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Le ONG nemiche di Israele: cominciamo da Diakonia

Mai sentito parlare di Diakonia? No? Sembra il nome di una crema di bellezza, o di una macchina fotografica, vero? Invece no, Diakonia è la più grande ONG umanitaria della Svezia, fondata nel 1966 da cinque chiese svedesi. La maggior parte del suo budget proviene dal governo svedese (47,2 milioni dollari). Diakonia promuove il “diritto a resistere” dei palestinesi e contemporaneamente fa il possibile per delegittimare il diritto di Israele all’autodifesa. I programmi del IHL (International Humanitarian Law) sfruttano e travisano il diritto internazionale. Cominciamo ad esaminare chi sono le ONG che operano in territorio israelo/palestinese e quali sono i loro obiettivi dichiarati e quelli reali. Il documento è un po’ lungo ma vale la pena di leggerlo se si cercano risposte a domande che a volte sembrano non averne. Mentre alcuni dei programmi dell’organizzazione sembrano essere progetti umanitari veri e importanti, la maggior parte delle risorse sono dedicate a campagne politiche, tra cui un documento alla Commissione Goldstone che diffamava Israele e delegittimava il suo diritto di difendersi contro attacchi missilistici. La posizione di Diakonia in merito al conflitto arabo/israeliano fa riferimento costante alla “continua l’occupazione”, la “costruzione del muro”, e “la frammentazione del territorio palestinese”, come “problemi strutturali” che stanno dietro il conflitto. La storia del terrorismo pre-1967, la guerra e il rifiuto del diritto di Israele ad esistere sono cancellati.

attivisti di Diakonia

Per i loro studi sbilanciati di diritto internazionale e le attività del Humanitarian Policy & Law Forum alla Harvard University  ricevono più finanziamenti di qualsiasi altro programma relativo alla regione, e rappresentano l’unico esempio politico di attività a livello mondiale di Diakonia. Diakonia fu fondata nel 1966 da cinque Chiese svedesi: la Alliance Mission, la Baptist Union, l’InterAct, la Methodist Church e la Mission Covenant Church. Si descrive come una “organizzazione cristiana per lo sviluppo, che collabora con i partner locali per un cambiamento sostenibile in favore delle persone più vulnerabili del mondo.” L’organizzazione lavora con più di 400 partner in 30 paesi, e afferma di promuovere “uno sviluppo equo e sostenibile nel quale lo standard di vita delle persone più vulnerabili possa migliorare, e la democrazia, i diritti umani e l’uguaglianza siano rispettati. Il punto di partenza per questo è il Vangelo di Gesù come modello di ruolo “.

Un documento Diaconia

Nel 2008, il fatturato di Diakonia ha raggiunto i 47,2 milioni dollari, 367 milioni di corone svedesi,  di cui 332 milioni provenienti dall’ Agenzia del governo svedese per lo sviluppo internazionale della cooperazione (SIDA), 10,5 milioni dall’Unione europea, e 5 milioni dal governo norvegese. Le attività in Medio Oriente, America Centrale e Sud America comprendono ognuna  circa il 14% del bilancio di Diakonia, mentre la spesa in Asia è del 25%, e del 30% in Africa. Il lavoro di advocacy (lobbying principalmente politica in Svezia) è di circa il 3% del bilancio di Diakonia. Diakonia è membro di due grandi agenzie di sviluppo a struttura internazionale – l’Associazione delle Agenzie di Sviluppo Internazionale (AIDA) e AidWatch. AIDA è una “struttura di coordinamento per le agenzie di sviluppo internazionali operanti in Cisgiordania e Gaza”, tra cui Oxfam, Trocaire, Christian Aid, e il Comitato centrale Mennonita. L’organizzazione collabora a eventi e comunicati stampa, tra cui molti che condannano la politica di Israele. AIDA è co-sponsor del forum di diritto internazionale umanitario di Diakonia, facente capo alla Al Quds University.

