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La Siria, ma cos’è?

Certo, in Siria c’è una guerra. L’Occidente se ne è accorto solo ora. Nessuno, o quasi,  sa niente della dittatura degli Assad, che dura ormai da quasi cinquanta anni, ma non importa.

In questi giorni si leggono cose come queste, che già dal titolo sono tutto un programma: Vi racconto cosa sta accadendo in Siria e perché in Italia non viene detta la verità: a colloquio con Mimmo Srour (siriano)

“Srour è nato a Nakib, in Siria, dove è rimasto fino al momento di intraprendere gli studi universitari. Il suo vero nome è Mahmoud ma tutti lo chiamano “Mimmo” fin da quando venne in Italia, nel 1969, per laurearsi in Ingegneria presso l’Università dell’Aquila, città dove ha deciso di restare mettendo sù famiglia….”

Ed ecco che “Mimmo” ci regala verità:

Domanda: Assad è stato sempre descritto come una persona diversa dal padre, molto più aperto. Qual è il suo commento?

Risposta: Ma a chi vogliono far credere che questo ragazzo sia un dittatore. La Siria è un paese che ha una Costituzione e un Parlamento da almeno 60 anni. Assad è uno che accompagna i figli a scuola, ha studiato all’estero, è un oculista, e in fondo non voleva neanche fare questo mestiere, si è trovato al posto del padre probabilmente a causa della morte del fratello. Veramente è incredibile quello che avviene e come sta accadendo, tutto quello che sta accadendo in Siria è stato progettato e scritto anni fa dai neoconservatori americani e adesso Obama lo sta mettendo in atto, credevamo che lui era diverso e invece non lo è per niente. Se è vero che l’obiettivo sono le riforme, ci sarà un modo per far sedere tutti attorno a un tavolo e discutere del futuro della Siria. E’ necessario mettere le bombe? Le infrastrutture in Siria sono state demolite, stanno riducendo il Paese all’età della pietra. Le ferrovie non esistono più, tutti i ponti ferroviari sono stati fatti saltare. Le centrali elettriche sono state distrutte e metà paese è stato ridotto al buio. Distrutti anche gli oleodotti, c’è una carenza di gas e le famiglie non possono cucinare e in inverno non potranno riscaldarsi. Ma perché tutto questo? A cosa serve, se non a distruggere un paese.

Bene, Bashar El Assad è “ragazzo che porta i figli a scuola”. Ma come è arrivato al potere? E come ci arrivo’ suo padre? Come inizio’ il regno degli Assad, incontrastato da più di quarant’anni, senza essere mai stato turbato da elezioni? Dobbiamo fare un bel salto all’indietro e tornare al partito socialista Ba’ath (حزب البعث العربي الاشتراكي‎ Ḥizb Al-Ba‘ath Al-‘Arabī Al-Ishtirākī).

Il partito, fondato da Michel Aflaq, damasceno di famiglia borghese cristiano-ortodossa. Le ideologie sulle quali il partito si fondava erano un misto di nazionalismo, pan-arabismo e socialismo arabo, le stesse che avevano fatto la fortuna di Nasser. Era il 1947 e il Ba’ath trovo’ subito larghi consensi in Siria e Iraq.

Nel 1920 era stato stabilito un regno arabo indipendente di Siria, sotto il re Faysal della famiglia hashemita, che in seguito divenne re dell’Iraq. Il 23 luglio, le sue forze furono sconfitte dall’esercito francese nella battaglia di Maysalun. La Lega delle Nazioni pose la Siria sotto il mandato francese e le truppe francesi la occuparono. Nel 1936 il 17 aprile, fu firmato un trattato franco-siriano che riconosceva l’indipendenza della Repubblica della Siria, il cui primo presidente fu Hashim al-Atassi, già primo ministro con re Faysal. Il trattato tuttavia non venne ratificato e la Siria era ancora sotto il controllo francese quando scoppiò la seconda guerra mondiale. La Siria allora fu  teatro di combattimenti tra le truppe del governo di Vichy e l’esercito britannico, che ne prese il controllo nel 1941. La Siria proclamò nuovamente la propria indipendenza, che venne riconosciuta a partire dal 1 gennaio 1944 e le truppe francesi si ritirarono nell’aprile del 1946.

Il 7 luglio del 1947 si tennero le prime elezioni dall’indipendenza. Tra il 1946 e il 1956 si ebbero ben 20 diversi governi e si discussero quattro versioni differenti della costituzione. Nel 1951 prese il potere il colonnello dell’esercito Adib Shishakli, che venne tuttavia rovesciato nel 1954. Nel 1948 la Siria aveva partecipato alla guerra arabo-israeliana: l’esercito siriano fu respinto dal territorio israeliano, ma mantenne i precedenti confini, fortificandosi sulle alture del Golan.

Contestualmente alle prime elezioni, nel dicembre 1947, (quindi prima della guerra di aggressione contro Israele)  ad Aleppo gli Ebrei subirono il più sanguinoso pogrom dopo quelli del 1853 e del 1875. Sinagoghe, scuole, orfanotrofi, case di proprietà degli Ebrei, furono distrutte. Fu l’inizio della fine della comunità ebraica siriana e il primo esodo degli Ebrei siriani in Israele. Non ci sono Ebrei attualmente in Siria.

Ma torniamo al Ba’ath. Nelle elezioni del 1952 divenne il secondo partito del Paese. Con il partito comunista siriano, fondo’ la UAR, Lega delle repubbliche arabe unite, insieme all’Egitto. Il sogno di Nasser: “Siamo arabi, non più solo egiziani”. Fallimento dell’esperimento e colpo di Stato che nel 1961 sciolse l’Unione. Intanto Aflaq, deluso della messa in atto dei suoi ideali, si trasferi’ in Iraq, dove favori’ l’ascesa del più famoso ba’athista del Paese: Saddam Hussein. Non fu contento nemmeno di questi esiti, ma a quel punto fu messo a tacere e se ne riparlo’ solo in occasione dei suoi imponenti funerali. E Hafez El Assad? Fu ba’athista della prima ora e si addestro’ militarmente in Unione Sovietica. Con la UAR si sposto’ direttamente al Cairo e dal Cairo tento’ di minare le basi della UAR, asserendo che avrebbe concentrato troppo potere nelle mani del solo Nasser. Nel ’63, nel periodo di ascesa massima del partito Ba’ath, Hafez divenne capo dell’aviazione siriana. Quando nel ’66 un gruppo radicale del Ba’ath rovescio’ il governo fu la fine di ogni parvenza di democrazia. Il Parlamento non ebbe più alcun senso, ci fu un partito unico.

