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Perché l’antisionismo di oggi è la continuazione del vecchio antisemitismo

L’ultima indagine che ha tentato di analizzare la percezione della popolazione italiana nei confronti degli Ebrei,  è stata presentata nel settembre 2013.  Che cosa ne emerge?

*Emerge una scarsa conoscenza degli Ebrei italiani e della loro vita. Permangono pregiudizi e generalizzazioni.

• C’è un “sapere condiviso ” fatto di luoghi comuni, di sentito dire, di convinzioni senza incertezze

• Quasi mai gli intervistati parlano di un Ebreo: la tendenza è quella di quella di generalizzare un’informazione, un’opinione, un’idea a tutti gli Ebrei… La parola stessa “Ebreo” sembra contenere un portato simbolico che trascina con sé molti stereotipi – sia negativi che positivi – alcuni dei quali millenari.

•E’ difficile per gli intervistati fornire un’immagine organica e coerente dell’Ebreo italiano.

•Nell’immaginario collettivo gli Ebrei sono contemporaneamente vicini e lontani, dentro e fuori, ingroup e outgroup

•L’immagine è confusa, atemporale: passato, presente e futuro sembrano sovrapposti, de-soggettivati.

•Gli intervistati fanno fatica a ragionare sull’Ebreo della porta accanto, l’Ebreo comune, contemporaneo, vivente

I rapporti tra Ebrei e Israele sono percepiti come molto forti e importanti. E’ condivisa la percezione di un legame intenso degli Ebrei italiani con lo Stato di Israele; un legame che passa dai frequenti viaggi al fatto di spedirvi i propri risparmi, ecc. Tale legame solo in alcuni casi sembra superare quello con lo Stato Italiano. La problematicità della relazione tra Ebrei e Israele (ossia tra una religione e un paese diverso da quello di residenza) è accentuata dal fatto che le immagini relative a quest’ultimo si riferiscono in larga parte a scenari bellici, in costante stato di allerta.

L’orientamento degli intervistati verso Israele va dalla critica moderata -tendenzialmente più adulta – a posizioni di contrasto molto dure, più giovanili.

E in chi osserva, spesso non sentendosi rappresentato dalla percezione generale, si riaffaccia sempre la domanda: “Perché?” Perché sembra ovvio il “persistere di pregiudizi millenari”? Perché il legame con Israele deve essere considerato “problematico”? Potrebbe anche non esserci quella risposta certa e chiara che si cerca. Potrebbero essere stratificate le cause: il nuovo sul vecchio, senza soluzione di continuità. Gli studi in merito sono varii e affrontano la questione da diversi punti di vista.

Questo è quello di Elliott A. Green (articolo originariamente pubblicato nel numero di Primavera 2012 della rivista Midstream (New York), tradotto in italiano da Elena Porcelli.

…A parte la presunta storicità di un “popolo Palestinese” ci sono almeno tre modi principali in cui l’antisionismo di oggi – come insieme di idee e temi – conserva l’eredità del vecchio antisemitismo.

1. Il mito del male ebraico, del peccato originale degli Ebrei e del sionismo, ovvero il peccato originale di Israele.

2. La natura estranea degli Ebrei, stranieri ovunque si trovino.

3. Il dominio ebraico sulla società, in un solo Paese o nel mondo.

La credenza nella malignità inerente e irrimediabile degli Ebrei e il peccato originale di Israele.

Se ci focalizziamo sull’antisemitismo europeo, vale a dire occidentale, cristiano, lasciando da parte l’ebreo-fobia di Arabi e musulmani, vediamo che il peccato originale degli Ebrei è l’accusa di aver causato la crocifissione di Gesù, tipicamente descritto come indifeso, innocuo, non pericoloso e intenzionato solo a fare del bene al mondo.

I quattro Vangeli, presi insieme, malgrado varie contraddizioni e discrepanze, indicano che gli antichi Ebrei hanno provocato la crocifissione di Gesù da parte dei Romani. Tuttavia, Joel Carmichael (ex direttore di Midstream) ha fatto notare che diversi frammenti di una narrazione diversa, di una diversa caratterizzazione di Gesù, sono ancora sparsi in tutti e quattro i Vangeli. (Joel Carmichael, The Death of Jesus (New York 1963). In un punto si cita la frase di Gesù: “Ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi, se uno ti percuote la guancia sinistra, tu porgigli anche la destra”.(Matt. 5:39 VUC).

Tuttavia, in un altro punto dice al suo pubblico: “Non sono venuto a portare la pace, ma una spada” (Matt. 10:34). Inoltre, uno dei suoi seguaci è descritto come Zelota, (Matt. 10:4), un altro è chiamato “Roccia” (Simone detto Pietro = Roccia; Matt. 4:18,10:2), altri due sono i fratelli detti Boanerges, cioè “Figli del tuono” (Marco 3:17; forse dall’ebraico Bney Ra`ash). Inoltre, si legge che ha rovesciato i tavoli dei cambiavalute. E questo basta su Gesù il pacifista. Non di meno, la tradizione cristiana insiste su un Gesù pacifista, innocente e innocuo. Questa caratterizzazione di Gesù è stata egemone nei secoli E in questo modo la visione di Gesù come mite e innocente ingrandisce l’orrore verso gli Ebrei, che avrebbero spinto i Romani a crocifiggerlo

Il “peccato originale” degli Ebrei fa sorgere la convinzione della loro inerente malvagità. Hyam Maccoby e Joshua Trachtenberg hanno entrambi analizzato “il mito della malignità ebraica”. Il primo ha considerato questo mito nel cristianesimo delle origini, in numerosi libri e articoli, il secondo si è occupato degli stereotipi medievali, ancora prevalenti nel Ventesimo secolo, nel suo ; The Devil and the Jews (1943) (Il diavolo e i giudei NdT).

Può essere superfluo sottolinearlo, ma l’odio verso gli Ebrei, basato sulla crocifissione, è continuato con forza nei tempi moderni. Consideriamo alcune resistenze ai cambiamenti proposti da papa Giovanni XXIII ai dogmi cattolici riguardo agli Ebrei, durante il concilio Vaticano II, 1962-1965. Ecco un’espressione di questo atteggiamento da parte del giornale cattolico francese La Croix (La Croce NdT), specificamente diretta contro l’emancipazione degli Ebrei:

“Ammettere gli Ebrei nella società cristiana è come dichiarare che il deicidio, per il quale portano una maledizione perpetua, non ha più a che vedere con la nostra generazione. Ma se noi siamo cristiani, loro restano maledetti”. (La Croix, 6 XI 1894) (Quoted in Michele Battini, Il Socialismo degli imbecilli (Torino: Bollati Boringhieri 2010), p 21)

Georges Montaron, direttore del settimanale francese cattolico di sinistra Témoignage Chrétien (Testimonianza cristiana) aggiornò il quadro della crocifissione fatta dagli Ebrei fino ad arrivare alla guerra dei Sei Giorni. Nell’estate del 1967, poco dopo la guerra, scrisse:

“Se Tel Aviv [vale a dire, Israele] ha bisogno di soldi, i miliardari si riuniscono ai piedi del Golgota.” (Témoignage Chrétien, (31 August 1967), p 4.)

Golgota, teschio in Aramaico, (Calvario in italiano Ndt) è il nome della collina dove Gesù è stato crocifisso, secondo il Nuovo Testamento. I super ricchi, i miliardari (e si sa che tutto il denaro lo possiedono gli Ebrei) appoggiano gli atti di crocifissione di Israele, primo fra tutti la guerra dei Sei Giorni. Montaron ha avuto la virtù di esplicitare quello che altri insinuavano, magari in modo laico e inconsapevolmente. In altre parole è possibile che autori dichiaratamente “laici” o “di sinistra”abbiano condiviso il paradigma della crocifissione presente nella mente di Montaron.

L’idea di un “popolo Palestinese” è emersa nei primi anni Sessanta, ma l’etichetta non è diventata dominante sui media che dopo la guerra dei Sei Giorni. Questa nozione ha trasformato concettualmente gli Arabi della Palestina in un popolo separato. Di conseguenza, questo gruppo di Arabi poteva essere visto come “vittima” nella lotta tra gli Arabi e Israele. Questa nozione lasciava gli Stati arabi fuori dal palcoscenico della politica, dietro le quinte, nascosti dietro la scenografia, malgrado le loro popolazioni, armamenti, petrodollari e influenza all’ONU fossero molto maggiori di quelli di Israele, tralasciando il sostegno degli altri Paesi islamici e l’influenza politica derivante dal controllo di una materia prima fondamentale, il petrolio.

