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B’tselem, come promuovere una non-notizia

Una giornata qualsiasi; un fatto che fosse successo in un’altra parte qualsiasi del mondo non avrebbe di certo avuto nessuna eco. Ma è successo in Israele e questo cambia tutto. Un bambino palestinese di cinque anni fa quello che gli hanno insegnato essere cosa buona e giusta: tira sassi ai soldati israeliani.

Che fanno i soldati? Portano bimbo e padre in caserma, prendono il nome del padre e lo consegnano all’Autorità palestinese che gli eleverà una multa. Stop. Fine della non-storia. Ma appunto, cioè che non varrebbe la pena di raccontare altrove, se interessa Israele diventa un caso mondiale. Oggi, 12 luglio 2013, su tutti i giornali e blog on line compare la notizia dal titolo: soldati israeliani arrestano bambino di cinque anni, dando ovviamente la stura a commenti che avrebbero fatto la gioia di Hitler.

Non mi interessa ripetere ancora una volta che le pietre uccidono e sopratutto che insegnare ai primi figli l’odio uccide ogni speranza di pace; è stato già fatto, anche in questo blog. Vorrei invece soffermarmi su B’tselem, questa Ong israeliana i cui aderenti girano per i Territori con la telecamera a tracolla, pronti a filmare (e in alcuni casi a provocare) i terribili “abusi” dell’esercito israeliano. Chi sono? Dalla loro pagina leggiamo:

B’Tselem – Il Centro di informazione israeliano per i diritti umani nei territori occupati è stato fondato nel febbraio 1989 da un gruppo di eminenti accademici, avvocati, giornalisti e membri della Knesset. Si sforza di documentare ed educare l’opinione pubblica israeliana e i politici circa le violazioni dei diritti umani nei territori occupati, la lotta contro il fenomeno della negazione diffusa tra l’opinione pubblica israeliana, e contribuire a creare una cultura dei diritti umani in Israele…. B’Tselem è indipendente ed è finanziato da contributi di fondazioni in Europa e Nord America che supportano l’attività dei diritti umani in tutto il mondo, e da privati ​​in Israele e all’estero.

Curiosamente se andiamo a leggere la loro pagina “Donors” o se cerchiamo i nomi dei loro supporters su Wikipedia, la Ford Foundation non compare mai. Il nome Ford compare solo di sfuggita come “New Israel Fund”. La Ford Foundation è quell’organizzazione che fu creata da Henry Ford, nel 1936. Henry Ford ebbe un posto di rilievo nella diffusione delle dottrine antisemite e razziste in America ed Europa, ed in particolare dell’ideologia nazista.  “L’ebreo internazionale” da lui scritto nel 1920, pubblicato con il titolo completo “The International Jew, the World’s Foremost Problem” (in italiano L’ebreo internazionale, il problema più importante del mondo) da The Independent Dearborn, un settimanale antisemita di estrema destra, controllato da Ernest Liebold, segretario privato di Henry Ford, è una corposa opera in quattro volumi, dai forti toni antisemiti, che fu tradotta in sei lingue, tra le quali il tedesco, ed ebbe grande apprezzamento da parte di Adolf Hitler, che ne fece una delle principali fonti di ispirazione per la dottrina nazista. Nel suo Mein Kampf, Hitler cita testualmente diverse parti del libro di Henry Ford.

