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Non credi all’antisemitismo? Dai uno sguardo alle vignette satiriche

Il Nuovo antisemitismo è il concetto secondo il quale una nuova forma di antisemitismo si è sviluppato nel tardo 20 ° e all’inizio del 21 ° secolo, proveniente dalla sinistra estrema , l’Islam radicale e l’estrema destra. Tende a manifestarsi come opposizione al sionismo e allo Stato di Israele. Il concetto generale postula che molto di quello che si presume essere la critica di Israele da parte di vari individui e organismi mondiali, equivale a demonizzazione e che, insieme ad una presunta recrudescenza internazionale di attacchi contro Ebrei e simboli ebraici e l’aumento dell’accettazione di credenze antisemite nel discorso pubblico, rappresenta un’evoluzione nella comparsa di credenze antisemite.” 

Uno dei mezzi sperimentati, rivelatisi tra i più efficaci, utilizzati in questa “evoluzione dell’antisemitismo” è l’uso di vignette. Lo sapeva bene la propaganda nazista: il segno va dritto all’obiettivo, evita giri di spiegazioni laboriose, resta impresso per sempre.

I “temi” sono sempre gli stessi: infedeltà degli Ebrei allo Stato nel quale vivono e sono nati, in favore di uno Stato straniero e odioso; potere economico delle lobbies ebraiche sul mondo; insopprimibile voglia di sangue “infedele”; deicidio.

Teorie vecchie? Sorpassate? Niente affatto! E’ stato sufficiente rivedere un po’ la veste grafica e aggiornare (neanche poi tanto) le didascalie al linguaggio moderno.  Pat Oliphant è un cartoonist americano, vincitore del premio Pulitzer nel 1967. In questa sua vignetta Oliphant , mostra una figura senza testa, in uniforme militare, marciare in una specie di “passo dell’oca”, mentre rotola una stella di Davide dalla faccia di squalo feroce contro una minuscola donna etichettata ‘ Gaza ‘ . Il Simon Wiesenthal Center, si espresse cosi’ in proposito:

” Le immagini di questa vignetta imitano la velenosa propaganda antisemita  nazista e sovietica ” “Sono state vignette come questa che hanno ispirato milioni di persone a odiare nel 1930 e contribuito a porre le basi per il genocidio nazista “.

la vignetta di Oliphant

Scrive Adam Levick:

“Le vignette devono esprimere idee in un modo facile da capire. Quindi sono spesso accessibili anche a persone che non sanno leggere. Sono anche un modo efficace per trasmettere odio e pregiudizi, compreso l’antisemitismo. L’anti-semitismo nelle vignette è stato studiato, tra gli altri, dal politologo belga Jöel Kotek nel suo libro “Cartoons and extremism”. (London: Vallentine Mitchell, 2009). Le vignette politiche hanno spesso, nel rafforzare gli stereotipi negativi sugli Ebrei, un impatto più immediato di un lungo saggio…. Tradizionalmente il nucleo del discorso anti- semita raffigura gli Ebrei come il male assoluto . La nozione culturale di ciò che significa è cambiata nel corso dei secoli . Nei tempi attuali il male assoluto è spesso espresso con l’accostamento Ebrei o Israeliani= nazisti. Questa accusa è di solito identificata con le virulenti vignette antisemite sui siti estremisti di destra e nei media arabi . Però , è anche il leit-motiv principale delle vignette antisemite nei blog progressisti .”

La Stella di David si trasforma in svastica

L’accostamento Ebrei/Israeliani= nazisti contiene in sé l’idea della spietatezza “genetica”, del potere esercitato al servizio del “Male”, del “divoramento” (i Rom, ad esempio, chiamano Porrajmos, “divoramento” lo sterminio nazista del loro popolo), del sangue. L’Ebreo-Israele è un mostro che divora chiunque gli si opponga.

Israele/Moloch in una vignetta del giornale tedesco Süddeutsche Zeitung

Questa è una vignetta che apparve sul giornale nazista tedesco Der Sturmer, nel 1933. il titolo citava il “pan-ebraismo”: “Una rana è seduta nell’erba verde. Non fa questo, non fa quello, non fa nulla. Ma accecati dal luccichio dell’oro, tutti gli volano in bocca.”

Carlos Latuff è uno dei disegnatori specializzati nella demonizzazione di Israele/Ebrei. Latuff fu il vincitore del secondo premio all’ International Holocaust Cartoon Competition in Iran nel 2006, sotto gli auspici del regime iraniano. Il tema era la derisione della Shoah, la sua negazione o il suo uso invertito.

la vignetta di Latuff, vincitrice del concorso iraniano

Carlos Latuff è un vignettista politico brasiliano, freelance, con una richiesta impressionante da parte di giornali, molti dei quali apertamente antisemiti. Anche se Latuff afferma di essere “solo” anti-sionista, le sue vignette hanno attirato le critiche e le accuse di utilizzo disinibito di “stereotipi giudeofobici”. Latuff è un ottimo esempio per illustrare l’idea dell’Ebreo che si nutre di sangue, lo “spietato parassita”. Nelle sue vignette il sangue è sempre presente, come fosse vitale  per l’Ebreo nutrirsene.

una vignetta di Latuff

La prima “accusa del sangue” contro gli Ebrei, sembra risalire al 40 prima dell’era moderna, ad opera di un certo Apion, un propagandista egiziano che riusci’ con quell’accusa a scatenare un pogrom contro gli Ebrei di Alessandria. Originariamente l’accusa del sangue addossava agli Ebrei il loro impastare le mazoth (il pane non lievitato di Pesach) con il sangue dei bambini cristiani.

Aggiornato ai tempi moderni, questo marchio d’infamia diventa Israele che uccide, si “nutre” dei bambini palestinesi. Il discorso si farebbe ampio: il sangue che è il tabù più importante nell’Ebraismo (divieto assoluto di cibarsene), il simbolo della vita, diventa il marchio del “divoramento”, della “consumazione” mortale a danno dei non-ebrei. I Palestinesi prendono il posto dei bambini cristiani, la sostituzione in questo caso diventa quasi ovvia. Per malvagità innata, ma anche per loro interesse economico.

una vignetta di Latuff

ancora Latuff, ancora il sangue al centro del “discorso”

Nel 1934, questa vignetta del Der Sturmen riprendeva lo stesso tema; la didascalia diceva: Svelato il piano assassino ebraico contro i “gentili”. Nel disegno, gli Ebrei raccoglievano in vassoi orientaleggianti, il sangue che stillava dalle gole bianche e pure dei cristiani. Sullo sfondo tre croci, a ricordare il “deicidio”. E “cavar sangue” è espressione utilizzata anche come metafora di “impoverimento”, “dissanguamento economico”, “consumazione”.