Diakonia e la Flottilla per Gaza

AidWatch è “una lobby pan-europea di iniziativa per campagne di monitoraggio circa la qualità e la quantità degli aiuti forniti dagli Stati membri dell’UE e dalla Commissione europea (CE),” sotto l’egida della UE Concord – una Confederazione di ONG europee, attive nel lavoro di assistenza e sviluppo. Nel 2009, AidWatch ha pubblicato un rapporto, “Alleggerisci il carico”, che prendeva in esame i finanziamenti UE alle ONG umanitarie. Uno dei problemi che la relazione individua in materia di aiuti europei è che sono “sempre più utilizzati come strumento politico, e non mirano a ridurre la povertà”.

campagna Diakonia

Diakonia opera in Medio Oriente dal 1960, e ha aperto la sua prima sede nella regione nel 1989. Ha sviluppato programmi in Egitto, nell’Iraq kurdo, Libano, Israele, e “Palestina”. Obiettivi di Diakonia per la regione sono: “concentrarsi su come affrontare la mancanza di pace e sicurezza, aumentando il rispetto dei diritti umani e sradicare gli aspetti multidimensionali della povertà “. L’area medio-orientale è terreno privilegiato per Diakonia come per molte altre ONG “umanitarie”. E siccome tutte le ONG che si rispettino hanno il loro “libro bianco” contro Israele, anche Diakonia ha redatto il suo “Position Paper on Israel & Palestine”. Naturalmente il rapporto assicura di non essere sbilanciato a favore di nessuna delle due parti e di avere solo a cuore la risoluzione del conflitto.  In contrasto con questo obiettivo dichiarato, Diakonia adotta pero’ il linguaggio della narrativa palestinese, “continua l’occupazione”, la “costruzione del Muro”, e “la frammentazione del territorio palestinese”. Diakonia non si interessa, ovviamente,  al terrorismo palestinese, ai rifiuti arabi alla pace, all’educazione all’antisemitismo e alla violenza dei bambini palestinesi, alla corruzione dell’Autorità Palestinese, alle restrizioni dei diritti delle donne, o ai “combattenti”,  come “problemi strutturali” del conflitto. Quando alcuni di questi problemi emergono, sono sempre attribuiti agli effetti della “occupazione”, anche se anteriori alla guerra del 1967. Naturalmente ci sono tutti i soliti “evergreen” della diffamazione nei confronti di Israele, nel rapporto Diakonia: apartheid, economia “strozzata” da Israele, violazioni continue delle leggi, e per sostenere il “diritto alla resistenza palestinese” Diakonia si inventa un nuovo diritto internazionale, sostenendo che  “il diritto internazionale umanitario si riferisce ai movimenti di resistenza, come dato di fatto che deve essere preso in considerazione“, e che, poiché la comunità internazionale non riconosce l’annessione di Gerusalemme Est, Israele è “in violazione del diritto internazionale. “In questa discussione, Diakonia nega anche ogni legame storico e religioso del popolo ebraico con Gerusalemme. Le opinioni espresse in questo documento politico contribuiscono e riflettono le attività unilaterali dell’organizzazione. Che fa Diakonia nei Territori? L’approccio di Diakonia gira attorno a cinque temi: “. Genere,  democrazia, i diritti umani, la giustizia sociale ed economica e la pace e trasformazione dei conflitti” Questi temi sono promossi attraverso quattro sottoprogrammi:   Il programma di riabilitazione; Programma di Letteratura per bambini; Sostegno al programma Civil Society Organisations in Palestine, che supporta gli attori della società civile locali nel loro lavoro per la democrazia e i diritti umani, e   l’ International Humanitarian Law Programme. Mentre la riabilitazione e i programmi di letteratura per l’infanzia sembrano essere progetti umanitari veri e importanti, la Civil Society l’International Humanitarian Law Program sono altamente problematici, stando a quanto si legge in questo rapporto. Entrambi attribuiscono la responsabilità esclusiva del conflitto a Israele, riducendo al minimo l’impatto del terrorismo e del contesto di guerra asimmetrica, e promuovono apertamente la narrazione palestinese attraverso attività politiche. Molte delle organizzazioni partner della Diakonia per questi progetti – tra cui Al Mezan, Al Haq, l’Alternative Information Center, e Sabeel – delle quali tratteremo con B’tselem e altre nei prossimi articoli – sono tra le più estreme Ong anti-israeliane che operano nella regione, impiegando una retorica incendiaria che a volte sconfina nell’antisemitismo.  Altri partner, come B’Tselem, HaMoked e PHR-I sono stati ampiamente criticati per la loro posizione sbilanciata e unilaterale. Diakonia, in questo modo, lavora contro la pace e la normalizzazione nella regione, radicalizzando ulteriormente il conflitto. Non si capisce poi come questi due programmi, in particolare il programma di diritto internazionale umanitario che riceve la maggior parte dei finanziamenti Diakonia in questa regione, contribuiscano al raggiungimento degli obiettivi di sradicare gli “aspetti multidimensionali della povertà”. Il contenuto politico schiacciante unilaterale è in contrasto con la critica di Diakonia rispetto ai finanziamenti UE per gli aiuti umanitari definiti “sempre più utilizzati come strumento politico, e non mirati a ridurre la povertà” .

