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“Vuoi la verità o la tua bugia preferita?” Le “fake quotes”

Le false citazioni non smettono di imperversare. A corto di argomenti, cosa c’è di meglio che piazzare una bella citazione falsa? E allora continuiamo a smentirle, togliendo, a chi le utilizza, la fatica di controllare le fonti.

Il noto storico anti-sionista Ilan Pappè,  riporta, nel 2006, sul “Journal of Palestine Studies” e nel suo libro “The Ethnic Cleansing of Palestine” (Oneworld Publications) una frase di una lettera che Ben Gurion avrebbe scritto nel 1937 a suo figlio:

Gli arabi se e dovranno andare, ma abbiamo bisogno del momento opportuno, come una guerra.”

Lo storico Benny Morris dichiara la frase “un’invenzione” nel 2006. La citazione non compare in nessuno dei riferimenti che Pappé cita. Nel suo “The Ethnic Cleansing of Palestine una pulizia etnica, Pappé cita il 12 luglio 1937 dal diario di Ben-Gurion e la pagina 220 del numero di agosto-settembre di New Judea, una newsletter pubblicata dalla Organizzazione Mondiale Sionista. La citazione non compare in nessuna parte di questi testi, né in nessuna fonte di riferimenti nell’ articolo sul Journal of Palestine Studies, un libro di Charles D. Smith.

Dobbiamo espellere gli arabi e prendere il loro posto “.

Attribuita a David Ben Gurion, futuro primo ministro di Israele, 1937, Ben Gurion e gli arabi della Palestina, Oxford University Press, 1985.

La citazione è falsificata, e non appropriata. Proviene  da “The Birth of the Palestinian Refugee Problem 1947-1949 di Benny Morris che cita sempre la lettera di Ben Gurion del 1937. In realtà si legge:

 “Noi non vogliamo e non abbiamo bisogno di espellere gli arabi e prendere il loro posto. Tutte le nostre aspirazioni sono costruite sul presupposto – confermato da tutta la nostra attività in Eretz – che ci sia abbastanza spazio nel paese per noi e gli arabi. ”

“Dobbiamo uccidere tutti i palestinesi a meno che non si rassegnano a vivere qui come schiavi “.  Heilbrun presidente del comitato per la rielezione del generale Shlomo Lahat, il sindaco di Tel Aviv, ottobre 1983.

La fonte unica per questa citazione falsa è il libro The Hidden History of Zionism, di Ralph Schoenman, che cita una conversazione privata con Fouzi El-Asmar e Salih Baransi nel mese di ottobre 1983. L’ex sindaco Lahat dichiaro’ di non aver mai assunto, non aver mai conosciuto o sentito parlare di un qualsiasi “Presidente Heilbrun”. Il sindaco dichiaro’ anche che non avrebbe mai permesso ad uno dei suoi dipendenti di fare una tale osservazione, che contraddiceva i suoi sforzi a favore della pace tra israeliani e palestinesi. Heilbrun semplicemente non è mai esistito.

“Sarebbe la mia più grande tristezza vedere che i sionisti fanno agli arabi palestinesi molto di quello che i nazisti fecero agli ebrei.

Non ci sono prove registrate che Einstein abbia mai detto questa frase. La motivazione per questa citazione falsa appare essere evidente: un Ebreo intelligente deve essere anti-sionista e pro-palestinese. Einstein era un sostenitore del sionismo laburista. Tuttavia, Einstein ha firmato una lettera aperta da intellettuali ebrei nel 1948, nella quale diceva:

“Tra i fenomeni politici più inquietanti del nostro tempo è l’emergere nel nuovo stato di Israele, del” Partito della Libertà “(Tnuat Haherut), un partito politico strettamente affine nella sua organizzazione, nei metodi, nella filosofia politica e sociale ai partiti nazisti e fascisti.” La citazione falsa potrebbe essere stata ispirata da questa lettera aperta.

E’ essenziale colpire e schiacciare i pakistani, i nemici degli ebrei e del sionismo in tutti i modi e piani segreti” – David Ben Gurion, primo ministro dell’entità sionista.

Falso apparso sul Pakistan Daily, nel 2009. La “citazione” intera sembra aver avuto origine da un articolo del Rense.com un sito antisemita, il 1 ° aprile 2001:

“Se c’è ancora qualche dubbio sulle reali intenzioni di Israele, si prega di consultare questa dichiarazione rilasciata da David Ben Gurion, il primo premier israeliano. Le sue parole, come pubblicato nel Jewish Chronicle, del 9 agosto 1967, non lasciano nulla all’immaginazione:

“Il movimento sionista mondiale non deve essere negligente dei pericoli del Pakistan contro di esso. Ed ora il Pakistan dovrebbe essere il suo primo obiettivo, per questo Stato ideologico è una minaccia alla nostra esistenza. E il Pakistan, tutto, odia gli ebrei e ama gli arabi. “Questo amante degli arabi è più pericoloso per noi che per gli arabi stessi. Per questo è essenziale per il sionismo mondiale prendere misure immediate contro il Pakistan.” “Mentre gli abitanti della penisola indiana sono hindu dal cuore pieno di odio verso i musulmani, quindi, l’India è la base più importante per noi per lavorare contro il Pakistan.” “E ‘essenziale che sfruttiamo questa base per colpire e schiacciare i pakistani, i nemici degli ebrei e del sionismo, con tutti i modi e i piani segreti.”

Ora non ci resta che trovare il Jewish Chronicle. Mentre ci sono un sacco di piccoli giornali chiamati The Jewish Chronicle, sembra improbabile che Ben Gurion abbia concesso un’intervista a un giornale di Pittsburgh o del Wisconsin. L’unico candidato ragionevole sarebbe il London Jewish Chronicle, che pubblica dal 1841.  Ogni Venerdì dal 1841. Purtroppo, il 9 Agosto 1967 era un Mercoledì.

“Non conosco qualcosa chiamato “principi internazionali”. Giuro che brucerò ogni bambino palestinese (che) nascerà in questa zona. La donna palestinese e il bambino sono più pericolosi di un uomo, perché dall’esistenza del bambino palestinese le generazioni andranno avanti,  l’uomo provoca pericolo limitato. Giuro che se fossi solo un civile israeliano e incontrassi un palestinese lo brucerei e lo vorrei far soffrire prima di ucciderlo. Con un colpo ho ucciso 750 palestinesi (a Rafah nel 1956). Ho incoraggiato i miei soldati a violentare le ragazze arabe che come la donna palestinese sono schiave per gli ebrei, e noi faremo quello che vogliamo di lei e nessuno puo’ dirci cosa fare, ma siamo noi che diremo agli altri cosa devono fare”. Attribuita a Ariel Sharon in un’intervista con il Generale Ouze Merham, 1956.

Questa citazione è stata trovata su centinaia di siti web arabi ma non esiste un’intervista del genere in nessun libro di testo, articolo di giornale, o registrazione, né vi è alcuna menzione o registrazione di un generale Ouze Merham altrove. (Fra l’altro il termine “palestinese” non era in uso nel 1956. Esso è entrato in voga solo nel 1960.) La studentessa blogger, Mariam Sobh, ha usato la citazione nel suo December 11, 2003 Daily Illinicolumn, ma poi ha dovuto chiedere scusa.  

Dichiariamo apertamente che gli arabi non hanno alcun diritto di stabilirsi su nemmeno un centimetro di Eretz Israel … Useremo la forza massima fino a che i palestinesi verranno strisciando da noi, a quattro zampe.”