Non-umani che mediante violenza e inganno trasformano il resto del mondo, i non-ebrei, i “gentili”, in zombie proni al loro volere. Come ci testimoniano le migliaia di vignette più in voga, utilizzate perfino da grandi testate giornalistiche come il The Guardian. Ne abbiamo un esempio qui, in questa vignetta di Steve Bell: Netanyahu muove come burattini Tony Blair e William Hague, ministro inglese degli Affari esteri, rei di aver pubblicamente chiesto ad Hamas di fermare il suo attacco contro Israele, durante la crisi scoppiata a novembre del 2012.

la vignetta di Bell apparsa sul The Guardian

Blair è una marionetta tragicamente sorridente e con un occhio solo, segno della sua parzialità di giudizio; Netanyahu (che potrebbe quasi ricordare invece Sharon) muove i due burattini con sullo sfondo bandiere israeliane dalla forma di missili e fumo di missili veri. Il tutto presentato come un volantino di propaganda elettorale: Netanyahu avrebbe, secondo Bell, sfruttato questo nuovo scoppio di ostilità come arma da far valere alle elezioni che ci sarebbero state, in Israele, di li’ a pochi mesi.

Scrisse in proposito Walter Russel Mead, quando un giornalista della BBC dichiaro’ che “Gli ebrei americani influenzano la politica estera degli Stati Uniti, il che spiega il sostegno incrollabile di Washington a Israele”:

“… Le menti deboli … sono facilmente sedotte da generalizzazioni interessanti, ma vuote. Il commento attribuito a August Bebel che l’antisemitismo è il socialismo degli sciocchi può essere esteso a molti altri tipi di errori economici e superficiali che le persone fanno. Chi è sconcertato, frustrato e disorientato cerca una grande, semplifice ipotesi che gli possa dare qualche tipo di spiegazione ordinata di un mondo confuso; l’antisemitismo è uno degli inganni luccicanti che attirano il sopraffatto e chi non riesce a  capire.”

quando la satira è ottusa

Sempre sul tema sangue-aggressione-propaganda elettorale, Dave Brown aveva già pubblicato la sua vignetta nel 2003, sul The Indipendent: Sharon divorava bambini palestinesi, mostro nudo in uno scenario di guerra apocalittico. Sul suo membro lo stemma Vota Likud; la didascalia diceva: “Che c’è di strano? Non avete mai visto un politico baciare bambini? ” Vinse il premio  Britain’s 2003 Political Cartoon of the Year Award proprio con quella vignetta.

L’inversione dei ruoli e della storia è tema ricorrente nella “teoria della sostituzione” operata dai cartoonists politicizzati. In questa vignetta ad esempio Latuff si ispira alla famosa foto del bambino ebreo nel ghetto di Varsavia, con le mani alzate, davanti ai nazisti.

e l’originale

Gerard Scarf pubblico’ sul giornale The Sunday Times, uno dei giornali britannici considerati tra i più “seri”, questa vignetta, proprio il 27 gennaio, giorno Della Memoria: Netanyahu in veste di orrido muratore, è in procinto di costruire un muro, impastando i corpi e il sangue dei Palestinesi, su un terreno chiamato “elezioni israeliane” e la didascalia diceva: continuerà la cementificazione della pace? Alludendo fin troppo chiaramente alla “colonizzazione” israeliana.

Manfred Gerstenfeld nel suo libro “Demonizing Israel and the Jews” sostiene che  oltre 150 milioni di Europei hanno accettato una visione demoniaca di Israele. Un sondaggio nel 2011, condotto in sette paesi dall’Università di Bielefeld, a nome della German Friedrich Ebert Foundation, illustra la visione di Israele genocida nei confronti dei Palestinesi, il che significa che l’immagine di Israele=nazisti ha ormai profondamente permeato le principali società europee.

Nel 2003, uno studio di Eurobarometer chiese a un certo numero di  intervistati quali Paesi ritenessero una minaccia alla pace mondiale. Cinquantanove per cento degli europei affermo’ che Israele è una minaccia per la pace mondiale. Nessun altro paese sulla lista fu considerato altrettanto pericoloso da una percentuale così alta di intervistati. L’Iran risulto’ al secondo posto con il 53%, la stessa percentuale della Corea del Nord. Solo l’8% degli europei ritenne l’Unione europea  un pericolo per la pace mondiale. Eppure soldati europei hanno da allora partecipato a importanti attività militari  di gran lunga superiori a quelli in cui Israele è stato coinvolto.

E questo è ancora Latuff sullo stesso tema: Sharon mostro seduto sull’atomica, da una parte prende soldi americani, dall’altra ci massacra poveri, piccoli Palestinesi con un numero tatuato sul braccio. Ma in questa vignetta c’è anche l’accenno alla “blasfemia” dell’Ebraismo, al deicidio. Sharon è definito “anticristo”.

Se gli Ebrei sono “l’anticristo”, i Palestinesi diventano Cristo.

Yeshua diventa Palestinese, Yosef e Mariam diventano una famiglia palestinese vessata dagli “anticristi” Ebrei. Il Muro, ormai cosi’ definita mondialmente la separazione che ha salvato la vita al 90% degli Israeliani, l’ostacolo alla “Buona Novella“.

Cosi’ la propaganda araba sfrutta furbescamente quelli che sono i simboli più forti dell’immaginario cristiano occidentale. La Pietà di Michelangelo è una madre Palestinese con il figlio-Gesù trafitto dall’Ebreo.

Gesù è la Palestina e la Palestina è un martire: Gesù diventa il primo shahid (martire) Palestinese.

“Non dobbiamo dimenticare che (Gesù) il Messia, la pace sia su di lui, è Palestinese, il figlio di Maria la Palestinese, santificato da centinaia di milioni di credenti in questo mondo.” [Al-Hayat Al-Jadida, 18 novembre 2005]

“E ‘stato abbastanza naturale che i Palestinesi si siano levati per salvare i loro santuari [in] Nazareth senza che nessuno abbia pensato  ci possa essere differenza tra un cristiano e un musulmano … nella situazione palestinese, il signore Messia [Gesù] e sua madre [Maria] sono sia galilei che Palestinesi … ” [Al-Hayat Al-Jadida, 9 Marzo 2006]

Gesù … il patriottico e virtuoso antenato palestinese … ha portato avanti il suo Nuovo Testamento e l’ha diffuso tra gli uomini – cio’ portato gli Ebrei a perseguitarlo fino a che non lo presero, lo crocifissero, e lo uccisero ”

Cosi’ l’unico Paese medio orientale nel quale i Cristiani possono vivere in tutta sicurezza e professare la propria fede circondati dal massimo rispetto, diventa il loro persecutore e gli Arabi, nell’iconografia antisemita cosi’ cara all’Occidente delle “teorie della sostituzione” prendono il loro posto.