Henry Ford riceve l’onoreficienza nazista “Ordine dell’Aquila tedesca” 

L’imprenditore americano ed il dittatore tedesco, uniti da reciproca ammirazione, diedero corso ad iniziative comuni di ordine finanziario e industriale. Nel 1938, per i grandi meriti riconosciuti dalla Germania nazista, Henry Ford fu insignito con l’Ordine dell’Aquila Tedesca. Questo il retroterra del fondatore della Ford Foundation. E attualmenteLa Fondazione Ford eroga circa 500 milioni di dollari all’anno attraverso 13 uffici in tutto il mondo, in decine di paesi. Ogni anno, la Fondazione, con una cifra stimata di 10 miliardi di patrimonio, elargisce circa 2.500 premi nei campi dell’arte, dell’educazione, dello sviluppo e della giustizia sociale. Per far questo Ford esercita la globalizzazione come farebbe una multinazionale commerciale, per mezzo di un’abile tessitura di movimenti di denaro, dentro e fuori dei suoi uffici e verso i destinatari, in una complessa rete di finanziamenti. Ma il prodotto della Fondazione Ford non è commerciale – è filantropico. La parte maggiore di tale spesa filantropica annua è dedicata a ciò che è definito “i diritti umani e la giustizia sociale” – cioè non i tradizionali programmi di aiuto, ma per difesa legale, attivismo, e “agit prop”.

Non è semplice verificare quanti soldi della Fondazione Ford siano investiti nella propaganda anti-israeliana e nei gruppi di pressione palestinesi, nonché nelle organizzazioni non governative o ONG. Questo perché sostanziosi fondi e programmi di incentivi sono canalizzati anche attraverso altri gruppi no profit e agenzie governative, anche all’estero. Ad esempio, la relazione annuale 2002 dell’Advocacy Institute, con sede a Washington definisce la rete delle ONG palestinesi, o PNGO , “partner”.

Nel febbraio 2003, l’Advocacy Institute, porto’ un gruppo di colleghi PNGO a Washington in un programma finanziato dalla Ford “per rafforzare la capacità di advocacy delle PNGO” Il programma comprendeva “sviluppo del messaggio, costruzione della coalizione, media”, così come “l’accesso e la persuasione di decision maker“, secondo una dichiarazione che è apparsa a metà agosto alla pagina web dell’Istituto. I Dati Ford indicano che la fondazione nel 2000 ha concesso all’Advocacy Institute 180.000 $ “per rafforzare il ruolo di una rete di ONG palestinesi.” I fondi per PNGO sono stati conteggiati nei “doni” della fondazione negli Stati Uniti, non in quelli dell’ufficio del Cairo.

Solo un anno più tardi, nell’agosto del 2001, PNGO fu uno dei principali gruppi che spinsero per le risoluzioni anti-israeliane in occasione della Conferenza UN-World contro il razzismo a Durban, in Sud Africa. Di sicuro c’è che Ford ha concesso diversi milioni di dollari americani a gruppi “pacifisti” ebrei e israeliani. Per esempio, Ford in passato ha concesso 500 mila dollari al programma di pace in Medio Oriente dell’American Reform Judaism mouvement, noto come “cercare la pace, perseguire la giustizia”, che cerca di mobilitare la comunità ebraica americana del Nord per la giustizia sociale in Israele. Ford finanzia anche diversi gruppi di dissidenti e per i diritti umani, basati in Israele. L’elenco comprende B’Tselem, Rabbini per i Diritti Umani, e Hamoked. B’Tselem attualmente riceve 250.000 dollari per quello che le relazioni della Ford descrivono come “monitoraggio dei diritti umani in Cisgiordania e Striscia di Gaza, che documenta le violazioni, e sostiene le politiche per i cambiamenti”.

La Fondazione Ford finanzia anche a Washington il New Israel Fund per le sue attività di sostegno e promozione per il cambiamento sociale in Israele. Dal 1988, la Fondazione Ford ha fornito più di 5 milioni di dollari al New Israel Fund, una coalizione di israeliani, nordamericani e di europei che promuove i diritti umani e la giustizia in Israele. Ford ha appena annunciato di voler aumentare il finanziamento ai “gruppi di pace e giustizia sociale” in Israele, attraverso il New Israel Fund con una concessione $ 20.000.000 per cinque anni, amministrato da una joint venture Ford-NIF.

