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Chi ha bisogno del Diavolo?

Quanta resposabilità hanno i media nella percezione distorta di Israele? Lo abbiamo detto e ripetuto: moltissima. Tutte le “parole d’ordine” che ormai siamo abituati ad ascoltare a proposito dello Stato Ebraico non sono emerse spontaneamente un giorno, dal nulla: sono il frutto di una propaganda incessante, rivolta a indirizzare l’opinione pubblica occidentale. I fatti ovviamente smentirebbero questa retorica mortifera, se godessero della stessa capillare diffusione riservata alle bugie.

Parigi, Place de la Republique, 7 Ottobre 2000

“Israele sta operando la “pulizia etnica” del popolo  palestinese”. E’ la frase funzionale all’infame equazione: Israele/Ebrei=Nazisti. Lo leggiamo ovunque, perfino nei giornaletti di intrattenimento. Questo sondaggio è apparso nel documento Intolerance, Prejudice and Discrimination, A European Report:

Il bisogno europeo di paragonare Israele cioè, parafrasando Appelfeld, “cio’ che resta degli Ebrei” ai nazisti è stato analizzato, fra gli altri da Richard Landes, che lo ha associato alle  patologie derivate dal bisogno di liberarsi del senso di colpa derivato dalla Shoah. E’ un odio irrazionale, ossessivo, morboso, che non trova alcun riscontro nella realtà.

La Stampa, 3 Aprile 2002

Scrive Landes:

“…questa autorizzazione a scivolare nell’abuso di descrivere gli israeliani con i più sadici epiteti morali, in special modo come nazisti, è andata ben al di là non solo dell’ambito della Shoah e del tradizionale antisemitismo cristiano. Ha funzionato da appello fortissimo per quella che normalmente si pensa come laica (post-cristiana) sinistra progressista, un luogo nel quale non ci si aspetterebbe almeno questo tipo di odio-mercato e demonizzazione…;”

Durban, Agosto 2001

Tutte le statistiche in merito alla “pulizia etnica” ovviamente smentiscono questa narrativa e indicano una forte crescita della popolazione palestinese negli ultimi sessant’anni:

Dal 1949 ad oggi, la popolazione della West Bank è aumentata da 462.000 ai 2,5 milioni di oggi. Quella di Gaza, da 82.000 nel 1949 ai 1,7 milioni di oggi. Il numero di arabi uccisi nel conflitto arabo/israeliano dal 1920 è inferiore a quello degli arabi uccisi da arabi, in Siria soltanto, dal 2011. Di Ebrei (esclusi i giornalisti pro-palestinesi che vi risiedono) a Gaza e West Bank non ce ne sono praticamente più.

Nove Ebrei impiccati nella piùgrande piazza di Baghdad, nel 1969

Nel Medio Oriente arabo, la popolazione ebraica è passata da 850.000 nel 1949 a meno di 5000 oggi. Nonostante questo, i leaders arabi e palestinesi continuano a incitare al genocidio degli Ebrei ovunque essi siano, in Israele e nella Diaspora.

Scrive Barry Rubin:

“…Mai prima nella storia c’è stata una campagna concertata, sistematica, e viziosa per screditare e demonizzare Israele, soprattutto cercando di minarne il sostegno da parte della comunità ebraica nella Diaspora….Questi attacchi non possono essere presi a sé stanti e con ingenuità.. il politico britannico che accusa Israele di genocidio, un cartone animato che mostra Ariel Sharon mangiare i bambini palestinesi, il presidente egiziano che chiama gli Ebrei sub-umani, il giornale svedese che sostiene che Israele uccide i palestinesi per rubare i loro organi…”

E sionismo, Israele, sionisti, israeliani sono i termini che hanno preso il posto dell’inaccettabile “Ebrei”: “Gli ebrei vogliono conquistare il mondo.” No. “Israele vuole conquistare il Medio Oriente.” Va bene. “Gli ebrei usano il sangue dei bambini a Pesah per impastare il pane azzimo.” No. “Israele deliberatamente uccide bambini palestinesi”. Va bene.