Attribuita a Rafael Eitan, Chief of Staff of the Israeli Defense Forces, in un articolo di Gad Becker, Yediot Ahronot Aprile 13, 1983 e sul New York Times, Aprile 14, 1983. La citazione non appare nell’articolo citato come fonte. Mentre entrambe le fonti discutono commenti fatti dall’allora capo uscente del Eitan, non c’è nulla di lontanamente simile a questa citazione. Una ricerca più ampia degli archivi del New York Times, rivela uno zero assoluto.

Sono alcuni esempi tra milioni. A costruire una falsa citazione ci vuole molto poco; smontarla purtroppo richiede lavoro.

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B’tselem: “a immagine di Dio…” siete sicuri?

“A immagine di Dio”; nome abbastanza impegnativo per un’associazione, vero? E’ quello che si è scelta l’associazione B’tselem, ONG israeliana fondata nel 1989 da un gruppo di intellettuali israeliani con l’intento di “monitorare le violazioni dei diritti umani nei territori occupati della West Bank e promuovere una cultura del diritto in Israele”. All’epoca in pochi contrastavano il termine “territori occupati” che anzi, indicava per una larga maggioranza di osservatori e senza ombra di dubbio una realtà precisa e non una posizione politica di parte.

Come abbiamo visto, B’tselem ricade sotto “l’ombrello” della più vasta Diakonia, ed è una delle associazioni più attive nella demonizzazione di Israele. I suoi “attivisti” girano la Giudea Samaria (ops, West Bank), “embedded” ad ogni palestinese che sia pronto ad inscenare una pantomima utile a perpetuare una narrazione che ormai comincia a mostrare le sue crepe.

Ma sembra non esserci arresto invece, nella montagna di soldi che B’tselem continua a percepire: il loro budget annuale ammonta a 3 milioni di dollari, quasi tutti provenienti da Enti pubblici stranieri e pochi privati tra i quali spicca la “solita” Ford Foundation che, nel solco dell’antisemitismo feroce del suo fondatore, continua a darsi da fare per finanziare tutte quelle organizzazioni utili a diffamare Israele.

Insieme alle altre associazioni del “settore” (Diakonia, Al Haq, HRW) B’tselem partecipo’ alla stesura del Rapporto Goldstone, che pero’ non resse la prova del tempo e fu ritrattato come “inaccurato”. Le cifre che pubblico’ in merito alle vittime si rivelarono false, gonfiate, incuranti delle informazioni di parte israeliana e invece estremamente condiscendenti con quelle fornite da Hamas.

Le più “popolari” campagne di demonizzazione ai danni di Israele si devono al lavoro incessante di questa ONG che ha fatto in modo che termini come “apartheid”, “occupazione”, “pulizia etnica” entrassero nel lessico comune di tutti quelli che, sebbene basandosi su informazioni sommarie e inesatte, avessero voglia di esprimere giudizi (sempre e ovviamente di condanna) nei confronti di Israele. Davanti alle onnipresenti telecamere di B’tselem, Pallywood ha trovato modo di conoscere popolarità mondiale. Video come questo, tagliato alla bisogna, hanno contribuito a radicare l’idea che Israele si comporti verso i bambini palestinesi con un odio irrazionale e illimitato

Il video fu diffuso insieme a un comunicato:

B’Tselem questa mattina ha urgentemente contattato  il Legal Advisor dell’esercito per la Giudea e Samaria, chiedendo il suo intervento di emergenza per quanto riguarda la detenzione di numerosi bambini, tra cui alcuni di 8 e 10 anni, arrestati dai militari israeliani questa mattina a Hebron. Le informazioni preliminari ricevute, indicano che i soldati hanno arrestato oltre venti minori mentre si trovavano in strada per andare a  scuola. Circa dieci di loro sono stati rilasciati. Il video è stato girato da un attivista internazionale.

Certamente materiale più accattivante di quello che poi il portavoce dell’IDF, Barak Raz,  diffuse, accompagnandolo con una nota:

“La mattina del 20 marzo 2013, a seguito di lanci di pietre continui contro i civili che passavano e le forze di sicurezza posizionate nella zona, gli autori del lancio di sassi sono stati arrestati e detenuti durante tali incidenti. 27 sono stati fermati, di cui 7 sono stati trasferiti alla polizia e 20 sono stati rilasciati. Contrariamente a quanto riportato nei filmati (diffusi da B’tselem) i bambini non sono stati “arrestati mentre andavano a scuola”, questo è il quadro completo di ciò che realmente è accaduto e ciò che, di fatto, ha portato a tale arresto.” (E questo è il video intero, che B’tselem diffuse tagliato ad hoc):

“Come abbiamo detto, quella mattina, questo arresto è stato effettuato in tempo reale durante un incidente di lancio di sassi, ed a seguito di incidenti simili avvenuti quasi quotidianamente. Purtroppo, abbiamo avuto difficoltà tecniche con il recupero del filmato, ma abbiamo messo bene in chiaro che i filmati messi a disposizione di questo incidente hanno mostrato solo l’arresto, e non quello che aveva portato ad esso.”

Nel gennaio 2007, B’Tselem lancio’ il suo “progetto video“, distribuendo più di 100 telecamere ai palestinesi, al fine di documentare qualsiasi materiale che potesse essere utile ad incriminare i soldati israeliani, poliziotti e coloni. Come B’Tselem ha ammesso, “Il “Citizen journalism” – un fenomeno che ha ottenuto molta attenzione negli ultimi tempi – è particolarmente rilevante nel contesto dell’occupazione israeliana ….”

Eh beh si’, certo! Dare telecamere in mano a persone che non rispondendo a nessun codice deontologico possono, a piacimento, spezzettare una ripresa, facendo passare solo la parte ritenuta “interessante” e addirittura incoraggiare con la loro stessa presenza dei veri e propri stage, puo’ essere “particolarmente rilevante”. E cosi’ i “cittadini giornalisti” hanno dato via libera alla loro creatività. Ad esempio, il “cittadino giornalista”  Nariman al-Tamimi inizia una clip filmando un incrocio di Nabi Salah, dove un certo numero di veicoli della polizia sono di passaggio. Improvvisamente, uno dei veicoli si ferma e, come dal nulla sbuca fuori un ragazzo palestinese che, spaventato, corre verso la macchina, con due poliziotti che lo inseguono.

Un attento riesame del video mostra che il ragazzo, ad un segnale,  smetteva di gettare pietre contro i veicoli in movimento. E chissà come mai, il ragazzo sapeva esattamente verso dove volgersi nella sua azione – in direzione della telecamera. Et voilà! Un povero, magro, spaventato bambino palestinese,  in fuga da poliziotti grandi e grossi e cattivissimi.

In perfetto stile “neorealistico”, la madre del ragazzo che aveva assistito al lancio di pietre del figlio, corre disperata verso la macchina fotografica, in “aiuto” del povero bambino. E si senti’ il solito grido riecheggiare nell’aria “B’tselem!”.

Successe anche, tra i tanti episodi, nell’ottobre 2010 a Silwan, quando due ragazzi furono, ovviamente sempre “per caso”, ripresi da sette o otto fotografi che erano sulla scena.

E’ il “sistema B’tselem“. Naturalmente i falsi sono poi stati tutti smascherati, eppure quello che inquieta è come mai un’associazione cosi’ screditata, i cui reports si sono rivelati completamente o in buona parte inaffidabili, i cui stages fotografici sono noti, continui a godere del sostegno dell’opinione pubblica. E’ una domanda retorica ovviamente: non sono di certo associazioni come B’tselem a scandalizzare. Nella propaganda anti-israeliana la correttezza è un inutile fardello.