La Ford Foundation finanzia anche l’ISM, una delle organizzazioni più ferocemente anti israeliane esistenti, che recluta i suoi attivisti principalmente nei campus americani e li addestra a trasformarsi in “scudi umani”, nonostante la pratica sia unanimamente condannata. Come B’tselem, l’Ism si definisce “indipendente e pacifista” ma non esita a incitare apertamente alla violenza. Il suo sito web afferma che riconosce “il diritto palestinese a resistere alla violenza israeliana e l’occupazione tramite legittima lotta armata”. Il 25 aprile 2003, il fondatore della Ong ha ospitato un gruppo di 15 persone nel suo appartamento. Inclusi in questo gruppo erano Mohammad Asif Hanif e Omar Khan Sharif, cittadini britannici. In seguito hanno partecipato a varie attività programmate dall’ ISM. Cinque giorni dopo, i due hanno eseguito un attentato suicida in un pub popolare accanto all’ambasciata americana a Tel Aviv, frequentato da personale dell’ambasciata. Hanif e Sharif erano entrati in Israele con il pretesto di essere “attivisti per la pace” e fare “turismo alternativo” – forse un riferimento al precursore dell’ISM, il “Gruppo turistico alternativo” (Andrew Friedman, “I Partigiani “neutrali “,” The Review, luglio 2003). ISM nega la responsabilità delle azioni dei kamikaze britannici.

Attivisti Ism, abbigliati come “coloni” israeliani, insieme a terroristi della Brigata Al Aqsa

I “report” di B’tselem si basano spesso su “percezioni“, presentate pero’ come fossero prove. Dato l’impatto mediatico che hanno, riescono ad infondere in chi legge la convinzione di star riportando notizie, mentre invece si tratta di congetture senza prove. Come successe per il rapporto di 30 pagine che redassero, in occasione dell’operazione Pillar of defense, divulgato nel maggio 2013: Violazioni dei diritti umani durante l’operazione Pillar of defense”. Il comunicato stampa affermava  che il “rapporto solleva sospetti che i militari abbiano violato il diritto internazionale umanitario (DIU).” Ma queste accuse non vengono dimostrate nella relazione; al meglio, esse sono il risultato di congetture, come B’Tselem stessa riconosce nella relazione. Inoltre, la pretesa di distinguere tra morti civili e combattenti in questa relazione, come in quelle del passato, si basa su definizioni manipolate e speculazioni;  l’applicazione di norme giuridiche esistenti comporterebbe conclusioni molto diverse. Il testo della relazione riflette chiaramente limitate informazioni disponibili – in gran parte “interviste oculari” (anche via telefono) a Gaza, la cui accuratezza non può essere verificata in modo indipendente. Così, dopo aver presentato le accuse, il rapporto afferma: “Tuttavia, i mezzi a disposizione di B’Tselem sono troppo limitati per stabilire se l’esercito israeliano ha agito in conformità con la legge.”

Questo è un cambiamento molto significativo e di riconoscimento da B’Tselem rispetto a quanto sostenuto nella relazione 2009 sul conflitto di Gaza precedente (e poi ripetuto nel Rapporto Goldstone screditato). Tuttavia, come notato sopra, il riferimento a tale limitazione metodologica di centrale importanza,  non è menzionato nel comunicato stampa.

Non è un caso raro e isolato, in pratica ogni rapporto di B’tselem è incentrato sulla falsificazione e distorsione dei dati,  sul suo sostegno alle organizzazioni politiche guidate ideologicamente, sulla denigrazione degli israeliani, e su fatti riportati in maniera strumentale, fatti apposta per attirare risposte emozionali. Come fu per il rapporto “East Jerusalem: six voices” del 2011. I bambini, ovviamente, sono i soggetti preferiti da trattare. Il 20 Marzo 2013, B’tselem diffondeva un altro video che trattava di “bambini arrestati“:

La didascalia al video diceva:

B’Tselem questa mattina ha urgentemente contattato il Legal Advisor dell’esercito  per la Giudea e Samaria, chiedendo il suo intervento di emergenza per quanto riguarda la detenzione di numerosi bambini, tra cui alcuni di 8 e 10 anni, arrestati dai militari israeliani questa mattina a Hebron. Le informazioni preliminari ricevute questa mattina indicano che i soldati hanno arrestato oltre venti minori che si recavano a scuola. Circa dieci di loro sono stati rilasciati. Il video è stato girato da un attivista internazionale.