Questa idea comprendeva anche una forma di identificazione tra questa parte del mondo arabo e Gesù (nelle menti occidentali), che sarebbe stata quasi impossibile, se in Occidente avesse continuato a prevalere l’idea pan-arabica di una sola grande nazione araba. La nozione fumosa dei “Palestinesi” come in qualche modo connessi con gli Arabi ma separati da essi, ha favorito la visione che identifica questi particolari Arabi con un Gesù collettivo. Anch’essi sono innocenti, pacifici, innocui e crocifissi dagli Ebrei, vale a dire da Israele, che rappresenta collettivamente tutti gli Ebrei. Georges Montaron intitolò un editoriale “Gesù Cristo, un profugo palestinese.” (Témoignage Chrétien (18 December 1969). On the “Christianization . . . of the Palestinian people,” see Information Juive, December 2009)

Bene Israel

Questa visione è diventata comune negli ambienti anti israeliani, in particolare, ma non solo, in quelli ecclesiastici. Tra i più laici, questa visione tendeva a essere un paradigma inconscio. La nozione di “popolo palestinese” ha progressivamente preso forza, dopo la guerra dei Sei Giorni, permettendo all’opinione pubblica di dimenticare che il conflitto armato reale era iniziato come una guerra pan-araba contro l’indipendenza degli Ebrei in Israele, iniziata poco dopo la raccomandazione, da parte dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, del Piano di Partizione, il 20 novembre 1947. In verità, il ruolo militare degli Arabi palestinesi, nelle prime quattro guerre arabo israeliane – 1947-49, 1956, 1967, 1973 – è stato relativamente piccolo.

Se esaminiamo le rappresentazioni dei telegiornali, per esempio la BBC, i “Palestinesi” subiscono ripetutamente l’equivalente di una crocifissione da parte di Israele. Ogni sera, le trasmissioni televisive sugli scontri tra Arabi e Israeliani, la violenza degli Arabi contro Israele e/o civili israeliani e la repressione o la difesa di Israele di fronte a questa violenza, ci fanno vedere una Via Crucis. I “Palestinesi”, il Gesù collettivo, subiscono di continuo la Passione. Il medioevo è ritornato con forza, in veste religiosa e laica.

I rappresentanti e i capi dell’OLP hanno compreso il vantaggio di identificare Gesù come un Arabo palestinese. Il giornale ufficiale dell’Autorità Palestinese ha scritto: “Non dobbiamo dimenticare che il Messia [Gesù] è un Palestinese, il figlio di Maria la palestinese ” (Nov. 18, 2005). Per altro, questa affermazione non ha assicurato un buon trattamento per gli Arabi cristiani che vivono nelle zone controllate dall’Autorità Palestinese. Ma questa è un’altra storia.

Come esempio delle molte trasmissioni d’informazione che sono versioni ripetute della Via Crucis, consideriamo il caso di Muhammad al-Durah. Questa vicenda è stata anche descritta appropriatamente come una calunnia sull’omicidio rituale o una “accusa del sangue”. Ma anche la calunnia sull’omicidio rituale, come la Via Crucis, è una riproduzione della crocifissione. Anch’essa rappresenta un personaggio indifeso, innocuo e innocente, solitamente un ragazzo in età prepuberale, e in questo Muhammad al-Durah corrisponde a Gugliemo di Norwich, Ugo di Lincoln e Simonino di Trento. Di solito gli Ebrei sono accusati di usare il sangue dell’innocente assassinato in un rituale religioso ebraico, per esempio di mangiare il matzot (pane azzimo Ndt) preparato con il suo sangue.

Questo elemento manca dal caso al-Durah, benché compaia nel libello diffamatorio sul sangue diffuso a Damasco nel 1840, nel quale le vittime non erano ragazzini ma un prete e il suo servitore. Un prete, ovviamente, è comunemente rappresentato come innocente. Il vantaggio, per Israele, nel caso di al-Durah, è che il filmato completo dell’evento, compreso il “girato”, mostrato in un’aula di tribunale francese nel secondo processo per diffamazione contro Philippe Karsenty, ma non fornito da France2 quella tragica sera di settembre del 2000, mostra che il ragazzo non è morto nel momento e nel luogo riportati pubblicamente, se è davvero morto. Questo è confermato da altre prove. Pierre-Andre Taguieff, esperto di teorie del complotto e illusioni di massa e, in particolare, di quelle che riguardano gli Ebrei e i complotti giudaico massonici, considera la vicenda di al-Durah parte della tradizione delle menzogne anti-ebraiche, come il falso dei Protocolli dei Savi di Sion. (Pierre-André Taguieff, La nouvelle propagande antijuive, Du symbole al-Dura aux rumeurs de Gaza (Paris: Presses Universitaires de France 2010), pp 366-368.)

Il sangue entra anche nella nozione degli Ebrei come capitalisti blutsaugers (succhiasangue) diffusa nella giudeo-fobia tedesca del Diciannovesimo e Ventesimo secolo, fino alla Shoah e a volte anche dopo quell’orribile evento. Benché oggi il peccato originale di Israele sia spesso identificato con i fatto che gli Ebrei si stabiliscono nelle campagne – etichettato come “colonizzazione” anziché come “immigrazione”- il peccato originale di Israele, dopo la guerra di indipendenza, è stato visto nella presunta espulsione degli Arabi nel 1948. Molte persone hanno stampata nella mente l’immagine dei sopravvissuti alla Shoah, crudeli, insensibili e brutali, diventati a propria volta nazisti, che scendono dalle barche di profughi per cacciare gli Arabi, o – dal 1960 – gli innocenti “Palestinesi” dalle case dove vivevano da tempo immemorabile.

Questa narrazione trascura il fatto che i primi profughi in Israele, durante la guerra degli Arabi per prevenire l’indipendenza israeliana, erano Ebrei, a partire dal dicembre 1947. E i primi profughi di guerra a non poter tornare nelle proprie case sono stati gli Ebrei dei quartieri Shimon haTsadiq, Nahalat Shimon e Siebenbergen Houses di Gerusalemme, cacciati tra il dicembre del 1947 e il gennaio 1948.

Trascura anche le minacce bellicose e assetate di sangue degli Arabi prima e durante la guerra. Per esempio, Abdul-Rahman Azzam, segretario generale della Lega Araba, minacciò –ovviamente in forma di avvertimento: “Questa sarà una guerra di sterminio e un massacro enorme, di cui si parlerà come dei massacri dei Mongoli e delle Crociate. (Quoted in I F Stone, This Is Israel (New York: Boni & Gaer 1948); cf. Akhbar al-Yom (Cairo), 11 October 1947.)

1948, profughi Ebrei

Inoltre, nei primi mesi di guerra, gli Arabi prevalevano nei combattimenti e se ne vantavano molto esplicitamente. Questo fatto oggi viene ignorato, come ciò che ha detto il portavoce degli Arabi palestinesi al Consiglio di Sicurezza (16 aprile 1948): Gli arabi “non negavano” di essere stati loro a “dare inizio ai combattimenti . Avevamo detto a tutto il mondo che avremmo combattuto.” (Quoted by I L Kenen, Israel’s Defense Line (Buffalo: Prometheus 1981), p 53.)

Tutto sommato, è diventato chic vedere gli Ebrei e Israele come nazisti, come se facessero agli Arabi e ai Palestinesi innocenti, quello che i nazisti hanno fatto a loro ecc. Di sicuro, questa convinzione è ben radicata tra gli ebreofobi, le cui menti non potevano accettare che gli Ebrei fossero vittime innocenti della Shoah, vale a dire quelli che provavano risentimento in ogni caso per qualsiasi senso di colpa occidentale riguardo all’Olocausto. Questo sentimento è stato un’ulteriore motivazione per voler vedere i “Palestinesi” come innocenti e, in concomitanza, gli Ebrei come colpevoli di far loro del male. In altre parole, molte persone, in Occidente, sentivano la necessità psicologica di rifiutare – o di spogliarsi di- ogni senso di colpa riguardo all’Olocausto. La nota giornalista francese Catherine Nay ha affermato in televisione: “La morte di Muhammad [al-Durah] cancella, fa sparire quella del bambino ebreo, con le mani alzate davanti alle SS nel ghetto di Varsavia.” (Quoted by Ivan Rioufol, Le Figaro, 13 June 2008.)

L’operazione mentale di vedere gli Ebrei come colpevoli permette a queste persone di conservare un senso di rettitudine, perseverando serenamente nella tradizione giudeo-fobica. Il fatto che il più importante leader degli Arabi palestinesi, Haj Amin el-Husseini, abbia incoraggiato i governi satelliti dei Nazisti nell’Europa dell’Est a mandare i bambini Ebrei in Polonia (dove sarebbero stati tenuti “sotto stretto controllo” come ha scritto (Bartley Crum, Behind the Silken Curtain, New York, 1947; 112.) è ignoto a molti o percepito come irrilevante. La narrazione degli Arabi (e specialmente dei Palestinesi) aiuta a ripristinare e a conservare l’autostima dell’Occidente.