attivisti Diakonia

ONG partner di Diakonia nell’ambito di questo programma Supporting Civil Society Organisations in Palestine Programme (2008-10: SEK13,500,000) sono AIC, PHR-I, Al Nayzak per l’innovazione scientifica, Al-Sarayah Centro per Servizi di Community, Counseling Center palestinese, Sabeel, Tamer Institute for Community Education, Wi’am, e il Women’s Affairs Technical Committee.  Gli aspetti “nobili” del programma  sarebbero quelli volti a indirizzare i giovani per promuovere la “risoluzione non violenta dei conflitti, i pericoli di abbandonare la scuola e il matrimonio precoce”, e cercare di “responsabilizzare le giovani donne.” Tuttavia, diversi partner finanziati dal presente programma, come Sabeel e AIC, sono tra le più radicali Ong filo-palestinesi che operano nella regione e, a volte, impegnate in retorica antisemita. [5] Altri partner, come PHR– soffrono di mancanza di credibilità nelle loro relazioni, e la loro agenda è apertamente ideologica. Non vi è alcuna giustificazione per il finanziamento a Sabeel, AIC, o PHR-I sotto gli auspici di un programma che afferma di promuovere “la risoluzione non violenta dei conflitti, i pericoli di abbandonare la scuola e il matrimonio precoce,” o lo “sviluppo personale” tra palestinesi i giovani, in particolare le giovani donne palestinesi. Il programma HIL ((interamente finanziato dalla SIDA) riceve la maggioranza dei finanziamenti di Diakonia per la regione ed è ampiamente promosso dall’organizzazione. Il programma dispone di un proprio sito web con un link nella home page di Diakonia e materiali promozionali separati. Il programma  “mira ad aumentare il rispetto e implementare ulteriormente gli interventi di diritto umanitario internazionale in Israele / Palestina, come un mezzo per migliorare la situazione umanitaria, e creare una possibilità per la pace nella regione.” Il programma si articola in diverse fasi, compreso il sito Web “Guida Facile” , seminari ed eventi, patrocinatori di portali web del diritto internazionale umanitario e del  “monitoraggio delle violazioni del diritto internazionale umanitario“. Per realizzare questo progetto, Diakonia è in partnership con diverse organizzazioni: Al Haq, B’Tselem, HaMoked, Mossawa, Al Mezan, ACRI, la Harvard School of Public Health, e  l’Università Al Quds per i diritti umani e del diritto internazionale umanitario. Come possiamo vedere, il “lavoro” di Diakonia è complesso e l’opera di delegittimazione di Israele è talmente ben strutturata da includere tutte le principali ONG che si sono distinte negli ultimi anni per il loro attacco politico. Ci sarebbe da capire perché il governo svedese abbia interesse a finanziare queste ONG e se i contribuenti svedesi sono al corrente di essere loro, in ultima analisi, a pagare.   Chi sono i personaggi che stanno dietro a queste sigle finora citate? L‘IHL è prevalentemente costituito da avvocati palestinesi, consulenti per l’Amministrazione palestinese e anti-sionisti attivisti ebrei. [6] Solo uno dei membri, Anita Broden , membro del Parlamento svedese, non sembra avere questo tipo di retroterra: Charles Shamas (qui pubblicato da Electronic Intifada) è un co-fondatore di Al Haq e senior partner del Gruppo Mattin a Ramallah. E’ anche un membro del comitato consultivo di Human Rights Watch Medio Oriente-Nord Africa. Shamas paragona la politica israeliana a quella di “apartheid “e di” genocidio “e il terrorismo palestinese per lui diventa ” resistenza “. (La sua pagina Crimes of War nel frattempo è scomparsa)  Per lui il terrorismo è “l’insurrezione di gran parte di una popolazione civile contro illeciti e predatori abusi di una potenza occupante e del suo controllo su quella popolazione e il loro habitat” Michael Bothe rappresentante della Lega degli Stati arabi e del ICJ Advisory Opinion sul muro di separazione. Fritz Froehlich è il coordinatore  “UNRWA , è stato uno dei primi sostenitori della strategia di Durban. Nel 1994, in una conferenza organizzata da PASSIA, Froelich consiglio’ che “i progetti che evidenziano Gerusalemme come città palestinese dovrebbero essere attuati, le ONG dovrebbero combattere contro la deformazione demografica, fisica, geografica e politica  di Gerusalemme,  e fare del loro meglio per ripristinare la presenza araba e riconsiderarne le attività “. Göran Gunner è un membro del consiglio di Amici di Sabeel Scandinavia ed è stato relatore alla 5 ° Conferenza Internazionale di Sabeel, “Challenging christian zionism:. Teologia, Politica, e il conflitto israelo-palestinese” Il sito omonimo nacque a