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Gridare “Morte agli Ebrei” è antisionismo o antisemitismo?

Tuvia Tenenbom, nato a Tel Aviv, è un direttore artistico, sceneggiatore, scrittore e giornalista, fondatore dell’unico teatro Ebraico anglofono a New York, il Jewish Theater of New York. Fra i suoi scritti, I sleep in Hitler’s Room, un viaggio problematico nella Germania di oggi. Ma è quando è uscita la traduzione tedesca,  del suo libro “Allein unter Deutschen – Eine Entdeckungsreise”,  che è scoppiata la polemica: la critica non è stata unanime nei suoi giudizi; se il Der Spiegel lo ha definito un libro paragonabile alle teorie complottiste di Michael Moore, il settimanale Judische Algemeiner lo ha descritto “il nettare amaro della pura, non filtrata verità“.

Le polemiche hanno coinvolto anche il direttore della Fondazione del Memoriale di Buchenwald, Volkhard Knigge, il quale ha rifiutato di autorizzare la pubblicazione di un’intervista a Tenenbom che lo scrittore aveva ricordato nel suo libro, avvenuta durante un incontro a Gerusalemme, quando il direttore Knigge aveva consigliato a Tenenbom un bar chiamato “Uganda”, descrivendolo come luogo frequentato da “spiriti liberi”. Il bar in questione è frequentato da sostenitori della causa palestinese ed il nome del locale fa riferimento alla vecchia idea secondo la quale gli Ebrei avrebbero dovuto trasferirsi in Uganda piuttosto che in Palestina. E’ lo spirito che ha spinto i proprietari del locale a scegliere quel nome ed è anche l’idea che Knigge non sembra felice di far conoscere. Knigge ha accusato Tenenbom di mentire; dal canto suo lo scrittore ha ritenuto inopportuno che il Direttore del Memoriale di Buchenwald si permettesse apertamente riferimenti al conflitto arabo/israeliano.

Campo di concentramento di Buchenwald

Cosi’ è partita la crociata di Knigge contro Tenenbom. La polemica non ha ovviamente trattato de “l’idea Uganda” ma il Direttore del Memoriale, alla stampa tedesca, ha precisato: “Buchenwald non era un campo di sterminio, non c’erano camere a gas qui», in polemica – secondo il suo punto di vista – con quanto scritto da Tenenbom nel suo libro. Ma come è descritto Buchenwald in “I sleep in Hitler’s room”? La descrizione della visita al campo di Buchenwald di Tenenbom, con Daniel Gaede, capo del Dipartimento educazione a Buchenwald:

Camminiamo in quella che lui chiama la “stanza di patologia”. Questo campo di concentramento di Buchenwald, in realtà è un parco a tema, nel caso in cui non sia chiaro. Disneyland nella Patria dei Padri. Senza scherzi. Nella stanza dove sono ora si può vedere come funzionava questo posto. Qui c’è una struttura rialzata in pietra , con rubinetto e vari utensili da taglio, usati per prelevare gli organi dei corpi morti, prima che fossero inviati al crematorio. Un cuore servito per qualche tipo di ricerca, o teschi rimpiccioliti, ridotti alle dimensioni di un pugno e offerti agli amici come ornamenti. Se il morto aveva un bel tatuaggio, la pelle e la carne erano tagliate, essiccate e successivamente trasformate in paralumi. Che vita! Paralumi, e piccoli teschi come portachiavi. Un buon uso degli ebrei morti. Tutto allestito da persone con dottorato di ricerca.C’è un ascensore qui che era utilizzato per “spedire” i corpi direttamente nei forni. Nessuna menzione di “camere a gas” qui. … Questo era un luogo di intrettenimento. C’era uno zoo vicino al crematorio. chiedo a Daniel di spiegarmi una struttura strana che attraversa una stretta strada dal crematorio. “Questo era per gli orsi bruni,” mi dice. Orsi bruni? Che cosa fanno gli orsi bruni in un crematorio? Bene, si scopre che le SS avevano uno zoo, proprio accanto al luogo dove gli esseri umani erano trasformati in cenere, per far divertire i soldati. Gasati a sinistra, orsi bruni a destra. Insieme, costituivano un centro di grande divertimento.

