ebreo della comunità internazionale), dovrebbero essere fortemente condannate. Tutte le critiche nei confronti di Israele sono antisemitiche? È importante riconoscere che Israele, in quanto democrazia, è aperta alle critiche giuste e legittime. Un’analisi valida, anche se negativa, delle politiche israeliane non dovrebbe essere considerata antisemitica, né le critiche espresse nei confronti di un altro Paese dovrebbero essere considerate razziste.

Tuttavia, le condanne di Israele attraversano troppo spesso il confine tra critiche giustificate e forme di denigrazione che potrebbero essere considerate antisemitiche. L’espressione generalmente accettata per questo tipo di trattamento non equanime è “nuovo antisemitismo”. Proprio come in passato gli ebrei venivano usati come capri espiatori di molti problemi, oggi vi sono dei tentativi di trasformare Israele in un paria internazionale.

La linea che separa le critiche legittime e le critiche riconducibili al nuovo antisemitismo, per alcuni risulta difficile da individuare. L’ex ministro Natan Sharansky, nel suo articolo del 2004 ” Antisemitismo in 3 D”, aveva specificato i parametri per tracciare la linea di demarcazione. Le 3 D del nuovo antisemitismo sono: Demonizzazione, Due pesi e due misure e Delegittimazione. Demonizzazione: allo stesso modo in cui gli ebrei furono demonizzati per secoli come incarnazione del male, così anche Israele è stata denominata un’entità malvagia. Molte delle critiche appartenenti a questa categoria consistono nel paragonare gli israeliani ai nazisti e i palestinesi agli ebrei vittima dell’Olocausto. Il ribaltamento della Shoah non è diffuso solo nei Paesi arabi, ma sta prendendo piede anche in Occidente. La tecnica propagandistica risulta particolarmente viscida poiché non solo rappresenta in modo distorto la lotta di Israele per difendersi, ma sminuisce anche la straordinaria sofferenza delle vittime della Shoah, di per sé una forma di rinnegazione.

Due pesi e due misure: per poter parlare di due pesi e due misure è sufficiente verificare se Israele viene giudicato in base a standard diversi da quelli di altri Paesi in circostanze analoghe. Spesso si può parlare di due pesi e due misure in merito agli incontri internazionali, nei quali Israele subisce critiche ingiuste in base standard di giudizio che non vengono applicati a nessun altro Paese. Allo stesso modo, un comportamento simile o addirittura peggiore da parte di altre nazioni viene spesso ignorato. L’applicazione di due pesi e due misure si può spesso riconoscere dall’irragionevole quantità – nonché qualità – delle critiche.

Un esempio significativo di due pesi e due misure è visibile nelle richieste di boicottaggio di Israele. Se tali richieste facessero parte di una campagna più ampia contro i molti regimi che violano palesemente i diritti umani in tutto il mondo, Israele sosterrebbe che la sua inclusione nella lista di questi Paesi è illegittima. Tuttavia, quando solo Israele viene preso di mira per un boicottaggio, si tratta chiaramente una dimostrazione di attività antisemitica.

Delegittimazione: i nuovi antisemiti stanno tentando di delegittimare la stessa esistenza dello Stato ebraico. Lo fanno sia minando il suo diritto a essere stato costituito, ma anche cercando di far passare l’Israele moderno come uno Stato paria, ad esempio utilizzando nei suo confronti espressioni come “discriminazione razziale” o “violatore dei diritti umani”. Come ha scritto Natan Sharansky: “Anche se le critiche contro la politica israeliana potrebbero non essere antisemitiche, la negazione del diritto di Israele di esistere lo è sempre. Se altri popoli hanno il diritto di vivere in sicurezza nella loro patria, anche gli ebrei hanno il diritto di vivere in sicurezza nella loro.”

Anche se le critiche valide contro Israele non hanno assolutamente alcun rapporto con l’antisemitismo, una parte dell’irragionevole condanna ha le sue radici negli atteggiamenti antisemitici, spesso mascherati da “antisionismo”. In quanto nazione che si dedica ai principi della Democrazia, Israele crede che le critiche, sia da parte di altre nazioni che del suo popolo, siano una forza notevole verso il cambiamento in senso positivo. Tuttavia, vi è una chiara distinzione tra i richiami legittimi al miglioramento e il tentativo di delegittimare Israele attraverso l’utilizzo di remote analogie, tecniche di demonizzazione, rendendola un’eccezione o chiedendo il rispetto di standard non applicati ad altri Stati. Questi tipi di critiche ignorano il contesto nel quale Israele cerca di sopravvivere di fronte ai violenti attacchi contro i propri cittadini e, troppo spesso, contro la sua stessa esistenza.

Israele è uno Stato dove vige la discriminazione razziale? Come la maggior parte delle democrazie occidentali con una popolazione in cui vivono numerose minoranze, Israele ha ancora molto da fare prima di poter ottenere l’uguaglianza perfetta. Tuttavia, la disparità tra la situazione degli arabi-israeliani e quella che esisteva nel Sud-Africa è talmente evidente che non si può minimamente paragonare. Infatti, quando si fanno questi paragoni, ci si trova di fronte a indicatori che segnano l’approccio verso Israele da parte di coloro che li fanno, più di quanto non lo siano per qualsiasi realtà in Israele.

Visto che non vi è alcuna giustificazione che tenga per muovere queste accuse, potrebbero esserci solamente due spiegazioni possibili: o vengono fatte da qualcuno che ignora completamente la situazione in Israele, oppure da qualcuno che nutre odio verso Israele. Inoltre, questo paragone non rende giustizia a coloro che hanno realmente subito la discriminazione razziale, sminuendo sia il dramma della loro situazione che negando i mezzi pacifici che hanno utilizzato per mettere fine a questo terribile regime.