Nel ’66 prese il potere Salah Jadid, ba’athista radicale. La sconfitta della Guerra dei Sei giorni, la perdita del Golan ed il suo conseguente appoggio all’Olp gli costo’ caro in termini di popolarità. Ne approfitto’ Hafez El Assad che lo rovescio’ con un colpo di Stato, imprigionandolo. Comincio’ il regno degli Assad. Non riusci’ a scalfirlo l’assalto dei Fratelli Musulmani che fu represso in un bagno di sangue, nel 1982, nel dimenticato massacro di Hama, durante il quale morirono, furono imprigionati e torturati migliaia di siriani, indipendentemente dal ruolo che avevano avuto o meno nella tentata insurrezione. Non cadde nemmeno con la fine della guerra fredda e la dissoluzione dell’URSS, della quale era stato strumento.

Hafez mori’ nel 2000 e, come si conviene a ogni dittatura che si “rispetti” gli succedette Bashar. I tempi erano cambiati ma per gli Assad questi rivolgimenti si erano fermati all’immagine più moderna che Bashar offriva pubblicamente; per il resto tutto resto’ immutato. Cosi’ davanti ai tentativi di rovesciare il suo regime, Bashar non ha saputo fare altro che seguire le orme del padre e uccidere. La Russia non lo ha mai lasciato solo; i suoi veti all’Onu contro qualunque intervento e le sue forniture di armi sono state essenziali per Bashar. Perché? La Russia ha una installazione navale in Siria, che è strategicamente importante ed è l’ultima base militare estera al di fuori dell’ex Unione Sovietica; la mentalità da “guerra fredda” persiste e consiglia di mantenere una delle sue ultime alleanze militari; l’intervento internazionale è ancora considerato dalla Russia moderna “attacco imperialista occidentale”;  la Siria è un ottimo acquirente di armi e attrezzature militari russe, e la Russia ha bisogno di soldi.

Per l’Iran poi la Siria rappresenta il cuscinetto tra il paese e l’odiato Israele, il punto di arrivo e partenza per lo smistamento di armi verso Hizbollah e Hamas (nonostante l’alterna fedeltà di questi ultimi). Cosi’ veniamo ai giorni nostri. Il 26 gennaio 2011, Hasan Ali Akleh si da fuoco per protesta contro il regime di Bashar El Assad.

Scoppiano i tumulti. Il regime dichiara lo stato di emergenza. Human Right Watch denuncia la scomparsa di alcuni attivisti contro il regime, in LIbano. “Sembra che il Libano stia facendo il lavoro sporco per la Siria”. I Kurdi siriani scendono in piazza contro il regime.

Le manifestazioni si susseguono in tutta la Siria. Siamo al marzo 2011.

Ancora sono i siriani a capeggiare le manifestazioni, la Jihad islamica mondiale non è ancora sopraggiunta. Attivisti come Suheir Atassi e Khamal Sheikho sono arrestati.

Le proteste continuano e accusano il governo di corruzione

A Dara’a la polizia attacca un funerale e spara lacrimogeni che sembrano molto più tossici di quelli usati solitamente: “Molti hanno accusato sintomi prossimi alla paralisi o al soffocamento”.  I dimostranti cantano: “No no allo stato di emergenza. Siamo gente innamorata della libertà”. Il 21 marzo a Dara’a sono uccisi sette ufficiali di polizia, durante gli scontri. La pagina Facebook “The Siryan Revolution 2011” invita a scendere in piazza. Gli slogan ora sono: Dio, Siria e Libertà.

L’Onu sembra scuotersi per un attimo dal letargo e Navi Pillay chiede un’indagine sulla morte di sei attivisti.

I morti si susseguono e le manifestazioni si infiammano sempre di più. La polizia ormai spara anche sui bambini. Il 25 marzo gli slogan scanditi dai manifestanti accusano il fratello di Bashar di codardia: “Maher vigliacco, manda l’esercito a liberare il Golan“.

Non più “libertà e giustizia”, ma Israele come nemico e Dio come alleato. Nessuno noto’ all’epoca il cambiamento delle piazze? Non più solo esercito e manifestanti anti governativi si affrontano ora: agli scontri si aggiungono manifestanti pro-Assad, in risposta all’appello del governo. I manifestanti anti-Assad sono ora armati:

“Una fonte ufficiale ha detto che un gruppo armato, salito sui tetti di alcuni edifici a Douma, dopo mezzogiorno, ha aperto il fuoco su centinaia di cittadini e sulle forze di sicurezza”. E’ il primo aprile 2011. Si affaccia sulla scena Erdogan che dice: Ci penso io a spingere Assad alle riforme; “la Turchia sta osservando la reazione del popolo siriano alle parole e alle azioni di Assad, finora”. E’ la prima “uscita pubblica” di un capo di Stato in merito alla situazione siriana. Assad libera prigionieri politici e cambia i membri del governo, ma le proteste non si arrestano e nemmeno le vittime.

La Ashton si pronuncia: “Le violenze devono finire. La prima cosa che dobbiamo fare è fermare la violenza. Il governo ha avuto modo di considerare serimente le sue reponsibilities”, dichiaro’ ad Al Jazeera. Il governo parla di “insurrezione armata”: “Alcuni di questi gruppi hanno chiamato all’insurrezione armata sotto il motto della Jihad, per istituire uno stato salafita”, dichiaro’ il ministero degli interni, in un comunicato. “Quello che hanno fatto è un crimine orribile, severamente punito dalla legge. Il loro obiettivo è quello di diffondere il terrore in tutta la Siria.” E’ ancora l’aprile 2011, la protesta è già nelle mani della Jihad islamica.