Campo di Buchenwald

La parola “gasati” che tanto irrita Knegge non è pero’ stata usata solo da Tenenbom, in riferimento a Buchenwald. Nel 2009, il presidente Obama disse: “Domani mi recherò a Buchenwald, che faceva parte di una rete di campi nei quali gli ebrei furono resi schiavi, torturati, fucilati e gasati a morte dal Terzo Reich.” Knegge poi, in un comunicato a nome della Fondazione, ha continuato a sostenere le sue tesi. Ma perché riportare questa polemica? Perché l’antisemitismo nella Germania di oggi è ancora sotto la lente degli osservatori. A luglio di quest’anno il noto “Süddeutsche Zeitung” ha pubblicato una vignetta anti israeliana, questa

Israele è una bestia selvaggia, affamata, un Moloch che divora l’armamento militare tedesco. Il rabbino Abraham Cooper, socio decano del Centro Simon Wiesenthal, ha dichiarato al Jerusalem Post che la sua organizzazione “deplora la raffigurazione di Israele come un mostro, apparsa in un quotidiano tedesco.” Ha detto che la vignetta è “grottescamente oltre il limite della legittima critica e invoca uno dei classici strumenti dell’antisemitismo. L’ animalizzazione è uno strumento classico ed efficace nel disumanizzare un nemico, qualcosa che la propaganda nazista e sovietica hanno utilizzato più e più volte” La vignetta è  opera di Ernst Kahl. Sotto la vignetta, la didascalia del Süddeutsche: “La Germania è servita. A Israele sono state date armi per decenni e in parte gratuite. I nemici di Israele lo considerano un Moloch vorace.”

Questa vignetta invece apparve in una esposizione a Colonia, nel 2010

nella piazza della Cattedrale, il cuore della Colonia pedonale. QUI

La Germania sembra stanca di portarsi addosso il biasimo per la Shoah; il negazionismo è un crimine, e lo studio della Shoah fa parte dei programmi scolastici. Ma il risentimento verso gli Ebrei, accusati di “troppo pretendere” dalla Germania, si sfoga nel politically correct antisionista, appoggiato anche dalla forte presenza di immigrati di cultura musulmana. L’equazione nazisti=Israele è comunemente accettata da un certo ambiente politico. Felicia Langer, ad esempio, ex comunista israeliana, residente in Germania, nei suoi discorsi esorta sempre alla triste equazione, chiede che Israele sia processato per crimini di guerra, lo definisce “Stato di apartheid” ed arriva a elogiare Ahmadinejad per i suoi propositi genocidi. E nell’agosto 2009, il presidente tedesco Horst Kohler, che quattro anni prima era stato ricevuto alla Knesset,  sciocco’ la comunità ebraica onorando la Langer con la Croce al merito, il premio più prestigioso in Germania. 

Nel 2010, nonostante le proteste dell’ambasciata israeliana, il sindaco di Francoforte, Petra Roth, invito’ Alfred Grosser, un Ebreo di origine tedesca noto per essere freneticamente ostile a Israele, per assistere all’orazione annuale della Kristallnacht  nella Chiesa di Paolo. Grosser colse l’occasione per tracciare un parallelo tra il comportamento degli israeliani e dei nazisti e fu lodato dai media.

vignetta “antisionista” di Latuff

Un altro scandalo in corso riguarda il Centro tedesco sull’antisemitismo di Berlino, considerato il più importante istituto tedesco impegnato nel  soggetto. Fino allo scorso anno è stato guidato dal professor Wolfgang Benz, che ha ricevuto il suo dottorato di ricerca presso il professor Karl Bosl, un ex soldato imperiale nazista che mantiene tutt’ora una associazione con gruppi di estrema destra. Benz equipara l’islamofobia all’antisemitismo, sostenendo che i critici della pratica islamica ricordano  i nazisti antisemiti che attaccavano il Talmud. Recentemente ha contestato il fatto che gli omicidi terroristici islamici a Tolosa siano stati descritti in una “dimensione antisemita”. Respinge le preoccupazioni circa i Fratelli Musulmani dicendo che ricordano le fobie antisemite de I Protocolli dei Savi Anziani di Sion e si lamenta che bizzarramente si richiami l’attenzione sul fatto che i musulmani sono il 70 per cento dei detenuti a Berlino, paragonandolo ai deliri di Hitler  quando sosteneva che  “l’89% dei pediatri di Berlino nel 1930 erano ebrei.” QUI