“Non siamo antisemiti; siamo “solo” antisionisti”

Anche se le condizioni degli arabi-israeliani hanno ancora molti margini di miglioramento, sono già state fatte molte conquiste in direzione del raggiungimento dell’uguaglianza assoluta. Basterebbe osservare semplicemente i progressi degli arabi-israeliani nella sfera pubblica per rendersene conto; gli arabi-israeliani sono presenti nella Corte Suprema, nella Knesset (parlamento), negli incarichi nelle ambasciate, tra i sindaci e anche nel Governo (attualmente, Raleb Majadele è ministro delle scienze, della cultura e dello sport e Majalli Whbee è viceministro degli esteri). Importanti arabi-israeliani sono presenti in ogni ambito della società israeliana, compresi i calciatori della nazionale israeliana. In effetti, uno degli ideali sui quali fu fondata Israele era quello dell’uguaglianza. La dichiarazione di indipendenza di Israele afferma che lo Stato di Israele “assicurerà la totale uguaglianza dei diritti sociali e politici a tutti i suoi cittadini indipendentemente da religione, razza e sesso; garantirà la libertà di culto, coscienza, lingua, istruzione e cultura; salvaguarderà i luoghi sacri di tutte le religioni.” Inoltre, continua ad appellarsi “agli arabi che vivono in Israele affinché preservino la pace e partecipino alla costruzione dello Stato sulle basi dell’uguaglianza del diritto di cittadinanza e la giusta rappresentazione in tutte le sue istituzioni provvisorie e permanenti”. Le seguenti iniziative legislative e le decisioni giuridiche si sono ispirate a questi principi.

In che modo la giustizia israeliana protegge i diritti civili e le libertà fondamentali? Tutti i cittadini israeliani – indipendentemente da razza, religione e sesso – godono degli stessi diritti e tutele legali. Questo principio risale al documento di costituzione del moderno Stato di Israele, la dichiarazione di costituzione dello Stato di Israele del maggio 1948. Questa dichiarazione di indipendenza proclamò che lo Stato di Israele si sarebbe basata sulla libertà, la giustizia e la pace come auspicato dai profeti di Israele. Essa garantirà la totale uguaglianza dei diritti sociali e politici a tutti i suoi cittadini indipendentemente da religione, razza o sesso; garantirà la libertà di culto, coscienza, lingua, istruzione e cultura; salvaguarderà i luoghi sacri di tutte le religioni e sarà leale ai principi della Carta delle Nazioni Unite.

Anche se la Dichiarazione non è un documento costituzionale con valore legale, esso mantiene la sua influenza dettando i principi guida nelle interpretazioni delle leggi. La sua centralità è stata riconosciuta nella legge di base del 1982: “Dignità umana e libertà”, che stabilisce esplicitamente che i diritti umani previsti dalla Legge saranno interpretati “nello spirito dei principi della Dichiarazione della costituzione dello Stato di Israele”. Come il Regno Unito, Israele non ha una costituzione scritta. Questo non significa, però, che i diritti umani non siano costituzionalmente protetti. Poco dopo la fondazione di Israele, la Knesset iniziò ad approvare una serie di leggi di base relative a tutti gli aspetti della vita, che un giorno verranno messe assieme per creare una costituzione scritta. Oltre alle leggi che stabiliscono le caratteristiche principalidel governo, sono state approvate altre leggi che si occupano dei diritti fondamentali, come la legge di base ispirata a dignità e libertà umana.

Esempio di cartoon “antisionista”

In assenza di un documento formale che sancisca i diritti, il sistema giudiziario israeliano ha avuto un ruolo chiave nella protezione delle libertà civili e nell’applicazione della legge. Oltre alle leggi di base, nel corso degli anni è stato approvato un insieme di leggi che protegge le libertà civili. L’uguaglianza, la libertà di espressione, la libertà di riunione e la libertà di culto sono solo alcuni dei diritti di base considerati valori fondamentali dal sistema legale israeliano. Il sistema costituzionale israeliano si basa su due principi fondamentali: lo Stato è democratico e anche ebraico. Non esiste alcuna contraddizione tra i due principi.

Oltre al suo contributo alla giurisprudenza, la Corte Suprema ha un’altra funzione particolare. Nella suo ruolo di Alta Corte di Giustizia e agendo da corte di prima ed ultima istanza, la Corte Suprema ascolta le petizioni delle persone che si rivolgono in appello contro un ente o un rappresentante del governo. Questo significa che qualsiasi individuo che abiti in Israele o nei territori può appellarsi direttamente alla Corte Suprema del Paese e chiedere assistenza immediata, qualora dovesse ritenere che i suoi diritti siano stati violati da un qualsiasi ente governativo o dalla forze armate. Queste petizioni hanno un ruolo importante nel garantire i diritti civili della persona, sia per i cittadini israeliani che per i palestinesi. Il sistema giudiziario israeliano – e per prima la Corte Suprema, che è il cane da guardia della democrazia israeliana – ha avuto un ruolo importante nel garantire che tutti gli israeliani, ebrei e arabi, godano dello stesso livello di protezione dei diritti umani e delle libertà civili dei cittadini delle altre democrazie occidentali.

“Anti sionista, non antisemita!”

Perché c’è stato un incremento degli episodi antisemiti? La campagna di delegittimazione contro Israele ha portato a un forte incremento di attacchi anti-israeliani e antisemitici in tutto il mondo. Contemporaneamente, la linea di demarcazione tra separa la critica legittima contro Israele e gli attacchi antisemitici contro obiettivi ebraici si sta diventando sempre di più sfumata. A partire dall’inizio della seconda Intifada, nel settembre 2000, Israele sta subendo una campagna di delegittimazione a livello mondiale. Il Paese è stato attaccato dai media e nelle sedi internazionali e accusata dai leader politici e dagli intellettuali. È stato messo in dubbio il suo stesso diritto di esistere, nonché il suo dovere primario di difendere i suoi cittadini. Gli estremisti di sinistra e di destra si sono uniti insieme nell’odio verso lo Stato ebraico.