Ariel Sharon visto da Latuff

Continua Rubin:

“Le categorie [di demonizzazione] includono, ma non si esauriscono, la falsificazione di fotografie e di fabbricazione di eventi; la distorsione della storia, la creazione di citazioni false; la pubblicazione di un numero sproporzionato di libri e articoli anti-israeliani; l’indottrinamento nelle scuole; il rifiuto del punto di vista comune israeliano e la travolgente enfasi di quello radicale, critico; l’eccessiva credibilità accordata alle fonti ostili, anche in merito a storie bizzarre (una per tutte, il falsa massacro a Jenin sulla base di un singolo informatore misterioso). Vi è anche la creazione di nuove categorie di “peccato” appositamente progettate come parte della campagna anti-israeliana e applicate solo a Israele, ad esempio il “pinkwashing” (il maltrattamento dei gay in un paese che è fra i più aperti al mondo) o quella della forza sproporzionata in tempo di guerra. A parte le ossessioni e il doppio standard è il desiderio, l’odio incontrollabile, la voglia di auto-giustizia, il disinteresse per l’equità e l’equilibrio, e la passione che mostra l’agenda nascosta di coloro che sono coinvolti. Essi sono indifferenti ai crimini di guerra reale, all’intolleranza e all’oppressione di tutti gli altri paesi del mondo…”

E l’uso del web ha di molto facilitato il diffondersi delle teorie demonizzatorie. Scrive Robert S. Wistrich:

“Non sempre la negazione della Shoah, il relativismo e l’inversione della realtà sono motivati da antisemitismo o dall’odio per Israele. Tuttavia questo è diventato un motivo centrale tra i negazionisti, soprattutto negli Stati Uniti, Gran Bretagna, Canada e Australia, nonché in Francia, Romania, Austria e Germania. Un pioniere nello sfruttare il World Wide Web per questo scopo è stato il tedesco di origine canadese Ernst Zündel, un uomo di spettacolo incallito che, un tempo, gestiva un impero mini-multimediale a Toronto. Anche se alla fine estradato e incriminato in Germania, Zündel è stato in grado per vari decenni di promuoversi come eroico guerriero contro quella che ha definito “la menzogna del secolo.” Egli ha cercato di giustificare apertamente Hitler e i nazisti, presentandoli come diffamati da gli ebrei. Internet gli ha fornito (a lui e ad altri negazionisti) un modo efficace per aggirare la legislazione europea, progettata per punire propaganda neo-nazista e negazionisti. Circa venti anni fa, l’Istituto per la Historical Review con sede in California ha anche sviluppato i propri siti web per promuovere l’idea che la Shoah fosse stata una finzione “sionista”. Uno dei collaboratori americani più attivi dell’istituto nel 1990 è stato il libertario Bradley Smith, che ha sfruttato il Web come un prolungamento del suo “Progetto Campus” per promuovere la negazione della Shoah come storia “revisionista” presso college e università americane. Con la scusa di difendere il pluralismo e la libertà di parola, il suo obiettivo era quello di legittimare la negazione come una parte autentica di studio della Shoah. Le “verità” dei negazionisti sono, naturalmente, invenzioni pure che ignorano l’enorme massa di prove che va contro le loro conclusioni. I negazionisti di destra sono di solito impegnati a riabilitare il nazismo, il fascismo o la supremazia bianca razzista – uno sforzo in cui l’antisemitismo (mascherato da “antisionismo”) gioca un ruolo cruciale. Per i negazionisti di sinistra, l’odio per Israele è spesso il motivo più convincente. Ma è una prospettiva che coinvolge quasi inevitabilmente qualche variante della teoria di una cospirazione ebraica”.

Perché la società moderna ha ancora bisogno del Diavolo?

(Grazie a Cifwatch)

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Come diffamare un’intera nazione: calunniare un celebre scrittore che non può più difendersi

Ogni anno, all’avvicinarsi della Giornata della Memoria, il 27 gennaio, il web sembra impazzire, intasato da milioni di commenti anti ebraici, di false citazioni, di accuse degne della Spagna del XV° secolo. In quell’occasione i parallelismi tra i nazisti e lo Stato d’israele toccano il parossismo.

Uno dei mezzi più “eleganti” utilizzati il 27 gennaio, è mettere in bocca a personaggi illustri, meglio se Ebrei, ancora meglio se morti, frasi che confermano l’accostamento Ebrei ieri/Palestinesi oggi. La memoria di Primo Levi ne ha fatto le spese. A lui è stata attribuita la falsa citazione “Ognuno è l’Ebreo di qualcun altro; oggi i Palestinesi sono gli Ebrei degli Israeliani”. Questa bugia l’abbiamo vista ripetersi e ripetersi in tutte le pagine pro palestinesi, “pacifiste”, cattoliche terzo-mondiste…. Eppure la verifica sarebbe stata facile, il libro nel quale sarebbe pronunciata la fatidica frase esiste, non è affatto arduo consultarlo, eppure….