I partiti di estrema sinistra, risultato dei partiti comunisti della ex Germania dell’Est, respingono con forza le accuse di antisemitismo. Gregor Gysi, leader del gruppo di ultra sinistra,  dichiaro’ nel 2011:

“In futuro, i rappresentanti del partito della Sinistra prenderanno provvedimenti contro ogni forma di antisemitismo nella società.” Il partito, si legge nella risoluzione, “non parteciperà più al boicottaggio dei prodotti israeliani, si asterrà dal chiedere una soluzione per uno Stato unico e non prenderà parte a questa edizione della flottiglia per Gaza.”

Tale risoluzione, tuttavia, non è stata accolta bene dalla base del partito. Il gruppo ha accusato di aver subito una  “museruola”, lamentando che la dichiarazione di Gysi è “anti democratica” e “pericolosa”, nelle parole della parlamentare Annette Groth.  Gysi ha dichiarato al giornale di sinistra Neues Deutschland. “Non vedo un problema con l’antisemitismo nel Partito della Sinistra,” . “Io non sono un sostenitore dell’uso inflazionistico del termine ‘antisemitismo’”.

Ma allora, se non esiste un problema del genere all’interno della sinistra, perché nel 2008-2009 attivisti di sinistra e gruppi di musulmani, insieme, gridavano: Morte agli Ebrei?

Piccola psico-analisi della sindrome “antisionista”

Shmuel Trigano prova ad analizzare quella che, a tutti gli effetti, possiamo ormai definire “sindrome anti-sionista”. Lo spunto parte dall’analisi di una vignetta del disegnatore Plantu, apparsa su “Le Monde”, il 3 aprile 2013.  L’analisi di Trigano:

La caricatura di Plantu mette a nudo le fondamenta della psiche collettiva.  Cio’ che immediatamente appare in questo disegno è la simmetria che il disegnatore vuole stabilire tra uno stato di cose oggettive tra i palestinesi (la separazione dei sessi nelle scuole), evento che motiva la caricatura, e uno stato di cose supposte tra gli israeliani.

esempio di vignetta falsificante la realtà, di Latuff

Due sostituzioni asimmetriche

Questa simmetria forzata (cioè la tesi che difende il disegno senza argomento), tuttavia, poggia su due sostituzioni: da un lato, il testo suggerisce che lo scopo del confronto (discriminazione di genere) è attribuita a Hamas e dall’altro lato, la scritta sullo sfondo del Palazzo ci fa capire che si tratta della Palestina. Vale la pena notare che nel disegno, l’appartenente a Hamas non è identificato graficamente come tale: solo il testo lo dice.

Questo squilibrio nella simmetria induce infatti a pensare  a una Palestina indenne da Hamas (qui “condannato”). L’implicazione è chiara: quando Israele si confronta con essa o è esposto alla sua violenza è la “Palestina” che attacca, ma quando i palestinesi attaccano, è Hamas che è colpevole. Quindi, la “Palestina” è presentata “incolpevole” della politica di Hamas (ma chi sono allora gli Hamasniks se non dei palestinesi?) come della sua propria politica. E’ una vittima, qualunque cosa faccia.

La seconda sostituzione forzata riguarda “le ragazze”. Nel caso di Hamas, Plantu distingue il genere mentre, sotto lo stivale del soldato israeliano, “le ragazze” diventano solo palestinesi (“ragazze e ragazzi?), non più poste in relazione alla loro scuola, ma al loro paese (Palestina) che un artificiale Israele (cartello messo di traverso) ricopre e occulta (“Palestina” e non “territori occupati”). Lasciando da parte che è la stessa legittimità dello Stato di Israele ad essere messa in dubbio (un cartello improvvisato  è apposto su un edificio solido chiamato Palestina), troviamo che la discriminazione di genere praticata a scuola, è paragonata a una presunta discriminazione etnica, nazionale, politica. Quest’ultima è così surrettiziamente messa in parallelo con una discriminazione nel genere umano (uomini e donne), cosa che l’aggrava ulteriormente (e induce l’idea di apartheid …). “Le ragazze” perseguitate infatti,  non sono identificate  nazionalmente.

