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Pallywood non conosce recessione

In questo caso la facciamo corta, non c’è bisogno di dilungarsi tanto, le immagini bastano e avanzano. Lionel Messi, calciatore argentino considerato tra i migliori del mondo, è stato incluso, suo malgrado, nel circo di fakes Pallywood. Eccolo mentre mostra una maglietta che, in origine, portava la scritta: Rosarno 2011 e si riferiva a quando fu nominato, il 30 dicembre, Ambasciatore di Rosarno, sua città di origine. Trasformata diventa un bel “Free Palestine”! Non ci facciamo mancare nulla eh?

 

Non sto nemmeno a contare le pagine che hanno immediatamente condiviso la foto falsa, senza metterla in dubbio, sono centinaia? Migliaia? Milioni?

 

Questa sopra, da sola, messa su Twitter da tale Mohammed, al 15 novembre 2012 aveva avuto circa 900 condivisioni! Al Hamdulillah! Il settore Pallywood non è mai in crisi!

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Pallywood, ovvero “come ti costruisco il dramma”

Oggi ai reporter è chiesto ben altro che raccontare cio’ che vedono, in particolare ai reporter di guerra. Ruben Salvadori, un fotografo italiano di 23 anni che ha studiato relazioni internazionali e antropologia a Gerusalemme, ci dice: “Oggi l’industria dell’informazione richiede drammaticità, anche quando non ce n’è. È una legge a cui non si sottraggono i fotoreporter, che spesso trasformano il conflitto in uno spettacolo.” Ed è cosi’ davvero. Esempi ce ne sono a iosa, prendiamone uno.

La foto appare sulla home page del New York Times, il 16 gennaio 2009 ed è sorprendente. Un edificio bombardato a Gaza, la singola scarpa di un bambino, dai colori vivaci, nel centro della foto. L’immagine è potente, soprattutto il contrasto tra il pavimento annerito e il colore brillante e allegro della scarpa. Ma qualcosa non quadra. Com’è che tutto è annerito, tranne la scarpa? E la scarpa è posata a terra, nel centro dell’immagine, con niente altro intorno. Altamente improbabile. Ricorda una messa in scena. E da una ricerca su Abid Katib, il fotografo, si scopre che la scarpa è il feticcio delle sue foto.  C’è l’immagine del novembre 2008 delle scarpe di bambini nel fango di Gaza dopo “un attacco israeliano”, cosi’ riporta il fotografo. E la foto di scarpe e giocattoli di bambini, sulla scena di un presunto bombardamento israeliano nel giugno 2006.

La foto che Katib ha “costruito” per Gaza

E la foto a Gaza con “Bush” ben scritto in gesso bianco sulla suola di una scarpa, durante una manifestazione palestinese a sostegno del “lanciatore di scarpe”, ripresa dal LA Times. E ancora un’altra foto con una scritta a gesso, simile all’altra scarpa. E a Katib è capitato di essere lì nel momento stesso nel quale un manifestante, ordinatamente, collocava una scarpa su un poster di George Bush – che tempismo!

 

 

E di nuovo era li’ quando dei manifestanti, nella  più gioiosa armonia, piazzavano i loro piedi su un poster di George Bush posato per terra (notare le divise militari dei “manifestanti” e la canna dell’arma automatica).

 

Le foto di Katib sono fra le più diffuse, riprese e ristampate in tutto il mondo attraverso Getty Images. Forse ha solo un tempismo incredibile, e sembra essere nel posto giusto al momento giusto al millisecondo. O forse questa è solo una parte di Pallywood e dei fauxtography contro Israele . Se la scarpa si adatta, il signor Katib, la indossa.

Si noti, nella foto iniziale, l’abito nero e il velo bianco della donna. Il netto contrasto la fa sembrare un simbolo di morte. Ma, per aver camminato sotto i bombardamenti e tra le rovine annerite, il velo bianco non è terribilmente pulito e stirato? L’abito in bianco e nero della donna è solo una parte delle immagini fauxtographic. Il velo bianco sembra essere di un burqa “saudita-style” , simile a quello indossato in queste foto di Katib a donne affiliate a Hamas.

 

Che fatica fare il reporter in tempi di Pallywood!

QUI l’articolo originale

Bambini malati usati come armi

L’operazione conosciuta con il nome di “Piombo fuso“, inizio’ il 27 dicembre 2008, dopo che Israele subiva da otto anni il lancio di missili da parte di Hamas. 12000 missili lanciati sempre e soltanto su obiettivi civili. L’operazione costo’ a Israele l’accusa di “crimini di guerra“, accusa basata sul famoso rapporto del giudice Goldstone. Il giudice ritratto’ poi le sue accuse, ammettendo di averle basate sui resoconti di Hamas e della ONG “ISM“, organizzazione che recluta in tutto il mondo, soprattutto nei campus universitari americani, “scudi umani” da opporre all’esercito israeliano. L’accusa fu ritirata, ma non finirono di certo i “blood libels” contro Israele. E chi riguarda una delle più famose accuse? Una bambina, naturalmente!

Questi non sono gli effetti del fosforo bianco, come hanno voluto farci credere, ma quelli di una rara (e finora abbastanza sconosciuta) malattia della pelle. La bambina in questione è affetta da questa malattia, che sembra aggravatasi durante il conflitto. Ed è proprio una fonte palestinese a dirlo, con il contributo di Ken O’Keefe, uno dei più accaniti e senza scrupoli odiatori professionisti di Israele. Un altro blood libel smascherato.