Ma il video che B’tselem diffuse mostrava solo una parte di cio’ che era successo: i ragazzi stavano lanciando pietre, NON stavano recandosi a scuola e il video completo era un po’ diverso

Cio’ che B’tselem non mostra mai sono gli effetti di questi “lanci di sassi”. Questa è la vettura dove persero la vita Asher Palmer e suo figlio di un anno, colpiti da pietre e finiti fuori strada

Al 31 Marzo 2013, erano stati già registrati 1195 incidenti per lanci di pietre. E le pietre uccidono

La letteratura in merito a B’tselem è vasta, e forse anche molto più interessante di una non-storia.

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La prigione di Al Jalame, ovvero: dell’ipocrisia del The Guardian

Il 22 febbraio 2012 Harriet Sherwood del The Guardian ha pubblicato un articolo in merito alla prigione israeliana di Al Jalame, denunciando i maltrattamenti che vi avverrebbero ai danni di minorenni ivi rinchiusi.

“bambini” che lanciano pietre

L’articolo della Sherwood si baso’ sulle informazioni fornite dalla Ong anti sionista, DCI-Pal, che si distinse già durante l’operazione Piombo Fuso per aver fornito una lista di nomi di bambini vittime che poi organizzazioni come B’teselem (non di certo usa a coprire eventuali criticità contro Israele) e PCHR identificarono come essere invece tutti terroristi adultiLa stessa orgnizzazione continua a promuovere il falso “massacro di Jenin”. 

In particolar modo la Sherwood sostenne la pratica dell’isolamento e dell’abuso fisico nei confronti degli adolescenti (non bambini, nell’accezione comune del termine) tutti fermati per violenze e lanci di pietre. Del lungo rapporto che fu fornito da ufficiali della Sicurezza israeliana al Guardian, in merito all’argomento, furono rese note solo 230 parole sulle oltre 2700 e omesso il passaggio seguente:

“Le affermazioni che i minori palestinesi sono stati oggetto di tecniche di interrogatorio che includono percosse, periodi prolungati in manette, minacce, calci, insulti, umiliazioni, l’isolamento e la privazione di sonno sono del tutto prive di fondamento.”

le pietre non sono “innocui sassetti”

Come Honest Reporting noto’, la Sherwood omise completamente le motivazioni per le quali i ragazzi erano stati arrestati:

Il reclutamento da parte delle organizzazioni terroristiche … coinvolgimento in attentati suicidi, lanci di molotov, lanci di pietre e di granate, uso di esplosivi, autobombe, trasferimento di armi, sequestro di persona, lancio di razzi, così come aggressioni e omicidi.

La Sherwood e con lei tutta la stampa di propaganda che ha continuato a utilizzare il suo articolo per accusare Israele, si è guardata bene dal domandarsi se forse l’abuso non sia utilizzare adolescenti e bambini per tecniche di guerriglia, spingerli a uccidere e rischiare di farsi uccidere, condannarli fin dai primi anni di vita a un’esistenza da terorristi. No, questo non ha sfiorato minimamente la Sherwood. Non si è chiesta chi fossero, ad esempio, le famiglie di questi ragazzi, i loro parenti, e che ruolo possano aver avuto nello spingerli ad attività che non dovrebbero aver nulla a che fare con adolescenti.