Si noti la simmetria tra i due personaggi escludenti: stessi gesti, ma l’israeliano è un soldato e l’Hamasnik un “uomo” (religioso, innocente, non armato) in djellaba. Eppure indossa la bandiera verde dei martiri, mentre il soldato indossa una stella di David evidente (il che ovviamente non esiste tra le abitudini dei soldati israeliani). Induce quindi l’immagine di ebrei in generale e non “solo” di israeliani? La portata del disegno sarebbe ancora più grave.

Qui le famose “scarpette rosse” testimonianza della Shoah, sono paragonate a quelle di un bimbo di Gaza

Plantu avrebbe potuto opporre il fatto  che se c’è un paese nel quale la discriminazione di genere è al minimo, quello è Israele, mentre non è il caso né nei territori “governati” dall’OLP, né in quelli di Hamas. Avrebbe potuto  ricordare che i cristiani arabi soggetti all’Autorità palestinese e a Gaza stanno fuggendo in massa dai luoghi nei quali sono perseguitati, mentre la comunità cristiana è fiorente in Israele. Avrebbe potuto opporre alla persecuzione dei cristiani il fatto che gli arabi israeliani sono cittadini a pieno titolo (a parte l’esenzione dal servizio militare), che hanno diversi partiti (compresi quelli islamici) rappresentati alla Knesset , un giudice della Corte Suprema, il proprio sistema scolastico nella loro lingua, seconda lingua nazionale, presente in tutti i segnali … probabilmente è chiedere troppo?

Esempio di vignetta antisemita: il “nazista” soldato israeliano, il banchiere americano, uccidono Gaza, mentre il mondo e i paesi arabi stanno a guardare

Aggiungiamo un altro elemento appena percettibile, un “lapsus” del vignettista, direbbe uno psico-analista. Sopra la scritta “Palestina”, c’è una sorta di bassa torre, un edificio; se si tiene conto della struttura cosi’ creata: l’edificio orizzontale con la scritta “Palestina”  sul muro; la piccola torre verticale, si ottiene la sagoma di una croce. La scritta “Israele”, sul cartello, ricorda la INRI sulla croce della crocifissione.

In conclusione, la condanna apparente di Hamas ne maschera in realtà una molto più potente a Israele, suggerendo l’idea che non si tratta solo di un potere razzista e discriminatorio, che esclude solo i ragazzi e le ragazze in particolare, ma un intero popolo, immagine del genere umano. Il disegnatore cristallizza la violenza di Hamas, in qualche modo reso innocente, su Israele, mentre i palestinesi sono doppiamente innocenti: sono solo  bambini e anche l’Hamasnik è disarmato! Solo Israele – la Stella di David – è vestito da soldato.

Esempio di vignetta antisemita: gli ebrei comandano sui media

La trasformazione della realtà è tuttavia, per lo più retorica. Come prova, sempre su Le Monde, un articolo datato 22 marzo 2013, un capolavoro nel suo genere. Presentando un evento come obiettivo, la giornalista Elise Vincent o il suo editore, lo trasforma in uno d’impatto. L’evento, il fatto,  è che gli atti antisemiti sono aumentati del 58% nel 2012, mentre il titolo dell’articolo, quello che il lettore frettoloso ricorderà, annuncia: “Gli atti anti-musulmani in aumento per il terzo anno di fila.” Apprendiamo, tuttavia, nel testo, come l’aumento degli atti anti-islamici sia del 30%. Solo un piccolo sottotitolo evoca il significativo 58% ma – attenzione! – “Secondo la Commissione per i diritti umani”, cioè implicitamente “con tutte le riserve possibili”, mentre lo status anti-musulmano, quello, è realtà, senza riserve. Scopriamo, inoltre, leggendo questo articolo, l’affermazione  piuttosto sorprendente del presidente della Commissione dei diritti dell’uomo, che definisce le cause dell’ antisemitismo  “essenzialmente congiunturali” (da 12 anni!) Mentre gli atti anti-islamici sono “strutturali”. L’unico cambiamento rispetto a 10 anni fa è che mentre allora era colpa di Israele, ora è colpa della Francia, a causa di Merah, un francese …

Articolo originale QUI

L’occhio dei media

Siamo stati bombardati per settimane dalla copertura internazionale della campagna elettorale israeliana da parte dei media. Il filo rosso comune era: spostamento a destra e morte del processo di pace e perfino della democrazia israeliana stessa. I media hanno cioè cercato di adattare le previsioni elettorali al loro proprio quadro.