Che fine avevano fatto i manifestanti che, pacificamente, avevano iniziato la rivolta in Siria? Perché né l’Onu né la politica internazionale fece mostra di accorgersi della piega che stavano prendendo gli avvenimenti? Come mai gli appelli della Jihad islamica che incitava i salafiti di tutto il mondo a radunarsi in Siria e combattere, furono ignorati?

Dalla Tunisia all’Egitto, i Fratelli Musulmani incitavano a raggungere la Siria e combattere: “Chiunque ha la capacità di uccidere … deve andare”, disse al-Qaradawi, dal  Qatar. “Non possiamo chiedere ai nostri fratelli di essere uccisi mentre guardiamo.” E Morsi, che si vedeva sfuggire il potere di mano:

“Chiediamo ai popoli arabi e islamici di stare con i loro fratelli siriani – quelli rimasti nel paese e quelli che sono stati costretti a fuggire in altri paesi vicini. Non dovremmo essere ingiusti, arrenderci o deluderli. Religione, virilità e cavalleria ci chiedono di essere al loro fianco e sostenerli finanziariamente e moralmente “.

Da tutti i Paesi arabi e perfino dalla Bosnia, dall’Australia, dalla Cecenia e dall’Europa sono accorsi in Siria migliaia di jihadisti, rispondendo all’appello.

Non ci interessa qui analizzare i rapporti di forza tra le varie potenze, chi arma chi, chi combatte contro chi, gli interessi in gioco. Ci limiatiamo a una cartina molto parziale delle parti in campo, apparsa su un blog e ripresa dal  Washington Post

E questa, apparsa su Elders of Zyon

Quello che ci sembrava interessante, mentre l’Occidente si limita a interrogarsi in merito a “intervento si’ o no”, senza preoccuparsi di gettare nemmeno uno sguardo alla storia della Siria e all’evoluzione della guerra civile che ormai ha fatto oltre 100.000 morti, era tentare di capire quando e come la protesta legittima e pacifica contro una dittatura feroce, una “monarchia” che dura da quarant’anni, sia stata fagocitata dalla Jihad islamica e abbia ridotto il conflitto allo scontro tra una dittatura sanguinaria e gruppi di “ribelli” altrettanto feroci. E di come l’Occidente (qualsiasi cosa vogliamo significare con il termine) sia rimasto a guardare, della sua ipocrisia che gli ha fatto gridare all’orrore solo dopo migliaia di morti anonimi. E di come ora chieda ai cittadini di schierarsi quando ormai non c’è più nulla da difendere.

Le ONG nemiche di Israele: cominciamo da Diakonia

Mai sentito parlare di Diakonia? No? Sembra il nome di una crema di bellezza, o di una macchina fotografica, vero? Invece no, Diakonia è la più grande ONG umanitaria della Svezia, fondata nel 1966 da cinque chiese svedesi. La maggior parte del suo budget proviene dal governo svedese (47,2 milioni dollari). Diakonia promuove il “diritto a resistere” dei palestinesi e contemporaneamente fa il possibile per delegittimare il diritto di Israele all’autodifesa. I programmi del IHL (International Humanitarian Law) sfruttano e travisano il diritto internazionale. Cominciamo ad esaminare chi sono le ONG che operano in territorio israelo/palestinese e quali sono i loro obiettivi dichiarati e quelli reali. Il documento è un po’ lungo ma vale la pena di leggerlo se si cercano risposte a domande che a volte sembrano non averne. Mentre alcuni dei programmi dell’organizzazione sembrano essere progetti umanitari veri e importanti, la maggior parte delle risorse sono dedicate a campagne politiche, tra cui un documento alla Commissione Goldstone che diffamava Israele e delegittimava il suo diritto di difendersi contro attacchi missilistici. La posizione di Diakonia in merito al conflitto arabo/israeliano fa riferimento costante alla “continua l’occupazione”, la “costruzione del muro”, e “la frammentazione del territorio palestinese”, come “problemi strutturali” che stanno dietro il conflitto. La storia del terrorismo pre-1967, la guerra e il rifiuto del diritto di Israele ad esistere sono cancellati.

attivisti di Diakonia

Per i loro studi sbilanciati di diritto internazionale e le attività del Humanitarian Policy & Law Forum alla Harvard University  ricevono più finanziamenti di qualsiasi altro programma relativo alla regione, e rappresentano l’unico esempio politico di attività a livello mondiale di Diakonia. Diakonia fu fondata nel 1966 da cinque Chiese svedesi: la Alliance Mission, la Baptist Union, l’InterAct, la Methodist Church e la Mission Covenant Church. Si descrive come una “organizzazione cristiana per lo sviluppo, che collabora con i partner locali per un cambiamento sostenibile in favore delle persone più vulnerabili del mondo.” L’organizzazione lavora con più di 400 partner in 30 paesi, e afferma di promuovere “uno sviluppo equo e sostenibile nel quale lo standard di vita delle persone più vulnerabili possa migliorare, e la democrazia, i diritti umani e l’uguaglianza siano rispettati. Il punto di partenza per questo è il Vangelo di Gesù come modello di ruolo “.

Un documento Diaconia

Nel 2008, il fatturato di Diakonia ha raggiunto i 47,2 milioni dollari, 367 milioni di corone svedesi,  di cui 332 milioni provenienti dall’ Agenzia del governo svedese per lo sviluppo internazionale della cooperazione (SIDA), 10,5 milioni dall’Unione europea, e 5 milioni dal governo norvegese. Le attività in Medio Oriente, America Centrale e Sud America comprendono ognuna  circa il 14% del bilancio di Diakonia, mentre la spesa in Asia è del 25%, e del 30% in Africa. Il lavoro di advocacy (lobbying principalmente politica in Svezia) è di circa il 3% del bilancio di Diakonia. Diakonia è membro di due grandi agenzie di sviluppo a struttura internazionale – l’Associazione delle Agenzie di Sviluppo Internazionale (AIDA) e AidWatch. AIDA è una “struttura di coordinamento per le agenzie di sviluppo internazionali operanti in Cisgiordania e Gaza”, tra cui Oxfam, Trocaire, Christian Aid, e il Comitato centrale Mennonita. L’organizzazione collabora a eventi e comunicati stampa, tra cui molti che condannano la politica di Israele. AIDA è co-sponsor del forum di diritto internazionale umanitario di Diakonia, facente capo alla Al Quds University.