Profughi Ebrei

Già nel dicembre del 1948, un accademico americano, di ritorno dalla riunione dell’UNESCO a Beirut dichiarò che  “ gli Ebrei avevano buttato fuori gli Arabi palestinesi dai loro villaggi e dalle loro città, per riempirli di profughi Ebrei.” (Joseph Dunner, The Republic of Israel (New York 1950), p 160.)…

Stefano Levi della Torre ha sottolineato che è importante tener conto del fatto che “l’antisemitismo è una tradizione; viene trasmesso come una tradizione; va avanti costantemente, anche se con fluttuazioni, come una tradizione. Vale a dire, è un dato antropologico-culturale dell’Europa cristiana e post cristiana.” (Quoted in Battini, p 11.)

Levi della Torre si rende conto che il semplice fatto dell’Olocausto e un’apparente “Europa nuova” non hanno cancellato una tradizione vecchia di secoli. Lo stesso fa Jean-Claude Milner che ha scritto in questo filone un libro dal titolo provocatorio Les Penchants criminels de l’Europe démocratique [le inclinazioni criminali dell’Europa democratica] (Parigi: Verdier 2004).

Nella travolgente confusione intellettuale dei nostri tempi, la nozione di “popolo palestinese”, con le sue varie connotazioni, è diventata una mistica. Brendan O’Neill, un reporter di The Australian, dimostra che la “sinistra” non è esente da questo atteggiamento, questa tradizione, questa mistica. Riferisce dell’ossessione per Israele da parte di una folla che, in teoria, manifestava a Londra a favore degli Egiziani, vittime di repressione da parte del proprio governo. Tuttavia, i manifestanti di Londra dimostrano di essere più interessati a Israele, come simbolo odiato, che alle le sofferenze in corso degli Egiziani reali, anche se esprimono il proprio odio verso Israele idolatrando l’antitesi simbolica di Israele, cioè la Palestina.

Gli oratori hanno fatto fatica a far emozionare la folla per gli eventi in Egitto. Mentre, ogni menzione della parola Palestina suscitava un’eccitazione quasi pavloviana tra i partecipanti. Applaudivano quando veniva pronunciata la parola che comincia con la P, scandendo lo slogan “Palestina libera!”

Questo rivela qualcosa di importante sulla questione Palestinese….è diventata meno importante per gli Arabi e della massima importanza simbolica per gli estremisti occidentali, esattamente nello stesso momento. (Brendan O’Neill –The Australian, 16 febbraio 2011) Gridano: “Palestina libera”; non: “Egitto libero”. È evidente che la fissazione verso Israele, come simbolo odiato, o sulla “Palestina” come oggetto di adorazione è facilitata dall’idea di un popolo Palestinese. È dato per scontato che il “popolo Palestinese” viene ripetutamente crocifisso. E da quelli che hanno crocifisso Gesù. La nozione di “popolo palestinese” è diventata una mistica di sofferenza e lotta.

Pierluigi Battista riassume la mistica che opera in questo caso. Scrive che un atteggiamento mentale diffuso “ha fatto dei Palestinesi –in questi anni e decenni— non un’entità storica, ma l’incarnazione, il paradigma, il simbolo della Vittima. L’emblema del reietto, la sintesi di tutti i “dannati della Terra”. Il popolo per antonomasia che carica su di sé tutte le sofferenze, le atrocità, le angherie, subite dai popoli oppressi. Un simbolo che rimanda necessariamente al suo opposto, all’altro protagonista di un dramma più cosmico che storico, più ideale che reale e concreto: la figura, l’incarnazione, il paradigma del Persecutore. E se ha preso piede una colossale sciocchezza sulla vittima di “ieri” che si trasforma nel “carnefice” di oggi è perché voi, voi antisionisti, avete trovato le basi per delle certezze rassicuranti in questa grottesca rappresentazione del Bene e del Male che si scontrano in una lotta universale… è molto difficile liberarsi da un incantesimo manicheo così tossico.” (Pierluigi Battista, Lettera a un amico antisionista (Milano: Rizzoli 2011), pp 24-25.)

La natura estranea degli Ebrei.

In realtà, inizialmente gli Ebrei sono arrivati in Europa come immigranti, ma la convinzione che l’Ebreo sia un estraneo deriva anche da una tradizione religiosa. Kenneth Stow riflette sull’idea di Corpus Christi, il corpo di Cristo, nell’Europa medievale. Il corpo dei fedeli cristiani faceva parte del corpo di Cristo, e nello stesso modo erano visti i Comuni delle città e le altre entità politiche. ( Kenneth Stow, “Holy Body, Holy Society: Conflicting Medieval Structural Conceptions,” in BZ Kedar and RJZ Werblowsky, Sacred Space: Shrine, City, Land (Jerusalem: The Israel Academy of Sciences and Humanities 1998).

Ovviamente, gli Ebrei non erano e non potevano essere parte del corpo di Cristo. Quindi, erano degli estranei la cui semplice presenza violava la santità del corpo di Cristo. Gli Ebrei sono ancora percepiti come estranei in Occidente, senza dubbio con l’aiuto di governi interessati e di attività di guerra psicologica. È estremamente paradossale rendersi conto di come gli Ebrei fossero percepiti come estranei in molti Paesi europei cent’anni fa. Erano visti come estranei proprio perché erano di origine orientale o asiatica. Ciò significa che gli Ebrei hanno avuto origine in quello che ora si chiama Medio Oriente.

Però, oggi, gli antisionisti affermano ad alta voce che gli Ebrei sono estranei al Medio Oriente e in particolare al territorio storico di Israele. Questa visione sembra radicata tanto nella tradizione occidentale quanto nelle convinzioni degli Arabi musulmani. Certamente, le convinzioni sugli Ebrei, sia nell’ambito occidentale che in quello Arabo-musulmano sono complesse. Alcuni Arabi, soprattutto tra gli islamisti, vedono gli Ebrei di oggi esattamente come i discendenti degli Ebrei del tempo di Maometto, che si opponevano alla sua nuova religione. I jihadisti che navigavano sul traghetto turco Mavi Marmara, nel tentativo di rompere l’embargo di Gaza, favorendo così Hamas, cantavano questa simpatica canzoncina:

Khaybar Khaybar ya Yahud

Jaysh Muhammad sa ya`ud

[Ricordate] Khaybar Khaybar, Ebrei,

l’esercito di Maometto sta tornando

L’oasi di Khaybar, nell’Arabia del nord, era abitata , ai tempi di Maometto, da contadini Ebrei che si rifiutarono di arrendersi alle forze musulmane di Maometto e alla fine furono sconfitti, saccheggiati e uccisi o ridotti in schiavitù. Quindi, combattere contro gli Ebrei non è una novità, nell’immaginazione degli Arabi musulmani. Gli Ebrei sono visti con odio, disprezzo, ma non particolarmente come estranei provenienti da un altro continente.

In realtà gli Israeliti, e poi gli Ebrei, vivono in Medio Oriente da migliaia di anni. Piuttosto sono gli occidentali filo-arabi a vedere più facilmente gli Ebrei come estranei al Medio Oriente e a insistere che essi sono in realtà Europei, se non la quintessenza degli Europei, trasferendo così sugli Ebrei il senso di colpa dell’Europa per il colonialismo. Paradossalmente, come ho scritto prima, 100 o 200 anni fa, gli ebreofobi europei vedevano gli Ebrei come estranei all’Europa. Ora si dice che gli Ebrei sono europei estranei al Medio Oriente. L’accusa di fondo rimane la stessa, anche se il luogo da cui sarebbero estranei si è spostato. Essenzialmente, alcuni li percepiscono come estranei dovunque si trovino.

propaganda occidentale filo-araba

Più di 200 anni fa, Kant e Hegel, i fari della filosofia tedesca, definivano gli Ebrei come orientali inferiori, in quanto asiatici e di conseguenza incapaci di ragione, scienza e progresso. ( Questa visione era meno diffusa in Francia, benché fosse condivisa da Voltaire e d’Holbach. Evidenziando la natura estranea degli Ebrei, Kant ha esplicitamente descritto gli Ebrei tedeschi come “i Palestinesi che vivono in mezzo a noi.” ( Quoted in Robert Misrahi, Marx et la question juive (Paris: Gallimard 1972), p 149.) Questi erano gli inizi dell’ebreofobia post-cristiana, anche se derivata dalle credenze cristiane del Medioevo.

Un esempio delle convinzioni sul luogo da cui gli Ebrei sarebbero per natura estranei è Helen Thomas, una giornalista per lungo tempo molto importante tra i corrispondenti dalla Casa Bianca. Ha esibito una versione particolarmente perversa di questa convinzione antisionista. Ha detto che gli Ebrei che vivono in Israele dovrebbero “andarsene dalla Palestina” e “tornarsene a casa loro”. Quando le hanno chiesto quale fosse la “casa” degli Ebrei, Thomas ha risposto: ”Polonia, Germania…” L’aspetto forse più scioccante delle sue osservazioni è l’affermazione che Polonia e Germania siano “casa” ” per gli Ebrei, dato che ignora migliaia di anni di storia, culminati nei campi di sterminio di Hitler. Inoltre, Thomas sembrava inconsapevole dell’assurdità della sua posizione.