David Bogner, in una lettera aperta del 21 Luglio 2013, scrive:

“Secondo un nuovo rapporto, un ‘osservatore’ del gruppo che si auto-definisce “per i diritti umani” ‘B’Tselem’, ha presentato una denuncia per essere stato colpito alla coscia da un proiettile di gomma, mentre filmava uno scontro violento tra palestinesi che lanciavano pietre e la Polizia di frontiera israeliana che utilizzava misure non letali per disperdere la folla (gas lacrimogeni e proiettili di gomma).

Per essere chiari, io sono a favore di osservatori neutrali che riprendano le interazioni tra civili e militari /polizia. Si tratta di un ulteriore livello di responsabilità, oltre alle leggi e alle regole d’ingaggio, che puo’ aiutare a ridurre o addirittura impedire abusi da parte delle forze governative  … scoraggiando i civili e / o combattenti irregolari (terroristi) dall’avanzare false accuse contro le forze che agiscono legalmente. 

Il problema è che B’Tselem da tempo ha abbandonato ogni pretesa di neutralità / oggettività. Le loro macchine fotografiche sono sempre puntate contro i militari israeliani, poliziotti e coloni, mentre la modifica sistematica dei loro filmati mostra solo i civili palestinesi  agire pacificamente, sventolando bandiere e cantando.

Ho personalmente assistito a scontri violenti, mentre i fotografi di B’Tselem stavano tra i palestinesi che lanciavano pietre e bottiglie molotov … eppure le loro telecamere erano puntate solo sugli israeliani, a quanto pare nella speranza di catturare la loro reazione violenta. E ci sono innumerevoli casi di violenti scontri’su ordinazione’ delle onnipresenti telecamere di B’tslem.

Non voglio entrare nell’analisi della mentalità che motiva un certo segmento della società israeliana a scendere a tali livelli di disgusto di sé, al punto da aiutare chi si dedica  apertamente  alla denigrazione e alla distruzione di Israele.

Vergogna su  B’Tselem per aver abbandonato la loro missione originaria, che, come ho detto all’inizio, non solo era lodevole, ma secondo me, essenziale. Le loro azioni attuali sono così unilaterali da essere indistinguibili da chi usa scudi umani, dietro i quali le azioni violente e illegali possono essere intraprese, contro le forze governative israeliane e i cittadini, impunemente. E per quanto mi riguarda, questi  ‘osservatori’ di B’Tselem mettono sé stessi in pericolo per ottenere esattamente quello che trovano: danni.

Se ci si “fonde” con chi si dedica a atti illegali / violenti, non si può piangere se si è colpiti da uno degli strumenti non letali a disposizione delle forze militari e di polizia, il cui compito è reprimere tali atti .

Come Benjamin Franklin scrisse nel suo Poor Richard’s Almanac: “qui cum Canibus concumbunt cum pulicibus surgent” (“chi giace con i cani si leverà con le pulci”).

Chi non vuole la pace?

I negoziati di pace per tentare di risolvere il conflitto arabo/israeliano sono faticosamente ripresi. Il Segretario di Stato americano Kerry sembra seriamente impegnato nella sua missione diplomatica, ma c’è anche chi si pone decisamente al servizio delle forze politiche ostili ad ogni possibile normalizzazione.

Manifestazioni di giornalisti inscenate a Qalandia

E’ il caso del reporter palestinese Fadi Aruri, già impegnato con l’agenzia Reuters e con China’s Xinhua News Agency. Aruri, ufficialmente licenziato dalla Reuters, continua il suo sporco “lavoro” come free-lance. La campagna anti-normalizzazione non fa distinzione tra eventi politici, accademici o economici. Qualunque attività corra il rischio di normalizzare i rapporti con la “potenza occupante”, perfino quando si tratta di eventi sportivi riservati ai bambini, è ferocemente attaccata e boicottata. Cosi’, ad esempio, Fatah condanna gli incontri tra rappresentati dell’Olp e politici israeliani. Fatah controlla il sindacato dei giornalisti in Giudea Samaria e aderisce alla campagna anti-normalizzazione a proposito delle trattative di pace.

“Condanniamo la normalizzazione e chi la vuole. Tali riunioni (Olp/Israele) sono prive di contenuto politico e sono una perdita di tempo. Sono ingiustificate, a livello nazionale e politicamente “.

L’attività anti normalizzazione di Fadi Aruri si avvale, ovviamente, del suo “strumento del mestiere” , come mezzo privilegiato di propaganda. Le sue foto appaiono su AP, Apollo Images, Maan News e Al-Ayyam. Non tutti i giornalisti palestinesi sono d’accordo con questa posizione politica che rifiuta qualsiasi tentativo di pace, ma il loro dissenso lo esprimono in forma anonima, per evitare possibili ritorsioni. Cosi’, un giornalista palestinese ha raccontato a Honest Reporting i retro-scena di quelle che sono poi presentate al mondo come “legittime proteste”:

Il 17 luglio, “Aruri ed i suoi amici hanno organizzato una marcia di giornalisti palestinesi al checkpoint Qalandiya, dove hanno messo in scena uno scontro con i soldati israeliani,” ha detto l’anonima fonte.

“Gridavano contro i soldati in modo da poter ottenere foto vendibili. Guardando le foto, si nota come Aruri e gli altri si alternavano nel confronto con i soldati, in modo da potersi fotografare l’un l’altro. Non si trattava di vera protesta. Era un circo. ”

La Ma’an News Agency, con base a Betlemme, ha pubblicato in proposito quello che si puo’ definire un saggio fotografico. E la Federazione internazionale dei giornalisti ha denunciato l’IDF per le “dure restrizioni” e il suo “comportamento brutale.” Secondo la IFJ, sette giornalisti sono rimasti feriti durante la manifestazione. Ecco un esempio di una foto che Aruri ha scattato e  postato su Facebook.

Nel maggio del 2012, continua la fonte

il consolato degli Stati Uniti ha organizzato un evento a Ramallah, in occasione dell’International Press Freedom Day, e Aruri condusse la sua campagna contro gli americani. Non voleva palestinesi presenti alla manifestazione perché organizzata dagli americani. Aruri vede l’America come il nemico. Questo non ha nulla a che fare con Israele. Questo evento fu coperto dai media internazionali. Si tratto’ di un caso di stage, un evento costruito,  inscenato dagli stessi giornalisti che poi ne diedero diffusione “.  

Infatti, Al Aqsa Press, agenzia di stampa affiliata a Fatah, cito’ Aruri come uno degli organizzatori della protesta: 

Fadi Aruri, uno dei giornalisti palestinesi, ha spiegato che i giornalisti hanno deciso di mettere in scena un sit-in di protesta contro la manifestazione organizzata dal consolato degli Stati Uniti. Egli ha osservato che il Sindacato dei giornalisti palestinesi, che rappresenta tutti i giornalisti di diversa estrazione politica, aveva chiamato al boicottaggio della manifestazione, in solidarietà con i prigionieri palestinesi.  

Nonostante questo odio per gli Stati Uniti, Aruri ha ottenuto un incarico prestigioso, in seguito. Nel marzo 2013, l’Ufficio stampa gestito dall’Amministrazione palestinese, lo ha selezionato per il servizio fotografico in occasione della visita del Segretario di Stato americano,  John Kerry, a Ramallah.