Questi attacchi vanno oltre qualsiasi critica giustificabile che Israele, in quanto solida democrazia, considera un elemento del legittimo dialogo tra Stati. Tuttavia, non è affatto legittimo censurare Israele in modo talmente sproporzionato, isolarlo e pretendere che mantenga standard impossibili, non richiestia nessun altro Stato. Non è neppure legittimo demonizzare Israele o cercare di delegittimare la sua stessa esistenza. Le ragioni di fenomeno crescente sono numerose e sono strettamente legate all’abilità che hanno i palestinesi nel vendere la loro immagine di vittime indifese. Hanno utilizzato questa percezione per giocare con i sentimenti di coloro che invocano i diritti umani (mentre i leader palestinesi e i terroristi violano i più basilari diritti umani delle vittime innocenti e del loro stesso popolo). I pregiudizi portati avanti da media sono stati decisivi nel processo di delegittimazione di Israele. Non c’è da stupirsi che le popolazione occidentali, che generalmente si fidano dei loro mezzi d’informazione rimangano influenzati quando sono esposti a descrizioni unilaterali del conflitto. Un altro tipo di condanna ha radici sostanzialmente ideologie e viene spesso sostenuto da coloro che sono disposti ad ignorare tutte le trasgressioni dei regimi totalitari, a prescindere da quanto sianoeclatanti, ma criticano qualsiasi passo difensivo adottato dagli Stati democratici. Anche gli atteggiamenti antisemitici tradizionali, spesso mascherati da posizioni anti-sioniste, hanno fatto la loro parte.

“Anti sionista, non antisemita!”

(…)

Attacchi antisemitici sono stati le bombe presso le sinagoghe e le scuole ebraiche, gli atti di vandalismo e profanazione di cimiteri ebraici, le minacce di morte e violenza contro ebrei e gli atti di violenza non provocata che sono arrivati anche all’omicidio. Questi crimini ispirato all’odio contro gli ebrei e le istituzioni delle comunità ebraiche sono spesso mascherati da azioni “anti-sioniste”. La situazione nel Medio Oriente è ancora peggiore. La virulenta retorica anti-israeliana era già diffusa, ma si è intensificata a partire dall’inizio delle violenze nel 2000. Miti antisemiti e anti-israeliani, spesso appoggiati da governi che perseguono i loro obiettivi, vengono fatti propri da una notevole percentuale della popolazione locale. L’incessante flusso di accuse deprecabili e infondate favorito dai rappresentanti palestinesi ha contribuito fortemente alla crescente ondata di antisemitismo. Una delle conseguenze è stata l’incremento di attacchi contro obiettivi ebraici nel mondo arabo, che hanno provocato la morte di molte persone, come nel caso dell’attentato terroristico contro l’antica sinagoga di Djerba, a Tunisi, nell’aprile 2002. Israele è seriamente preoccupato dalla crescita significativa dell’antisemitismo che prende di mira le comunità ebraiche in Europa e altrove. Questo crescente fenomeno dovrebbe suscitare la preoccupazione di tutta la società civile. Israele si appella ai governi dei Paesi dove la minaccia d’antisemitismo si sta propagando affinché prendano tutte le necessarie misure per assicurare la vitadelle comunità ebraiche e affinché i responsabili di questi deplorevoli attacchi vengano affidati alla giustizia. L’istigazione antisemitica – sia che venga promossa da individui, da organizzazioni o dai leader di certi Paesi – dovrebbe essere fortemente condannata a ogni occasione.

“Anti sionista, non antisemita!”

(…..)

QUI l’articolo orginale

Già pubblicato QUI

Chaim Herzog e il suo discorso all’ONU

10 novembre 1975

In merito all’adozione della risoluzione ONU 3379 che includeva l’equazione Sionismo=razzismo, l’Ambasciatore d’Israele Herzog insorse per denunciare la bassezza della risoluzione stessa e di coloro che si accingevano a votarne l’adozione. Nell’occasione tenne un discorso memorabile sull’origine e il significato del Sionismo e sul suo legame inscindibile col Popolo Ebraico, che in quel momento egli rappresentava, di fronte ad un consesso di nazioni apertamente ostili. Questo discorso figura nella Storia, fianco a fianco con i più famosi discorsi tenuti in pubblico per perorare la causa dei più basilari diritti umani, come il celebre “I have a dream” di M. Luther King che di Israele in altra occasione scrisse:

“I nostri fratelli in Africa hanno mendicato, implorato, supplicato, chiedendo che venisse riconosciuto ed attuato il nostro congenito diritto a vivere in pace sotto la nostra sovranità e nel nostro Paese. (…) Come dovrebbe essere facile, per chiunque abbia a cuore questo inalienabile diritto umano, comprendere e sostenere il diritto del Popolo Ebraico a vivere nell’antica terra d’Israele. Gli uomini di buona volontà esultano nel vedere la promessa di Dio realizzata, nel vedere il suo popolo che torna gioiosamente a ricostruire la sua terra devastata. QUESTO E’ IL SIONISMO, niente di più e niente di meno.”

E’ simbolico che questo dibattito, che potrebbe rivelarsi un punto di svolta nelle vicende delle Nazioni Unite e un fattore determinante per la possibile esistenza futura di questa organizzazione, debba avvenire il 10 novembre. Questa notte, 37 anni fa, è passata alla storia come Kristallnacht, o la Notte dei Cristalli. In quella notte del 10 novembre 1938, gli assalitori nazisti di Hitler lanciarono un attacco coordinato alla comunità ebraica in Germania, bruciarono le sinagoghe in tutte le città e si accesero roghi per le strade con i Libri Sacri, i rotoli della Legge Sacra e la Bibbia.