seguito della conferenza e perpetua la demonizzazione e la delegittimazione del sionismo utilizzando temi teologici. Sul sito, Sabeel difende la sua posizione per una soluzione a “stato unico “. Vinodh Jaichand, è Vice Direttore del Centro irlandese per i diritti umani. In un discorso del dicembre 2005, paragono’  Israele a uno “stato di apartheid” , prendendo in esame i modi con i quali lo “Stato di Israele è passibile di essere giudicato per il crimine di apartheid  contro l’umanità”. Helena Johansson, Capo Dipartimento per la Confederazione svedese dei lavoratori, scrive sul suo blog che Israele deve essere ritenuto responsabile e perseguibile per il “bombardamento del tutto sproporzionato di aree densamente popolate di Gaza e per gli attacchi contro edifici delle Nazioni Unite e gli ospedali”, e ripete le solite, false affermazioni “c’era una tregua tra Hamas e Israele, ma Israele non ha ottemperato alle condizioni dell’accordo promosso dall’ Egitto, continuando gli attacchi e il blocco.” Gilbert Marcus SC, delegato di Amnesty International, il quale sostiene che la barriera di sicurezza di Israele è “sproporzionata”, è stato uno dei firmatari di una lettera di condanna dell’operazione contro Hamas a Gaza da parte di Israele, definendola “inumana” e ha lavorato come consulente per uno studio pseudo-accademico (anche questo pubblicato dalla solita Electronic Intifada), organizzato dall’ex Rapporteur delle Nazioni Unite John Dugard ed Al Haq, sostenendo che Israele è uno stato di “apartheid”. Iain Scobbie è attivo nel promuovere argomenti giuridici pro-palestinesi e delegittimare il diritto di Israele di combattere contro la guerra asimmetrica. Durante la guerra di Gaza, è stato uno dei firmatari di una lettera nella quale sosteneva che il lancio di razzi di Hamas non “corrispondeva a un attacco armato che desse diritto ad Israele di reagire con l’auto-difesa”, e ha affermato che la guerra è stata un atto di “aggressione” da parte di Israele. Scobbie fu anche uno dei “contributori principali” allo “studio” di Dugard su l’apartheid, ed  è consulente del Negotiation Affairs Department dell’Amministrazione palestinese. Lea Tsemel, ebrea antisionista attivista, è stata un membro di spicco della Lega Matzpenpartito antisionista, rivoluzionario, comunista    trotzkista e fondatrice del Comitato Pubblico contro la Tortura in Israele. E’ sposata con Michael Warshawski, fondatore del Alternative Information Center. Tra le accuse che diffonde contro Israele, quella della “pulizia etnica”. Marcelo Weksler è un membro del consiglio della Alternative Information Center. Il suo articolo, “Israeli Attacks on Gaza: Before Words Will Not Help” (pubblicato sulla pagina Facebook di B’Tselem) usa frasi come “la bestialità della società israeliana“, “il male del regime israeliano“, e afferma che  “l’ umanità clown [società tradizionale israeliana]. . . è un romanzo anti-semita. Un’invenzione dei non ebrei che manca di una coscienza, una coscienza ebraica “. Julia Wickham è Segretaria e coordinatrice di Delegazione  per il Gruppo parlamentare Britain-Palestine ed editor di The Palestine Post (UK). Nell’agosto 2006, in una lettera a Tony Blair  ha scritto che “l’indiscriminata distruzione da parte di Israele di infrastrutture libanesi e a Gaza non è lecita, in quanto costituisce misure di ritorsione e punitizione collettiva  contro le popolazioni civili.” Fu una dei firmatari di una petizione a sostegno della causa  contro Ariel Sharon per “crimini contro l’umanità”, presentata in Belgio. La “Easy Guide to IHL” è parte integrante del programma “umanitario” e si rivolge a svedesi e anglofoni “interessati al conflitto israelo-palestinese, già a conoscenza della situazione sul “campo”, ma che cercano di  familiarizzarsi con lo strumento legale per la loro attività di sensibilizzazione e di analisi.” Diakonia sostiene che le” analisi “fornite sul sito web” riflettono la prospettiva di Diakonia e non intendono esprimere approcci favorevoli ad una delle parti in conflitto .” Anche se la ONG include alcuni link a fonti governative israeliane, le note Diakonia suonano cosi’: ” il sito web è impegnato in primo luogo a far rispettare  gli obblighi dello Stato di Israele, in quanto potenza occupante, nei confronti della popolazione palestinese “, e gran parte del contenuto ripete  le accuse non verificabili, avanzate dalle sue ONG partner Al Haq, HaMoked, e B’Tselem. Le informazioni presentate sul sito web e i frequenti travisamenti del diritto internazionale riflettono questo approccio unilaterale.