Diakonia e la Flottilla per Gaza

AidWatch è “una lobby pan-europea di iniziativa per campagne di monitoraggio circa la qualità e la quantità degli aiuti forniti dagli Stati membri dell’UE e dalla Commissione europea (CE),” sotto l’egida della UE Concord – una Confederazione di ONG europee, attive nel lavoro di assistenza e sviluppo. Nel 2009, AidWatch ha pubblicato un rapporto, “Alleggerisci il carico”, che prendeva in esame i finanziamenti UE alle ONG umanitarie. Uno dei problemi che la relazione individua in materia di aiuti europei è che sono “sempre più utilizzati come strumento politico, e non mirano a ridurre la povertà”.

campagna Diakonia

Diakonia opera in Medio Oriente dal 1960, e ha aperto la sua prima sede nella regione nel 1989. Ha sviluppato programmi in Egitto, nell’Iraq kurdo, Libano, Israele, e “Palestina”. Obiettivi di Diakonia per la regione sono: “concentrarsi su come affrontare la mancanza di pace e sicurezza, aumentando il rispetto dei diritti umani e sradicare gli aspetti multidimensionali della povertà “. L’area medio-orientale è terreno privilegiato per Diakonia come per molte altre ONG “umanitarie”. E siccome tutte le ONG che si rispettino hanno il loro “libro bianco” contro Israele, anche Diakonia ha redatto il suo “Position Paper on Israel & Palestine”. Naturalmente il rapporto assicura di non essere sbilanciato a favore di nessuna delle due parti e di avere solo a cuore la risoluzione del conflitto.  In contrasto con questo obiettivo dichiarato, Diakonia adotta pero’ il linguaggio della narrativa palestinese, “continua l’occupazione”, la “costruzione del Muro”, e “la frammentazione del territorio palestinese”. Diakonia non si interessa, ovviamente,  al terrorismo palestinese, ai rifiuti arabi alla pace, all’educazione all’antisemitismo e alla violenza dei bambini palestinesi, alla corruzione dell’Autorità Palestinese, alle restrizioni dei diritti delle donne, o ai “combattenti”,  come “problemi strutturali” del conflitto. Quando alcuni di questi problemi emergono, sono sempre attribuiti agli effetti della “occupazione”, anche se anteriori alla guerra del 1967. Naturalmente ci sono tutti i soliti “evergreen” della diffamazione nei confronti di Israele, nel rapporto Diakonia: apartheid, economia “strozzata” da Israele, violazioni continue delle leggi, e per sostenere il “diritto alla resistenza palestinese” Diakonia si inventa un nuovo diritto internazionale, sostenendo che  “il diritto internazionale umanitario si riferisce ai movimenti di resistenza, come dato di fatto che deve essere preso in considerazione“, e che, poiché la comunità internazionale non riconosce l’annessione di Gerusalemme Est, Israele è “in violazione del diritto internazionale. “In questa discussione, Diakonia nega anche ogni legame storico e religioso del popolo ebraico con Gerusalemme. Le opinioni espresse in questo documento politico contribuiscono e riflettono le attività unilaterali dell’organizzazione. Che fa Diakonia nei Territori? L’approccio di Diakonia gira attorno a cinque temi: “. Genere,  democrazia, i diritti umani, la giustizia sociale ed economica e la pace e trasformazione dei conflitti” Questi temi sono promossi attraverso quattro sottoprogrammi:   Il programma di riabilitazione; Programma di Letteratura per bambini; Sostegno al programma Civil Society Organisations in Palestine, che supporta gli attori della società civile locali nel loro lavoro per la democrazia e i diritti umani, e   l’ International Humanitarian Law Programme. Mentre la riabilitazione e i programmi di letteratura per l’infanzia sembrano essere progetti umanitari veri e importanti, la Civil Society l’International Humanitarian Law Program sono altamente problematici, stando a quanto si legge in questo rapporto. Entrambi attribuiscono la responsabilità esclusiva del conflitto a Israele, riducendo al minimo l’impatto del terrorismo e del contesto di guerra asimmetrica, e promuovono apertamente la narrazione palestinese attraverso attività politiche. Molte delle organizzazioni partner della Diakonia per questi progetti – tra cui Al Mezan, Al Haq, l’Alternative Information Center, e Sabeel – delle quali tratteremo con B’tselem e altre nei prossimi articoli – sono tra le più estreme Ong anti-israeliane che operano nella regione, impiegando una retorica incendiaria che a volte sconfina nell’antisemitismo.  Altri partner, come B’Tselem, HaMoked e PHR-I sono stati ampiamente criticati per la loro posizione sbilanciata e unilaterale. Diakonia, in questo modo, lavora contro la pace e la normalizzazione nella regione, radicalizzando ulteriormente il conflitto. Non si capisce poi come questi due programmi, in particolare il programma di diritto internazionale umanitario che riceve la maggior parte dei finanziamenti Diakonia in questa regione, contribuiscano al raggiungimento degli obiettivi di sradicare gli “aspetti multidimensionali della povertà”. Il contenuto politico schiacciante unilaterale è in contrasto con la critica di Diakonia rispetto ai finanziamenti UE per gli aiuti umanitari definiti “sempre più utilizzati come strumento politico, e non mirati a ridurre la povertà” .