Non c’è posto per loro, dice la vignetta

Non credi all’aumento di anti semitismo in Europa e nel mondo? Dai uno sguardo alle vignette umoristiche.

Grazie al German Propaganda Archive per le vignette d’epoca nazista

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Terrorismo? Raptus? I media europei

I fatti: un soldato israeliano, Eden Atias di anni diciotto, ancora in tirocinio (aveva cominciato il servizio di leva da due settimane), residente a Nazaret Illit, prende un pulman di linea per Tel Aviv. Si addormenta. A quell’età succede che la stanchezza prenda il sopravvento sulla prudenza e poi è su un pulman di linea, insieme a decine di altri passeggeri. Non è a un check point, non su un blindato in marcia, non sta andando a compiere nessuna operazione pericolosa. Che potrebbe succedergli? Era a casa, dai genitori, sta andando a raggiungere la sua base.

Eden Atias, il ragazzo ucciso

Ma sullo stesso pulman c’è anche un suo quasi coetaneo Palestinese, un sedicenne di Jenin. Uno della stessa età di quelli che l’opinione pubblica mondiale definisce “bambino”. Era uscito di casa armato di un coltello, con l’intenzione di “ammazzare un israeliano”, ha confermato all’arresto. Si è introdotto illegalmente in Israele, aspettando l’occasione. Quando Hussein Jawadra ha visto Eden addormentato, ha pensato fosse il momento buono per emulare i suoi cugini, “eroi” Palestinesi, detenuti nelle carceri israeliane per omicidio plurimo.

Hussein Jawadri, l’assassino

Ha colpito Eden all’improvviso, al collo, ripetutamente con quel coltello che si era portato apposta. Gli altri passeggeri non hanno avuto il tempo di reagire. Nonostante l’immagine mondiale di Israele “Stato di apartheid“, “Stato militarizzato”, “Stato che odia e discrimina”, nella realtà nessuno sente il bisogno di tenere d’occhio qualcuno su un autobus solo perché Palestinese. Eden trasportato all’ospedale non ce la fa e muore.

Il dolore della madre di Eden

Jawadri tenta di fuggire ed è arrestato. Forse non sarebbe nemmeno inutile parlare di come, da anni, le due amministrazioni Palestinesi esaltano e glorificano i terroristi. Di come i bambini Palestinesi siano allevati nel culto dei “martiri”; di come vadano a fare sport in Centri della Gioventù intitolati a shahid; di come studino su libri di testo (stampati con i soldi dell’Unesco, quindi a spese dei contribuenti mondiali) che la miglior azione che Allah si aspetta da ognuno di loro è il martirio. E nemmeno di come, sempre “grazie” agli aiuti mondiali, i “prigionieri Palestinesi“, quei terroristi arrestati in Israele per fatti di sangue, quegli “eroi della Resistenza” che ogni tanto con uno sciopero della fame riescono  a mobilitare la solidarietà mondiale in manifestazioni che chiedono a gran voce la loro scarcerazione, quei terroristi come i cugini di Jawadri, ricevano dei veri e propri “stipendi” mensili (riservati a chi si è macchiato di delitti di terrorismo, non a tutti i detenuti) da parte dell’Amministrazione palestinese; stipendi che variano a seconda della gravità del reato: più grave è, più soldi ricevono. Forse non sarebbe male parlarne ogni tanto. Vediamo solo come una delle Amministrazioni palestinesi (per ora una sola) ha commentato l’assassinio di Eden

Ma potrebbe forse essere interessante anche dare uno sguardo a come la stampa occidentale, quella che fa riferimento a ben altri “valori”, presenta la notizia. Il giornale on line Europe-Israel, analizza il comunicato di Agence France Press.

1 – “Israeliano” è scritto minuscolo, regola in francese quando si tratta di aggettivi, ma allora perché “palestinese” è sistematicamente scritto in maiuscolo? E’ un “segno” utilizzato dai giornali “pro-arabi”

2 – la foto non ha alcun rapporto con il fatto e nemmeno con eventuali scontri in Giudea Smaria

3 – ma evoca, in ogni modo, una situazione di “sofferenza”, “oppressione”, “repressione”.

4 – l’articolo filtra coscientemente ogni dettaglio del fatto. Non è data nota, ad esempio della presenza illegale del terrorista in territorio israeliano, che Eden Atias è stato ucciso mentre dormiva, la provenienza del Palestinese dalla città di Jenin (descritta in alcune circostanze come “campo rifugiati”. Ed Europe-Israel fa notare che sarebbe come definire dei parigini “rifugiati” a Parigi!

5 – il tentativo di “epurare” il termine “terrorismo” dal comunicato. Definendolo semplicemente “assassinio”, l’articolo contraddice la definizione di “attentato”: attaccare un gruppo di individui in ragione della loro appartenenza religiosa, politica, sociale ecc. E quella di “terrorismo”:

Il terrorismo è una forma di lotta politica che consiste in una successione di azioni criminali violente, premeditate ed atte a suscitare clamore come attentati, omicidi, stragi, sequestri, sabotaggi, ai danni di enti quali istituzioni statali e/o pubbliche, governi, esponenti politici o pubblici, gruppi politici, etnici o religiosi. L’individuo che si dedica a tale pratica viene definito come terrorista.

6 – La contestualizzazione dell’omicidio come conseguenza logica della “Cisgiordania occupata”.

Come se non bastasse, l’articolo mette in rapporto l’assassinio con altri fatti che non hanno nessun legame con lo stesso: “Questo assassinio interviene mentre Israele ha annullato il suo progetto di costruzione…” Come se l’assassinio fosse in qualche modo legato al precedente progetto edilizio.

Il Corriere della sera Esteri scrive: “Il minorenne, originario di Jenin, nei territori occupati, era entrato in Israele illegalmente, nonostante il “Muro”, la barriera di separazione che sigilla l’area della sua città come buona parte della Cisgiordania.” Il Muro “sigilla” buona parte della Cisgiordania! Anche se per la quasi totalità della sua estensione è fatto di rete e filo spinato.

Il Corriere sottolinea la sua inutilità. Falso, dato che anche se non garantisce totalmente da atti di terrorismo, la presenza della “barriera difensiva” ha ridotto drasticamente il numero dei morti.

Il Corriere continua: “L’aggressione è stata classificata come sospetto atto di terrorismo, anche se l’origine e la dinamica dell’accaduto non sono ancora del tutto chiare.” Già nel titolo si leggeva: “Raptus o omicidio premeditato?” Se in Israele questo tipo di attacchi fossero sconosciuti, sarebbe anche possibile dubitare della motivazione.