Dopotutto, come Americana nata da genitori libanesi, perché qualcuno, parlando a nome dei Nativi Americani, non avrebbe potuto dirle “tornatene a casa tua in Libano”? Di nuovo, come Georges Montaron, ha detto esplicitamente qualcosa che molti credono e affermano implicitamente o a voce più bassa.

Sono emerse anche argomentazioni basate sul presunto colore della pelle degli Ebrei, per sostenere la nozione della loro estraneità al Medio Oriente. Negli anni Sessanta, alcune pubblicazioni di estrema “sinistra”, ma anche altre, hanno affermato che gli Ebrei (o sionisti) avevano costruito la propria patria in un paese di “persone non bianche”. Questo insinuava che gli Ebrei fossero “bianchi”, diversamente dagli Arabi “non bianchi”. Questa argomentazione trascurava la tradizionale immagine di sé degli Arabi come “bianchi”, a confronto con i neri. (L’Africa Nera in arabo è chiamata “terra dei Neri” (bilad as-Sudan). Vedi Le Mille e Una Notte, “Shahzaman e Shahriyar”, o “Il Principe incantato” e altre favole . Anche Bernard Lewis, Race and Slavery in the Middle East, New York: Oxford University Press 1990).  Inoltre, il dogma nazista dell’inferiorità dei “non bianchi” non aveva impedito alla maggioranza dei nazionalisti Arabi di allearsi o simpatizzare con i nazisti.

In questo contesto è interessante il romanzo “Trilby”, di George DuMaurier, un best-seller nella Gran Bretagna del 1890, che racconta di un cattivo Ebreo, olivastro e personificazione del male. Il cattivo approfitta di una fanciulla bianchissima e innocente, combinando i temi dell’Ebreo come estraneo di colore scuro e malfattore. È da notare che DuMaurier ha caratterizzato il malfattore olivastro come un Ebreo polacco. (Linda Nochlin & Tamar Garb, The Jew London: Thames & Hudson 1995), Brian Cheyette, “Neither Black nor White: The Figure of the Jew in Imperial British Literature,” pp 31-35, e Tamar Garb, “Introduction: Modernity and the Jew,” p26.

Propaganda occidentale anti-Israele

Il dominio degli Ebrei su una nazione o sul mondo intero

L’idea paranoica del dominio Ebraico è favorita dalle credenze nell’intrinseca malvagità e peccaminosità degli Ebrei e nella loro natura estranea. Ma ha una storia indipendente. La classica dichiarazione dell’aspirazione degli Ebrei a dominare il mondo, il falso e il plagio, I Protocolli dei savi di Sion, ha avuto un immenso impatto omicida. Norman Cohn ha descritto quest’opera come un Warrant for Genocide (Mandato di genocidio Ndt) nel titolo del suo libro sull’argomento. Il suo impatto è stato enorme. Negli Stati Uniti, Henry Ford, il ricco fabbricante di automobili, sulla base dei Protocolli, ha prodotto la propria opera ebreofobica, che ha intitolato The International Jew (L’ebreo internazionale Ndt). I Protocolli sono usciti da un certo contesto ideologico e storico. Non si sono materializzati dal nulla.

Già nel 1806, Louis de Bonald, un aristocratico francese e cattolico che agognava il ritorno dell’ancien régime, aveva messo in guardia contro gli Ebrei emancipati che ottenevano potere politico, perché questo avrebbe portato alla dominazione Ebraica. (Battini, pp 34, 37.)  Nel 1845, Alphonse Toussenel, un socialista, seguace di Fourier, ha illustrato la questione con più efficacia. Ha intitolato il suo libro, ispirato a Bonald, Gli Ebrei, re del nostro tempo, (Les Juifs, Rois de l’époque). Alla fine del Diciannovesimo secolo, l’importanza degli Ebrei, emancipati da non molto tempo, nella vita economica di vari Paesi occidentali, suscitava fantasie di dominio ebraico. (Battini, pp 21-22)

vignetta antisemita

John Buchan ha scritto in merito a una fantasia di questo genere in Gran Bretagna, all’inizio della Prima Guerra Mondiale. Questo romanziere, autore di gialli con intrigo internazionale, ha messo gli Ebrei in cima alla gerarchia di quelli che complottavano per scatenare una guerra mondiale. Il narratore di Buchan riferisce quello che ha sentito da un misterioso interlocutore. I cospiratori Ebrei comprendono sia anarchici sia capitalisti.

“Gli anarchici volevano veder sorgere un nuovo mondo, I capitalisti volevano ramazzare gli shekel (quattrini NdT) e far fortuna comprando le rovine. Il capitale…non aveva né coscienza né patria. Inoltre, dietro di esso c’era l’Ebreo e l’Ebreo odiava la Russia più dell’inferno…”

“. . .l’Ebreo è ovunque ma lei deve scendere in fondo alla scala di servizio per trovarlo. Prenda qualsiasi grande impresa tedesca. Se ha degli affari con essa, il primo uomo che incontra è il principe von e zu Qualcosa, un giovanotto elegante…ma non conta un tubo. Se l’affare è grosso, lo supera e trova un individuo prognato della Westfalia, con la fronte bassa e i modi di un porco. È l’uomo d’affari tedesco che fa tanta paura ai giornali inglesi. Ma se ha un lavoro davvero importante ed è determinato a raggiungere il vero capo, scommetto dieci contro uno che la mettono davanti a un piccolo Ebreo pallido, su una poltrona di vimini e con lo sguardo di un serpente a sonagli. Si, caro signore, quello è l’uomo che proprio ora governa il mondo, e ha il coltello puntato sull’impero dello Zar, perché sua zia è stata oltraggiata e suo padre frustato, in qualche posto sperduto lungo il Volga. Non potei evitare di dirgli che i suoi Ebrei e i suoi anarchici non sembravano aver guadagnato molto terreno.“ (J Buchan, The Thirty-nine Steps (Edinburgh: Blackwood 1915); capitolo 1] (traduzione italiana I trentanove scalini Newton Compton)

In Germania, dall’altro lato, non molto dopo la I Guerra Mondiale, i Tedeschi mettevano in guardia contro la dominazione Ebraica, rifacendosi ai Protocolli. Ancora, anni dopo la fine del potere nazista nel 1945, uno dei più importanti leader politici dell’Europa Occidentale e della Comunità Europea, Charles De Gaulle, ha esplicitamente definito gli Ebrei “un popolo dominatore.” (Raymond Aron, De Gaulle, Israel and the Jews (London 1969), p 9, 22)

Mentre i i Protocolli –diventati famosi nel Ventesimo Secolo—avevano proclamato di rivelare un complotto ebraico per ottenere il domino del mondo, nel XXI° Secolo Stephen Walt e John Mearsheimer, accademici specializzati in relazioni internazionali, hanno sostenuto che Israele e gli Ebrei avevano già conquistato il dominio sulla politica del Medio Oriente. Questa era l’ambizione della loro “relazione di lavoro” pubblicata sulla London Review of Books, poi ampliata e pubblicata come libro, o quello che anni fa era definito un non-libro, The Israel Lobby.

Non spiegavano perché – se Israele e i suoi amici esercitavano un’egemonia sulla politica degli Usa in Medio Oriente – l’amministrazione Bush (anticipando Obama) aveva affermato che gli Ebrei, che vivevano oltre la linea dell’armistizio del 1949, fossero “un ostacolo alla pace”. Il loro libro o non-libro è ridicolo in sé e non può essere considerato una ricerca o un’analisi seria, nonostante la precedente reputazione di Walt e Mearsheimer. È stato in generale stroncato da critici che vanno da Walter Russell Mead ( Walter Russell Meade, “Jerusalem Syndrome,” Foreign Affairs November-December 2007) e Martin Peretz, a Jeffrey Goldberg e persino da accademici anche loro ostili a Israele.

I comunisti americani una volta hanno sostenuto che Israele fosse “un’appendice del Dipartimento di Stato” uno strumento dell’imperialismo degli Usa. Questo non era vero quando i comunisti l’hanno affermato, negli anni Cinquanta e Sessanta. Adesso, chi sta a sinistra rovescia il discorso: cioè, spesso. sostengono che gli Ebrei e/o Israele controllano la politica estera americana in Medio Oriente, a danno degli interessi degli USA; Quindi, per così dire, il governo degli Stati Uniti sarebbe “un’appendice” di Israele.

Tuttavia, a sostenere che gli Ebrei (o i sionisti) controllino gli Stati Uniti sono da molto tempo i nazisti americani e “gli ultra destri”. Questi ultimi amavano l’acronimo ZOG, che significa “Zionist-Occupied Government.” (governo occupato dai sionisti Ndt) Ora assistiamo allo spettacolo dei sostenitori della sinistra che fanno l’eco ad argomentazioni “di destra” o “neonaziste”.