la propaganda di Diakonia

Il sito offre una panoramica delle questioni giuridiche e storiche interpretate attraverso la narrazione palestinese, distorcendo la storia e il contesto. In un esempio rappresentativo, nell’analisi “degli anni 1947-1967″ afferma che dopo che “scoppiò la guerra tra Israele e alcuni stati arabi”, nel 1948, Israele fu costituito su un territorio”, che copriva una parte più grande di quella che gli era stata assegnata dal piano di spartizione delle Nazioni Unite. Che uno stato palestinese non poté essere stabilito e che i palestinesi hanno portato avanti per molti anni, e continuano a farlo, l’appello per l’attuazione del loro diritto all’autodeterminazione.” Questa sintesi ignora il rifiuto arabo del piano di spartizione dell’ONU del 1947, l’attacco arabo del ’48 per distruggere lo Stato nascente, e la campagna di attacchi arabi e massacri contro gli ebrei nella regione sia prima che dopo la creazione di Israele. Un’altra affermazione nel sito: “il territorio palestinese occupato è stato sotto il controllo e governo dei diversi regimi nel corso degli ultimi 500 anni.” Nella parte dedicata alla barriera difensiva nessun accenno, ovviamente, ai motivi che spinsero Israele alla sua costruzione, nulla in merito al terrorismo e alle vittime civili. Gran parte delle “analisi” sul sito si impegnano a delegittimare qualsiasi diritto di Israele all’auto-difesa, Gaza è descritta come “occupata” anche dopo il ritiro totale di Israele dalla Striscia, le azioni di Israele sono sempre descritte come “sproporzionate”, “punizioni collettive”, “crimini di guerra”. 

propaganda di Diakonia

Per sostenere la tesi speciosa di un “diritto alla resistenza”, scrive Diakonia, “L’uso della forza come parte della resistenza all’occupazione, nel caso palestinese, è quindi derivata dalla legittimità internazionale al ricorso alla lotta armata per ottenere la diritto all’autodeterminazione. Diakonia collaboro’ al famoso Rapporto Goldstone, con una relazione che diffamava Israele e negava il suo diritto alla difesa, non citando mai (se non di sfuggita) Hamas e i suoi crimini. Questa è una delle ONG capofila nella demonizzazione di Israele, una ONG “santa”, che dice di rifarsi al modello del Vangelo, che maschera la sua attività di delegittimazione e di diffamazione dietro la sottile e non certo infrangibile patina degli “interventi umanitari”. Quando ci chiediamo da dove arrivi la falsa rappresentazione di Israele nel mondo dobbiamo ricordare che ci sono Enti specializzati in questo, pagati e protetti nella loro “missione”. Diakonia si “tira dietro” tutte le più conosciute ONG del “settore”. Prossimamente un’analisi accurata dei suoi partners. QUI

Se l’ha detto l’Onu deve essere vero! O no?

Come ogni estate, da almeno sei anni a questa parte, l’associazione terroristica Hamas ha aperto le porte dei suoi campi para-militari ai bambini gazawi. Non è fatto nuovo; ogni anno almeno 100.000 bambini, a partire dall’età di sei anni, passano l’estate mimando rapimenti di soldati israeliani, esibendosi in prove di “coraggio” come camminare su chiodi arrugginiti o saltare in cerchi di fuoco e imparano a maneggiare armi.