La settimana scorsa Mohammed Najib, un noto giornalista palestinese che lavora per la nuova stazione TV israeliana, I24 News:

“Stava lavorando nel centro di Ramallah a intervistare la gente per strada quando arrivo’ Aruri a incitare la gente contro di lui. Aruri diceva alla gente di non parlare con Najib perché lavora per un’organizzazione di propaganda israeliana. Diverse persone si radunarono intorno a Najib che non poté continuare le interviste per paura della sua vita “.

HonestReporting ha chiesto a Najib se intendesse presentare un reclamo formale ai servizi di sicurezza palestinesi e al PJS. L’appello alla “giustizia tribale tradizionale”, non ha fatto molta differenza:

“Vengono dallo stesso paese di Aruri e così agli anziani del villaggio è stato chiesto di mediare. Ma le scuse non faranno alcuna differenza, perché il danno è già stato fatto. E le scuse non aiuteranno il prossimo giornalista israeliano che sarà attaccato in Cisgiordania “.

Il giornalista israeliano Yoram Cohen era a Ramallah per una conferenza stampa, quando alcuni giornalisti palestinesi protestarono contro la sua presenza. In quell’occasione, il Jerusalem Post scrisse:

Il tentativo di Cohen per spiegare di aver ricevuto il permesso dal vice ministro dell’informazione dell’Amministrazione palestinese per coprire la conferenza stampa non ha convinto i giornalisti, che gli hanno chiesto di andarsene immediatamente. Il funzionario palestinese ha negato di aver  concesso il permesso a Cohen.

Aruri fu uno degli ideatori della protesta.

Ed è sempre Aruri che ha condotto la campagna di boicottaggio contro l’apertura del punto vendita Fox,  compagnia israeliana di vendita di abbigliamento, a Ramallah, boicottaggio che è costato ai palestinesi centinaia di posti lavoro persi. Dice Aruri in proposito:

“L’apertura di Fox a Ramallah è un macchia di disonore alla luce delle richieste di boicottaggio dello Stato di occupazione e dei suoi prodotti.” 

Aruri ha anche accusato il Ministero dell’Economia dell’ Amministrazione palestinese di facilitare l’ingresso dei prodotti israeliani sul mercato palestinese,  permettendo di lavorare nei territori palestinesi ad aziende israeliane e commercianti. E’ sempre la fonte di Honest Reporting a parlare:

“Aruri ha diritto alle sue opinioni, ma una volta diventato un vero attivista, è molto immorale per Xinhua, Reuters o  qualsiasi altro mezzo di informazione, fare affidamento su di lui. Se è coinvolto in attività politiche, è un problema etico. Reuters avrebbe mai assunto un “colono” come suo corrispondente da Gerusalemme? “

Fadi Aruri ha irresponsabilmente offuscato il confine tra giornalismo e attivismo, sollevando interrogativi importanti per la comunità giornalistica. Perché Xinhua e Reuters continuano la loro collaborazione con lui? Qual è il vero motivo che spinge i giornalisti palestinesi schierati contro la normalizzazione a voler lavorare in Israele? Chi sono gli altri fotografi che hanno manifestato al checkpoint Qalandiya? E in quali agenzie di  informazione sono impiegati? La Federazione internazionale dei giornalisti è pronta a condannare Aruri e gli altri fotografi con la stessa rapidità che impiega nel denunciare Israele? La comunità dei giornalisti è pronta a criticare Aruri? Come dovrebbero rispondere i giornalisti israeliani  alle intimidazioni da parte dei loro colleghi palestinesi? Quanto sono affidabili i fotografi palestinesi? Possono i funzionari americani contestare le scelte del Palestinian Press Organization? E soprattutto, chi guadagna dalla non-normalizzazione del conflitto? Di chi cura gli interessi Aruri?

Grazie a Honest Reporting

Sulla manipolazione mediatica vedi anche

http://bugiedallegambelunghe.wordpress.com/2012/09/20/la-raffinatissima-sensibilita-degli-esperti/

http://bugiedallegambelunghe.wordpress.com/2012/07/11/fauxtography/

http://bugiedallegambelunghe.wordpress.com/2012/07/09/credimi-ti-sto-mentendo/

Al Dura: fine di una menzogna atroce

La “morte” in diretta di Mohammed Al Dura, avvenuta nel 2000 a Netzarin, nella Striscia di Gaza e attribuita all’IDF è stata una delle icone mondiali agitate contro Israele. La televisione di Stato francese France 2, compro’ senza verifica il servizio del cameraman free lance palestinese Talal Abu Rahma;  64 secondi drammatici che sono rimasti impressi nella memoria collettiva del mondo. Un bimbo cerca riparo tra le braccia del padre mentre infuriano scontri, il padre urla di non sparare, la polizia spara, il bimbo si accascia morto; questo è quanto le riprese volevano fosse percepito.

Dubbi furono sollevati fin da subito: niente sangue, niente ambulanze, nessuna immagine del bimbo “dopo”. Il reporter si giustifico’ dicendo che “la pellicola era finita” e non aveva potuto filmare altro. Charles Enderlin all’epoca corrispondente di France 2 per il Medio Oriente, commento’ subito senza indugio le sequenze che furono una condanna senza appello all’esercito israeliano. Philippe Karsenty, analista dei media, francese, fondatore di Media Ratings, cito’ in causa Charles Enderlin, nel 2004, accusandolo di aver costruito di sana pianta le riprese de “l’affare Al Dura”. Più di dieci anni di dibattimenti processuali, prove richieste a France 2 e negate (i famosi rush originali) , il padre di Mohammed che a riprova della veridicità delle immagini mostra cicatrici di ferite che dice essere il risultato di quel maledetto giorno. Smentito platealmente: il medico che lo opero’ testimonia essere le cicatrici postumi di operazioni che niente avevano a che vedere con il fatto.

Il video presentato da Enderlin in dibattimento fu giudicato “confuso”: mancavano gli scatti decisivi, Mohammed Al Dura muoveva testa e gambe dopo la sua presunta morte, non c’era sangue sulla sua maglietta. Le foto che furono diffuse del bambino all’obitorio, risultarono essere quelle di Sami Al Dura e non di Mohammed. Le due morti non avevano nessuna attinenza l’una con l’altra. Piano piano, nel corso di questi tredici anni, c’è stato il tentativo da parte di France 2 e di una parte della stampa, di trasformare “l’affaire Al Dura” in “Karsenty contro Enderlin”, stravolgendo cosi’ quello che invece avrebbe dovuto essere impellente bisogno di verità.

“L’icona” Al Dura è stata il vessillo della Seconda Intifada, ha “giustificato” agli occhi del mondo atrocità come l’assassinio di Daniel Pearl, giornalista americano decapitato in diretta da islamisti pachistani, con alle spalle l’immagine del “piccolo martire” o come il massacro dei due riservisti dell’IDF, sconfinati a Ramallah e fatti a pezzi.

Il giornalista Daniel Pearl

Ed è arrivata ad essere utilizzata perfino da Mohammed Merah, autore della strage alla scuola ebraica Ozar Ha Torah di Toulouse, che disse di essere stato spinto ad agire dall”assassinio del “martire Al Dura”.

gli assassini dei due riservisti IDF

Ora forse, finalmente, la farsa si avvia alla sua conclusione. Il deputato laburista israeliano, Nahman Shai, ha incontrato il Ministro della Difesa, Moshe Yaalon, per consegnargli la copia del suo libro “Una guerra dei media che colpisce i cuori e gli animi”, che tratta del ruolo dei media nell’affaire Al Dura. Mohammed Al Dura non sarebbe mai stato né ferito né morto, ma al contrario, sarebbe ancora vivo e in buona salute. Una tesi che circola da anni. Yossi Kuperwasser, ex generale di Brigata che ha condotto l’inchiesta Al Dura, è arrivato alla conclusione che le immagini filmate dal cameraman di France 2 furono una messa in scena “volontaria o involontaria”.