In quella notte le case ebraiche furono attaccate e i capi famiglia portati via, di questi non molti ritornarono. In quella notte le vetrine di tutti i negozi appartenenti agli ebrei furono distrutte e coprirono le strade delle città tedesche con uno strato di vetri rotti che si ridussero in milioni di cristalli, dando così il nome a quella notte: Kristallnacht, la Notte dei Cristalli. Quella notte ha portato infine ai forni crematori e alle camere a gas, ad Auschwitz, Birkenau, Dachau, Buchenwald, Theresienstadt, e altri. Quella notte ha portato all’olocausto più terrificante della storia dell’uomo.

E’ davvero giusto che questo progetto (la risoluzione in discussione n.d.r.), concepito nel desiderio di deviare il Medio Oriente dalle sue mosse verso la pace, e nato da una profonda sensazione pervasiva di antisemitismo, debba essere posto in discussione proprio in questo giorno che ricorda uno dei giorni più tragici di uno dei periodi più bui della nostra storia? E’ opportuno che le Nazioni Unite, che hanno iniziato la loro vita come alleanza anti-nazista, debbano, 30 anni dopo, ritrovarsi a diventare il centro mondiale dell’anti-semitismo? Hitler si sarebbe sentito a casa in diverse occasioni durante l’anno passato, ascoltando il procedimento dei lavori in questa forma e, soprattutto, al procedimento dei lavori nel corso del dibattito sul Sionismo.

È un’osservazione che fa riflettere e considerare fino a che punto questo Organismo è stato trascinato verso il basso, se siamo costretti oggi a contemplare un attacco contro il Sionismo. Poiché questo attacco costituisce non solo un attacco antisemita della più ripugnante sorta, ma anche un attacco in questo organismo mondiale contro l’ebraismo, una delle più antiche religioni nel mondo, una religione che ha dato al mondo i valori umani della Bibbia, una religione, da cui due altre grandi religioni, Cristianesimo e Islam, sorsero – una grande religione, consolidata, che ha dato al mondo la Bibbia con i suoi dieci comandamenti, i grandi profeti del passato, Mosè, Isaia, Amos, i grandi pensatori della storia, Maimonide, Spinoza, Marx, Einstein, molti dei maestri delle arti, e un’alta percentuale di premi Nobel del mondo, nelle scienze, le arti e le discipline umanistiche, come nessun altro popolo sulla terra.

Si può solo riflettere e meravigliarsi di fronte alla prospettiva dei Paesi che si considerano parte del mondo civilizzato e che si stanno unendo a questo primo attacco organizzato contro una religione stabilita fin dal Medioevo. Sì, a queste profondità, indietro fino al Medioevo, veniamo trascinati oggi da coloro che sostengono questa proposta di risoluzione.

Il progetto di risoluzione, prima della Terza Commissione era in origine una risoluzione che condannava il razzismo e il colonialismo, un argomento sul quale il consenso avrebbe potuto essere raggiunto, un consenso che è di grande importanza per tutti noi e per i nostri colleghi Africani in particolare. Tuttavia, invece di permettere che ciò accadesse, un gruppo di paesi, inebriato dalla sensazione di potere data alla maggioranza automatica, e senza tener conto dell’importanza di raggiungere un consenso su questo tema, ha pilotato la Commissione in modo sprezzante, con l’uso appunto della maggioranza automatica, fino a imporre il Sionismo come soggetto in discussione.

Non vengo a questa tribuna per difendere i valori morali e storici del popolo ebraico. Non hanno bisogno di essere difesi. Parlano da sé. Hanno dato agli uomini molto di ciò che è grande ed eterno. Hanno fatto per lo spirito dell’uomo più di quanto possa essere facilmente apprezzato in un forum come questo. Vengo qui a denunciare i due grandi mali che minacciano la società in generale e una società delle nazioni in particolare. Questi due mali sono l’odio e l’ignoranza. Questi due mali sono la forza motrice dietro i fautori di questa proposta di risoluzione e dei loro sostenitori. Questi due mali caratterizzano coloro che vorrebbero trascinare questa Organizzazione Mondiale, la cui idea fu concepita dai profeti di Israele, alle profondità a cui è stata trascinata oggi.

La chiave per comprendere il Sionismo sta nel suo nome. Nella Bibbia, la più occidentale delle due colline di Gerusalemme antica era chiamata Sion. Era il X secolo AC. Di fatto, il nome “Sion” appare 152 volte nell’Antico Testamento riferimento a Gerusalemme. Il nome è prevalentemente una denominazione poetica e profetica. Le qualità religiose ed emozionali del nome derivano dall’importanza di Gerusalemme come la Città Reale e la città del Tempio. “Monte Sion” è il luogo dove Dio abita, secondo la Bibbia.

Gerusalemme o Sion, è un luogo dove il Signore è il Re secondo Isaia, e dove ha installato il suo Re David, come citato nei Salmi. Il re Davide fece di Gerusalemme la capitale di Israele quasi 3000 anni fa, e Gerusalemme è rimasta la capitale da allora. Nel corso dei secoli il termine “Sion” è cresciuto e si è espanso a significare tutto Israele. Gli Israeliti in esilio non potevano dimenticare Sion. Il salmista ebraico, seduto presso le acque di Babilonia giurò: “Se ti dimentico, Gerusalemme, si paralizzi la mia destra” (Salmo 137, n.d.r.). Questo giuramento è stato ripetuto per migliaia di anni da parte degli ebrei di tutto il mondo. Si tratta di un giuramento che è stato fatto oltre 700 anni prima dell’avvento del Cristianesimo, e più di 1200 anni prima dell’avvento dell’Islam.

Alla luce di tutte queste connotazioni, Sion è venuto a significare la patria ebraica, simbolo dell’ebraismo, di aspirazioni nazionali ebraiche. Ogni Ebreo, mentre pregava il suo Dio, ovunque si trovasse nel mondo, si rivolgeva verso Gerusalemme. Queste preghiere hanno espresso per oltre 2000 anni di esilio, il desiderio del popolo ebraico di tornare alla sua antica patria, Israele. In realtà, una presenza continua ebraica, in numero maggiore o minore, è stata mantenuta nel paese nel corso dei secoli. Il Sionismo è il nome del Movimento Nazionale di Liberazione del Popolo Ebraico ed è l’espressione moderna del patrimonio ebraico. L’ideale sionista, come indicato nella Bibbia, è stato, ed è, parte integrante della religione ebraica.