Amir Ofek, addetto stampa per l’Ambasciata di Israele a Londra, ha avuto la possibilità di rispondere sul blog del The Guardian, “Comment is free”, dopo pochi giorni dall’articolo della Sherwood. Ofek, ha fortemente smentito le accuse secondo le quali la tortura e l’umiliazione dei palestinesi sospettati era lecita, e ha negato categoricamente che “l’isolamento sia usato al fine di indurre una confessione” . Tutto questo, ha sostenuto, mina gravemente la veridicità della relazione del Guardian.

La Sherwood ha scelto, ovviamente, la linea “emotiva” nel suo articolo, tralasciando correlazioni importanti:

Hakim Awad, 17 anni, è un minore, ad esempio. Nel marzo scorso lui e il suo cugino di 18 anni, Amjad, hanno brutalmente assassinato la famiglia Fogel mentre dormiva. Nessuna pietà hanno dimostrato per Hadas, di tre mesi, i suoi due fratelli (di età compresa tra quattro e 11 anni) e per i loro genitori. La scena del crimine, compresa la testa mozzata di uno dei bambini, ha lasciato anche il più navigato degli agenti di polizia devastato. I due hanno orgogliosamente confessato i delitti, e non hanno mostrato alcun rimorso successivo.

Tra il 2000-04, 292 minori hanno preso parte ad attività terroristiche … Ismail Tsabaj, 12, Azi Mostafa, 13 anni, e Yousuf Bassam, 14, sono stati inviati da Hamas in una missione agghiacciante, simile a quella che coinvolse i Fogels, con l’obiettivo di penetrare in una casa ebraica di notte e macellare una famiglia nei loro letti. In questo caso, l’IDF fortunatamente li fermo’ in tempo.

Il disinteresse della Sherwood per le conseguenze di queste azioni compiute da minori è sconcertante: nemmeno una parola su Yehuda  Shoham, che non ha mai raggiunto l’età di molti di questi minori, ucciso dai lanci di pietre, a cinque mesi. Nulla su Yonathan Palmer, che non ha mai raggiunto il suo secondo compleanno, e fu ucciso insieme al padre Asher (non ancora trentenne) dalle pietre  scagliate contro la loro auto.

Yonathan Palmer, ucciso dai tiri di pietre insieme a suo padre Asher

Scrive Sherwood: “A seguito della detenzione, molti bambini presentano sintomi da trauma: incubi, sfiducia negli altri, paura del futuro, sentimenti di impotenza e di inutilità, comportamento ossessivo compulsivo, bagnano il letto, sono aggressivi, mancano di motivazione.”

Questo è cio’ che preme alla Sherwood fare sapere. Non sono importanti né le sofferenze che questi adolescenti hanno inflitto, né il domandarsi se un ragazzo manipolato, utilizzato per commettere atrocità, le avesse già alcune turbe comportamentali, se già soffrisse di incubi, se già mancasse di motivazione e fosse sfiduciato.

Yehuda Shoham, ucciso

Perché parliamo di un articolo ad un anno e più di distanza? Perché la propaganda di odio nei confronti di Israele è convinta di rivolgersi a chi è di memoria corta. Cosi’ il giornale on line “Controlacrisi-il quotidiano on line che libera l’informazione” (sigh) pubblica il 31 maggio un estratto dell’articolo della Sherwood (ovviamente senza link all’articolo originale) come fosse attualità. La sua “fonte” è Ivicta Palestina, un’associazione calabrese che ripercorre ancora la narrativa della “pulizia etnica” , e che non giudicando abbastanza forte l’articolo della Sherwood, aggiunge che “I bambini hanno testimoniato di essere sessualmente abusati dagli interroganti e minacciati di sodomia con un oggetto”.

I “bambini” che hanno collaborato all’articolo della Sherwood

E cosi’ il cerchio si chiude: ancora una volta gli israeliani (non scriviamo Ebrei perché potrebbero accusarci di “vittimismo”, ma è chiaro che non sono gli arabi israeliani né i cristiani ad essere sotto accusa) imprigionano i “bambini”, li “mangiano”, abusano sessualmente di loro, disintegrano la loro splendida, serena, innocente fanciullezza.