Israele ha pubblicato, il 19 maggio 2013, un rapporto ufficiale che accusa France 2 e Charles Enderlin:

“…Le accuse di France 2 non avevano alcuna base riscontrabile nel materiale che l’emittente aveva in suo possesso al momento … Non ci sono prove che l’IDF sia stata in alcun modo responsabile della causa dei presunti danni a Jamal Al Dura o a suo figlio, Mohammed Al Dura ”

Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha ricevuto oggi la relazione del Comitato di revisione del governo “Rapporto France 2 Al-Durrah , conseguenze e implicazioni”. La relazione è stata presentata dal Ministro degli Affari Internazionali, Strategie e Intelligence, Yuval Steinitz, alla presenza del Direttore Generale del Ministero degli Affari Internazionali, Yossi Kuperwasser…. Il primo ministro Benjamin Netanyahu: “E’ importante concentrarsi su questo incidente – che ha diffamato la reputazione di Israele. Questa è una manifestazione della campagna menzognera di delegittimare di Israele. C’è solo un modo per combattere le menzogne, attraverso la verità.. . Solo la verità può prevalere sulla menzogna “.

Francobollo commemorativo del “martire”

E questa volta, probabilmente, gli elementi emersi sembrano essere convincenti se perfino un’agenzia come l’Ansa, di solito molto “restia” (per usare un eufemismo) a riconoscere le ragioni di Israele e a riportare in maniera equilibrata il conflitto, non ha potuto fare a meno di titolare:

Israele: immagine simbolo intifada, tv menti’ su morte bimbo. ‘Era vivo dopo la sparatoria, ma France 2 non lo mostro”’.

Nello stesso tempo, il “termometro” del web da la misura dell’importanza della notizia che appare su centinaia di blog e giornali on line. Perfino la “ricerca per immagini” al nome Al Dura, suggerisce “hoax”. Niente e nessuno potrà riparare al danno fatto, nessuna ammissione di frode potrà restituire la vita a chi è stato ucciso in nome di una messa in scena, nessuna verità, per quanto palese, potrà cancellare dall’immaginario collettivo mondiale la certezza che gli Ebrei si nutrano ancora del sangue dei bambini, come per secoli è stato creduto. Scrive Youval Steiniz, Ministro degli Affari Interni:

« l’affaire Al-Dura è un’accusa moderna di morte rituale contro lo Stato di Israele, come quelle che sostennero ci fosse stato un massacro a Jenin. Il réportage di France 2 è completamente senza fondamento».

I “piccoli errori di traduzione” di Ha’aretz

Tradurre è tradire, si sa. Ma un giornale israeliano, Ha’aretz, sebbene la sua versione in ivrit sia di gran lunga meno diffusa di quella in inglese, puo’ continuamente sbagliare le sue traduzioni e, guarda caso, ogni volta che succede sempre e soltanto a scapito dell’immagine di Israele?

L’ultimo di questi “sbagli di traduzione” si è verificato nell’edizione inglese  del 23 aprile 2013. Il giornale israeliano aveva riportato la notizia della comparizione del terrorista Sameer Issawi davanti alla Corte di Giustizia. L’articolo, tradotto da quello in ivrit di Jack Khoury, raccontava di come l’apparizione in aula di Issawi, reduce da un lungo semi-digiuno di protesta, avesse scioccato i presenti, tanto che giudice e pubblici ministeri avevano concordato con Issawi quando quest’ultimo aveva paragonato le sue condizioni a quelle dei sopravvissuti nei lager, durante la Shoah. La correzione è apparsa sul giornale il 24 aprile. Ha’aretz ammettendo lo “sbaglio di traduzione” pubblicava la “versione giusta” di cio’ che Khoury aveva scritto:

L’articolo di Jack Khoury del 23 aprile conteneva un errore di traduzione: il giudice Dalia Kaufmann e il pubblico ministero si erano detti scioccati sia per le condizioni di Issawi, sia per il suo paragonarsi ai sopravvisuti dei campi di sterminio

Certo, un errore ci puo’ sempre stare, anche se -come in questo caso – le conseguenze morali e politiche che ne potrebbero derivare dovrebbero indurre all’accuratezza. Ma quante volte è successo lo stesso “incidente” a Ha’aretz? La maggior parte degli articoli della versione inglese di Ha’aretz sono tradotti da quella in ivrit. Ma, sempre per i soliti “errori” di traduzione – a volte macroscopici, a volte più sottili – quando si tratta di rendere noti fatti riguardanti la militanza e la violenza palestinese queste parti sono cancellate o “maltradotte”, tanto che alla fine la versione inglese differisce completamente da quella in ivrit. 

Per esempio, l’11 Gennaio 2011, Zvi Barel ha scritto in ivrit  in merito a un piano del sindaco di Gerusalemme, Nir Barkat, per collegare lo sfratto degli ebrei che risiedono in un edificio illegale nel quartiere di Silwan allo sfratto di arabi che vivono anch’essi in costruzioni abusive nello stesso quartiere: “una casa nella quale gli ebrei vivono illegalmente sarà scambiata con una casa nella quale palestinesi vivono illegalmente” .

L’articolo si riferiva all’avamposto di Beit Yonatan, nella zona di Silwan. Il sindaco Barkat aveva proposto uno scambio immobiliare: Beit Yonatan non sarebbe stata sigillata e in cambio il Comune avrebbe ritardato lo sfratto delle case di Abu Na’eb occupate illegalmente da palestinesi. Per ogni casa israeliana occupata illegalmente, avrebbe corrisposto una casa palestinese occupata illegalmente.

Ma nella versione inglese, la frase ha assunto un significato completamente diverso – e falso – modificando “illegale” palestinese con “legale” : “Una casa nella quale ebrei vivono illegalmente sarà scambiata con una casa dove palestinesi vivono del tutto legalmente.”  Sbaglio consapevole? Inconsapevole? E ‘impossibile sapere, ma l’introduzione della parola “tutto”, che non compare nel testo originale ebraico, suggerisce forse qualcosa di più deliberato di una semplice svista. (Le edizioni in inglese, on-line e cartacea, sono state successivamente corrette dopo che Presspectiva, il sito in ivrit di CAMERA, aveva contattato gli editori.

E ci fermiamo qui? Ma no! Ce ne sono una serie impressionante di questi “errorini di traduzione” di Ha’aretz:

Settembre 2011, tensioni in merito al riconoscimento Onu della Palestina nel ruolo di “stato non membro”. Ricca occasione per un po’ di “sbagli di traduzione”!  Il giornalista Avi Issacharoff riporto’ le testuali parole di Latifa Abu Hmeid, madre di quattro terroristi,  che furono citate dal presidente palestinese Mahmoud Abbas per dare il via al procedimento presso la sede delle Nazioni Unite a Ramallah e nella lettera, indirizzata al segretario generale Ban Ki-Moon, che lancio’ la campagna di statualità. La versione in ivrit dell’articolo di Issacharoff riportava le parole di Abu Hmeid:

Spero che non ci saranno sparatorie e non ci saranno feriti. Non vogliamo più vedere nostri morti. Ho pagato un prezzo molto alto, come ogni famiglia palestinese. C’è chi è morto, c’è chi è prigioniero. Mi si impedisce di vedere i miei quattro figli. Vogliamo la pace con Israele, ma Israele non vuole la pace. Torneremo alle nostre terre, incluse quelle del 1948

E nella versione inglese? Forse rendendosi conto che le ultime parole avrebbero un po’ “sciupato” il tono di quelle precedenti, il traduttore le ha semplicemente omesse.