Walt e Mearsheimer hanno reso accettabile l’idea del controllo Ebraico per molti che si considerano ben pensanti. Walt e Mearsheimer sono stati coloro che –più di chiunque altro– hanno gettato un ponte tra la “L’ultra sinistra” e l’“ultra-destra” su questo argomento, grazie alla loro “relazione di lavoro” –disponibile su Internet- e successivamente con il loro libro. Le critiche di Obama e del Segretario di Stato Clinton al fatto che degli Ebrei vivano in Giudea, Samaria o a Gerusalemme Est non riescono a convincere il Vero Credente che Israele non controlla la Casa Bianca. L’irrazionalità rifiuta la ragione e i fatti. Ed è impossibile persuaderla.

Gli anti sionisti di oggi seguono vecchi temi, vecchi paradigmi e archetipi dell’antisemitismo, dell’ebreofobia. Vino vecchio in bottiglie nuove.

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Festeggiare l’Intifada fa tenerezza all’Occidente; perché?

Venerdi’ 27 settembre 2013, ricorrevano i tredici anni dall’inizio dell’Intifada. A Gaza e Ramallah sono stati “festeggiati” con scontri, lanci di molotov e pietre, bandiere di Israele bruciate, ritratti di Peres e Netanyahu dati alle fiamme.

Tra i “pacifisti” o pacificatori o cooperanti italiani che dir si voglia, presenti a Gaza, c’è stato chi – non solo ha trovato giusto festeggiare tale ricorrenza – ma ha anche lamentato la scarsa visibilità data agli scontri sui media mondiali. Per esempio Rosa Schiano, cooperante a Gaza, come lo fu prima di lei Vittorio Arrigoni, al quale è succeduta, scrive sulla sua pagina facebook:

“Una domanda prima di andare a dormire. Una domanda che forse stanotte non mi farà più dormire. Perché i media occidentali non hanno coperto le manifestazioni che si sono tenute oggi in Cisgiordania e Gaza? Non è forse importante riportare dei moti di protesta nei paesi arabi? Non è forse importante riportare di manifestazioni di una resistenza che dura da 60 anni e che chiede la fine di un’occupazione e di un assedio che strangola un’ intera popolazione? Se i media non fossero piegati al ricatto… probabilmente avremmo fatto qualche passo in più.”

Rosa Schiano

E anche, della sua partecipazione attiva alla manifestazione:

“Una bella giornata di resistenza contro l’ occupazione. Il cuore ama, la gola brucia, l’aria è fresca ed il cielo e’ stellato. Nessun drone. Non ho paura stanotte, che sia una buonanotte.”

Ecco, per questa pacifista/pacificatrice/cooperante, ricordare e festeggiare l’Intifada ispira coraggio e amore al cuore. Su Wikipedia si puo’ leggere un elenco parziale delle vittime israeliane dell’Intifada, quell’impresa omicida e fallimentare, quel periodo di sangue e terrore che coinvolse tutti, palestinesi e israeliani.