“Bloccato e percosso, Hussein, il sedicenne palestinese è stato consegnato alla polizia…” Bloccato e percosso… Poi il solito accenno che dovrebbe “spiegare”:

“Nella zona non c’era in questi giorni alcuna allerta da parte dell’intelligence israeliana, anche se ricorre domani il primo anniversario dell’operazione «Pilastro di difesa»: una settimana di incursioni e raid israeliani su Gaza, in risposta al lancio di razzi dalla Striscia”.

La Repubblica mette la notizia “dentro” quella delle dimissioni dei negoziatori di pace Anp.  L’Unità on line non sembra rilevare la notizia, ma ci informa che ora alla dirigenza di Hamas c’è una donna.

Mercoledi’ i funerali di Eden, soldato di leva da due settimane.

Campi estivi roventi a Gaza

Anche a Gaza le scuole chiudono per le vacanze estive, ma per i bambini non si prospettano giorni di divertimento e relax dopo le fatiche scolastiche. Per loro ci sono i campi estivi di addestramento di Hamas.

Si tratta di veri e propri campi paramilitari, nei quali i bambini sono addestrati alle azioni di guerra tramite esercizi e simulazioni che istigano all’odio per gli ebrei e gli israeliani. Cerchi di fuoco da saltare, uso delle armi, bambini travestiti da soldati israeliani “torturano” bambini nella parte dei mujahiddin, immergendo loro la testa nell’acqua o lasciandoli in piedi per ore. I bambini e i ragazzi devono dimostrare di saper resistere.

Ismayil Haneyah, leader di Hamas, parlando allo Stadio ha detto a proposito dei “campi estivi”: Porteremo la vittoria e la liberazione…Una volta liberata Gerusalemme e la moschea Al Aqsa, i campi estivi avranno termine.

Ogni anno più di 100.000 bambini palestinesi (dall’età di sei anni) partecipano a questi campi, vere e proprie scuole di terrorismo.

Prove di coraggio come saltare nel fuoco o camminare sui chiodi, prove di resistenza fisica, costretti a mangiare la terra, a marciare sul ventre, a lottare, a maneggiare armi, indottrinati all’odio: queste sono le vacanze estive di migliaia di bambini e adolescenti palestinesi. Chi se ne cura? Che dicono le Ong e le Associazioni umanitarie? Niente! Silenzio assoluto.

“I bambini lavorano nell’interesse della loro Patria e sono educati nella cultura  della fede islamica. Cosi’ ricorderanno i loro scopi, Gerusalemme e prigionieri compresi.” Sono le parole di Ismail Radwan, portavoce di Hamas.

A Gaza è questa l’unica “attività” per ragazzi e bambini permessa: nel 2010 Hamas incendio’ un villaggio-vacanza dell’UNRWA. Un articolo di Sky TG 24, nel riportare la notizia, specifico’ che “Hamas ha suoi propri campi per i bambini”!!! Quando la notizia dell’esistenza di questi campi comincio’ a circolare, non furono pochi in Italia, stampa e gruppi politici, a rallegrarsene. Questo un esempio dal forum marxista-leninista, comunicato Ansa e commento:

(ANSA) – GAZA, 6 LUG – Chiuse le scuole sulle spiagge di Gaza sono spuntate numerose tende dove Hamas organizza campi estivi gratuiti rivolti a 150mila ragazzi. Analoghe iniziative da Jihad islamica e Unrwa, l’ente dell’Onu per i profughi. A volte i genitori pagano pochi spiccioli, perche’ non abbiano la sensazione di ricevere elemosina. I ragazzi ospiti di Hamas (cui vengono date speciali uniformi) ricevono lezioni di buona condotta e di religione. Ma si gioca anche a ping-pong e si fa merenda.

Beh.. che dire.. non è mica un idea stupida.. si portano dalla loro un sacco di giovani, che cominciano a pensarla così in giovane età.. ricordo che l’MSI organizzava i campi hobbit già dagli anni 80 mi risulta (o forse prima?).. e hanno avuto i loro risultati.. no? A quando un camping di addestramento di Sr?

Anno dopo anno, questi campi indottrinano la gioventù palestinese, quella dalla quale si spererebbe un impegno per la pace futura, nel silenzio e nella passività generale del mondo occidentale. Perché? Non sono gli stessi bambini per i quali tutto il mondo dice di piangere?

La prigione di Al Jalame, ovvero: dell’ipocrisia del The Guardian

Il 22 febbraio 2012 Harriet Sherwood del The Guardian ha pubblicato un articolo in merito alla prigione israeliana di Al Jalame, denunciando i maltrattamenti che vi avverrebbero ai danni di minorenni ivi rinchiusi.

“bambini” che lanciano pietre

L’articolo della Sherwood si baso’ sulle informazioni fornite dalla Ong anti sionista, DCI-Pal, che si distinse già durante l’operazione Piombo Fuso per aver fornito una lista di nomi di bambini vittime che poi organizzazioni come B’teselem (non di certo usa a coprire eventuali criticità contro Israele) e PCHR identificarono come essere invece tutti terroristi adultiLa stessa orgnizzazione continua a promuovere il falso “massacro di Jenin”. 

In particolar modo la Sherwood sostenne la pratica dell’isolamento e dell’abuso fisico nei confronti degli adolescenti (non bambini, nell’accezione comune del termine) tutti fermati per violenze e lanci di pietre. Del lungo rapporto che fu fornito da ufficiali della Sicurezza israeliana al Guardian, in merito all’argomento, furono rese note solo 230 parole sulle oltre 2700 e omesso il passaggio seguente:

“Le affermazioni che i minori palestinesi sono stati oggetto di tecniche di interrogatorio che includono percosse, periodi prolungati in manette, minacce, calci, insulti, umiliazioni, l’isolamento e la privazione di sonno sono del tutto prive di fondamento.”

le pietre non sono “innocui sassetti”

Come Honest Reporting noto’, la Sherwood omise completamente le motivazioni per le quali i ragazzi erano stati arrestati:

Il reclutamento da parte delle organizzazioni terroristiche … coinvolgimento in attentati suicidi, lanci di molotov, lanci di pietre e di granate, uso di esplosivi, autobombe, trasferimento di armi, sequestro di persona, lancio di razzi, così come aggressioni e omicidi.