Il 19 ottobre 2011, in occasione dello “scambio di prigionieri” tra Shalit e più di mille detenuti palestinesi, un articolo in ivrit precisava come questi ultimi si fossero resi responsabili di crimini di terrorismo odiosi:

I nomi dei 1.233 prigionieri liberati in questi ultimi anni significano poco per la maggior parte degli israeliani. Ma i prigionieri implicati nello scambio con Shalit sono ben conosciuti attraverso i nomi degli attacchi ai quali hanno partecipato: Sbarro, Delfinario, il Park Hotel, Moment Café, e altri tra gli attacchi più gravi mai avvenuti in Israele, questa è la differenza [tra questi rilasci e i precedenti.]

Incredibilmente, la versione in inglese dava una versione completamente diversa, nella quale si leggeva che i nomi dei detenuti coinvolti nello scambio con Shalit erano del tutto sconosciuti agli israeliani:

I nomi della maggior parte dei prigionieri liberati dal Luglio 2007 significano poco per la maggioranza degli israeliani, cosi’ come i nomi dei prigionieri liberati martedì (nel primo turno dello “scambio Shalit)”.

Il paragrafo in ivrit che sottolineava come Israele avesse inteso questo scambio nel senso di “gesto di buona volontà” fu completamente eliminato e al suo posto si leggeva un vago “per ragioni politiche”.

Il 14 luglio 2011, un articolo di Anshel Pfeffer, nella versione inglese di Ha’aretz, riportava l’uccisione di Ibrahim Sarhan come quella di “un civile di 22 anni”, nonostante la versione in ivrit riportasse: Hamas ha dichiarato trattarsi di un membro dell’associazione (La versione inglese fu poi modificata a seguito dell’intervento di Presspectiva).

L’elezione di Nabil ElAraby a ministro degli Interni egiziano, nel marzo 2011, nella versione inglese di Ha’aretz apparve cosi’:

“Nabil Elaraby ha partecipato, con gli israeliani, ai tavoli negoziali, in diverse occasioni, fin dai pienamente riusciti Accordi di Camp David, nel 1978, che ha portarono al trattato di pace tra Egitto e Israele.”

Come il sito Web CiFWatch ha sottolineato ironicamente: “Sembrerebbe proprio il tipo di bravo ragazzo che Israele dovrebbe essere felice di vedere salire in alto nel ‘nuovo Egitto’.” Eppure, il sottotitolo ivrit non recava un messaggio cosi speranzoso: “Nabil Elaraby, che ha servito come ambasciatore egiziano alle Nazioni Unite, ha sostituito Ahmed Abu el Rit. In passato ha guidato iniziative contro Israele “.

Ma i “fraintendimenti” di Ha’aretz non si limitano agli “errori di traduzione”, c’è di più e di peggio. Il primo maggio 2011, un articolo nella versione inglese informava che i soldati israeliani furono i responsabili della morte di Mohammed Al Dura :

Jamal Al-Dura (il padre di Mohammed Al Dura N.d.R.) aveva citato in giudizio il dott. Yehuda per diffamazione, dopo che il medico, che lo aveva  operato nel 1994, aveva esposto i dettagli della sua cartella clinica, al fine di sostenere che le cicatrici più vecchie di al-Dura furono il ​​risultato di un intervento chirurgico – e non causate dal fuoco dell’IDF che uccise suo figlio nel mese di settembre, 2000.

Le parole della versione in ivrit dalle quali si apprendeva senza ombra di dubbio che l’accusa all’IDF per la morte di Al Dura era un’idea di Jamal Al Dura e non di certo una realtà comunemente accertata, furono semplicemente tagliate. Anche questa volta, l’interevento di Presspective indusse i redattori a correggere il tiro.

Il 17 giugno 2011, la versione inglese di Ha’aretz riportava che “arabi e donne sposate non possono servire nell’esercito”, mentre, sebbene tali gruppi siano esentati dall’obbligo non sono fatti oggetto di divieto e infatti esistono casi in proposito. La frase inesatta non compariva nella versione in ivrit.

Il 4 dicembre 2011, la versione in inglese di Ha’aretz riportava un articolo di Gili Cohen:

La Legge della Nakba, che permette di privare le organizzazioni che si oppongono ai principi fondamentali dello Stato di Israele dei finanziamenti “fa grandi danni alla libertà di espressione politica, alla libertà artistica e al diritto di manifestare” .

Pero’, la cosiddetta Legge Nakba non si applica alle “organizzazioni” in generale, ma solo a enti finanziati dal governo, come le scuole pubbliche o comuni. E l’unico finanziamento a rischio è il denaro del governo, non donazioni, straniere o meno che siano.  Nella versione ivrit di questo articolo non è menzionata affatto la “Legge Nakba” . Perché Ha’aretz in inglese ha sentito il bisogno di storpiare la versione originale?

Le rettifiche, ovviamente, hanno sempre meno risalto della menzogna

Piccoli “aggiustamenti”, una cosetta qua una là, con qualche occasionale vero e proprio falso, servono a immettere nel cervello del lettore medio una serie di “informazioni” che resteranno, consciamente o meno, nella sua memoria e andranno a formare le sue idee politiche in merito a situazioni delle quali puo’ avere notizia solo tramite fonti privilegiate ed Ha’aretz, giornale israeliano, è considerato una di queste. In quanti saranno in grado di poter o voler verificare la versione originale del giornale e rendersi cosi’ conto fino a che punto un’omissione, un “piccolo errore” un aggettivo di troppo possono modificare completamente il senso di una informazione?

Grazie a CAMERA

Pallywood, mon amour!

Il termine “Pallywood” si riferisce alle costruzioni giornalistiche, allestite da giornalisti arabi e occidentali, finalizzate a presentare i palestinesi come vittime inermi dell’aggressione israeliana. In alcuni casi Pallywood mette in scena veri e propri stage cinematografici nei quali i “fatti” sono inventati di sana pianta, secondo un copione accuratamente predisposto. Cio’ è possibile (o lo è stato finora) per la credulità della stampa occidentale e per il suo desiderio  di presentare  immagini capaci di rafforzare il mito del palestinese/ David che si batte valorosamente contro la sopraffazione di Golia/ israeliano.

Con Pallywood gli standard giornalistici sono caduti a livelli da “spaghetti western” e le messe in scena sono assurte al rango di  “eventi reali.”

1982: l’invasione del Libano

I primi chiari segnali di una emergente “industria Pallywood” risalgono all’invasione del Libano, del 1982. Lì, per la prima volta, i media sembrarono abbracciare quell’atteggiamento apertamente ostile nei confronti di Israele che porto’ Norman Podhoretz a scrivere un articolo molto discusso, dal titolo “J’Accuse”, nel quale accusava i principali media di ” antisemitismo” (su Commentary, febbraio 1983).

Podhoretz denuncio’ che: 

– Utilizzando il fratello di Arafat, Fathi Arafat, capo della Mezzaluna Rossa Palestinese, le fonti palestinesi dichiararono 10.000 morti e 600.000 profughi causati dall’attacco israeliano. Senza verificare la  notizia (all’epoca nel sud del Libano vivevano 300.000 persone), i mezzi di comunicazione ripetettero costantemente questi dati, fino a che divennero universalmente accettati.