attivisti Diakonia

ONG partner di Diakonia nell’ambito di questo programma Supporting Civil Society Organisations in Palestine Programme (2008-10: SEK13,500,000) sono AIC, PHR-I, Al Nayzak per l’innovazione scientifica, Al-Sarayah Centro per Servizi di Community, Counseling Center palestinese, Sabeel, Tamer Institute for Community Education, Wi’am, e il Women’s Affairs Technical Committee.  Gli aspetti “nobili” del programma  sarebbero quelli volti a indirizzare i giovani per promuovere la “risoluzione non violenta dei conflitti, i pericoli di abbandonare la scuola e il matrimonio precoce”, e cercare di “responsabilizzare le giovani donne.” Tuttavia, diversi partner finanziati dal presente programma, come Sabeel e AIC, sono tra le più radicali Ong filo-palestinesi che operano nella regione e, a volte, impegnate in retorica antisemita. [5] Altri partner, come PHR– soffrono di mancanza di credibilità nelle loro relazioni, e la loro agenda è apertamente ideologica. Non vi è alcuna giustificazione per il finanziamento a Sabeel, AIC, o PHR-I sotto gli auspici di un programma che afferma di promuovere “la risoluzione non violenta dei conflitti, i pericoli di abbandonare la scuola e il matrimonio precoce,” o lo “sviluppo personale” tra palestinesi i giovani, in particolare le giovani donne palestinesi. Il programma HIL ((interamente finanziato dalla SIDA) riceve la maggioranza dei finanziamenti di Diakonia per la regione ed è ampiamente promosso dall’organizzazione. Il programma dispone di un proprio sito web con un link nella home page di Diakonia e materiali promozionali separati. Il programma  “mira ad aumentare il rispetto e implementare ulteriormente gli interventi di diritto umanitario internazionale in Israele / Palestina, come un mezzo per migliorare la situazione umanitaria, e creare una possibilità per la pace nella regione.” Il programma si articola in diverse fasi, compreso il sito Web “Guida Facile” , seminari ed eventi, patrocinatori di portali web del diritto internazionale umanitario e del  “monitoraggio delle violazioni del diritto internazionale umanitario“. Per realizzare questo progetto, Diakonia è in partnership con diverse organizzazioni: Al Haq, B’Tselem, HaMoked, Mossawa, Al Mezan, ACRI, la Harvard School of Public Health, e  l’Università Al Quds per i diritti umani e del diritto internazionale umanitario. Come possiamo vedere, il “lavoro” di Diakonia è complesso e l’opera di delegittimazione di Israele è talmente ben strutturata da includere tutte le principali ONG che si sono distinte negli ultimi anni per il loro attacco politico. Ci sarebbe da capire perché il governo svedese abbia interesse a finanziare queste ONG e se i contribuenti svedesi sono al corrente di essere loro, in ultima analisi, a pagare.   Chi sono i personaggi che stanno dietro a queste sigle finora citate? L‘IHL è prevalentemente costituito da avvocati palestinesi, consulenti per l’Amministrazione palestinese e anti-sionisti attivisti ebrei. [6] Solo uno dei membri, Anita Broden , membro del Parlamento svedese, non sembra avere questo tipo di retroterra: Charles Shamas (qui pubblicato da Electronic Intifada) è un co-fondatore di Al Haq e senior partner del Gruppo Mattin a Ramallah. E’ anche un membro del comitato consultivo di Human Rights Watch Medio Oriente-Nord Africa. Shamas paragona la politica israeliana a quella di “apartheid “e di” genocidio “e il terrorismo palestinese per lui diventa ” resistenza “. (La sua pagina Crimes of War nel frattempo è scomparsa)  Per lui il terrorismo è “l’insurrezione di gran parte di una popolazione civile contro illeciti e predatori abusi di una potenza occupante e del suo controllo su quella popolazione e il loro habitat” Michael Bothe rappresentante della Lega degli Stati arabi e del ICJ Advisory Opinion sul muro di separazione. Fritz Froehlich è il coordinatore  “UNRWA , è stato uno dei primi sostenitori della strategia di Durban. Nel 1994, in una conferenza organizzata da PASSIA, Froelich consiglio’ che “i progetti che evidenziano Gerusalemme come città palestinese dovrebbero essere attuati, le ONG dovrebbero combattere contro la deformazione demografica, fisica, geografica e politica  di Gerusalemme,  e fare del loro meglio per ripristinare la presenza araba e riconsiderarne le attività “. Göran Gunner è un membro del consiglio di Amici di Sabeel Scandinavia ed è stato relatore alla 5 ° Conferenza Internazionale di Sabeel, “Challenging christian zionism:. Teologia, Politica, e il conflitto israelo-palestinese” Il sito omonimo nacque a seguito della conferenza e perpetua la demonizzazione e la delegittimazione del sionismo utilizzando temi teologici. Sul sito, Sabeel difende la sua posizione per una soluzione a “stato unico “. Vinodh Jaichand, è Vice Direttore del Centro irlandese per i diritti umani. In un discorso del dicembre 2005, paragono’  Israele a uno “stato di apartheid” , prendendo in esame i modi con i quali lo “Stato di Israele è passibile di essere giudicato per il crimine di apartheid  contro l’umanità”. Helena Johansson, Capo Dipartimento per la Confederazione svedese dei lavoratori, scrive sul suo blog che Israele deve essere ritenuto responsabile e perseguibile per il “bombardamento del tutto sproporzionato di aree densamente popolate di Gaza e per gli attacchi contro edifici delle Nazioni Unite e gli ospedali”, e ripete le solite, false affermazioni “c’era una tregua tra Hamas e Israele, ma Israele non ha ottemperato alle condizioni dell’accordo promosso dall’ Egitto, continuando gli attacchi e il blocco.” Gilbert Marcus SC, delegato di Amnesty International, il quale sostiene che la barriera di sicurezza di Israele è “sproporzionata”, è stato uno dei firmatari di una lettera di condanna dell’operazione contro Hamas a Gaza da parte di Israele, definendola “inumana” e ha lavorato come consulente per uno studio pseudo-accademico (anche questo pubblicato dalla solita Electronic Intifada), organizzato dall’ex Rapporteur delle Nazioni Unite John Dugard ed Al Haq, sostenendo che Israele è uno stato di “apartheid”. Iain Scobbie è attivo nel promuovere argomenti giuridici pro-palestinesi e delegittimare il diritto di Israele di combattere contro la guerra asimmetrica. Durante la guerra di Gaza, è stato uno dei firmatari di una lettera nella quale sosteneva che il lancio di razzi di Hamas non “corrispondeva a un attacco armato che desse diritto ad Israele di reagire con l’auto-difesa”, e ha affermato che la guerra è stata un atto di “aggressione” da parte di Israele. Scobbie fu anche uno dei “contributori principali” allo “studio” di Dugard su l’apartheid, ed  è consulente del Negotiation Affairs Department dell’Amministrazione palestinese. Lea Tsemel, ebrea antisionista attivista, è stata un membro di spicco della Lega Matzpenpartito antisionista, rivoluzionario, comunista    trotzkista e fondatrice del Comitato Pubblico contro la Tortura in Israele. E’ sposata con Michael Warshawski, fondatore del Alternative Information Center. Tra le accuse che diffonde contro Israele, quella della “pulizia etnica”. Marcelo Weksler è un membro del consiglio della Alternative Information Center. Il suo articolo, “Israeli Attacks on Gaza: Before Words Will Not Help” (pubblicato sulla pagina Facebook di B’Tselem) usa frasi come “la bestialità della società israeliana“, “il male del regime israeliano“, e afferma che  “l’ umanità clown [società tradizionale israeliana]. . . è un romanzo anti-semita. Un’invenzione dei non ebrei che manca di una coscienza, una coscienza ebraica “. Julia Wickham è Segretaria e coordinatrice di Delegazione  per il Gruppo parlamentare Britain-Palestine ed editor di The Palestine Post (UK). Nell’agosto 2006, in una lettera a Tony Blair  ha scritto che “l’indiscriminata distruzione da parte di Israele di infrastrutture libanesi e a Gaza non è lecita, in quanto costituisce misure di ritorsione e punitizione collettiva  contro le popolazioni civili.” Fu una dei firmatari di una petizione a sostegno della causa  contro Ariel Sharon per “crimini contro l’umanità”, presentata in Belgio. La “Easy Guide to IHL” è parte integrante del programma “umanitario” e si rivolge a svedesi e anglofoni “interessati al conflitto israelo-palestinese, già a conoscenza della situazione sul “campo”, ma che cercano di  familiarizzarsi con lo strumento legale per la loro attività di sensibilizzazione e di analisi.” Diakonia sostiene che le” analisi “fornite sul sito web” riflettono la prospettiva di Diakonia e non intendono esprimere approcci favorevoli ad una delle parti in conflitto .” Anche se la ONG include alcuni link a fonti governative israeliane, le note Diakonia suonano cosi’: ” il sito web è impegnato in primo luogo a far rispettare  gli obblighi dello Stato di Israele, in quanto potenza occupante, nei confronti della popolazione palestinese “, e gran parte del contenuto ripete  le accuse non verificabili, avanzate dalle sue ONG partner Al Haq, HaMoked, e B’Tselem. Le informazioni presentate sul sito web e i frequenti travisamenti del diritto internazionale riflettono questo approccio unilaterale.