Forse quest’anno la notizia ha circolato un po’ più del solito; forse il Medio Oriente in preda alle guerre ha richiamato l’attenzione su una pratica ormai consolidata. Fatto sta che, puntuale, dopo una settimana circa è arrivata la “contro-mossa”: on line ha cominciato a girare viralmente una “notizia” infamante: un rapporto Onu accusa Israele di arrestare, torturare e perfino sodomizzare (ovviamente nella versione italiana della notizia) bambini palestinesi in carcere. Ogni giornale più o meno spazzatura che circola sulla rete ha voluto dire la sua, aggiungendo via via particolari macabri. Prendiamo un esempio a caso e cerchiamo di analizzarlo:

Fanpage, uno dei primi ad aver pubblicato la notizia, titola “Israele ha torturato, violentato e arrestato migliaia di bambini palestinesi.” Nell’articolo è citato “un rapporto Onu”, non meglio precisato, redatto non si da chi, il tutto corredato da alcune foto ritenute “drammaticamente eloquenti”. Cominciamo dall’analizzare queste che dovrebbero suscitare (insieme al titolo) il primo impatto emotivo del lettore.

Questa bambina è diventata famosa per le sue “performance” provocatorie nei confronti di soldati israeliani. Non è una palestinese qualsiasi, è “figlia d’arte”. Si chiama Ahad Tamimi, figlia di Bassem Tamimi, un “attivista” già arrestato per “incitazione di minorenni all’odio e al lancio di pietre”.

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Per le sue sceneggiate, doviziosamente filmate dalla madre che l’accompagna sempre, ha vinto il premio “Brave girl of the year”, consegnatole niente di meno che dal quel campione della difesa dei diritti umani che risponde al nome di Erdogan. Non è mai stata arrestata ovviamente, nessuno le ha mai torto un capello.

Un’altra foto si riferisce al 2009, a seguito dell’attacco a colpi di pietre contro un insediamento ebraico a Beit Omar, nella zona di Hebron, da sempre uno dei punti “caldi” della convivenza tra arabi e ebrei.

L’altra è stata scattata durante scontri sulla Spianata delle Moschee, sempre nel 2009, in occasione della festa di Succot, durante la quale centinaia di turisti affollano il luogo. Negli scontri, scoppiati per le proteste palestinesi alla presenza di “infedeli” nei luoghi santi,  un soldato fu pugnalato e ferito in maniera grave.  Tre furono gli arrestati palestinesi.

E veniamo ora al “rapporto”. Nessun giornale ha ritenuto opportuno inserire un link al documento originale, come mai? Semplicemente perché quelle che sono state presentate come “update”, sono in realtà le conclusioni finali di un rapporto cominciato nel 2002 e chiuso nel 2012. Fa differenza? Eh si’, fa differenza, perché quel rapporto attraversa i dieci anni fra i più sanguinosi e controversi della storia di Israele, cioè tutto il periodo della Seconda Intifada, quando Israele fu insanguinata da quotidiani attentati. E’ di quegli anni anche il Rapporto Goldstone, redatto con l’aiuto di B’tselem e Hamas, raccolto da quel Richard Falk cacciato per antisemitismo prima da HRW e ora la cui rimozione dal ruolo di Special Rapporteur Onu per i Territori è chiesta a gran voce da quasi tutti i paesi per la chiarissima malafede dei suoi rapporti. Quindi, chi volesse ORA informarsi su questo rapporto che sembra redatto ieri, dovrebbe districarsi in mezzo a personaggi, bugie e rapporti farsa che hanno attraversato un decennio di lotta israeliana al terrorismo , molti (se non tutti) completamente screditati nel frattempo.

Kirsten Sandberg, norvegese, facente parte del Committee on the Rights of the Child che ha presentato il rapporto all’Onu, disse in proposito che il lavoro si basava su fatti e non su opinioni politiche. Vediamo se è vero. Chi è ai vertici del UN Committee on the Rights of the Child, organismo più volte definito “indipendente”? Aseil Al Shehail, indicata nel Registro dei diplomatici Onu come “Primo Segretario per l’Arabia Saudita all’Onu”. Cio’ significa semplicemente che la signora è pagata dall’Arabia Saudita e dallo Stato Saudita impiegata all’Onu.