Wichlav Zalsevsky (24), Rabbi Binyamin Herling (64), Amos Machlouf (30), Ayelet Shahar Levy (28), Hanan Levy (33), Noa Dahan (25), Sarah Leisha (42), Gabi Zaghouri (36), Miriam Amitai (35), Gavriel Biton (34), Itamar Yefet (18), Shoshana Reis (21), Meir Bahrame (35), Rina Didovsky (39), Eliyahu Ben-Ami (41), Eliahu Cohen (29), Binyamin Ze’ev Kahane (34), Talia Kahane (31), Ofir Rahum (16), Motti Dayan (27), and Etgar Zeituny (34), Dr. Shmuel Gillis, Simcha Shitrit (30), Staff-Sgt. Ofir Magidish (20), Sgt. David Iluz (21), Sgt. Julie Weiner (21), Sgt. Rachel Levy (19), Sgt. Kochava Polanski (19), Cpl. Alexander Manevich (18), Cpl. Yasmim Karisi (18), Naftali Dean (85), Yevgenya Malchin (70), Shlomit Ziv (58), Shalhevet Pass (10 months), Eliran Rosenberg-Zayat (15), Naftali Lanzkorn (13), Dina Guetta (42), Stanislav Sandomirsky (38), Dr. Mario Goldin (53), Simcha Ron (60), Yaakov “Koby” Mandell (13), Yosef Ishran (14), Idit Mizrahi (20), Tirza Polonsky (66), Vladislav Sorokin (34), Yulia Tratiakova (21), Miriam Waxman (51), David Yarkoni (53), Asher Iluz (33), Sara Blaustein (53), Esther Alvan (20), Gilad Zar (41), Maria Tagiltsiva (14), Raisa Nimrovsky (15), Ana Kazachkova (15), Katherine Kastaniyada-Talkir (15), Irena Nepomnyashchi (16), Mariana Medvedenko (16), Yulia Nelimov (16), Liana Saakyan (16), Marina Berkovizki (17), Simona Rodin (18), Aleksei Lupalu (16), Yelena Nelimov (18), Irena Usdachi (18), Ilya Gutman (19), Roman Dezanshvili (21), Diez Normanov (21), Ori Shahar (32), Yael-Yulia Sklianik (15), Sergei Panchenko (20), Jan Bloom (25), Yevgeniya Dorfman (15), Yehuda Shoham (5 months), Dan Yehuda (35), Doron Zisserman (38), Ilya Krivitz (62), Ekaterina (Katya) Weintraub (27), Aharon Obadyan (41) Yair Har Sinai (51), Eliahu Na’aman (32), Yosef Twito (45), Yehezkel (Hezi) Mualem (49), David Cohen (28), Yuri Gushchin (18), Ronen Landau (17), Tehiya Bloomberg (40, five months pregnant), Yitzhak Snir (51), Giora Balash (60), Zvika Golombek (26), Shoshana Yehudit Greenbaum (31), Tehila Moaz (18), Frieda Mendelsohn (62), Michal Raziel (16), Malka Chana Roth (15), Mordechai Schijveschuuder (43), Tzira Schijveschuuder (41), Ra’aya Schijveschuuder (14), Avraham Yitzhak Schijveschuuder (4), Hemda Schijveschuuder (2), Lily Shimashvili (33), Tamara Shimashvili (8), Yocheved Shoshan (10), Aliza Malka (17), Sharon Ben-Shalom (26), Yaniv Ben-Shalom (27), Doron Sviri (20), Dov Rosman (58), Meir Lixenberg (38), Oleg Sotnikov (35), Amos Tajouri (60), Dr. Yigal Goldstein (47), Morrel Derfler (45), Daniel Yifrach (19), Ruth Shua’i (46), Meir Weisshaus (23), Sarit Amrani (26), Salit Sheetrit (28), Zvia Pinhas (64), Sgt. Tali Ben-Armon (19), Sergei Freidin (20), Haim Ben-Ezra (76), Hananya Ben-Avraham (46), Tourism Minister Rehavam Ze’evi (75), Ayala Levy (39), Smadar Levy (23), Lydia Marko (63), Sima Menahem (30), Shoshana Ben Ishai (16), Menashe (Meni) Regev (14), Hadas Abutbul (39), Aharon Ussishkin (50), Noam Gozovsky (23), Michal Mor (25), Etty Fahima (45), Samuel Miloshevsky (45), Yehiav Elshad (28), Inbal Weiss (22), Assaf Avitan (15), Michael Moshe Dahan (21), Israel Ya’akov Donino (17), Yosef El-Ezra (18), Nir Haftzadi (19), Yuri Korganov (20), Golan Turgemen (15), Guy Vaknin (19), Adam Weinstein (14), Moshe Yedid-Levy (19), Ido Cohen (17), Rasem Safulin (78), Leah Strick (73), Cicilia Kozamin (76), Faina Zabiogailu (64), Mara Fishman (53), Ronen Kahalon (30), Riki Hadad (30), Samion Kalik (64), Mikha’el Zaraisky (71), Yitzhak Ringle (41), Ina Frenkel (60), Tatiana Borovik (23), Yelena Lumkin (62), Mark Khotimliansky (75), Rosaria Reyes (42), Prof. Baruch Singer (51), Yair Amar (13), Esther Avraham (42), Border Police Chief Warrant Officer Yoel Bienenfeld (35), Moshe Gutman (40), Avraham Nahman Nitzani (17), Yirmiyahu Salem (48), Israel Sternberg (46), David Tzarfati (38), Hananya Tzarfati (32), Ya’akov Tzarfati (64), Zion Ohana (45), Yoela Chen (45), Boris Melikhov (56), Aharon Ellis (32), Anatoly Bakshiev (62), Avi Yazdi (24), Edward Bakshayev (48), Dina Binayev (48), Sarah Hamburger (79), Svetlana Sandler (56), Pinhas Tokatli (81), Miri Ohana (45), Yael Ohana (11), St.-Sgt. Maj.(res) Moshe Majos Meconen (33), Moranne Amit (25), Rachel Thaler (16), Keren Shatsky (15), Nehemia ‘Amar (15), Ahuva Amergi (30), Maj. Mor Elraz (25), St.-Sgt. Amir Mansouri, Minhal Dragma (22), Valery Ahmir (45), Aharon Gorov (46), Avraham Fish (65), Avraham Nehmad (17), Avi Hazan (37), Lidor Ilan (12), Oriah Ilan (1), Shauli Nehmad (15), Gafnit Nehmad (32), Shiraz Nehmad (7), Shlomo Nehmad (40), Tsofit Yarit Eliahu (23), Ya’akov Avraham Eliahu (under 1), Liran Nehmad (3), Capt. Ariel Hovav (25), Lt.(res.) David Damelin (29), 1st Sgt.(res.) Rafael Levy (42), Sgt.-Maj.(res.) Avraham Ezra (38), Sgt.-Maj.(res.) Eran Gad (24), Sgt.-Maj.(res.) Yochai Porat (26), Sgt.-Maj.(res.) Kfir Weiss (24), Sergei Birmov (33), Vadim Balagula (32), Didi Yithak (66), Police officer FSM Salim Barakat (33), Yosef Habi (52), Eli Dahan (53), Devorah Friedman (45), Maharatu Tagana (85), Arik Krogliak (18), Tal Kurtzweil (18), Asher Marcus (18), Eran Picard (18), Ariel Zana (18), Limor Ben-Shoham (27), Nir Rahamim Borochov (22), Danit Dagan(25), Livnat Dvash (28), Tali Eliyahu (26), Uri Felix (25), Dan Imani (23), Natanel Kochavi (31), Baruch Lerner-Naor (28), Orit Ozarov (28), Avraham Haim Rahamim (29), Israel Yihye (27), Avia Malka (9 months), Eyal Lieberman (42), Lynne Livne (49), Lt. German Rojyakov (25), Yehudit Cohen (33), Alexei Kotman (29), Ofer Kanerik (44), Atara Livne (25) Noa Auerbach (18), Mogus Mahento (65), Bella Schneider (53), Alon Goldenberg (28), Aharon Revivo (19), Shimon Edri (20), Mikhael Altfiro (19), Meir Fahima (40), Yitzhak Cohen (48), Tsipi Shemesh (29), Gadi Shemesh (34), Esther Kleiman (23), Avi Sabag (24), Shula Abramovitch (63), David Anichovitch (70), Alter Britvich (88), Frieda Britvich (86), Andre Fried (47), Idit Fried (47), Dvora Karim (73), Michael Karim (78), Eliezer Korman (74), Yehudit Korman (70), Sivan Vider (20), Ze’ev Vider (50), Ernest Weiss (80), Anna Yakobovitch (78), George Yakobovitch (76), Avraham Beckerman (25), Shimon Ben-Aroya (42), Miriam Gutenzgan (82), Amiram Hamami (44), Perla Hermele (79), Marianne Myriam Lehmann Zaoui (77), Lola Levkovitch (70), Sarah Levy-Hoffman (89), Furuk Na’imi (62), Eliahu Nakash (85), Chanah Rogan (90), Irit Rashel (45), Clara Rosenberger (77), Yulia Talmi (87), Rachel Gavish (50), David Gavish (50), Avraham Gavish (20), Yitzhak Kanner (83), Tuvia Wisner (79), Michael Orlansky (70), Haim Smadar (55), Rachel Levy (17), Rachel Charhi (36), Aviel Ron (54), Anat Ron (21), Ofer Ron (18), Shimon Koren (55), Ran Koren (18)* Gal Koren (15), Adi Shiran (17), Shimon Shiran (57), Suheil Adawi (32), Dov Chernobroda (67), Moshe Levin (52), Danielle Menchel (22), Orly Ofir (16), Ya’akov Shani (53), Daniel Carlos Wegman (50), Carlos Yerushalmi (52), Tomer Mordechai (19), Border Police Cpl. Keren Franco (18), Border Police Cpl. Noa Shlomo (18), IDF Sgt.-Maj. (res.) Shlomi Ben-Haim (26), Sgt.-Maj. (res.) Nir Danieli (24), Sgt.-Maj. (res.) Ze’ev Henik (24), IDF Sgt. Michael Weissman (21), Prisons Service warder Shimon Stelkol (34), Avinoam Alafia (26), Nissan Cohen (57), Yelena Konrav (43), Rivka Fink (75), Zuhila Hushi (47), Lin Chin Mai (34), Chai Zin Chang (32), Danielle Shefi (5), Arik Becker (22), Katrina (Katya) Greenberg (45), Ya’acov Katz (51), Pnina Hikri (60), Sharuk Rassan (42), Shoshana Magmari (51), Anat Temporush (36), Haim Rafael (64), Daliah Massah (64), Nir Lobatin (31), Avi Biaz (26), Rahamim Kimche (58), Edna Cohen (61), Yisrael Shikar (45), Yitzhak Bablar (58), Esther Bablar (54), Regina Malka Boslan (62), Nawa Hinawi (51) Nisan Dolinger (43), Arkady Vieselman (39), Victor Tatrinov (62), Yosef Haviv (70), Elmar Dezhabrielov (16), Gary Tauzniasky (65), Ruth Peled (56), Sinai Keinan (14 months), Netanel Riachi (17), Gilad Stiglitz (14) and Avraham Siton (17), Albert Maloul (50), Cpl. Liron Avitan (19), Cpl. Avraham Barzilai (19), Cpl. Dennis Blumin (20), St.-Sgt. Eliran Buskila (21), St.-Sgt. Zvi Gelberd (20), Sgt. Violetta Hizgayev (20), St.-Sgt. Ganadi Issakov (21), Sgt. Sariel Katz (21), Cpl. Vladimir Morari (19), Sgt. Yigal Nedipur (22), Sgt. Dotan Reisel (22), St.-Sgt. David Stanislavksy (23), Sgt. Sivan Wiener (19), Zion Agmon (50), Adi Dahan (17), Shimon Timsit (35), Eliyahu Timsit (32) Erez Rund (18), St.-Sgt. Eyal Sorek (23), Yael Sorek (24, nine months pregnant) Hadar Hershkowitz (14), Boaz Aluf (54), Shani Avi-Zedek (15), Leah Baruch (59), Mendel Bereson (72), Raphael Berger (28), Michal Biazi (24), Tatiana Braslavsky (41), Galila Bugala (11), Raisa Dikstein (67), Dr. Moshe Gottlieb (70), Baruch Gruani (60), Orit Hayla (21), Helena Ivan 63, Iman Kabha (26), Shiri Negari (21), Gila Nakav (55), Yelena Plagov (42), Liat Yagen (24) Rahamim Zidkiyahu (51), Gila Sara Kessler (19), Shmuel Yerushalmi (17), Michal Franklin (22), Noa Alon (60), Hadassah Jungreis (20), Tatiana Igelski (43), Gal Eisenman (5), Yosef Twito (31), Rachel Shabo (40), Neria Shabo (16), Avishai Shabo (5), Zvika Shabo (14), Yonatan Gamliel (16), Keren Kashani (29), Ilana Siton (41), Galila Ades (43), Zilpa Kashi (67), Gal Shilon (32), Yocheved Ben-Hanan (21), Sarah Tiferet Shilon (11 months), The premature Weinberg infant Adrian Andres (30), Xu Hengyong (25), Boris Shamis (25), Li Bin (33), Dmitri Pundikov (33), Rabbi Elimelech Shapira (43), St.-Sgt. Elazar Lebovitch (21), Rabbi Yosef Dikstein (45), Hannah Dikstein (42), Shuv’el Zion Dikstein (9), Shlomo Odesser (60), Mordechai Odesser (52), David (Diego) Ladowski (29), Levina Shapira (53), Marla Bennett (24), Benjamin Blutstein (25), Dina Carter (37), Janis Ruth Coulter (36), David Gritz (24), Daphna Spruch (61), Revital Barashi (30), Shani Ladani (27), Amitai Yekutiel (34), Nizal Awassat (52), Mordechai Yehuda Friedman (24), Sari Goldstein (21), Maysoun Amin Hassan (19), Marlene Miriam Menahem (22), Sgt.-Maj. Roni Ghanem (28), Sgt. Yifat Gavrieli (19), Sgt. Omri Goldin (20), Adelina Kononen (37), Rebecca Roga (40) Avi Wolanski (29), Avital Wolanski (27), Yafit Herenstein (31), David Buhbut (67), Yosef Ajami (36), Shoshana (Rosanna) Siso (63), Ofer Zinger (29), Solomon Hoenig (79), Yossi Mamistavlov (39), Yaffa Shemtov (49), Jonathan (Yoni) Jesner (19), Shlomo Yithak Shapira (48), Oded Wolk (51), Sa’ada Aharon (71), Cpl. Sharon Tubol (19), St.-Sgt. Aiman Sharuf (20), St.-Sgt. Nir Nahum (20), Sgt.-Maj.(res.) Eliezer Moskovitch (40), Cpl. Ilona Hanukayev (20), St.-Sgt. Liat Ben-Ami (20), Sgt. Esther Pesachov (19), Ofra Burger (56), Iris Lavi (68), Suad Jaber (23), Indelou Ashati (54), Anat Shimshon (33), Osnat Abramov (16), Sergei Shavchuk (35), Orna Eshel (53), Hadas Turgeman (14), Linoy Saroussi (14), Julio Pedro Magram (51), Gaston Perpinal (15) Assaf Tzfira (18), Amos Sa’ada (52), Revital Ohayon (34), Matan Ohayon (5), Noam Ohayon (4), Yitzhak Dori (44), Tirza Damari (42), Col. Dror Weinberg (commander of the Hebron brigade) (38), Lt. Dan Cohen (22), Sgt. Igor Drobitsky (20), Cpl. David Marcus (20), Ch.-Supt. Samih Sweidan (Chief of Operations of Hebron’s Border Police unit) (31), Sgt. Tomer Nov (19), Sgt. Gad Rahamim (19), St.-Sgt. Netanel Machluf (19), St.-Sgt. Yeshayahu Davidov (20), Yitzhak Buanish (head of Kiryat Arba Emergency Response Team) (46), Alexander Zwitman (26), Alexander Dohan (33), Esther Galia (48), Hodaya Asraf (13), Marina Bazarski (46), Hadassah (Yelena) Ben-David (32), Kira Perlman (67), Ilan Perlman (8), Yafit Ravivo (14), Ella Sharshevsky (44), Michael Sharshevsky (16), Sima Novak (56), Mircea Varga (25), Dikla Zino (22), David Peretz (48), Haim Amar (56), Shaul Zilberstein (36), Ehud (Yehuda) Avitan (54), Mordechai Avraham (54), Ya’acov Lary (35), Noy Anter (12), Dvir Anter (14), Albert (Avraham) de Havila (60), Rabbi Yithak Arama (40), St.-Sgt. Noam Apter (23), Pvt. Yehuda Bamberger (20), Gavriel Hoter (17), Zvi Zieman (18), Massoud Makhluf Alon (73), Staff Sgt. 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Questi sono i nomi di alcune delle vittime dell’Intifada; ricordare il loro assassinio con lanci di molotov e propositi omicidi a Rosa Schiano rende il cuor contento.