– I giornalisti paragonarono l’assedio di Beirut a quello nazista di Varsavia. Difficile trovare un paragone più inappropriato, ma l’analogia tra israeliani e nazisti sembro’ avere un richiamo quasi irresistibile per alcuni giornalisti. Tra i più aggressivi, Peter Jennings.

– Furono utilizzate immagini chiaramente false, atte a screditare l’esercito israeliano, comprese quelle delle zone devastate dalla guerra civile tra palestinesi e libanesi, bambini morti che non erano morti, ecc (pp. 353-389).

– I massacri di Sabra e Shatila furono riportati in modo che nell’opinione pubblica si formasse la convinzione che fossero stati i soldati israeliani ad aver massacrato i profughi palestinesi, omettendo di informare in merito alle motivazioni della Falange maronita, responsabile dell’attacco.

Tutti conoscono la storia di Sabra e Shatila, ma solo di recente si è cominciato a sentir parlare del Darfur. Il netto contrasto tra le centinaia di morti di Sabra e Shatila e i più di diecimila di Hama, città nel centro della Siria, lo stesso anno, illustra quanto la propensione dei media sia di  accentrare l’attenzione sui misfatti, non importa se veri o presunti, di Israele e quanto sia forte il potere di intimidazione che di fatto impedisce ai giornalisti di accedere e riportare notizie in merito ai crimini arabi (v. Friedman, da Beirut a Gerusalemme, cap. 4.)

– La riluttanza della stampa – in particolare da parte dei giornalisti “residenti” a rivelare il grado di brutalità dell’OLP come “Stato nello Stato” nel sud del Libano (vedi pp 219-278).

I palestinesi davanti all’entusiasmo della stampa occidentale nel riferire il peggio degli israeliani per evitare di informare in merito al peggio dei palestinesi, alla suscettibilità all’intimidazione e all’assassinio di giornalisti invisi all’OLP, agli standard molto scadenti nel vagliare e verificare le fonti e i fatti,  compresero chiaramente di avere un valido alleato nei media occidentali e nei giornalisti installati presso l’hotel Commodore – (Chafets, Double Vision, capitolo 6.).

Avvelenamento di Studentesse palestinesi, Jenin (Cisgiordania), marzo, 1983

Un anno dopo la debacle dei media libanesi, Israele fu fatto oggetto di un falso premeditato, diffuso poi ampiamente  : un certo numero di ragazze palestinesi di una  scuola media dichiararono di essere state avvelenate da “gli israeliani.” La storia divento’ subito uno scandalo internazionale. Ogni Paese invento’ una tale varietà di dettagli che la storia fini’ per somigliare ad una versione di Rashoman. Nessuno, tuttavia, mise in dubbio la veridicità dell’avvelenamento, né le accuse a Israele. Solo dopo una lunga indagine risulto’ che non c’erano ragazze avvelenate, e che i miliziani dell’OLP avevano incoraggiato e intimidito le ragazze ed i funzionari dell’ospedale affinché confermassero la storia.

Dal punto di vista della copertura mediatica si rivelarono alcune particolarità:

– La stampa israeliana prese sul serio le accuse e solo dopo un esame medico concluse trattarsi di falsi.

– La stampa palestinese e araba dette subito per scontato che la storia fosse vera e la uso’ per incitare all’odio e diffondere la paura degli israeliani. Nonostante la mole delle contro-prove non ci fu nessun  cambiamento nella copertura.

– La stampa occidentale accolse le accuse come probabili, se non vere (e gli europei furono molto più aggressivi rispetto agli americani), e quando le prove della messa in scena emersero,  cessarono di riferire in merito all’incidente, lasciando gli israeliani tra diffamazione e silenzio.

Le accuse di avvelenamento costituirono il primo chiaro caso di Pallywood: l’atrocità messa in scena dagli attivisti palestinesi per raffigurare gli israeliani avvelenatori di innocenti,  immediatamente sottoscritta da stampa locale e straniera.

“Questa è la storia della manifestazione straordinaria di una moderna “calunnia del sangue”  contro gli ebrei e Israele, che ha coinvolto non solo arabi e musulmani, ma anche i media europei e le organizzazioni del mondo….”  Poison, Raphael Israeli

La prima Intifada, 1987-1991

Durante la prima Intifada, i media trasformarono la Cisgiordania in una frenesia di brutalità israeliana in contrasto a quella molto spesso definita  “resistenza non-violenta”. Per la prima volta si evidenzio’ una collaborazione aperta tra cameramen, informati in precedenza del verificarsi dei fatti o che pagavano per le sequenze d’azione che avrebbero poi potuto fotografare.

Le autorità israeliane rese insicure dall’ostilità della stampa ostile e incerte su come fermare la violenza, chiusero, in certi momenti, i territori alla stampa estera. Spesso, mentre gli inviati delle testate estere cenavano o consumavano  i loro drinks all’Hotel American Colony a Gerusalemme Est, le telecamere palestinesi preparavano per loro filmati d’azione. Fu probabilmente la prima volta che i palestinesi ebbero a disposizione le apparecchiature occidentali e furono in grado di alimentare le immagini dei notiziari delle agenzie con le loro “scene di strada” .

In tempi recenti un numero crescente di articoli web e di giornale hanno descritto e denunciato la manipolazione dei media da parte dei palestinesi e il pregiudizio anti-Israele di molti media occidentali. Il regista palestinese, produttore di “Jenin, Jenin” ha ammesso, ad esempio, di aver falsificato delle scene del suo documentario, allo scopo di demonizzare Israele.

Jeff Helmreich ha pubblicato un modello di violazione della deontologia giornalistica da parte dei media che trattano del conflitto.

– In un’intervista multimediale l’analista David Bedein ha sostenuto che negli ultimi venti anni i palestinesi hanno battuto gli israeliani nella propaganda a uso dei media del mondo.

Josh Muravchik ha denunciato il pessimo lavoro dei media occidentali nell’informare in merito all’intifada e il meccanismo nel riportare il conflitto in modo da avvantaggiare le società autoritarie.

Stephanie Gutmann, in “The Other War: israeliani, palestinesi e la lotta per la supremazia dei Media”, sostiene che Israele si è dibattuto in un campo di battaglia fatto di pagine editoriali, schermi televisivi e Internet

La seconda  Intifada “Al Aqsa”, ottobre 2000-2004

Lo scoppio della seconda tornata di violenze palestinesi contro Israele prese avvio, ironia della sorte, a seguito dei negoziati di pace nei quali, secondo le fonti più accreditate, gli israeliani offrirono la maggior parte della Cisgiordania e tutta la Striscia di Gaza (compresa l’evacuazione degli insediamenti) in cambio della pace. Per un breve momento Barak e gli israeliani godettero di qualche simpatia sulla scena mondiale e Arafat si trovo’ in un raro stato di disapprovazione. Ma una volta che la violenza scoppio’ e Israele poté essere incolpato e, in particolare, dopo che le immagini di Muhamed al Durah (la più gigantesca frode mai messa in atto) furono  mostrate dalle televisioni di tutto il mondo, l’opinione pubblica si sposto’ drammaticamente.