la propaganda di Diakonia

Il sito offre una panoramica delle questioni giuridiche e storiche interpretate attraverso la narrazione palestinese, distorcendo la storia e il contesto. In un esempio rappresentativo, nell’analisi “degli anni 1947-1967″ afferma che dopo che “scoppiò la guerra tra Israele e alcuni stati arabi”, nel 1948, Israele fu costituito su un territorio”, che copriva una parte più grande di quella che gli era stata assegnata dal piano di spartizione delle Nazioni Unite. Che uno stato palestinese non poté essere stabilito e che i palestinesi hanno portato avanti per molti anni, e continuano a farlo, l’appello per l’attuazione del loro diritto all’autodeterminazione.” Questa sintesi ignora il rifiuto arabo del piano di spartizione dell’ONU del 1947, l’attacco arabo del ’48 per distruggere lo Stato nascente, e la campagna di attacchi arabi e massacri contro gli ebrei nella regione sia prima che dopo la creazione di Israele. Un’altra affermazione nel sito: “il territorio palestinese occupato è stato sotto il controllo e governo dei diversi regimi nel corso degli ultimi 500 anni.” Nella parte dedicata alla barriera difensiva nessun accenno, ovviamente, ai motivi che spinsero Israele alla sua costruzione, nulla in merito al terrorismo e alle vittime civili. Gran parte delle “analisi” sul sito si impegnano a delegittimare qualsiasi diritto di Israele all’auto-difesa, Gaza è descritta come “occupata” anche dopo il ritiro totale di Israele dalla Striscia, le azioni di Israele sono sempre descritte come “sproporzionate”, “punizioni collettive”, “crimini di guerra”. 

propaganda di Diakonia

Per sostenere la tesi speciosa di un “diritto alla resistenza”, scrive Diakonia, “L’uso della forza come parte della resistenza all’occupazione, nel caso palestinese, è quindi derivata dalla legittimità internazionale al ricorso alla lotta armata per ottenere la diritto all’autodeterminazione. Diakonia collaboro’ al famoso Rapporto Goldstone, con una relazione che diffamava Israele e negava il suo diritto alla difesa, non citando mai (se non di sfuggita) Hamas e i suoi crimini. Questa è una delle ONG capofila nella demonizzazione di Israele, una ONG “santa”, che dice di rifarsi al modello del Vangelo, che maschera la sua attività di delegittimazione e di diffamazione dietro la sottile e non certo infrangibile patina degli “interventi umanitari”. Quando ci chiediamo da dove arrivi la falsa rappresentazione di Israele nel mondo dobbiamo ricordare che ci sono Enti specializzati in questo, pagati e protetti nella loro “missione”. Diakonia si “tira dietro” tutte le più conosciute ONG del “settore”. Prossimamente un’analisi accurata dei suoi partners. QUI

I deliri di un “relatore speciale”

“Israele deve porre fine al trattamento terribile ed illecito dei detenuti palestinesi. La comunità internazionale deve reagire con urgenza ed usare qualsiasi leva in suo possesso per mettere fine al ricorso abusivo della detenzione amministrativa da parte di Israele”  

Chi si è espresso in questi termini è Richard Falk. Ma chi è? Richard Anderson Falk, professore americano di diritto internazionale all’Università di Princeton, nominato nel 2008 “relatore speciale” per monitorare “la situazione dei diritti umani nei Territori palestinesi occupati dal 1967”. Falk è consulente dell’associazione “Israeli-Palestinian Peace-USA (FFIPP-USA)”, organizzazione che si descrive come “impegnata per la fine dell’occupazione israeliana dei Territori Palestinesi e per la pace”. Sulla loro pagina si legge “Lezioni apparse chiare dall’operazione “Pillar of Defence” 

1 – Il peggior nemico del sionismo è la pace: è per questo che Israele ha ucciso Jabari, il leader delle Brigate Qassam, che aveva accettato e installato l’ultima tregua tre giorni prima di essere ucciso. Per lo stesso motivo, Israele ha ucciso Arafat e Rabin, e odia Abbas.