Pubblichiamo una nota di Vanni Frediani in proposito, scritta il 3 febbraio 2011:

Primo Michele Levi (Torino, 31 luglio 1919 – Torino, 11 aprile 1987)

Premessa.

Da ‘Se non ora, quando?’, di Primo Levi – Einaudi

«Mendel trovò parole scarabocchiate col carbone su una parete, e chiamò Edek perché le decifrasse.

– Sono tre versi di un nostro poeta, – disse Edek. – Dicono così:

Maria, non partorire in Polonia, Se non vuoi vedere tuo figlio Inchiodato alla croce appena nato.

– Quando li ha scritti, questo poeta? – chiese Gedale.

– Non lo so. Ma per il mio paese, qualunque secolo sarebbe stato buono.

Mendel taceva, e si sentiva invadere da pensieri smisurati e confusi. Non noi soltanto. Il mare del dolore non ha sponde, non ha fondo, nessuno lo può scandagliare. Eccoli qui, i polacchi, i fanatici della Croce, quelli che hanno accoltellato i nostri padri, e hanno invaso la Russia per soffocare la rivoluzione. E anche Edek è polacco. E adesso muoiono come noi, insieme con noi. Hanno pagato, non sei contento? No, non sono contento, il debito non si è ridotto, è cresciuto, nessuno lo potrà pagare più. Vorrei che non morisse più nessuno. Neppure i tedeschi? Non lo so. Ci penserò dopo, quando tutto sarà finito. Forse ammazzare i tedeschi è come quando il chirurgo fa un’operazione: tagliare un braccio è orribile, ma va fatto e si fa. Che la guerra finisca, Signore a cui non credo. Se ci sei, fa’ finire la guerra. Presto e dappertutto. Hitler è già vinto, questi morti non servono più a nessuno.

Accanto a lui, in piedi come lui nell’erica sporca di sangue e fradicia di pioggia, Edek terreo in viso lo stava guardando.- Preghi, ebreo? – gli chiese:

ma in bocca a Edek la parola “ebreo” non aveva veleno. Perché? Perché ognuno è l’ebreo di qualcuno, perché i polacchi sono gli ebrei dei tedeschi e dei russi. Perché Edek è un uomo mite che ha imparato a combattere; ha scelto come me ed è mio fratello, anche se lui è polacco e ha studiato, e io sono un russo di villaggio e un orologiaio ebreo. Mendel non rispose alla domanda di Edek, e Edek continuò: – Dovresti. Dovrei anch’io, e non sono più capace. Non credo che serva, né a me né ad altri. Forse tu vivrai ed io morrò, e allora racconta quello che hai visto sui monti della Santa Croce. Cerca di capire, racconta e cerca di far capire. Questi che sono morti con noi sono russi, ma sono russi anche quelli che ci strappano il fucile dalle mani. Racconta, tu che aspetti ancora il Messia; forse verrà per voi, ma per i polacchi è venuto invano.

Sembrava proprio che Edek rispondesse alle domande che Mendel poneva a se stesso, che gli leggesse nel fondo del cervello, nel letto segreto dove nascono i pensieri.

Ma non è così strano, pensò Mendel; due buoni orologi segnano la stessa ora, anche se sono di marche diverse. Basta che partano insieme.»

Istruzioni per riscrive la storia in quattro semplici passi:

1) Prendere la frase che recita: «ognuno è l’ebreo di qualcuno, perchè i polacchi sono gli ebrei dei tedeschi e dei russi».

2) Riscriverla nel seguente modo: «ognuno è ebreo di qualcuno, oggi i Palestinesi sono gli Ebrei di Israele».

3) Attribuire la frase così paradossalmente trasformata ad un’intervista a “La Stampa” che sarebbe stata rilasciata da Primo Levi in un imprecisato giorno del 1969.

4) Aspettare il poco tempo necessario affinché si diffonda a macchia d’olio scivolando sull’istintiva e ossessiva avversione a Israele.

Risultato:

L’effetto del clamore e del paradosso si trasforma magicamente in fatto assodato, ovvietà notoria, conoscenza condivisa, luogo comune. L’uomo che morde cane diventa regola universale: gli uomini mordono i cani, si sa. Una leggenda metropolitana entra così a far parte a pieno titolo del senso comune.