E’ una violazione delle Linee Guida delle Nazioni Unite che impongono “indipendenza ed imparzialità” dei membri incaricati del monitoraggio dei diritti umani. Nelle Linee Guida dette “di Addis Abeba” infatti si legge:

“I membri del corpo non devono essere solo indipendenti e imparziali, ma devono anche essere percepiti tali da un osservatore ragionevole .” (Secton 2) “Essi non possono essere soggetti ad attività di direzione o di influenza di qualsiasi tipo, o alle pressioni del loro Stato di cittadinanza o di qualsiasi altro Stato o delle sue agenzie, e non sollecitare né accettare istruzioni da chicchessia riguardo l’esercizio delle loro funzioni. (Sezione 5) “L’indipendenza e imparzialità dei membri è compromessa dalla natura politica della loro affiliazione con il ramo esecutivo dello Stato. Di conseguenza eviteranno funzioni o attività che siano, o siano tali considerati da un osservatore ragionevole, incompatibili con gli obblighi e le responsabilità di esperti indipendenti nell’ambito delle pertinenze trattate. “(Sezione 12)

Difficile considerare indipendente una dipendente del governo Saudita, incaricata di redigere un rapporto su Israele!

Ma è almeno obiettiva la signora Al Shahil? Puo’ percepirla tale un “osservatore ragionevole”? Mica tanto! La signora Al Shahail, il 15 ottobre 2009, dichiaro’ all’Onu che:

il suo Paese considera il bambino come un pilastro della comunità e creatore del futuro, sia a livello nazionale e internazionale …. Il Dipartimento di Giustizia è pronto a lanciare una struttura giuridica che potrebbe gestire il matrimonio di minori e tutte le questioni connesse … L’Arabia Saudita ha condiviso le preoccupazioni della comunità internazionale per il bambino [e] partecipato con la Lega Araba alla stesura della Carta araba dei diritti umani … l’Arabia Saudita ha inoltre sostenuto i diritti del bambino nell’Islam … richiamando l’attenzione sulla tortura e l’uccisione di bambini palestinesi nei territori occupati, ha detto che la comunità internazionale deve intervenire e tutelare i diritti di questi bambini, secondo le convenzioni internazionali.

La violazione dei diritti umani di donne e bambine, le prime completamente assoggettate alla tutela dei loro mariti/padri, le seconde costrette a matrimoni combinati (per i quali la Al Shahil attende una legge-quadro!) sono documentate proprio dai rapporti Onu! In Arabia Saudita non esiste un’età minima per il matrimonio.

una “sposa” saudita

Ma professionalmente la Al Shahil è affidabile? Il 12 ottobre 2010, ha dichiarato all’ONU:

La questione delle donne desta profonda preoccupazione nel Regno di Arabia Saudita, nel quale lo sviluppo delle donne è parte integrante di un piano strategico generale conforme alla Sharia magnanima. Questo è particolarmente vero in merito all’istruzione, alla sanità, ai servizi sociali, alla partecipazione allo sviluppo sociale. Sono state adottate varie risoluzioni in materia di parità di genere, compresa l’uguaglianza alla carriera e alla pensione. Le donne saudite hanno inoltre partecipato in vari settori, con il pieno sostegno del governo.

Nel 2007, il suo intervento all’Onu esaltava l’Arabia Saudita in materia dei diritti delle donne:

ASEIL AL-SHEHAIL (Arabia Saudita) ha detto che le misure adottate dal suo paese per il progresso delle donne, con particolare attenzione alla condizione delle donne in base ai principi della Sharia, che stabiliscono i loro diritti e doveri. Tutte le norme, leggi e regolamenti in Arabia Saudita, Costituzione inclusa , emanate dal Santo Corano e dal Profeta Maometto … pongono grande attenzione nel garantire l’avanzamento delle donne. L’Arabia Saudita ha firmato la Convenzione sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne, nel 2000, il suo contenuto è in linea con la politica del Regno di preservare i diritti delle donne. L’Arabia Saudita è determinata nella difesa dei diritti umani delle donne, ha detto … il progresso dell’ Arabia Saudita , per far avanzare lo status delle sue donne prosegue in linea con i valori della sua Santa Religione.

Beh, non c’è bisogno di grandi esempi per smentire totalmente queste affermazioni. Divieto di guidare, città concepite per “sole donne”, divieto di visita medica ed operazione chirurgica senza il consenso del marito o di colui che ne fa le veci, matrimoni forzati, senza limite di età minima, sono solo alcune delle restrizioni alle quali sono sottoposte le donne saudite.