2 -Le guerre mosse da Israele sono sempre iniziate per “autodifesa” e per “proteggere i suoi cittadini”: i bombardamenti in corso, la guerra Piombo Fuso, l’assedio, la guerra in Libano (s), 1967, 1956, 1948 e tutti gli assalti importanti in mezzo. Sempre la responsabilità per l’uccisione di civili, compresi i bambini, cade sui terroristi, che significa arabi.

Questo tanto per far capire di che tipo sia “la pace” che sostiene l’associazione. Falk ha fatto parte per molti anni dell’organizzazione Human Rights Watch, fino a che la stessa non l’ha cacciato. E perché?

Il 17 dicembre 2012, UN Watch, una Ong indipendente, con sede a Ginevra, aveva chiesto a HRW di licenziare Falk, motivando la richiesta con l’accusa di antisemitismo e diffusione di teorie della cospirazione in merito all’attentato dell’11 / 9, accuse mosse dal primo ministro britannico David Cameron, dall’Ambasciatore degli Stati Uniti Susan Rice, dal Segretario Generale delle Nazioni Unite Ban Ki-Moon e dal Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Navi Pillay.

“Ci complimentiamo con Human Rights Watch e il suo direttore Kenneth Roth per aver fatto la cosa giusta, ed aver infine rimosso questo nemico dei diritti umani dalla loro importante organizzazione”, ha affermato Hillel Neuer, direttore esecutivo di UN Watch.

“Un uomo che sostiene l’organizzazione terroristica di Hamas, e che è stato appena condannato dal Foreign Office britannico per il suo sostegno a un libro violentemente antisemita, non ha posto in una organizzazione dedicata ai diritti umani”, ha detto Neuer.

la vignetta pubblicata da Falk

Il libro in questione è intitolato “The Who Wandering?” ed è stato scritto da Gilad Atzmon, musicista jazz britannico. Per evitare qualsiasi dubbio sulla credenziali anti-semite di Atzmon, basta ascoltare la sua auto-descrizione nel libro stesso. Egli si vanta cosi’ “rappresento molte delle intuizioni di un uomo che … è un antisemita e un misogino radicale” e un odiatore di “quasi tutto ciò che non riesce ad essere mascolinità ariana” (pagg 89-90). Egli si dichiara un “orgoglioso, Ebreo che odia se stesso” (pag 54) , scrive con “disprezzo” di “l’Ebreo in me”(pag 94), e descrive se stesso come “un avversario forte … dell’ebraicità ” (186). I suoi scritti, sia online che nel suo nuovo libro, ricalcano i classici antisemiti presi in prestito da pubblicazioni naziste.

In tutti i suoi scritti, Atzmon afferma che gli ebrei cercano di controllare il mondo  :

· “Dobbiamo iniziare a prendere l’accusa che il popolo ebraico sta cercando di controllare il mondo molto sul serio.”

· “L’ebraismo americano rende impossibile qualsiasi dibattito sulla questione se i “Protocolli degli anziani di Sion” siano un documento autentico o meglio un falso irrilevante. Gli Ebrei americani cercano di controllare il mondo, per procura “.

Falk non si è fatto mancare nulla: ha paragonato Israele ai nazisti, ha parlato di “pulizia etnica”, di “genocidio”, ha detto che il mondo “dovrebbe avere una capitale islamica globale e che questa dovrebbe essere Istanbul” e che la Turchia potrebbe “provvedere ad una civilizzazione post-occidentale”. 

Ha parlato di Hamas come di un’organizzazione non terroristica e non antisemita e dell’agenda di Khaled Mashaal come di una “alternativa pacifica”

La “pacifica alternativa”

 

E’ stato capofila nel boicottaggio di aziende israeliane come Motorola, Caterpillar, Volvo, HP e altre. Pochi giorni dopo che l’Ayatollah Khomeini prese il potere nel 1979, Falk rassicuro’ il mondo che “la rappresentazione di Khomeini come un fanatico, reazionario e portatore di pregiudizi è certamente e felicemente falsa.”

“operatore i pace”

Nel 2008, dopo che Falk aveva sostenuto che Israele stava progettando un “Olocausto palestinese”, Bashar al-Assad , Muammar Gheddafi e altre dittature lo installarono come “relatore speciale” della situazione dei Diritti umani nei Territori palestinesi.

Falk lo scorso anno ha pubblicato una vignetta che mostra un cane, con “USA” scritto sul dorso, in testa una kippah, in procinto di divorare uno scheletro insanguinato e urinare su una figura femminile che simboleggia la giustizia. Alla fine, dopo aver inizialmente insistito a difendere il suo gesto, Falk a malincuore si è scusato – con gli ebrei e con gli animali. Non è uno scherzo: QUI  

“resistenti”

Nella sua relazione alla Commissione Onu per i Diritti dell’Uomo, il 21 Marzo 2011, Falk accuso’ Israele di aver minato il rispetto del diritto internazionale, ignorato i metodi pacifici di risoluzione dei conflitti, ed eroso la credibilità del Consiglio dei diritti dell’uomo in relazione al conflitto israelo-palestinese. Confermo’ lo scetticismo palestinese circa la volontà e la capacità della comunità internazionale, e in particolare degli organi delle Nazioni Unite, di sostenere i diritti umani dei palestinesi, così a lungo sotto un’occupazione pesante. Accuse ai “coloni”, accuse per il “blocco di Gaza”, espansione di Gerusalemme est, problema dei “profughi”. L’unica soluzione, disse, è uno stato palestinese con Gerusalemme capitale. Non una parola sulle violazioni ai Diritti dell’uomo da parte di Hamas, non una parola sulle responsabilità dell’Amministrazione palestinese, non una parola sugli atti di terrorismo.