La Sherwood e con lei tutta la stampa di propaganda che ha continuato a utilizzare il suo articolo per accusare Israele, si è guardata bene dal domandarsi se forse l’abuso non sia utilizzare adolescenti e bambini per tecniche di guerriglia, spingerli a uccidere e rischiare di farsi uccidere, condannarli fin dai primi anni di vita a un’esistenza da terorristi. No, questo non ha sfiorato minimamente la Sherwood. Non si è chiesta chi fossero, ad esempio, le famiglie di questi ragazzi, i loro parenti, e che ruolo possano aver avuto nello spingerli ad attività che non dovrebbero aver nulla a che fare con adolescenti.

Amir Ofek, addetto stampa per l’Ambasciata di Israele a Londra, ha avuto la possibilità di rispondere sul blog del The Guardian, “Comment is free”, dopo pochi giorni dall’articolo della Sherwood. Ofek, ha fortemente smentito le accuse secondo le quali la tortura e l’umiliazione dei palestinesi sospettati era lecita, e ha negato categoricamente che “l’isolamento sia usato al fine di indurre una confessione” . Tutto questo, ha sostenuto, mina gravemente la veridicità della relazione del Guardian.

La Sherwood ha scelto, ovviamente, la linea “emotiva” nel suo articolo, tralasciando correlazioni importanti:

Hakim Awad, 17 anni, è un minore, ad esempio. Nel marzo scorso lui e il suo cugino di 18 anni, Amjad, hanno brutalmente assassinato la famiglia Fogel mentre dormiva. Nessuna pietà hanno dimostrato per Hadas, di tre mesi, i suoi due fratelli (di età compresa tra quattro e 11 anni) e per i loro genitori. La scena del crimine, compresa la testa mozzata di uno dei bambini, ha lasciato anche il più navigato degli agenti di polizia devastato. I due hanno orgogliosamente confessato i delitti, e non hanno mostrato alcun rimorso successivo.

Tra il 2000-04, 292 minori hanno preso parte ad attività terroristiche … Ismail Tsabaj, 12, Azi Mostafa, 13 anni, e Yousuf Bassam, 14, sono stati inviati da Hamas in una missione agghiacciante, simile a quella che coinvolse i Fogels, con l’obiettivo di penetrare in una casa ebraica di notte e macellare una famiglia nei loro letti. In questo caso, l’IDF fortunatamente li fermo’ in tempo.

Il disinteresse della Sherwood per le conseguenze di queste azioni compiute da minori è sconcertante: nemmeno una parola su Yehuda  Shoham, che non ha mai raggiunto l’età di molti di questi minori, ucciso dai lanci di pietre, a cinque mesi. Nulla su Yonathan Palmer, che non ha mai raggiunto il suo secondo compleanno, e fu ucciso insieme al padre Asher (non ancora trentenne) dalle pietre  scagliate contro la loro auto.

Yonathan Palmer, ucciso dai tiri di pietre insieme a suo padre Asher

Scrive Sherwood: “A seguito della detenzione, molti bambini presentano sintomi da trauma: incubi, sfiducia negli altri, paura del futuro, sentimenti di impotenza e di inutilità, comportamento ossessivo compulsivo, bagnano il letto, sono aggressivi, mancano di motivazione.”

Questo è cio’ che preme alla Sherwood fare sapere. Non sono importanti né le sofferenze che questi adolescenti hanno inflitto, né il domandarsi se un ragazzo manipolato, utilizzato per commettere atrocità, le avesse già alcune turbe comportamentali, se già soffrisse di incubi, se già mancasse di motivazione e fosse sfiduciato.

Yehuda Shoham, ucciso

Perché parliamo di un articolo ad un anno e più di distanza? Perché la propaganda di odio nei confronti di Israele è convinta di rivolgersi a chi è di memoria corta. Cosi’ il giornale on line “Controlacrisi-il quotidiano on line che libera l’informazione” (sigh) pubblica il 31 maggio un estratto dell’articolo della Sherwood (ovviamente senza link all’articolo originale) come fosse attualità. La sua “fonte” è Ivicta Palestina, un’associazione calabrese che ripercorre ancora la narrativa della “pulizia etnica” , e che non giudicando abbastanza forte l’articolo della Sherwood, aggiunge che “I bambini hanno testimoniato di essere sessualmente abusati dagli interroganti e minacciati di sodomia con un oggetto”.

I “bambini” che hanno collaborato all’articolo della Sherwood

E cosi’ il cerchio si chiude: ancora una volta gli israeliani (non scriviamo Ebrei perché potrebbero accusarci di “vittimismo”, ma è chiaro che non sono gli arabi israeliani né i cristiani ad essere sotto accusa) imprigionano i “bambini”, li “mangiano”, abusano sessualmente di loro, disintegrano la loro splendida, serena, innocente fanciullezza.

Chissà come commentano i calabresi di Palestina Invicta i minorenni che per divertimento, da alcuni anni, lanciano pietre dai cavalcavia, rischiando o facendo vittime innocenti. Chissà che ne pensano dei due ragazzetti di 14 e 15 anni che hanno rischiato di provocare una tragedia in Sardegna, i sei minorenni di Albano, i tre di Benevento e le decine di altri. Chissà che ne pensano della Cassazione penale che ha stabilito:

Cassazione Penale Sez. I del 25 gennaio 2005 n. 5436

La condotta del lancio di sassi da un cavalcavia dell’autostrada è sorretta da dolo omicidiario diretto, qualora sia univocamente diretta a colpire le auto che transitano nella sottostante autostrada ed a creare, di conseguenza, il concreto pericolo di incidenti anche mortali. È pertanto configurabile in tale condotta il delitto di tentato omicidio, quando l’evento non si verifichi solo per cause indipendenti dalla volontà dell’autore. Il lancio di sassi dal cavalcavia di un’autostrada costituisce un’azione sorretta da dolo diretto, o al più alternativo, e non già eventuale, con la conseguenza che essa integra gli estremi del delitto di tentato omicidio, a nulla rilevando che il reo non conoscesse la vittima ovvero non potesse vedere i veicoli in transito nella strada sottostante….

Come avranno commentato in questo caso? So’ criaturi?

Articolo di riferimento QUI

Mickey Mouse al veleno

La televisione si chiama “Al Aqsa TV”; è quella di Hamas. La ricorrenza è il sesto anniversario della trasmissione “Pionieri di domani“, un programmo destinato ai bambini, inaugurato nell’aprile 2007. I personaggi principali del programma sono Farfur, un Mickey Mouse in salsa terrorista, e Saraa, una ragazzina. Il programma insegna ai bambini di Gaza a pregare , spiega i benefici del consumare latte ogni giorno e propaga l’odio per Israele e gli Stati Uniti, nonché la necessità e i meriti della jihad.