Così la storia si è dipanata unicamente intorno alla lotta all’interno della destra, ignorando gli sviluppi al centro e a sinistra. I mezzi di comunicazione hanno una gioia particolare nel cercare di dimostrare che gli israeliani sono, nel complesso, fanatici politici, determinati a seppellire le possibili prospettive di pace in Medio Oriente.  Troppi commentatori della stampa internazionale hanno guardato alle elezioni solo attraverso il prisma delle relazioni di Israele con i palestinesi. Troppi commentatori hanno trattato le preferenze percepite degli elettori israeliani con scherno o disprezzo.

Alcuni esempi:

Il Daily Telegraph, dove figurava un commento di Peter Oborne, uno che crede nell’esistenza di una onnipotente lobby israeliana nel Regno Unito:

“Le voci israeliane moderate non si sono sentite in queste elezioni” ; beh Oborne, hai sbagliato. Ma non contento, il Daily Telegraph ha pubblicato questo: quale sarebbe la “linea dura del sionismo”???

E la “linea dura” appare anche sul sito web Salon, che si aspettava la vittoria di un governo tra i più duri addirittura “della storia”!

Sky News ha parlato di “destra estremista”

Certo, nemmeno i sondaggisti israeliani avevano predetto i risultati a sorpresa che hanno visto il partito centrista Yesh Atid, guidato dall’ex personaggio televisivo Yair Lapid, emergere come il secondo partito, dietro a un indebolito Likud-Beitenu di Benjamin Netanyahu. E questo quando le previsioni davano  l’aumento di Naftali Bennett di Ha-bayit Ha-yehudi (Casa ebraica), un partito a destra del Likud. L’ossessione per la destra ha impedito ai mezzi di comunicazione una visione equilibrata degli sviluppi politici. L’8 gennaio, Michael Singh del Foreign Policy  ha visto gli stessi sondaggi che hanno visto i media, ma ha tratto conclusioni molto diverse che si sono poi rivelate molto vicine alla realtà:

Cio’ che si nota meno spesso, tuttavia, è che i partiti di sinistra hanno guadagnato. Lo stesso sondaggio mostra aumenti non solo per il partito laburista, ma per il partito di estrema sinistra Meretz e per il partito focalizzato sulla giustizia sociale, Yesh Atid (che non esisteva), così come per il partito di Tzipi Livni. I perdenti sono la coalizione Likud-Israel Beitenu, proiettato a perdere nove seggi, ed i partiti di centro – Kadima, che aveva 21 seggi, e cesserà di esistere, e il partito di Ehud Barak  che non avrà rappresentanza alla Knesset. Non ci saranno rivoluzioni o eclatanti spostamenti; il “peso” di Netanyahu in una coalizione sarà solo minore. Dove i media internazionali hanno visto estremismo, c’è stata invece solo moderazione.

 

 

La delusione del canadese Globe&mail è stata cosi’ grande che nonostante tutto ha pubblicato ancora la “teoria della linea dura”, quando già i primi exit-polls dicevano tutt’altro:

E che dire di MSNBC, che addirittuta parla di “minaccia all’identità ebraica di Israele”!

E alcuni commenti dell’articolista del MSNBC, Rula Jebreal, suonano come “E se poi critichi il governo israeliano ti accusano di anti-semitismo”!  Con questo credendo di mettere a tacere le critiche ai detrattori di Israele.

Ma è l‘Indipendent a mostrare il grado di incomprensione dei media:

Soluzione “due-stati”: una nazione decide. Non se ne è accorto il giornalista come queste elezioni abbiano relegato sullo sfondo le questioni diplomatiche per mettere in primo piano le questioni interne e sociali? E questo non significa di certo mostrare una non volontà alla pace o indiferenza in merito ai razzi che piovono sulle teste degli israeliani; tutti i tre partiti in testa alle elezioni sostengono la soluzione a due stati. E’ forse difficile prendere atto della vitale democrazia israeliana?

 

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