Chissà come commentano i calabresi di Palestina Invicta i minorenni che per divertimento, da alcuni anni, lanciano pietre dai cavalcavia, rischiando o facendo vittime innocenti. Chissà che ne pensano dei due ragazzetti di 14 e 15 anni che hanno rischiato di provocare una tragedia in Sardegna, i sei minorenni di Albano, i tre di Benevento e le decine di altri. Chissà che ne pensano della Cassazione penale che ha stabilito:

Cassazione Penale Sez. I del 25 gennaio 2005 n. 5436

La condotta del lancio di sassi da un cavalcavia dell’autostrada è sorretta da dolo omicidiario diretto, qualora sia univocamente diretta a colpire le auto che transitano nella sottostante autostrada ed a creare, di conseguenza, il concreto pericolo di incidenti anche mortali. È pertanto configurabile in tale condotta il delitto di tentato omicidio, quando l’evento non si verifichi solo per cause indipendenti dalla volontà dell’autore. Il lancio di sassi dal cavalcavia di un’autostrada costituisce un’azione sorretta da dolo diretto, o al più alternativo, e non già eventuale, con la conseguenza che essa integra gli estremi del delitto di tentato omicidio, a nulla rilevando che il reo non conoscesse la vittima ovvero non potesse vedere i veicoli in transito nella strada sottostante….

Come avranno commentato in questo caso? So’ criaturi?

Articolo di riferimento QUI

Inesplicabili fenomeni…

Ogni venerdi’, dopo il sermone di mezzogiorno, intorno alla moschea Al Aqsa, come in un rituale obbligato e stanco, partono gli “scontri”. Lanci di pietre e bottiglie incendiarie contro poliziotti israeliani. Nessun giornale internazionale, di solito, riporta questi fatti, quasi fossero “normali” o comunque non gravi. Eppure Asher Palmer, 25 anni e suo figlio Yonathan, un anno, morirono per questi “innocui lanci di sassi”.

Asher Palmer e suo figlio Yonathan morirono nell’auto che fini’ fuori strada sotto il lancio di pietre

E il solito “copione si è ripetuto venerdì scorso, 8 marzo, quando centinaia di palestinesi usciti dalla preghiera alla moschea Al Aqsa hanno lanciato pietre e bombe molotov contro il personale di sicurezza israeliano, di stanza vicino all’ingresso del sito. 

Undici poliziotti sono stati feriti durante le violenze, uno di questi, ferito da una bomba molotov lanciata contro gli ufficiali dai palestinesi, secondo quanto riferito, da dentro la moschea.

La polizia ha disperso i manifestanti con granate assordanti e altre misure di controllo, non violente.

The Guardian nel suo spazio ‘immagine live‘, ha pubblicato la foto che mostra l’ufficiale colpito da una bomba molotov

con la seguente didascalia: Poliziotti israeliani prestano soccorso ad un loro collega ferito negli scontri intorno alla moschea Al Aqsa, venerdi’. I disordini tra i fedeli Palestinesi e l’esercito israeliano sono scoppiati durante la preghiera di venerdi’.

Il poliziotto è descritto genericamente “ferito”, senza che sia specificato né da chi né come. Altri siti di informazione, invece, hanno riportato la notizia correttamente. Il titolo del Guardian poi è molto esplicativo della politica del giornale: “Disordini sono scoppiati….” Come? Si sono auto-provocati o c’è stato forse qualcuno che li ha innescati? Quindi, davanti alla moschea Al Aqsa il venerdi’, “disordini scoppiano”, “bombe molotov incendiano”, “poliziotti si feriscono”…. Ora sappiamo che a Gerusalemme esistono anche questi inesplicabili episodi….

 

QUI