Farfur parla di Israele come “l’occupazione sionista di fronte alla quale i bambini di Gaza devono sollevarsi”

“Oh Gerusalemme, stiamo arrivando. Oh Gerusalemme, è il momento della morte. Oh Gerusalemme, non ci arrenderemo mai di fronte al nemico, e non saremo mai umiliati. E’ la nostra amata Palestina che ci insegna come dobbiamo essere. E’ lei che ci insegna a essere soldati del Signore».

Le genti sono salde, mentre cantano questo per voi…. La loro risposta è un AK-47. Noi che non conosciamo la paura, siamo i predatori della foresta”, Farfur canta cosi’, mentre mima il lancio di una granata e lo sparo di un fucile. La trasmissione non passo’ inosservata e fu ritirata dai palinsesti, lasciando il posto a nuovi programmi.

Ma come separarsi da Farfur? Non poteva essere in modo banale! Ecco allora che nella sua ultima apparizione, questo Mickey Mouse avvelenato diventa martire. Alla fine dell’ultima trasmissione, Saraa, la “spare partner” di Farfur annuncia:

“Si’ miei cari bambini, abbiamo perduto il nostro caro amico Farfur. Farfur è morto da martire, difendendo la sua terra, la terra dei suoi antenati e dei suoi padri. E’ stato ucciso per mano dei criminali, degli assassini, assassini di bambini innocenti. Gli stessi che hanno ucciso Iman Hijo, Muhammad Al-Dura, e tanti altri. “

E quindi: come insegnare ai vostri bambini a ammazzare gli Ebrei in modo ludico!

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Pallywood e la pornografia della morte

Che il mondo si stia svegliando? Che non solo gli “addetti ai lavori”, quei volonterosi che pervicacemente si impegnano a smascherare i falsi della propaganda anti-israeliana, comincino a prendere atto che non tutto cio’ che i media impongono è la verità? Certo è che nell’affrettarsi a manipolare le informazioni degli ultimi scontri Hamas/Israele, Pallywood ha esagerato! Avendo a disposizione le migliaia di vittime siriane, vittime che hanno interessato MOLTO meno i media del mondo, l’industria del falso ha creduto di poter disporre impunemente di morti e feriti da spacciare per palestinesi, confidando forse nel pregiudizio mondiale secondo il quale Israele è IL colpevole, sempre. Cosi’, a poche ore dall’inizio degli scontri, la BBC ha subito mandato in onda un video che si è poi rivelato un vero e proprio boomerang: “la resurrezione dell’uomo in giacca marrone“. Quello che era un morto portato a braccia, mezz’ora dopo apriva una porta, in perfetta salute.

Un evergreen questo delle resurrezioni miracolose in “Terrasanta”; ce ne era già stata una nel 2002

Falsi, come la foto apparsa su Facebook al quinto giorno degli scontri e che ha suscitato una raffica di commenti contro Israele. Un sito di notizie arabo chiamato Al Arab news ha pubblicato, il  18 novembre, la foto di una famiglia ‘massacrata’ a Gaza, sulla sua pagina Facebook. La didascalia in arabo si traduce approssimativamente “la famiglia martire massacrata a Gaza…”

Grazie al lavoro di indagine di Tazpit News Agency, si è trovato che la foto era stato originariamente pubblicata su un sito di notizie con sede a Dubai, Emirati Arabi Uniti, Moheet, un mese prima, il 19 ottobre. Sul sito Moheet, la foto è titolata “Siria uccise 122 persone, venerdi’ … Assad ha usato bombe a grappolo”. QUI

La foto vera

Falsi, come questa foto che le Brigate Al Qassam hanno spacciato per quella di una vittima palestinese (eh si’, anche le Brigate al Qassam possono stare tranquillamente su Twitter!), ripresa da molti giornali arabi e che invece si riferiva ad un incidente avvenuto a Assiut, Egitto, nel quale morirono, nello scontro tra uno scuolabus e un treno, 47 bambini.

Fra l’altro, questa stessa foto è stata ANCHE utilizzata da gruppi di sostegno ai “ribelli” siriani, che l’hanno attribuita all’esercito di Assad! L’Huffington Post italiano, di Lucia Annunziata ci ha creduto.

False, come questa foto di un uomo che piange la morte della sua giovanissima moglie e del suo figlioletto.I “pacifisti” dell’ISM l’attribuiscono all’IDF e fanno diventare palestinesi le vittime, ma si tratta di Fatima Mohammed Khusruf e del suo bambino,  Abdul Majed Al-Qaseem, Homs – Eastern Al-Bweda Siria, 4-9-2012

Falsi, come la foto della povera Maria Yossef Arafat che un giornalista di Gaza, naturalmente, fa diventare palestinese post-mortem, ma che era siriana, uccisa a Aleppo, durante un bombardamento dell’aviazione siriana

Falsi, come la foto che la pagina “Restiamo Umani“, ispirata al creatore del motto, Vittorio Arrigoni, ha pubblicato il 4 aprile 2012 con la didascalia:

Muore Asil: aveva 4 anni, gravemente ferita dai militari israeliani mesi fa – Al-Quds (Gerusalemme) – Asil Ara’ra, bambina di palestinese di 4 anni, è deceduta ieri in seguito alle gravi ferite da arma da fuoco provocate dai soldati israeliani. La bambina era stata ferita a fine ottobre e, da allora, era stata ricoverata all’ospedale di Ramallah, per essere trasferita in una struttura di al-Quds (Geursalemme). Al momento del ferimento, Asil stava giocando in un’area adiacente ad un campo miltare israeliano, su terra palestinese occupata ad ‘Anata, nei pressi di Gerusalemme. All’improvviso un proiettile di mitragliatrice le aveva trafitto il midollo spinale provocandole la paralisi degli arti inferiori. La famiglia chiede l’apertura di un’indagine sull’accaduto; quel giorno, i militari israeliani bloccarono l’ambulanza sulla quale si trovava, sanguinante, la bambina. Alla madre, i militari israeliani vietarono di accompagnarla perché “sprovvista di un permesso (israeliano) per entrare a Gerusalemme”. – InfoPal.it –

Notizia completamente inventata, a uso e consumo dei detrattori di Israele. La bambina era yemenita.

E ancora, e ancora e ancora…. E’ la guerra infinita, la “pornografia della morte” , come ben l’ha chiamata Richard Landes. Quando finirà? Quando sarà che il mondo si ribellerà a questo macabro utilizzo di cadaveri da parte dei media?