Il Sionismo sta al popolo ebraico, come il movimento di liberazione dell’Africa e dell’Asia sono stati ai loro popoli. Il Sionismo è uno dei più emozionanti e costruttivi movimenti nazionali nella storia umana. Storicamente, si basa su una connessione univoca e ininterrotta, che si estende per circa 4.000 anni, tra il Popolo del Libro e la Terra della Bibbia. In tempi moderni, nel tardo Ottocento, spinto dalle forze gemelle della persecuzione antisemita e dal nazionalismo, il popolo ebraico ha organizzato il Movimento Sionista, al fine di trasformare il suo sogno in realtà. Il Sionismo, come movimento politico, ha rappresentato la rivolta di una nazione oppressa contro i saccheggi e la discriminazione e l’oppressione dei malvagi dei paesi in cui l’antisemitismo fiorì.

Abba Kovner (a sinistra), uno dei leader della resistenza ebraica a Vilnius,1944 

Non è di certo una coincidenza, e non sorprende affatto, che gli sponsor e sostenitori di questo progetto di risoluzione includano paesi che sono stati e sono colpevoli ancor oggi del crimine orribile di antisemitismo e di discriminazione. Il supporto agli obiettivi del Sionismo è stato scritto nel Mandato della Lega delle Nazioni per la Palestina, ed è stato nuovamente approvato dalle Nazioni Unite nel 1947, quando l’Assemblea generale ha votato con una maggioranza schiacciante per la restaurazione dell’indipendenza ebraica nella nostra antica terra.

Il ristabilimento dell’indipendenza ebraica in Israele, dopo secoli di lotta per superare la conquista estera e l’esilio, è una rivendicazione dei concetti fondamentali di parità delle nazioni e di autodeterminazione. Mettere in discussione il diritto del popolo ebraico all’esistenza nazionale e la sua libertà, non è solo di negare al popolo ebraico il diritto accordato a ogni altro popolo in questo mondo, ma è anche negare i precetti centrali delle Nazioni Unite.

Perché il sionismo non è altro – e niente di meno – che il senso di origine e destinazione verso la terra del Popolo Ebraico, la terra eternamente legata al suo nome. E ‘anche lo strumento con cui il popolo ebraico chiede una realizzazione autentica di se stesso.

La resistenza nei ghetti: la Brigata Partigiana “Lenin”

E il dramma si compie nella regione in cui la nazione araba ha realizzato la sua sovranità in 20 Stati, che contano un centinaio di milioni di persone in quattro milioni e mezzo di chilometri quadrati, con grandi risorse. Il problema quindi non è se il mondo verrà a patti con il nazionalismo arabo. La domanda è: fino a che punto il nazionalismo arabo, con la sua sovrabbondanza prodigiosa di vantaggio, ricchezza e opportunità, verrà a patti con i modesti ma uguali diritti di un altro Paese mediorientale a proseguire la sua vita in sicurezza e pace?

Le feroci diatribe sul Sionismo espresso qui dai rappresentanti arabi, possono dare a questa Assemblea l’impressione sbagliata che mentre il resto del mondo ha sostenuto il Movimento di Liberazione Nazionale Ebraico, il mondo arabo sia sempre stato ostile al Sionismo. Ma non è affatto così.

I leader arabi, al corrente dei diritti del popolo ebraico, hanno avallato pienamente le virtù del Sionismo. Lo Sceriffo Hussein, il leader del mondo arabo durante la Prima Guerra Mondiale, ha accolto il ritorno degli ebrei in Palestina. Suo figlio, l’Emiro Feisal, che ha rappresentato il mondo arabo alla Conferenza di Pace di Parigi ha avuto questo da dire circa il sionismo, il 3 marzo 1919:

“Noi arabi, in particolare i più colti fra noi, guardiamo con profonda simpatia al movimento Sionista… noi auguriamo agli Ebrei un cordiale bentornati a casa… Stiamo lavorando insieme per un Vicino Oriente riformato e rinnovato, e i nostri due movimenti si completano l’un l’altro. Il movimento è nazionale e non imperialista. C’è spazio in Siria per entrambi. Anzi, penso che nessuno dei due possa raggiungere un pieno successo senza l’altro.”

L’Emiro Feisal (Faysal ibn al-Husayn ibn ʿAlī) primo re dell’Iraq e re della Siria, fu animatore della Rivolta Araba contro gli Ottomani.

E’ forse pertinente a questo punto ricordare, che nel 1947, quando la questione della Palestina è stata oggetto di dibattito in seno alle Nazioni Unite, l’Unione Sovietica ha sostenuto con forza la lotta di indipendenza ebraica. E’ particolarmente importante ricordare alcune delle osservazioni di Mr. Andrei Gromyko il 14 maggio 1947, un anno prima della nostra indipendenza:

“Come sappiamo, le aspirazioni di una parte considerevole del Popolo Ebraico sono collegate con il problema della Palestina e della sua futura amministrazione. Questo fatto non richiede grandi prove… Durante l’ultima guerra, il Popolo Ebraico ha subito dolore e sofferenze eccezionali. Senza alcuna esagerazione, questo dolore e questa sofferenza sono indescrivibili. E’ difficile esprimerli in aride statistiche sulle vittime delle aggressori fasciste. Gli Ebrei nei territori dove gli hitleriani imperavano, sono stati sottoposti al quasi completo annientamento fisico. Il numero totale degli ebrei che morirono per mano del boia nazista è stimato a circa sei milioni… “

“Le Nazioni Unite non possono e non devono considerare questa situazione con indifferenza, poiché questo sarebbe incompatibile con gli alti principi proclamati nella sua Carta, che prevede la difesa dei Diritti Umani, a prescindere da razza, religione o sesso…”

“Il fatto che nessuno Stato dell’Europa occidentale sia stato in grado di assicurare la difesa dei diritti elementari del Popolo Ebraico e di salvaguardarlo contro la violenza dei carnefici fascisti, spiega le aspirazioni degli ebrei a stabilire il proprio Stato. Sarebbe ingiusto non tenerne conto e negare il diritto del Popolo Ebraico a realizzare questa aspirazione.”