All’incontro erano presenti: Venezuela, Pakistan a nome dell’Organizzazione della Conferenza islamica, Kuwait, Siria, Brasile, Egitto, a nome del Movimento dei Paesi Non Allineati, l’Iraq a nome del gruppo arabo, Algeria, Turchia, Nigeria per conto del gruppo africano, Gibuti, l’Unione europea, Cuba, Indonesia, Stati Uniti, Tunisia, Malesia, la Federazione Russa, Emirati Arabi Uniti, Sudan, Bangladesh, Libano, Maldive, Qatar, Giordania, Arabia Saudita e l’Islanda. Se ci fu chi considero’ sbilanciato il rapporto Falk ed espresse le sue perplessità, la maggior parte degli intervenuti accolsero con entusiasmo il rapporto. Per esempio Zamir Akram (Pakistan), il quale parlando a nome dell’Organizzazione della Conferenza Islamica, disse che l’Organizzazione della Conferenza Islamica accoglieva con favore la relazione equilibrata e obiettiva sulla situazione dei territori occupati palestinesi “La comunità internazionale non può rimanere in silenzio su questa carneficina”.

SADIQ M.S. Marafi (Kuwait) disse di aver esaminato la relazione con grande interesse e condanno’ la violazione dei diritti umani in Palestina. “Il Kuwait ribadisce che una pace giusta e duratura può avere luogo solo con un pieno ritiro di Israele dai territori occupati palestinesi e con il raggiungimento di uno Stato palestinese con Gerusalemme come sua capitale.”

Faysal KHABBAS Hamoui (Siria) lo ringrazio’ per i suoi sforzi coraggiosi nel rivelare le violazioni commesse da Israele contro il popolo palestinese. (la Siria!!!) “C’è la necessità di un’azione urgente da parte del Consiglio dei diritti umani per proteggere il popolo palestinese e per stabilire lo Stato palestinese con Gerusalemme come sua capitale.”

HEBA MOSTAFA Rizk (Egitto), parlando a nome del Movimento dei Paesi Non Allineati, chiese al relatore speciale quali misure specifiche il Consiglio avrebbe dovuto prendere per provocare una più grave reazione internazionale in merito alle violazioni dei diritti umani che si erano verificate per più di 60 anni.

MOHAMED ALI ALHAKIM (Iraq), ribadi’ “il diritto di uno Stato libero e indipendente con Gerusalemme come capitale, e la restituzione delle loro terre ancestrali in linea con le pertinenti risoluzioni delle Nazioni Unite.”

IDRISS JAZAIRY (Algeria) disse che “L’ Algeria è molto preoccupata per le continue violazioni dei diritti umani a causa delle pratiche oppressive da parte della potenza occupante” (l’Algeria!!!)

FRANK ISOH (Nigeria), parlando a nome del gruppo africano accolse con favore il rinnovo dell’incarico di Falk per un rinvio della situazione alla Corte internazionale di giustizia per una decisione autorevole sul fatto che gli elementi della occupazione israeliana costituivano forme di colonialismo e apartheid.

Mohamed Siad DOUALEH (Gibuti) ringrazio’ il relatore speciale per la qualità della sua relazione.

JUAN QUINTANILLA (Cuba) ribadi’ il suo sostegno inequivocabile per la causa del popolo palestinese e la creazione dello Stato libero e indipendente palestinese con Gerusalemme Est (bontà sua, specifico’ est) come capitale. In chiusura, Cuba chiese al relatore speciale quali misure erano necessarie per guidare Israele a cooperare con il mandato e di rispettare le risoluzioni delle Nazioni Unite.

“legittime critiche a un governo”

Ecco, questi sono alcuni dei Paesi, campioni nel mondo per violazioni dei Diritti umani, che votano le Risoluzioni Onu contro Israele.

Naturalmente Falk è anche uno dei massimi sostenitori della teoria del complotto in merito all’11 settembre. Richard Falk ha scritto la prefazione al libro più famoso nel settore: “Aknowledgement” di David Ray Griffin che si dice “in debito con Richard Falk, per ragioni che vanno al di là della sua gentilezza nello scrivere la prefazione. Fu attraverso la sua influenza che ho iniziato a lavorare su questioni politiche globali … Ed è stato per mezzo suo che ho potuto collegarmi alla Olive Branch Press of Interlink Publishing “, l’editore del libro. “Sono particolarmente grato per questa connessione.”

Le teorie di Griffin sono così estreme che, come egli ammette, anche il leader radicale Noam Chomsky ha rifiutato di scrivere un avallo. “Richard Falk ha scritto a Chomsky e gli ha detto, “penso che dovrebbe leggere questo manoscritto. Il mio amico David Griffin è un suo grande ammiratore…“ Chomsky ha risposto “No, non voglio leggere il libro del suo amico Griffin.”

Eppure, senza sorprese, nella stampa italiana on line c’è chi ha dato molto risalto ai deliri di Falk; in certi ambienti posizioni come le sue sono ritenute “di buon senso” e forse perfino “in direzione della pace”. Cosi’ per Myriam Marino, della Rete Eco, che si premura di sottolineare le radici ebraiche di Falk, cercando di scongiurare eventuali accuse di anti semitismo, come non sapesse che esistono Ebrei anti semiti fieri di esserlo, come Gilad Atzmon per esempio. Naturalmente, tutte le pagine che incitano al boicottaggio dei prodotti israeliani; la pagina intitolata a  Vittorio Arrigoni, che si guarda bene dall’informare che Samer Issawi non è un attivista per i diritti umani, ma un terrorista con esseri umani sulla coscienza e che anzi pubblica vignette come questa,tanto per ribadire

Terrasanta Libera, famosa finestra sull’odio antigiudaico ; le solite pagine pro palestinesi, più realiste del re e via discorrendo.

Chiudiamo questo escursus nelle miserie politiche ricordando che: “Secondo la risoluzione 5/1  i seguenti criteri generali saranno di fondamentale importanza durante la nomina e la selezione dei titolari di mandati:

(a) le competenze, (b) esperienza nel campo del mandato,

(c) l’indipendenza, (d) imparzialità, (e) l’integrità personale, e (f) l’obiettività….

E per Richard Falk perché non sono state applicate queste regole?