Come ti creo il “dramma”: la mediatizzazione di una conflittualità

Nel mondo della comunicazione moderna le immagini hanno assunto un valore di gran lunga superiore a quello delle parole. L’immagine colpisce, parla, a volte aggredisce. Come succede quando guardiamo un film, le immagini immedesimano lo spettatore nella vicenda, da mero spettatore lo eleggono a “testimone”. “E’ vero perché ho visto la foto! Ci sono le foto”. Ma le foto, quelle immagini che ci invadono e danno volti a conflitti lontani, rappresentano cio’ che vogliono rappresentare, non la realtà dell’evento. Mostrano una piccola porzione del fatto, quella scelta per “comunicare”. Ruben Salvadori ha pubblicato un video in cui dimostra quante siano le fotografie di guerra che vengono falsificate. Salvadori, 22 anni, doppia laurea in Relazioni Internazionali e Antropologia/Sociologia alla Hebrew University di Gerusalemme, Israele. Esposto a molte culture diverse fino dall’infanzia, Ruben usa la fotografia come strumento per soddisfare la sua curiosità nel campo dell’antropologia.

Sperimentando sia con foto che video, la sua ricerca visuale spazia da antichi rituali e culture che stanno scomparendo alle dinamiche di gruppi moderni della società e i suoi stigma. Ruben è stato direttore della fotografia del film documentario “Inside Jerusalem” e sta ora producendo un documentario multimediale sull’antico rituale di flagellazione dei Vattienti oltre a continuare la sua carriera fotografica. Il suoi lavori sono stati pubblicati su vari giornali e piattaforme di notizie in Israele, Stati Uniti, Korea, Arabia Saudita, Austria, Germania, Italia, Polonia, Bulgaria. Il suo progetto “Dietro le quinte del fotogiornalismo” è stato selezionato dall’agenzia Israeliana Flash90 per una pubblicazione poi presentata al festival Visa Pour l’Image a Perpignan. Ha vissuto in Italia, Stati Uniti e Israele; parla italiano, inglese, ebraico e spagnolo. Il suo progetto, Photodreaming, dietro le quinte del fotogiornalismo parte dall’assunto che l’industria mediatica richiede immagini strettamente drammatiche, costringendo i fotogiornalisti a cercare drammaticità nei loro soggetti anche quando non c’è.

Il nocciolo del discorso che il bravissimo Ruben Salvadori ha evidenziato è il seguente: la presenza del fotografo influisce sempre e comunque sull’azione, sia solo per il suo effettivo essere sulla scena, sia per l’attrezzatura che porta addosso (maschera antigas, almeno due fotocamere, elmetto, ecc…) il che trasforma la situazione in un vero e proprio set, in uno show, in cui il fotografo stesso diventa a suo malgrado un attore.

Ruben si è chiesto il perché di questa situazione e giunge ad una conclusione: il mercato fotografico richiede fotografie d’effetto, drammatiche, intense e se la situazione non ha queste carattaristiche, il fotogiornalista è costretto a crearle. In questo modo si rompe il tabù del fotografo invisibile che non deve influenzare la scena che riprende, che è il cardine di tutta la fotografia di reportage. Naturalmente quello che ci siamo abituati a chiamare “il conflitto israelo-palestinese” non poteva restar fuori da questa triste legge di mercato, ma al contrario, per il suo perdurare negli anni, per le implicazioni geopolitiche e morali, per la “partigianeria” da stadio che scatenano le due parti conflittuali, offre materiale a iosa da poter manipolare a piacimento. Ruben Salvadori ha scelto di fotografare il backstage di una scena che si ripete ogni venerdì a Silwan, un sobborgo di Gerusalemme. I ragazzi palestinesi improvvisano dei blocchi stradali e decine di fotografi sono pronti a immortalarli: vengono ritratti con il viso coperto e circondati dal fumo, e sembrano coinvolti in scontri violenti con i militari israeliani. Ma spesso la realtà è abbastanza diversa. Salvadori ci dice “open your eyes”, ma ne siamo ancora capaci? O l’industria dell’immagine ha già completamente manipolato la nostra capacità di vedere oltre il “guardare”?

Prendiamo ad esempio questa foto, pubblicata dall’Indipendent il 21 Giugno 2010, e poi circolata freneticamente in rete, che illustrava l’articolo: “Blair sollevato dall’offerta israeliana di allentare il blocco di Gaza”. Che cosa evoca a “colpo d’occhio” questa foto? Bambini dietro le sbarre, bambini incarcerati. Una delle accuse “favorite” da chi vuole accusare Israele. Ma è proprio questa la realtà della foto?

Ma la sequenza delle foto, il backstage di cio’ che vuole essere evocato con l’immagine singola, rivela anche altro

Non bambini imprigionati, non “i bambini di Gaza” che chiedono la cessazione del blocco, ma un piccolo gruppo di persone, ad un cancello della zona industriale di Gaza, con i loro cartelli ben scritti in inglese corretto da posizionare tra le sbarre, per dare l’impressione di una protesta inscenata all’interno di un carcere. La stessa tecnica di ripresa dal basso e di lato è impiegata per dare l’impressione che in realtà vi siano più persone coinvolte, rispetto alla realtà.

Sbarre e fili spinati sono un tema comune utilizzato dai “manipolatori della realtà”

E le donne e i bambini sono, ovviamente, i soggetti più “sfruttati”

“Ruben, il tuo video descrive le caratteristiche della foto ideale per gli editor. Puoi dirci qualcosa su questo? Come funziona? Come influenza il contenuto delle foto? ”Salvadori: “Più precisamente, il mio progetto descrive le caratteristiche della foto ideale per il mercato dei media, che va da chi produce l’immagine, fino al visualizzatore. Ciò che da noi (fotogiornalisti, editori, enti pubblici) ci si aspetta è il produrre una fotografia “drammatica”, che semplifichi concetti complicati in un singolo fotogramma. Al fine di abbattere una situazione complessa in solo una foto, siamo costretti a utilizzare stereotipi.

I media non hanno tempo, tutto deve essere immediato, e gli stereotipi fanno il loro lavoro. Ma l’obiettivo principale del mio progetto è il fatto che il mercato si aspetta di produrre immagini molto forti. E ‘un mercato molto competitivo nel quale dobbiamo costantemente confrontare il nostro lavoro con altri professionisti e quindi dobbiamo produrre immagini che siano in accordo con le scelte di altri fotografi, non del pubblico in generale.

Il modello “drammatico” è promosso dai più alti standard della professione, se si dà un’occhiata ai premi più importanti del settore, infatti, si vedrà come essi promuovono la ricerca della tragedia. Prendete l’attuale vincitore del Premio Pulitzer della sessione di fotografia “ultime notizie”per esempio, il quale afferma chiaramente che il vincitore è stato scelto per “il ritratto di dolore e disperazione” ripreso più da vicino (sito del Premio Pulitzer) o il vincitore nel 2009 per le sue “provocatorie, impeccabilmente composte immagini di disperazione “(ibid.).”

