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Terrorismo? Raptus? I media europei

I fatti: un soldato israeliano, Eden Atias di anni diciotto, ancora in tirocinio (aveva cominciato il servizio di leva da due settimane), residente a Nazaret Illit, prende un pulman di linea per Tel Aviv. Si addormenta. A quell’età succede che la stanchezza prenda il sopravvento sulla prudenza e poi è su un pulman di linea, insieme a decine di altri passeggeri. Non è a un check point, non su un blindato in marcia, non sta andando a compiere nessuna operazione pericolosa. Che potrebbe succedergli? Era a casa, dai genitori, sta andando a raggiungere la sua base.

Eden Atias, il ragazzo ucciso

Ma sullo stesso pulman c’è anche un suo quasi coetaneo Palestinese, un sedicenne di Jenin. Uno della stessa età di quelli che l’opinione pubblica mondiale definisce “bambino”. Era uscito di casa armato di un coltello, con l’intenzione di “ammazzare un israeliano”, ha confermato all’arresto. Si è introdotto illegalmente in Israele, aspettando l’occasione. Quando Hussein Jawadra ha visto Eden addormentato, ha pensato fosse il momento buono per emulare i suoi cugini, “eroi” Palestinesi, detenuti nelle carceri israeliane per omicidio plurimo.

Hussein Jawadri, l’assassino

Ha colpito Eden all’improvviso, al collo, ripetutamente con quel coltello che si era portato apposta. Gli altri passeggeri non hanno avuto il tempo di reagire. Nonostante l’immagine mondiale di Israele “Stato di apartheid“, “Stato militarizzato”, “Stato che odia e discrimina”, nella realtà nessuno sente il bisogno di tenere d’occhio qualcuno su un autobus solo perché Palestinese. Eden trasportato all’ospedale non ce la fa e muore.

Il dolore della madre di Eden

Jawadri tenta di fuggire ed è arrestato. Forse non sarebbe nemmeno inutile parlare di come, da anni, le due amministrazioni Palestinesi esaltano e glorificano i terroristi. Di come i bambini Palestinesi siano allevati nel culto dei “martiri”; di come vadano a fare sport in Centri della Gioventù intitolati a shahid; di come studino su libri di testo (stampati con i soldi dell’Unesco, quindi a spese dei contribuenti mondiali) che la miglior azione che Allah si aspetta da ognuno di loro è il martirio. E nemmeno di come, sempre “grazie” agli aiuti mondiali, i “prigionieri Palestinesi“, quei terroristi arrestati in Israele per fatti di sangue, quegli “eroi della Resistenza” che ogni tanto con uno sciopero della fame riescono  a mobilitare la solidarietà mondiale in manifestazioni che chiedono a gran voce la loro scarcerazione, quei terroristi come i cugini di Jawadri, ricevano dei veri e propri “stipendi” mensili (riservati a chi si è macchiato di delitti di terrorismo, non a tutti i detenuti) da parte dell’Amministrazione palestinese; stipendi che variano a seconda della gravità del reato: più grave è, più soldi ricevono. Forse non sarebbe male parlarne ogni tanto. Vediamo solo come una delle Amministrazioni palestinesi (per ora una sola) ha commentato l’assassinio di Eden

Ma potrebbe forse essere interessante anche dare uno sguardo a come la stampa occidentale, quella che fa riferimento a ben altri “valori”, presenta la notizia. Il giornale on line Europe-Israel, analizza il comunicato di Agence France Press.

1 – “Israeliano” è scritto minuscolo, regola in francese quando si tratta di aggettivi, ma allora perché “palestinese” è sistematicamente scritto in maiuscolo? E’ un “segno” utilizzato dai giornali “pro-arabi”

2 – la foto non ha alcun rapporto con il fatto e nemmeno con eventuali scontri in Giudea Smaria

3 – ma evoca, in ogni modo, una situazione di “sofferenza”, “oppressione”, “repressione”.

4 – l’articolo filtra coscientemente ogni dettaglio del fatto. Non è data nota, ad esempio della presenza illegale del terrorista in territorio israeliano, che Eden Atias è stato ucciso mentre dormiva, la provenienza del Palestinese dalla città di Jenin (descritta in alcune circostanze come “campo rifugiati”. Ed Europe-Israel fa notare che sarebbe come definire dei parigini “rifugiati” a Parigi!

5 – il tentativo di “epurare” il termine “terrorismo” dal comunicato. Definendolo semplicemente “assassinio”, l’articolo contraddice la definizione di “attentato”: attaccare un gruppo di individui in ragione della loro appartenenza religiosa, politica, sociale ecc. E quella di “terrorismo”:

Il terrorismo è una forma di lotta politica che consiste in una successione di azioni criminali violente, premeditate ed atte a suscitare clamore come attentati, omicidi, stragi, sequestri, sabotaggi, ai danni di enti quali istituzioni statali e/o pubbliche, governi, esponenti politici o pubblici, gruppi politici, etnici o religiosi. L’individuo che si dedica a tale pratica viene definito come terrorista.