Ma come hanno fatto i terroristi palestinesi a vincere la battaglia dei media? Come è possibile che nel ricco e pigro Occidente ci sia chi volentieri si schiera dalla parte degli assassini? Blaise Pascal una volta osservò che “la gente … arriva a credere non sulla base di prove, ma in base a quello che trova attraente”. ( De l’Art de persuader (“On the Art of Persuasion”), 1658) Oggi questo è confermato dalla scienza, e spiega perché i palestinesi hanno vinto la guerra dei media. Nel 2011 – un’epoca di informazioni abbondanti e verificabili – alcuni sondaggi rivelarono che ben il 40-60% dei cittadini europei ritiene che “Israele sta conducendo una guerra di sterminio contro i palestinesi.” Tanto più sconcertante se si considera che è Israele ad essere regolarmente minacciata di distruzione.  I risultati del sondaggio non sono peculiari all’Europa: simili tendenze preoccupanti sono state osservate tra i giovani americani, liberali, e le minoranze.

Memoriale ad alcune delle vittime israeliane del terrorismo

Nella lotta per i cuori e le menti (come diceva Rosa Schiano? “Il cuore ama, la gola brucia”), i propagandisti della “causa palestinese” hanno intuito da tempo ciò che la scienza dimostra ora. Immagini, spesso costruite completamente, in stages improvvisati sul posto, e accuse che attivano automaticamente la compassione pubblica sono incomparabilmente più convincenti della secca, argomentazione difensiva.

In effetti, la compassione – adattamento di sopravvivenza profondamente radicata – ha dimostrato di riuscire a far deviare pesantemente i nostri atteggiamenti sociali a favore di coloro che percepiamo essere vittime innocenti. I bambini che soffrono sono i testimonials ideali di questa istintiva compassione. Il nostro giudizio sociale “può essere influenzato più dalle emozioni che dalla ragione”: si tende a favorire quelli che vediamo come vittime in difficoltà anche a scapito delle più numerose, ma senza volto, altre vittime.

La rappresentazione dei palestinesi come vittime innocenti in pericolo è il filo conduttore che attraversa tutta la propaganda palestinese – ed è stata la chiave del suo successo popolare. Attraverso la produzione di massa di immagini strazianti, incentrate sui bambini, la messa in scena delle “news”, ​​la retorica manipolatrice, e la rigida censura, la propaganda palestinese ha usato con successo i media per imporre i Palestinesi come vittime del tutto innocenti della brutalità israeliana. Dopo essersi assicurata l’empatia del pubblico e bypassato il suo ragionamento critico, ritraendo i Palestinesi come vittime inermi, la propaganda palestinese si è creata milioni di alleati occidentali, ed i Palestinesi si sono messi al riparo da qualsiasi responsabilità delle loro scelte politiche. 

Dall’inizio della prima Intifada, i Palestinesi hanno deliberatamente usato i bambini come “fanteria” per le rivolte dedicate alla TV: l’immagine di David (i bambini palestinesi) inermi e pero’ irriducibili nel loro coraggio, di fronte a Golia-Israele, armato, organizzato e brutale, è risultata vincente, indipendentemente dai fatti reali:

“Le emozioni che tali immagini suscitano hanno più probabilità di vincere rispetto alla discussione razionale. Questa tendenza è così comune che nel campo della psicologia sociale è chiamata Errore Fondamentale di Attribuzione (FAE). Il FAE è “La tendenza a dare attribuzioni, interne oltre che esterne, per spiegare il comportamento osservato negli altri.” … Così, quando un telespettatore vede l’ennesima immagine di un soldato israeliano contro un lanciatore di pietre di sedici anni, rischia di credere che gli israeliani siano assassini assetati di sangue, mentre i Palestinesi semplicemente un popolo oppresso che vuole la sua libertà e la sua terra. L’attribuzione avviene quasi istantaneamente”.

Cosi’ i bambini sono stati sistematicamente impiegati per la rappresentazione del “martirio” e mandati in prima linea, davanti alle telecamere. 

L’efficacia dei bambini palestinesi morti come strumenti di propaganda fu sottolineata da Yasser Arafat nel 2002:

“Il bambino palestinese in possesso di una pietra, di fronte a un carro armato, è il più grande messaggio al mondo, quando quell’eroe diventa un ‘martire”

https://www.youtube.com/watch?feature=player_detailpage&v=7M1Rq4WxEVU

La famosa foto AP di Faris Ouda, 15 anni,  che tirava pietre, divenne uno dei simboli iconici della resistenza palestinese.

Quando Ouda fu poi ucciso durante disordini, un Arafat raggiante dichiarò ai suoi giovani compagni di classe, “Salutiamo lo spirito del nostro eroe, il martire, Faris Ouda” Dopo aver cantato più volte il nome di Ouda tra applausi affascinati, Arafat incoraggio’ i bambini – alcuni di appena 11 o 12 anni – a emulare la “fermezza e il sacrificio,” di Ouda, attaccare i soldati e morire per le telecamere dei media occidentali. 

https://www.youtube.com/watch?feature=player_detailpage&v=IHHP8CpvjnQ

I bambini sono inesorabilmente plagiati dalla più tenera età e nel modo più crudo a lottare per il “martirio” – nelle scuole, nello sport,  nei campi estivi, con la musica, nelle moschee, sui social media, nella cultura, nelle televisioni, e persino con le celebrazioni pubbliche dei terroristi suicidi.

E poi, oltre ai “bambini shahid” le costruzioni Pallywood, delle quali il “caso Al Dura” fu l’antesignano. Questo fenomeno di “news” confezionate per le telecamere è tutt’ora in corso ed è così dilagante che gli è stato dato un nome: “Pallywood.” Il Professor Richard Lande e i suoi colleghi hanno raccolto numerose prove,  esponendo la pratica di finte ferite, simulate per le telecamere occidentali, così come “finti funerali, messe in scena di sparatorie, … “nonne piangenti” professioniste “, e “false evacuazioni di ambulanze” . Gli attori sono diventati così sfacciati, e questa frode così comune, che in un video ormai famigerato del” funerale “di un palestinese, ucciso da Israele, il cadavere che cade fuori dalla sua barella salta rapidamente indietro.

Gli esempi sono innumerevoli e spesso sono stati “trattati” anche in questa pagina: uomini morti che dopo poco si alzano e aprono porte, come il  famoso video presentato dalla BBC;  

l’uomo che pur essendo ripreso mentre cerca disperatamente di salvarsi dal fuoco israeliano, chiamato al telefono si ferma e risponde e cosi’ via. Il fotografo italiano Ruben Salvadori ha ben evidenziato questa collusione tra sceneggiature da una parte, e media occidentali dall’altra. 