Ecco, questi sono gli “esperti” Onu, indipendenti e professionisti, chiamati a giudicare Israele ed a redigere rapporti che si avvalgono di testimonianze di Hamas, Special rapporters antisemiti, Ong bugiarde, giudici che non giudicano, relatori “indipendenti” pagati da Paesi nei quali la shari’a è giudicata “magnanima”. Circa la metà dei membri della Commissione Onu per i Diritti Umani proviene da Paesi nei quali discriminazione e violazione sono la norma: Arabia Saudita, Bahrain, Tunisia, Egitto, Malesia, Sri Lanka e Russia. Ma “se l’ha detto l’Onu” deve essere vero! O no?

Grazie a UNwatch

Israele massacra… ma è stato Hamas

E poi le scene di distruzione. I “massacri”, sempre e solo attribuiti all’esercito israeliano. Come questo, del 2009: Israele bombarda un mercato! Un mercato! Quale orrore più forte dell’immaginare donne, bambini, uomini che muoiono mentre fanno pacificamente la spesa? Fu uno degli episodi definiti “crimini di guerra” durante l’operazione  Piombo Fuso. Ma…. c’è sempre un ma: nessun collegamento con il periodo indicato (Gennaio 2009). Nessun collegamento con Israele. Si tratto’ di un camion di Hamas pieno di razzi che scoppio’, nel 2005, nel campo profughi di Jabalya, a nord della striscia di Gaza.

Un lettore smaschero’ la falsa notizia:

“La scena non è girata al mercato, è il campo profughi di Jabalya, nel nord della Striscia di Gaza. Il video non descrive le conseguenze di un attacco aereo israeliano, ma raffigura le conseguenze dell’esplosione di un pick-up che trasportava razzi Qassam, nel corso di una manifestazione di Hamas (cio’ spiega il gran numero di miliziani di Hamas presenti subito dopo l’esplosione, la miniatura delle bandiere di Hamas, ecc). Almeno 15 palestinesi sono stati uccisi e decine feriti nello scoppio, molti dei quali erano miliziani di Hamas, gente della sicurezza, sia sul camion che intorno ad esso (cio’ spiega tutti i feriti in uniformi militari). La copia del video che sta viralmente girando è stata modificata. Il video originale mostra il pick-up di Hamas (visibile per una frazione di secondo all’inizio del la versione modificata) che esplode, mentre i tagli della versione mostrano il pick-up nel momento immediatamente successivo. Nonostante i tentativi di Hamas di attribuire lo scoppio ad aerei israeliani, testimoni oculari hanno riferito che la causa è stata la cattiva gestione dei razzi Qassam, e Israele ha negato ogni coinvolgimento. Ho gentilmente suggerito di adottare tutte le iniziative possibili per smettere di diffondere il video come disinformazione sulle operazioni di Israele nella Striscia di Gaza in questo momento”.

Il video che attribuiva la responsabilità a Israele è stato censurato QUI Il video di Liveleak con la giusta attribuzione QUI

Cosi’, la BBC dovette rettificare, CBS news e altri giornali che si erano affrettati a prendere per buono il video.

Uruknet, che aveva dato la falsa notizia, ebbe almeno l’onestà di ammettere l’errore. Ma quante altre volte invece non c’è stato un lettore cosi’ attento da poter fare emergere la verità?

Bambini malati usati come armi

L’operazione conosciuta con il nome di “Piombo fuso“, inizio’ il 27 dicembre 2008, dopo che Israele subiva da otto anni il lancio di missili da parte di Hamas. 12000 missili lanciati sempre e soltanto su obiettivi civili. L’operazione costo’ a Israele l’accusa di “crimini di guerra“, accusa basata sul famoso rapporto del giudice Goldstone. Il giudice ritratto’ poi le sue accuse, ammettendo di averle basate sui resoconti di Hamas e della ONG “ISM“, organizzazione che recluta in tutto il mondo, soprattutto nei campus universitari americani, “scudi umani” da opporre all’esercito israeliano. L’accusa fu ritirata, ma non finirono di certo i “blood libels” contro Israele. E chi riguarda una delle più famose accuse? Una bambina, naturalmente!

Questi non sono gli effetti del fosforo bianco, come hanno voluto farci credere, ma quelli di una rara (e finora abbastanza sconosciuta) malattia della pelle. La bambina in questione è affetta da questa malattia, che sembra aggravatasi durante il conflitto. Ed è proprio una fonte palestinese a dirlo, con il contributo di Ken O’Keefe, uno dei più accaniti e senza scrupoli odiatori professionisti di Israele. Un altro blood libel smascherato.