6 – La contestualizzazione dell’omicidio come conseguenza logica della “Cisgiordania occupata”.

Come se non bastasse, l’articolo mette in rapporto l’assassinio con altri fatti che non hanno nessun legame con lo stesso: “Questo assassinio interviene mentre Israele ha annullato il suo progetto di costruzione…” Come se l’assassinio fosse in qualche modo legato al precedente progetto edilizio.

Il Corriere della sera Esteri scrive: “Il minorenne, originario di Jenin, nei territori occupati, era entrato in Israele illegalmente, nonostante il “Muro”, la barriera di separazione che sigilla l’area della sua città come buona parte della Cisgiordania.” Il Muro “sigilla” buona parte della Cisgiordania! Anche se per la quasi totalità della sua estensione è fatto di rete e filo spinato.

Il Corriere sottolinea la sua inutilità. Falso, dato che anche se non garantisce totalmente da atti di terrorismo, la presenza della “barriera difensiva” ha ridotto drasticamente il numero dei morti.

Il Corriere continua: “L’aggressione è stata classificata come sospetto atto di terrorismo, anche se l’origine e la dinamica dell’accaduto non sono ancora del tutto chiare.” Già nel titolo si leggeva: “Raptus o omicidio premeditato?” Se in Israele questo tipo di attacchi fossero sconosciuti, sarebbe anche possibile dubitare della motivazione.

“Bloccato e percosso, Hussein, il sedicenne palestinese è stato consegnato alla polizia…” Bloccato e percosso… Poi il solito accenno che dovrebbe “spiegare”:

“Nella zona non c’era in questi giorni alcuna allerta da parte dell’intelligence israeliana, anche se ricorre domani il primo anniversario dell’operazione «Pilastro di difesa»: una settimana di incursioni e raid israeliani su Gaza, in risposta al lancio di razzi dalla Striscia”.

La Repubblica mette la notizia “dentro” quella delle dimissioni dei negoziatori di pace Anp.  L’Unità on line non sembra rilevare la notizia, ma ci informa che ora alla dirigenza di Hamas c’è una donna.

Mercoledi’ i funerali di Eden, soldato di leva da due settimane.

“Ho creduto alle cose che mi venivano dette…” il falso massacro di Jenin

Quando vi diranno con l’aria di chi la sa lunga: “Guardati Jenin Jenin”, fate leggere questo...

7 maggio 2012, di Aaron Klein

Il regista arabo israeliano Muhammad Bakri, autore del documentario “Jenin, Jenin” che accusava Israele di genocidio e crimini di guerra, ha ammesso in una deposizione la scorsa settimana d’aver falsificato alcune scene usando informazioni sbagliate e d’aver ricevuto finanziamenti da parte dell’Autorità Palestinese per la produzione del film diffamatorio. Il regista e produttore del celebre film, che accusava i militari israeliani d’aver commesso atrocità inaudite nel campo profughi di Jenin nell’aprile 2002, deponendo in tribunale nel corso di un processo per diffamazione ha riconosciuto che in tutto il film sono presenti errori e artifici.

 

Il regista deve difendersi dalla querela di cinque soldati israeliani che hanno combattuto a Jenin e i cui volti sono riconoscibili nelle sequenze del documentario che accusa i militari d’aver ucciso “un grande numero di civili”, mutilato corpi di palestinesi, eseguito esecuzioni a casaccio, bombardato donne bambini e disabili psico-fisici, e d’aver spianato l’intero campo profughi compresa un’ala del locale ospedale. Il documentario non mostra nessuna immagine delle presunte atrocità, ma in alcune sequenze i volti dei soldati (che hanno querelato Bakri) vengono soprapposti a presunte “testimonianze oculari” con la chiara indicazione di indicarli come colpevoli di “crimini di guerra”.

Ora però Bakri ammette d’aver “prestato fede” a testimonianze selezionate senza procedere a nessun controllo sulle informazioni che gli venivano fornite. “Ho creduto alle cose che mi venivano dette. Le cose a cui non ho creduto non sono state incluse nel film”, ha spiegato il regista.

 

Ad una domanda relativa alla scena del film in cui si lascia intendere che truppe israeliane siano passate con i loro mezzi sopra civili palestinesi, Bakri ha ammesso d’aver costruito la sequenza come sua propria “scelta artistica”. Alla domanda se crede davvero che “durante le operazioni a Jenin soldati israeliani abbiano ucciso la gente in modo indiscriminato”, Bakri ha risposto “No, non lo credo”. La parte forse più clamorosa della deposizione è giunta quando Bakri ha ammesso che il suo documentario, proiettato nei cinema di tutto il mondo, è stato finanziato dall’Autorità Palestinese, spiegando che “parte delle spese per il film sono state coperte da Yasser Abed Rabu, allora ministro palestinese per la cultura e l’informazione nonché membro del comitato esecutivo dell’Olp sotto la direzione dell’allora leader palestinese Yasser Arafat.