Forse il modo migliore per capire come Pallywood fu in grado di avere tanto successo in quella fase è quello di esaminare cio’ che successe il 29 settembre 2000, il giorno dopo che Sharon visito’ il Monte del Tempio / Haram al Sharif. Quel giorno, le agenzie di stampa riferirono di violenti scontri tra le truppe israeliane e i palestinesi infuriati per la visita. L’Amministrazione palestinese pubblico’ la fotografia di un uomo giovane, sanguinante e in ginocchio. Di fronte a lui un israeliano che brandiva un bastone. Non ci voleva un esperto per capire che qualcosa non andava. Non ci sono stazioni di rifornimento da nessuna parte vicino al Monte del Tempio, quindi la collocazione era chiaramente falsa.

Ma non si trattava di semplice collocazione errata del fatto e uno sguardo più attento suggeri’ che il soldato israeliano sembrava urlare a qualcuno che si trovasse oltre il ferito. L’uomo nella foto non era un palestinese, ma un Ebreo americano, un seminarista, che fu trascinato fuori dalla sua auto da una folla inferocita e quasi picchiato e pugnalato a morte. (Trascorse mesi in ospedale per riprendersi.) Era Tuvya Grossman. Il poliziotto israeliano non lo stava picchiando, ma proteggendo dalla folla. Il New York Times, senza controllare i fatti, pubblico’ l’immagine con la falsa didascalia.

Cio’ illustra benissimo il problema delle aspettative paradigmatiche che influenzano ciò che vediamo e come lo assimiliamo. La didascalia riscrive la storia: aggressivo israeliano attacca brutalmente disarmato palestinese nel terzo luogo santo all’Islam.

Esiste un equivalente israeliano di Pallywood?

“Anche gli israeliani diffondono notizie costruite?” I Media di ogni paese giocano su un margine di giudizio che renda le notizie presentabili al pubblico. Ci sono analisti che sostengono che Israele è di gran lunga superiore nel manipolare i mezzi di comunicazione: – Delinda C. Hanley, News Editor del Rapporto Washington  per gli affari in ​​Medio Oriente, sostiene che Israele  è riuscito a dare l’immagine, nei media americani, delle vittime (i palestinesi) come aggressori.

Il “morto resuscitato”

– Alison Weir, fondatrice di If American Knew,  sostiene che i media occidentali, in particolare americani, sono stati costantemente pro-israeliani nella copertura del conflitto. Lei lo chiama “un modello pervasivo di distorsione.”

– Daniel Dor, della Tel Aviv University, in “Intifada Head the Headlines,” (2004) sostiene che la stampa israeliana si è allineata con la propaganda dell’establishment israeliano. In tempi di conflitto la stampa nelle democrazie liberali svolge un “ruolo non del tutto dissimile da quello della stampa in paesi non democratici.” (Pagina 168)

Ma le differenze sono così grandi da richiedere una particolare attenzione a questo problema: – Gli israeliani non fabbricano immagini di feriti; al contrario, tabù profondi impediscono di pubblicare le immagini di cadaveri. – Gli israeliani non mostrano costantemente immagini destinate a suscitare l’odio, a differenza dei palestinesi. Basta confrontare la copertura data in Israele per le immagini orrende del linciaggio di Ramallah 12 OTTOBRE 2000 con la ripetizione costante in TV e nei programmi scolastici palestinesi delle riprese e delle ricostruzioni della storia di Muhamed Al Durah, due settimane prima.

– La stampa israeliana è una delle più autocritiche nel mondo. Errori raramente passano inosservati o taciuti. Quando l’esercito israeliano ha accusato le Nazioni Unite di usare le loro ambulanze per spostare missili Qassam e non è riuscito a fornirne la prova, la stampa israeliana ha denunciato l’errore bruscamente: “Israele si è comportato con fretta sconsiderata e ha ferito con le sue pretese di superiorità , perdendo in  credibilità. ”

Non vi è alcun equivalente nella stampa palestinese  di giornalisti come Gideon Levy e Amirah Hass, di Ha-Aretz . Elementi di auto-critica sono, per la maggior parte dei casi, assenti nei media arabi.

– Anche le organizzazioni denunciate dall’altra parte come “di propaganda”, ad esempio Palestinian Media Watch e MEMRI, sono scrupolosamente oneste nelle traduzioni del materiale che pubblicano dal mondo arabo  e prestano attenzione a non pubblicare solo i fatti negativi ma anche quelli positivi.

– Per rendere il confronto “equilibrato”  manca una distinzione importante tra le critiche ad una stampa libera in Israele e  le intimidazioni e i contenuti di propaganda della stampa araba diffusa in società autoritarie. Se non si riesce a capire queste differenze, non si può comprendere il valore e l’importanza dell’ auto-critica della stampa libera  che sostiene la società civile. La tolleranza per la critica e per i punti di vista diversi segna l’impegno verso la società civile.

PERCHE’ E’ IMPORTANTE denunciare Pallywood?

– Pallywood distorce l’opinione pubblica occidentale e del Medio Oriente .

– Aggrava la narrativa vittima  / carnefice, dominante nell’Europa occidentale e nei media Medio Orientali, che prolunga il conflitto

– Perpetua la narrativa (palestinese) Davide Vs Golia (Israele) .

– Contribuisce alla demonizzazione di Israele / aumento di antisemitismo

– Con il suo drammaticismo, Pallywood porta alla romanticizzazione occidentale della lotta palestinese e alla giustificazione dei metodi più atroci per raggiungere i loro scopi.

“Sono belle, altamente qualificate e mortali. Sono le donne kamikaze. “Rivista New Idea  Australia, 7 aprile 2003.

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Inesplicabili fenomeni…

Ogni venerdi’, dopo il sermone di mezzogiorno, intorno alla moschea Al Aqsa, come in un rituale obbligato e stanco, partono gli “scontri”. Lanci di pietre e bottiglie incendiarie contro poliziotti israeliani. Nessun giornale internazionale, di solito, riporta questi fatti, quasi fossero “normali” o comunque non gravi. Eppure Asher Palmer, 25 anni e suo figlio Yonathan, un anno, morirono per questi “innocui lanci di sassi”.

Asher Palmer e suo figlio Yonathan morirono nell’auto che fini’ fuori strada sotto il lancio di pietre

E il solito “copione si è ripetuto venerdì scorso, 8 marzo, quando centinaia di palestinesi usciti dalla preghiera alla moschea Al Aqsa hanno lanciato pietre e bombe molotov contro il personale di sicurezza israeliano, di stanza vicino all’ingresso del sito. 

Undici poliziotti sono stati feriti durante le violenze, uno di questi, ferito da una bomba molotov lanciata contro gli ufficiali dai palestinesi, secondo quanto riferito, da dentro la moschea.

La polizia ha disperso i manifestanti con granate assordanti e altre misure di controllo, non violente.

The Guardian nel suo spazio ‘immagine live‘, ha pubblicato la foto che mostra l’ufficiale colpito da una bomba molotov

con la seguente didascalia: Poliziotti israeliani prestano soccorso ad un loro collega ferito negli scontri intorno alla moschea Al Aqsa, venerdi’. I disordini tra i fedeli Palestinesi e l’esercito israeliano sono scoppiati durante la preghiera di venerdi’.

Il poliziotto è descritto genericamente “ferito”, senza che sia specificato né da chi né come. Altri siti di informazione, invece, hanno riportato la notizia correttamente. Il titolo del Guardian poi è molto esplicativo della politica del giornale: “Disordini sono scoppiati….” Come? Si sono auto-provocati o c’è stato forse qualcuno che li ha innescati? Quindi, davanti alla moschea Al Aqsa il venerdi’, “disordini scoppiano”, “bombe molotov incendiano”, “poliziotti si feriscono”…. Ora sappiamo che a Gerusalemme esistono anche questi inesplicabili episodi….

 

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