Le immagini mentali, moralmente cariche di storia, che vengono evocate da questa retorica stimolano il pubblico ad entrare in sintonia automatica e, quindi, a fianco con i Palestinesi. Le aggressioni palestinesi sono cancellate nel processo.

Come parte di questa strategia di riformulazione morale, i propagandisti palestinesi hanno riscritto il sionismo, la lotta per l’autodeterminazione ebraica nella patria ebraica, che è diventato “colonialismo” (e, per estensione, i Palestinesi sono stati accomunati ai nativi americani) . I Palestinesi che chiamano il loro terrorismo “resistenza” (“Mukawama”), sono equiparati quindi alle vittime della Shoah e ai combattenti della resistenza durante la seconda guerra mondiale. A rafforzare questo immaginario Ebreo / nazista, i Palestinesi si sono autonominati un popolo di “rifugiati” fuggiti dai “massacri” e dalla “pulizia etnica”. Allo stesso modo, la lotta al terrorismo di Israele è raffigurata come” razzismo “e il blocco contro Gaza, definito legittimo dalle Nazioni Unite, si caratterizza come “punizione collettiva“, per evocare ingiustizie come l’internamento giapponese nella seconda guerra mondiale . In altri momenti, i Palestinesi si paragonano a Gesù perseguitato dai Giudei, o alle vittime nere della supremazia bianca: Israele è accusato di essere uno stato di “apartheid” o, in alternativa, i Palestinesi sono identificati con Rosa Parks. In ogni caso, questa retorica calcolata, modella l’immagie dei Palestinesi vittime del tutto passive ed innocenti della ingiustificabile crudeltà israeliana.

La compassione è un potente adattamento evolutivo che, quando innescato da immagini di sofferenza ingiusta, ostacola la nostra capacità di rendere razionali giudizi morali. L’esperienza della compassione è di fattopsicologicamente gratificante e ci costringe a restare al fianco delle vittime percepite, indipendentemente dal contesto e dei fatti. Attraverso la messa in pericolo deliberata di bambini, delle immagini costruite, della retorica manipolatrice e della prepotenza dei giornalisti, i Palestinesi hanno sapientemente proposto sé stessi come vittime innocenti della crudeltà, e hanno quindi sfruttato la compassione pubblica. Di conseguenza, possono ora contare sull’appoggio di milioni di occidentali. E, dopo aver cementato la loro immagine di vittime innocenti, i crimini compiuti dai terroristi sono regolarmente assunti come semplici reazioni a reati israeliani. Gli israeliani hanno a lungo cercato di conquistare le menti con una moltitudine di argomenti difensivi e giustificazioni legali, e hanno perso. I terroristi palestinesi hanno invece scommesso su i “cuori”, e hanno vinto. 

Grazie a Honest Reporting

Al Dura: fine di una menzogna atroce

La “morte” in diretta di Mohammed Al Dura, avvenuta nel 2000 a Netzarin, nella Striscia di Gaza e attribuita all’IDF è stata una delle icone mondiali agitate contro Israele. La televisione di Stato francese France 2, compro’ senza verifica il servizio del cameraman free lance palestinese Talal Abu Rahma;  64 secondi drammatici che sono rimasti impressi nella memoria collettiva del mondo. Un bimbo cerca riparo tra le braccia del padre mentre infuriano scontri, il padre urla di non sparare, la polizia spara, il bimbo si accascia morto; questo è quanto le riprese volevano fosse percepito.

Dubbi furono sollevati fin da subito: niente sangue, niente ambulanze, nessuna immagine del bimbo “dopo”. Il reporter si giustifico’ dicendo che “la pellicola era finita” e non aveva potuto filmare altro. Charles Enderlin all’epoca corrispondente di France 2 per il Medio Oriente, commento’ subito senza indugio le sequenze che furono una condanna senza appello all’esercito israeliano. Philippe Karsenty, analista dei media, francese, fondatore di Media Ratings, cito’ in causa Charles Enderlin, nel 2004, accusandolo di aver costruito di sana pianta le riprese de “l’affare Al Dura”. Più di dieci anni di dibattimenti processuali, prove richieste a France 2 e negate (i famosi rush originali) , il padre di Mohammed che a riprova della veridicità delle immagini mostra cicatrici di ferite che dice essere il risultato di quel maledetto giorno. Smentito platealmente: il medico che lo opero’ testimonia essere le cicatrici postumi di operazioni che niente avevano a che vedere con il fatto.

Il video presentato da Enderlin in dibattimento fu giudicato “confuso”: mancavano gli scatti decisivi, Mohammed Al Dura muoveva testa e gambe dopo la sua presunta morte, non c’era sangue sulla sua maglietta. Le foto che furono diffuse del bambino all’obitorio, risultarono essere quelle di Sami Al Dura e non di Mohammed. Le due morti non avevano nessuna attinenza l’una con l’altra. Piano piano, nel corso di questi tredici anni, c’è stato il tentativo da parte di France 2 e di una parte della stampa, di trasformare “l’affaire Al Dura” in “Karsenty contro Enderlin”, stravolgendo cosi’ quello che invece avrebbe dovuto essere impellente bisogno di verità.

“L’icona” Al Dura è stata il vessillo della Seconda Intifada, ha “giustificato” agli occhi del mondo atrocità come l’assassinio di Daniel Pearl, giornalista americano decapitato in diretta da islamisti pachistani, con alle spalle l’immagine del “piccolo martire” o come il massacro dei due riservisti dell’IDF, sconfinati a Ramallah e fatti a pezzi.

Il giornalista Daniel Pearl

Ed è arrivata ad essere utilizzata perfino da Mohammed Merah, autore della strage alla scuola ebraica Ozar Ha Torah di Toulouse, che disse di essere stato spinto ad agire dall”assassinio del “martire Al Dura”.

gli assassini dei due riservisti IDF

Ora forse, finalmente, la farsa si avvia alla sua conclusione. Il deputato laburista israeliano, Nahman Shai, ha incontrato il Ministro della Difesa, Moshe Yaalon, per consegnargli la copia del suo libro “Una guerra dei media che colpisce i cuori e gli animi”, che tratta del ruolo dei media nell’affaire Al Dura. Mohammed Al Dura non sarebbe mai stato né ferito né morto, ma al contrario, sarebbe ancora vivo e in buona salute. Una tesi che circola da anni. Yossi Kuperwasser, ex generale di Brigata che ha condotto l’inchiesta Al Dura, è arrivato alla conclusione che le immagini filmate dal cameraman di France 2 furono una messa in scena “volontaria o involontaria”.

Israele ha pubblicato, il 19 maggio 2013, un rapporto ufficiale che accusa France 2 e Charles Enderlin:

“…Le accuse di France 2 non avevano alcuna base riscontrabile nel materiale che l’emittente aveva in suo possesso al momento … Non ci sono prove che l’IDF sia stata in alcun modo responsabile della causa dei presunti danni a Jamal Al Dura o a suo figlio, Mohammed Al Dura ”

Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha ricevuto oggi la relazione del Comitato di revisione del governo “Rapporto France 2 Al-Durrah , conseguenze e implicazioni”. La relazione è stata presentata dal Ministro degli Affari Internazionali, Strategie e Intelligence, Yuval Steinitz, alla presenza del Direttore Generale del Ministero degli Affari Internazionali, Yossi Kuperwasser…. Il primo ministro Benjamin Netanyahu: “E’ importante concentrarsi su questo incidente – che ha diffamato la reputazione di Israele. Questa è una manifestazione della campagna menzognera di delegittimare di Israele. C’è solo un modo per combattere le menzogne, attraverso la verità.. . Solo la verità può prevalere sulla menzogna “.

Francobollo commemorativo del “martire”

E questa volta, probabilmente, gli elementi emersi sembrano essere convincenti se perfino un’agenzia come l’Ansa, di solito molto “restia” (per usare un eufemismo) a riconoscere le ragioni di Israele e a riportare in maniera equilibrata il conflitto, non ha potuto fare a meno di titolare:

Israele: immagine simbolo intifada, tv menti’ su morte bimbo. ‘Era vivo dopo la sparatoria, ma France 2 non lo mostro”’.

Nello stesso tempo, il “termometro” del web da la misura dell’importanza della notizia che appare su centinaia di blog e giornali on line. Perfino la “ricerca per immagini” al nome Al Dura, suggerisce “hoax”. Niente e nessuno potrà riparare al danno fatto, nessuna ammissione di frode potrà restituire la vita a chi è stato ucciso in nome di una messa in scena, nessuna verità, per quanto palese, potrà cancellare dall’immaginario collettivo mondiale la certezza che gli Ebrei si nutrano ancora del sangue dei bambini, come per secoli è stato creduto. Scrive Youval Steiniz, Ministro degli Affari Interni:

« l’affaire Al-Dura è un’accusa moderna di morte rituale contro lo Stato di Israele, come quelle che sostennero ci fosse stato un massacro a Jenin. Il réportage di France 2 è completamente senza fondamento».