Queste sono le parole del signor Andrei Gromyko alla sessione dell’Assemblea Generale il 14 maggio 1947. Quanto è triste vedere qui un gruppo di nazioni, molte delle quali solo di recente si sono liberate dal dominio coloniale, deridere uno dei movimenti di liberazione più nobili di questo secolo, un movimento che non solo ha dato un esempio di incoraggiamento e di determinazione alle persone che lottano per l’indipendenza, ma che ha anche attivamente aiutato molti di loro, durante il periodo di preparazione per la loro indipendenza, o subito dopo. Qui avete un movimento, incarnazione di un unico spirito pionieristico, della dignità del lavoro e di sostegno ai valori umani, un movimento che ha presentato al mondo un esempio di uguaglianza sociale e aperta democrazia, che viene associato in questa risoluzione con ripugnanti concetti politici.

Noi, in Israele, abbiamo cercato di creare una società che si sforza di attuare gli ideali più alti di società -politica, sociale e culturale – per tutti gli abitanti di Israele, a prescindere dal credo religioso, razza o sesso. Mostratemi un’altra società così pluralistica nella quale, nonostante tutti i problemi difficili tra i quali viviamo, Ebrei e Arabi convivono con un tale grado di armonia, in cui sono osservati la dignità e i diritti dell’uomo di fronte alla legge, in cui la condanna a morte non viene applicata, in cui la libertà di parola, di movimento, di pensiero, di espressione sono garantite, in cui anche i movimenti che si oppongono ai nostri obiettivi nazionali, sono rappresentati nel nostro Parlamento.

I delegati arabi parlano di razzismo. E non ci sta nella loro bocca. Che cosa è successo agli 800.000 Ebrei che hanno vissuto per oltre 2.000 anni nei paesi arabi, che hanno costituito alcune delle più antiche comunità molto tempo prima dell’avvento dell’Islam? Dove sono queste comunità? Che cosa è accaduto alla gente, cosa è successo alle loro proprietà? Gli Ebrei erano una volta una delle comunità più importanti nei paesi del Medio Oriente, i leader del pensiero, del commercio, della scienza medica. Dove sono nella società araba di oggi?

Osate parlare di razzismo quando posso indicare con orgoglio i Ministri arabi che hanno prestato servizio nel mio Governo, il Vice Presidente arabo del mio Parlamento, i funzionari arabi e gli uomini che servono di loro spontanea volontà nelle nostre forze armate, polizia di frontiera e, spesso, comandano le truppe ebraiche; le centinaia di migliaia di arabi provenienti da tutto il Medio Oriente che affollano le città di Israele ogni anno, e migliaia di arabi provenienti da tutto il Medio Oriente in arrivo per cure mediche in Israele, la coesistenza pacifica che si è sviluppata, al punto che l’arabo è lingua ufficiale in Israele al pari con l’ebraico; il fatto che sia più naturale per un arabo servire in carica pubblica in Israele, in quanto è assurdo pensare ad un Ebreo che serve in un qualsiasi pubblico ufficio in un paese arabo, sempre che vengano ammessi in questi paesi. E’ questo il razzismo? No, non lo è. Questo è il Sionismo.

Il nostro è un tentativo di costruire una società, seppure imperfetta – e quale società può dirsi perfetta?- in cui le visioni dei profeti di Israele siano realizzate. So che abbiamo dei problemi. So che molti non sono d’accordo con le politiche del nostro governo. Anche molti in Israele discordano di volta in volta con le politiche del Governo, e sono liberi di farlo, perché il Sionismo ha creato il primo e unico vero e proprio Stato democratico in una parte del mondo che non conosceva realmente la democrazia e la libertà di parola.

Questa risoluzione maligna, progettata per distrarci dal suo vero scopo, fa parte di un pericoloso idioma antisemita che viene insinuato in ogni dibattito pubblico da parte di coloro che hanno giurato di bloccare il passaggio verso l’accoglienza e, infine, verso la pace in Medio Oriente. Questo, insieme con mosse simili, è stato progettato per sabotare gli sforzi della Conferenza di Ginevra per la pace in Medio Oriente. Stiamo vedendo qui oggi nient’altro che un’ulteriore manifestazione dell’amaro odio antisemita, anti-ebraico che anima la società araba.

Chi avrebbe mai creduto che nell’anno 1975 le falsità maligne dei Protocolli dei Savi di Sion, sarebbero state distribuite ufficialmente dai governi arabi? Chi avrebbe mai creduto che avremmo oggi contemplato una società araba che insegna il più vile odio anti-ebraico negli asili? Chi avrebbe mai creduto che un capo di Stato arabo si sentisse obbligato a praticare pubblicamente l’antisemitismo della più bassa lega quando visita una nazione amica?

L’arabo è la seconda lingua ufficiale i Israele

Siamo attaccati da una società che è motivata dalla forma più estrema di razzismo conosciuta nel mondo di oggi. Questo è il razzismo che è stato espresso in modo sintetico nelle parole del leader dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), Yasser Arafat, nel suo discorso di apertura in un simposio a Tripoli, in Libia, cito: “Non ci sarà nessuna presenza nella regione eccetto per la presenza araba”. In altre parole, in Medio Oriente, dall’Oceano Atlantico al Golfo Persico, una sola presenza è permessa, e cioè la presenza araba. Nessun altro popolo, indipendentemente da quanto sono profonde le sue radici nella regione, deve essere ammesso a godere del suo diritto all’auto-determinazione. Guardate il tragico destino dei Curdi in Iraq. Guardate cosa è successo alla popolazione nera nel sud del Sudan. Guardate il pericolo terribile, in cui un’intera comunità di Cristiani si trova in Libano. Guardate la politica dichiarata dell’OLP, che nel suo Patto della Palestina prevede la distruzione dello Stato di Israele, che nega qualsiasi forma di compromesso sulla questione palestinese, e che, nelle parole del suo rappresentante solo l’altro giorno in questo stesso edificio, considera Tel Aviv un “territorio occupato”.