Nell’aprile del 2002 le truppe israeliane entrarono a Jenin nel quadro dell’Operazione Scudo Difensivo volta a fermare la sequela ormai quotidiana di attentati suicidi ad opera di Hamas, Jihad Islamica e Brigate Martiri di Al Aqsa. Israele inviò unità di fanteria alla ricerca di terroristi casa per casa anziché colpire da lontano la “culla” degli attentatori: una scelta che costò la vita a 23 riservisti uccisi da imboscate, cecchini e trappole esplosive palestinesi. Subito dopo la fine dei combattimenti venne fatta circolare dalla dirigenza palestinese l’accusa che Israele avesse commesso un deliberato massacro a sangue freddo di più di 500 civili indifesi. Successivamente è stato appurato che i morti palestinesi nei durissimi combattimenti erano stati 53, per la maggior parte armati. Resoconti di stampa, prove documentarie, indagini di enti governati, non governativi e di organizzazioni umanitarie hanno presto dimostrato che non aveva avuto luogo nessun massacro di civili.

Il film di Bakri mostra diversi “testimoni” che descrivono “brutalità” da parte delle Forze di Difesa israeliane, sostenendo che Israele avrebbe aggredito e ucciso “numerosissimi” palestinesi con carri armati, aerei e cecchini. L’autore tuttavia si guarda bene dall’indicare chiaramente quale dovrebbe essere, secondo lui, il numero esatto di palestinesi uccisi.

Pierre Rehov, filmmaker francese che ha girato sei documentari sull’intifada entrando sotto copertura nelle zone palestinesi

Nel frattempo un altro film, “The Road To Jenin” di Pierre Rehov, è giunto a smentire le accuse di Bakri. Una di queste era che Israele avrebbe sparato undici missili contro l’ospedale di Jenin spianandone un’intera ala con tutti i pazienti all’interno, e che non avrebbe nemmeno permesso al personale di soccorso di accedere alla zona. Il direttore dell’ospedale, dottor Mustafa Abo Gali, dice al pubblico del film di Bakri: “Tutta l’ala ovest è stata distrutta. Caccia militari lanciavano i loro missili ogni tre minuti”. Bakri non si prese la briga di controllare. Ma quando Rehov intervistò lo stesso dottor Gali per il suo film e si fece mostrare le dimensioni dei danni, tutto ciò che questi poté mostrare fu un modesto buco sull’esterno dell’ala ovest, completamente intatta.

 

Rehov fornisce anche le immagini aeree dell’ospedale prese l’ultimo giorno della battaglia di Jenin in cui si vede che tutte le sezioni dell’edificio sono normalmente in piedi. Circa l’accusa di Bakri per cui alle ambulanze non fu permesso di raggiungere la zona, il dottor David Zangen, capo ufficiale medico delle Forze di Difesa israeliane durante l’azione a Jenin, racconta a Rehov come i soldati israeliani hanno soccorso molti combattenti palestinesi feriti, compresi quelli di Hamas. Rehov mostra persino un soldato israeliano che autorizza Gali in persona a ricevere tutto il materiale medico di cui ha bisogno per il suo ospedale. “Anche lo spettatore più distratto – ha scritto Tamar Sternthal, del Committee for Accuracy in Reporting in the Middle East – si accorgerebbe delle evidenti incongruenze delle presunte testimonianze su cui fa affidamento Bakri”.

Bakri sostiene che i soldati avrebbero sparato a una mano di un inerme abitante palestinese, Ali Youssef, per poi sparargli anche alle gambe. Ma Rehov ha rintracciato Youssef e nel suo film rivela che questi venne ferito a una mano mentre stava dentro a un edificio insieme a terroristi armati di Hamas. Medici israeliani medicarono la ferita di Youssef, gli riscontrarono un difetto congenito al cuore e lo inviarono in Israele perché fosse curato nell’ospedale di Afula. Dalle cartelle cliniche dell’ospedale si rileva che Youssef non è mai stato ferito alle gambe.

Secondo Zangen, Bakri fa ampio ricorso a tecniche filmiche ingannevoli per creare il mito del massacro a freddo, cosa che ora Bakri ammette nella sua deposizione.

Zangen cita ad esempio la scena di un tank che si dirige verso una folla. La scena quindi si oscura, lasciando la falsa impressione che quella gente sia stata uccisa. Inoltre Bakri, che in nessun momento della battaglia è stato sul posto a filmare, ingannevolmente giustappone le immagini di tank israeliani e quelle di tiratori scelti in posizione di tiro ad immagini di BAMBINI PALESTINESI: altra circostanza ammessa da Bakri nella sua deposizione.

Alcune di queste immagini giustapposte includono i cinque soldati riservisti che hanno querelato l’autore davanti a un tribunale di Tel Aviv. I cinque accusano Bakri d’averli falsamente accusati di crimini di guerra e spiegano che, oltretutto, nella loro professione civile hanno frequenti contatti con palestinesi che ora potrebbero riconoscere i loro volti per averli visti nel diffamatorio documentario di Bakri, cosa che mette a repentaglio la loro attività professionale e la loro stessa vita.

Aaron Klein

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