Questa frase, in particolare, viene roteata come una clava per zittire chi osi solamente dubitare delle proporzioni che intercorrono realmente tra gli effetti di un genocidio e quelli di un conflitto armato (trascurando con leggiadria sul dettaglio di chi sempre l’abbia voluto e di chi sempre l’abbia subito).

Si ottiene così l’inversione dei ruoli tra perseguitati e persecutori. I discendenti dei sopravvissuti alle persecuzioni sono additati alla riprovazione e al disprezzo a causa degli effetti, veri, presunti o almeno ingigantiti, della loro cocciuta e ostinata propensione alla sopravvivenza, arrivando fino alla diretta invocazione di un odio presentato come doveroso. Contemporaneamente i continuatori delle ideologie e delle pratiche dei carnefici vengono spacciati per innocenti, vittime della “ben nota” perfidia dei primi.

Provare per credere:

La frase corretta: 4 distinte pagine web

La calunnia: circa 1600 distinte pagine web

Riassumendo il punteggio, verità-calunnia, uno a 400: questa è internet, oggi. Ma le bugie non hanno solo il naso lungo, hanno anche le gambe corte. Dall’inizio della diffusione di questo hoax ad oggi qualcosa è cambiato: pochi mesi or sono la prestigiosa testata di Torino ha messo on-line tutte le pagine dell’intero archivio storico dal 1867 a oggi.

E’ possibile quindi ricercare parole e frasi nei titoli e nei testi degli articoli. Com’era immaginabile le uniche tracce rinvenibili della frase “ognuno è l’Ebreo di qualcuno” sono solamente due articoli intorno al romanzo, pubblicati nel 1982 e nel 1995, che riportano la frase correttamente, cioè in relazione ai polacchi. Marcia verso l’Eden, La Stampa 19.05.1982 – numero 103 pagina 3

Commemorazione privata per Auschwitz, La Stampa 29.01.1995 – numero 28 pagina 4

Nel 1969 naturalmente di quella frase nessuna traccia. Nessuno stupore: allora del ‘popolo palestinese’, giusto da un paio d’anni, si stava più che altro pensando a come inventarlo. Attribuire quella infame frase a Primo Levi non dimostra solo una spaventosa ignoranza circa il suo reale pensiero (e fino a qui… se il sapere è un diritto, lo è purtroppo anche l’ignoranza).

La sua ossessiva ripetizione è invece un’aperta istigazione all’odio (in questo caso razziale) che non può più rimanere né incontrastata né impunita.

Tutti palestinesi nel mondo!

Fino a che punto i media possono mistificare la realtà? A metà novembre 2012 Hamas ha sferrato un attacco contro Israele. Per giorni e giorni centinaia di razzi sono stati sparati da Gaza sulla popolazione civile del sud di Israele, su Tel Aviv e perfino vicino a Gerusalemme. La stampa se ne è accorta solo quando Israele ha deciso di difendersi e contro-attaccare, non prima. Da quel momento in poi il web si è riempito di immagini di bambini morti in tutte le guerre del mondo negli ultimi dieci anni e tutti attribuiti all’esercito israeliano. Senza vergogna il giornale La Stampa, il giorno 18 di novembre ha pubbicato una foto con il titolo “Gaza, si scava alla ricerca di bimbi”. Naturalmente i “bimbi” sono i soggetti prediletti da questo tipo di disinformazione. Il lettore davanti alle immagini di violenze compiute, o evocate, su bambini si sente coinvolto molto di più che non si trattasse di generici “morti”.

E che cosa mostrava la foto? Due uomini con due lattine in mano, uno dei due con la kippah in testa, che esaminavano i danni provocati da un missile alla loro casa. Evidentemente due Ebrei vittime dei razzi di Hamas. Nessuno “scavo”, nessun bambino, nessun palestinese! Nemmeno la kippah in testa basta a scongiurare la possibilità che qualunque vittima nel mondo diventi un palestinese?

Update: le foto pubblicate da La Stampa nella fotogallery erano 8 ora sono divenute 7 : è stata tolta quella da noi indicata come falso. Non un cenno di scusa , niente. Qui il link ove si può vedere che questa foto non appare più.

Foto già pubblicata da “Progetto Dreyfus