Guardate tutto questo e vedrete davanti a voi la causa principale della risoluzione perniciosa portata dinanzi a questa Assemblea. Vedrete i mali gemelli di questo mondo, al lavoro: l’odio cieco dei fautori arabi della presente risoluzione, e l’ignoranza abissale e la malvagità di coloro che li sostengono. La questione prima di questa Assemblea non è Israele e non è il Sionismo. Il problema è il destino di questa Organizzazione. Concepita nello spirito dei profeti d’Israele, nata da una alleanza anti-nazista, dopo la tragedia della Seconda Guerra Mondiale, è degenerata in un Forum che è stato descritto la settimana scorsa da uno dei maggiori scrittori di un importante organo sociale per il pensiero liberale in Occidente in questo modo, cito:

è rapidamente diventato una delle creazioni più corrotte e corruttrici di tutta la storia delle istituzioni umane… pressoché senza eccezioni, la maggioranza proviene da Stati noti per l’oppressione razzista di ogni colore immaginabile…””Israele è una democrazia sociale …il suo popolo e il suo Governo hanno un profondo rispetto per la vita umana, così appassionato che, nonostante ogni provocazione immaginabile, si sono rifiutati per un quarto di secolo di giustiziare anche solo un singolo terrorista catturato. Essi hanno anche una cultura antica ma vigorosa, e una tecnologia fiorente. La combinazione di qualità nazionali che hanno assemblato nelle loro breve esistenza come Stato è una perenne condanna che inasprisce la maggior parte dei nuovi paesi i cui rappresentanti si pavoneggiano nel palazzo delle Nazioni Unite.”Così Israele è invidiato e odiato, e ogni sforzo viene messo in atto per distruggerlo. Lo sterminio degli israeliani è stato a lungo l’obiettivo principale del terrorismo internazionale, ma hanno calcolato che se si può spezzare Israele, allora tutto il resto della civiltà è vulnerabile ai loro assalti”.

Tel Aviv

E poi conclude:

“La triste verità, temo, è che le candele della civiltà stanno bruciando sempre più in basso. Il mondo è sempre più governato non tanto dal capitalismo, o dal comunismo o dalla democrazia sociale, o addirittura dalla barbarie tribale, quanto piuttosto da un lessico falso, fatto di cliché politici, accumulato in oltre mezzo secolo e che ora sta assumendo una sorta di degenerazione verso l’autorità sacerdotale… Tutti noi sappiamo di che si tratta…” 

Nel corso dei secoli è toccato in sorte al mio popolo di essere la cartina al tornasole della decenza umana, il metro di paragone della civiltà, il crogiolo in cui duraturi valori umani devono essere testati. Il livello di umanità di una nazione potrebbe sempre essere giudicato dal suo comportamento verso la sua popolazione ebraica. E ‘sempre cominciato con gli ebrei, ma non si è conclusa con loro.

Vita di tutti i giorni in Israele

I pogrom anti-ebraici nella Russia zarista erano solo la punta di un iceberg che ha rivelato il marciume intrinseco del regime, che ben presto scomparve nella tempesta della rivoluzione. Gli eccessi antisemiti dei nazisti solo pallidamente prefigurarono la catastrofe che doveva colpire l’umanità in Europa. Questa scellerata risoluzione deve suonare la sveglia per tutte le persone oneste del mondo. Il popolo ebraico, come cartina al tornasole, purtroppo non ha mai commesso un errore. Le implicazioni inerenti a questa mossa vergognosa sono davvero terrificanti. Su questo tema, il mondo rappresentato in questa sala si è diviso in buono e cattivo, dignitoso e abietto, umano e degradato. Noi, Popolo Ebraico, ricorderemo nella storia la nostra gratitudine a quelle nazioni che si sono alzate in piedi e che hanno rifiutato di sostenere questa proposta sciagurata. So che questo episodio avrà rafforzato le forze della libertà e del decoro in questo mondo e li hanno fortificati nella loro volontà di rafforzare gli ideali che tanto apprezzano. So che questo episodio avrà rafforzato il Sionismo come ha indebolito le Nazioni Unite.

Mentre sono su questa tribuna, la storia lunga e orgogliosa del mio popolo si dipana davanti al mio occhio interiore, vedo gli oppressori del nostro popolo nel corso dei secoli che passano uno dopo l’altro in una nefanda processione verso l’oblio. Mi trovo qui davanti a voi in qualità di rappresentante di un popolo forte e rigoglioso, che è sopravvissuto a tutti e che sopravviverà a questo spettacolo vergognoso e ai sostenitori di questa risoluzione. Io sono qui come rappresentante di un popolo di profeti, che ha dato a questo mondo la profezia sublime che animava i fondatori di questa Organizzazione mondiale e che adorna l’ingresso di questo edificio:

“… Un popolo non alzerà più la spada contro un altro popolo, non si eserciteranno più nell’arte della guerra” (Isaia ii, 4) 

Tre versi prima di questo, il profeta Isaia proclamava:

“E avverrà negli ultimi giorni… Poiché da Sion uscirà la legge e la parola del Signore da Gerusalemme”. (Isaia, ii, 2 e 3)

Mentre sono su questa tribuna, i grandi momenti della storia ebraica mi vengono in mente mentre vi affronto, ancora una volta in inferiorità numerica e come aspirante vittima di odio, ignoranza e male. Ripenso a quei grandi momenti. Ricordo la grandezza di una nazione che ho l’onore di rappresentare in questo forum. Ho in mente in questo momento tutto il Popolo Ebraico in tutto il mondo ovunque i suoi membri si trovino, sia in libertà che in schiavitù, le cui preghiere e i cui pensieri sono con me in questo momento. Io sono qui non come supplice. Votate come le vostre coscienze e la vostra morale vi impongono. Poiché il problema non è Israele o il Sionismo. Il problema è la sopravvivenza dell’Organizzazione che è stata trascinata al suo livello più basso di discredito da una coalizione di dispotismi e di razzisti.