“Cosa c’è di sbagliato se gli editori chiedono a un fotografo alcuni tipi di immagini? Qual è la linea tenuta?” Salvadori: “Non credo sia l’editor che chiede al fotografo un’ immagine drammatica. Il fotografo cerca il dramma automaticamente. Ciò è problematico perché molti di noi tendono a drammatizzare situazioni che drammatiche non sono affatto, come si vede in molti dei casi indicati nel mio progetto. Ciò che ne deriva è una percezione del conflitto in qualche modo distorta dalla gravità reale degli eventi. Inoltre, la necessità di velocità nel processo di produzione delle immagini non permette al fotografo di comprendere a fondo ciò che sta fotografando ad un livello intimo. A causa della mancanza di tempo, dobbiamo fare affidamento su una comprensione superficiale della manifestazione e delle sue dinamiche, e questo crea immagini che non sono ben radicate in un contesto significativo.”

“Collusione è la parola giusta per descrivere l’interazione tra i fotografi e i lanciatori di pietre?” Salvadori: “È chiaro che la presenza dell’uno è conveniente per l’altro. Hanno bisogno di noi per mandare il loro messaggio. Mentre ci sono spesso tensioni tra i fotografi e le forze israeliane che cercano di tenerci lontano dalla scena, è molto raro vederle tra fotografi e rivoltosi. Sarebbe contro il loro interesse rivoltarsi contro di noi e, d’altra parte, noi abbiamo bisogno della loro presenza per documentare i disordini, è reciproco. Non vorrei definire questo collusione, o collaborazione, in quanto cio’ non avviene in un modo attivo e diretto, ma credo che entrambi abbiamo un ruolo nel gioco degli interessi dell’altro.

Questa è la differenza principale tra il fotogiornalismo e fotografia documentaria: il primo è una raccolta rapida di notizie, mentre il secondo è una ricerca profonda all’interno dell’essenza di un argomento. Purtroppo non c’è più business nel mondo fotogiornalistico, e non possiamo permetterci di perdere tempo e denaro per sviluppare un reportage in profondità, che è anche più difficile da vendere rispetto ai singoli, spot delle immagini drammatiche.”

“Che cosa dovrebbe fare un fotografo quando è chiaro che la sua presenza sta influenzando le azioni delle persone che ha in “copertura”? ”Salvadori: “Prima di tutto un fotografo ha bisogno di realizzare questo. Stai dando per scontato, come ho fatto anche io, che tutti i fotografi siano consapevoli che la loro presenza ha un’influenza in qualche misura nel corso degli eventi, ma si tratta di un presupposto sbagliato. Sono rimasto scioccato sentendo quanti fotografi erano del tutto sicuri che vederci arrivare sul posto “confezionati”, portando caschi, maschere antigas e una media di due telecamere grandi ciascuno, non avesse avuto alcun effetto sulle parti in conflitto.

Penso che questo sia il più importante (primo) passo da raggiungere: la comprensione che abbiamo un impatto su ciò al quale assistiamo, per la semplice ragione che siamo lì (lasciamo anche stare tutte le nostre attrezzature, sto parlando di essere lì come qualsiasi persona, non necessariamente nei panni del fotografo).

Questo è il concetto basilare che molti altri campi hanno già assunto tempo fa; guardate l‘”effetto osservatore” in fisica, secondo il quale una situazione non può essere assistita senza cambiarla in una certa misura, o nell’Antropologia del 1900 che ha da tempo capito quanto non è possibile osservare un’altra cultura senza avere un’influenza su di essa. E ‘tempo che anche noi realizziamo questo. Siamo qui, siamo parte dello spettacolo proprio come qualsiasi altro, prendiamo foto.Riconoscere questo è la cosa più importante che un fotografo può fare al riguardo. Dobbiamo essere consapevoli del fatto che non possiamo cercare il sogno utopico di documentare una realtà oggettiva. Non vi è nulla di simile, e abbiamo bisogno di saperlo. Ogni fotografia è una interpretazione di qualche tipo e ogni volta che si assiste ad un evento siamo parte di esso in una certa misura. Potremo non lanciare pietre o sparare gas lacrimogeni, ma questo non significa che siamo entità invisibili che non alterano la scena.

Il passo successivo non riguarda il fotografo. Ha bisogno di continuare il suo importante lavoro di documentare gli eventi, non possiamo fare a meno di lui. Il passo successivo deve essere del pubblico, che in generale è pigro e spesso non pensa più di quanto viene mostrato. Il pubblico ha bisogno di avvicinarsi alle fotografie con una visione critica, essendo a conoscenza del modo in cui è stata prodotta l’immagine, controllo della fonte, confronto con gli altri.Non sto puntando il dito accusatore contro i fotografi, questo sarebbe ipocrita dato che lo sono io stesso, e mi rendo conto del fatto che lavoro secondo gli stessi standard del mercato. Non sto dicendo che sono meglio di altri, come alcuni hanno frainteso. Quello che sto cercando di fare è di educare il pubblico ad essere un osservatore attivo, non ho l’obiettivo pretenzioso di cambiare il gigante intero dei Media.

Sono anche consapevole del fatto che con questo progetto si pongono tanti interrogativi che ho poi lasciato senza risposta. Credo che il discorso etico in tutto il mondo del fotogiornalismo sia in una fase primordiale e che sia ancora presto per trovare tutte le risposte, perché abbiamo prima bisogno di porre le domande giuste. Questo è ciò che cerco di fare.” “Che tipo di reazione hai avuto da parte dei fotografi che lavorano a questi scontri? Salvadori: “Ci sono state reazioni diverse a seconda dei fotografi. Ad alcuni è piaciuto molto il progetto e mi hanno sostenuto con grande supporto, mentre altri erano fortemente contrari. Voglio far notare che alcune delle fotografie sono state inizialmente caricate su Internet con una didascalia generale unica per tutti gli shot. Poiché il messaggio che stavo cercando di inviare è al di là del contenuto del frame singolo, sono stato fortemente criticato per aver l’atto professionale di usare la stessa didascalia generale per più fotogrammi.

“Tu affermi che noi influenziamo gli eventi, quindi è necessario mostrarlo nella fotografia” è stato uno dei commenti che ricordo, “mostra il fotografo che dice a un ragazzo di posare per la macchina fotografica”. Ciò è chiaramente mancare il punto, influenzare un evento non significa attivamente manipolarlo. Altri dicevano che le fotografie non sono gran che, che chiunque avrebbe potuto prenderle. E questo era uno dei miei obiettivi: la produzione di non-drammatiche e super “estetizzate” fotografie. Ma molti sostengono che una foto senza dramma faccia un po ‘vignettatura, sia solo un altro “quadro Facebook”….

 

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