Il voto di ogni delegazione registrerà nella storia la posizione del suo paese rispetto al razzismo antisemita e anti-ebraico. Voi stessi porterete la responsabilità per la vostra presa di posizione di fronte alla storia, poiché in ragione della vostra posizione sarete visti dalla storia. Ma noi, Popolo Ebraico, non dimentichiamo.

Tel Aviv

Per noi, il Popolo Ebraico, questo non è che un episodio di passaggio in una storia ricca e piena di eventi. Abbiamo messo la nostra fiducia nella nostra Provvidenza, nella nostra fede e nel nostro credo, nella nostra tradizione santificata dal tempo, nella nostra lotta per l’avanzamento sociale e per i valori umani, nelle nostra gente, ovunque si trovi.

Per noi, il Popolo Ebraico, questa risoluzione, basata sull’odio, la menzogna e l’arroganza, è priva di qualsiasi valore morale o legale. Per noi, il Popolo Ebraico, questo non è altro che un pezzo di carta, e verrà trattato come tale.

(Il 16 Dicembre 1991, l’Onu ritiro’ la mozione del 10 Novembre 1975)

Articolo già apparso QUI

L’occhio dei media

Siamo stati bombardati per settimane dalla copertura internazionale della campagna elettorale israeliana da parte dei media. Il filo rosso comune era: spostamento a destra e morte del processo di pace e perfino della democrazia israeliana stessa. I media hanno cioè cercato di adattare le previsioni elettorali al loro proprio quadro.

Così la storia si è dipanata unicamente intorno alla lotta all’interno della destra, ignorando gli sviluppi al centro e a sinistra. I mezzi di comunicazione hanno una gioia particolare nel cercare di dimostrare che gli israeliani sono, nel complesso, fanatici politici, determinati a seppellire le possibili prospettive di pace in Medio Oriente.  Troppi commentatori della stampa internazionale hanno guardato alle elezioni solo attraverso il prisma delle relazioni di Israele con i palestinesi. Troppi commentatori hanno trattato le preferenze percepite degli elettori israeliani con scherno o disprezzo.

Alcuni esempi:

Il Daily Telegraph, dove figurava un commento di Peter Oborne, uno che crede nell’esistenza di una onnipotente lobby israeliana nel Regno Unito:

“Le voci israeliane moderate non si sono sentite in queste elezioni” ; beh Oborne, hai sbagliato. Ma non contento, il Daily Telegraph ha pubblicato questo: quale sarebbe la “linea dura del sionismo”???

E la “linea dura” appare anche sul sito web Salon, che si aspettava la vittoria di un governo tra i più duri addirittura “della storia”!

Sky News ha parlato di “destra estremista”

Certo, nemmeno i sondaggisti israeliani avevano predetto i risultati a sorpresa che hanno visto il partito centrista Yesh Atid, guidato dall’ex personaggio televisivo Yair Lapid, emergere come il secondo partito, dietro a un indebolito Likud-Beitenu di Benjamin Netanyahu. E questo quando le previsioni davano  l’aumento di Naftali Bennett di Ha-bayit Ha-yehudi (Casa ebraica), un partito a destra del Likud. L’ossessione per la destra ha impedito ai mezzi di comunicazione una visione equilibrata degli sviluppi politici. L’8 gennaio, Michael Singh del Foreign Policy  ha visto gli stessi sondaggi che hanno visto i media, ma ha tratto conclusioni molto diverse che si sono poi rivelate molto vicine alla realtà:

Cio’ che si nota meno spesso, tuttavia, è che i partiti di sinistra hanno guadagnato. Lo stesso sondaggio mostra aumenti non solo per il partito laburista, ma per il partito di estrema sinistra Meretz e per il partito focalizzato sulla giustizia sociale, Yesh Atid (che non esisteva), così come per il partito di Tzipi Livni. I perdenti sono la coalizione Likud-Israel Beitenu, proiettato a perdere nove seggi, ed i partiti di centro – Kadima, che aveva 21 seggi, e cesserà di esistere, e il partito di Ehud Barak  che non avrà rappresentanza alla Knesset. Non ci saranno rivoluzioni o eclatanti spostamenti; il “peso” di Netanyahu in una coalizione sarà solo minore. Dove i media internazionali hanno visto estremismo, c’è stata invece solo moderazione.

 

 

La delusione del canadese Globe&mail è stata cosi’ grande che nonostante tutto ha pubblicato ancora la “teoria della linea dura”, quando già i primi exit-polls dicevano tutt’altro:

E che dire di MSNBC, che addirittuta parla di “minaccia all’identità ebraica di Israele”!

E alcuni commenti dell’articolista del MSNBC, Rula Jebreal, suonano come “E se poi critichi il governo israeliano ti accusano di anti-semitismo”!  Con questo credendo di mettere a tacere le critiche ai detrattori di Israele.

Ma è l‘Indipendent a mostrare il grado di incomprensione dei media:

Soluzione “due-stati”: una nazione decide. Non se ne è accorto il giornalista come queste elezioni abbiano relegato sullo sfondo le questioni diplomatiche per mettere in primo piano le questioni interne e sociali? E questo non significa di certo mostrare una non volontà alla pace o indiferenza in merito ai razzi che piovono sulle teste degli israeliani; tutti i tre partiti in testa alle elezioni sostengono la soluzione a due stati. E’ forse difficile prendere atto della vitale democrazia israeliana?

 

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