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Pallywood, mon amour!

Il termine “Pallywood” si riferisce alle costruzioni giornalistiche, allestite da giornalisti arabi e occidentali, finalizzate a presentare i palestinesi come vittime inermi dell’aggressione israeliana. In alcuni casi Pallywood mette in scena veri e propri stage cinematografici nei quali i “fatti” sono inventati di sana pianta, secondo un copione accuratamente predisposto. Cio’ è possibile (o lo è stato finora) per la credulità della stampa occidentale e per il suo desiderio  di presentare  immagini capaci di rafforzare il mito del palestinese/ David che si batte valorosamente contro la sopraffazione di Golia/ israeliano.

Con Pallywood gli standard giornalistici sono caduti a livelli da “spaghetti western” e le messe in scena sono assurte al rango di  “eventi reali.”

1982: l’invasione del Libano

I primi chiari segnali di una emergente “industria Pallywood” risalgono all’invasione del Libano, del 1982. Lì, per la prima volta, i media sembrarono abbracciare quell’atteggiamento apertamente ostile nei confronti di Israele che porto’ Norman Podhoretz a scrivere un articolo molto discusso, dal titolo “J’Accuse”, nel quale accusava i principali media di ” antisemitismo” (su Commentary, febbraio 1983).

Podhoretz denuncio’ che: 

– Utilizzando il fratello di Arafat, Fathi Arafat, capo della Mezzaluna Rossa Palestinese, le fonti palestinesi dichiararono 10.000 morti e 600.000 profughi causati dall’attacco israeliano. Senza verificare la  notizia (all’epoca nel sud del Libano vivevano 300.000 persone), i mezzi di comunicazione ripetettero costantemente questi dati, fino a che divennero universalmente accettati.

– I giornalisti paragonarono l’assedio di Beirut a quello nazista di Varsavia. Difficile trovare un paragone più inappropriato, ma l’analogia tra israeliani e nazisti sembro’ avere un richiamo quasi irresistibile per alcuni giornalisti. Tra i più aggressivi, Peter Jennings.

– Furono utilizzate immagini chiaramente false, atte a screditare l’esercito israeliano, comprese quelle delle zone devastate dalla guerra civile tra palestinesi e libanesi, bambini morti che non erano morti, ecc (pp. 353-389).

– I massacri di Sabra e Shatila furono riportati in modo che nell’opinione pubblica si formasse la convinzione che fossero stati i soldati israeliani ad aver massacrato i profughi palestinesi, omettendo di informare in merito alle motivazioni della Falange maronita, responsabile dell’attacco.

Tutti conoscono la storia di Sabra e Shatila, ma solo di recente si è cominciato a sentir parlare del Darfur. Il netto contrasto tra le centinaia di morti di Sabra e Shatila e i più di diecimila di Hama, città nel centro della Siria, lo stesso anno, illustra quanto la propensione dei media sia di  accentrare l’attenzione sui misfatti, non importa se veri o presunti, di Israele e quanto sia forte il potere di intimidazione che di fatto impedisce ai giornalisti di accedere e riportare notizie in merito ai crimini arabi (v. Friedman, da Beirut a Gerusalemme, cap. 4.)

– La riluttanza della stampa – in particolare da parte dei giornalisti “residenti” a rivelare il grado di brutalità dell’OLP come “Stato nello Stato” nel sud del Libano (vedi pp 219-278).

I palestinesi davanti all’entusiasmo della stampa occidentale nel riferire il peggio degli israeliani per evitare di informare in merito al peggio dei palestinesi, alla suscettibilità all’intimidazione e all’assassinio di giornalisti invisi all’OLP, agli standard molto scadenti nel vagliare e verificare le fonti e i fatti,  compresero chiaramente di avere un valido alleato nei media occidentali e nei giornalisti installati presso l’hotel Commodore – (Chafets, Double Vision, capitolo 6.).

Avvelenamento di Studentesse palestinesi, Jenin (Cisgiordania), marzo, 1983

Un anno dopo la debacle dei media libanesi, Israele fu fatto oggetto di un falso premeditato, diffuso poi ampiamente  : un certo numero di ragazze palestinesi di una  scuola media dichiararono di essere state avvelenate da “gli israeliani.” La storia divento’ subito uno scandalo internazionale. Ogni Paese invento’ una tale varietà di dettagli che la storia fini’ per somigliare ad una versione di Rashoman. Nessuno, tuttavia, mise in dubbio la veridicità dell’avvelenamento, né le accuse a Israele. Solo dopo una lunga indagine risulto’ che non c’erano ragazze avvelenate, e che i miliziani dell’OLP avevano incoraggiato e intimidito le ragazze ed i funzionari dell’ospedale affinché confermassero la storia.

Dal punto di vista della copertura mediatica si rivelarono alcune particolarità:

– La stampa israeliana prese sul serio le accuse e solo dopo un esame medico concluse trattarsi di falsi.

– La stampa palestinese e araba dette subito per scontato che la storia fosse vera e la uso’ per incitare all’odio e diffondere la paura degli israeliani. Nonostante la mole delle contro-prove non ci fu nessun  cambiamento nella copertura.

– La stampa occidentale accolse le accuse come probabili, se non vere (e gli europei furono molto più aggressivi rispetto agli americani), e quando le prove della messa in scena emersero,  cessarono di riferire in merito all’incidente, lasciando gli israeliani tra diffamazione e silenzio.

Le accuse di avvelenamento costituirono il primo chiaro caso di Pallywood: l’atrocità messa in scena dagli attivisti palestinesi per raffigurare gli israeliani avvelenatori di innocenti,  immediatamente sottoscritta da stampa locale e straniera.

“Questa è la storia della manifestazione straordinaria di una moderna “calunnia del sangue”  contro gli ebrei e Israele, che ha coinvolto non solo arabi e musulmani, ma anche i media europei e le organizzazioni del mondo….”  Poison, Raphael Israeli

La prima Intifada, 1987-1991

Durante la prima Intifada, i media trasformarono la Cisgiordania in una frenesia di brutalità israeliana in contrasto a quella molto spesso definita  “resistenza non-violenta”. Per la prima volta si evidenzio’ una collaborazione aperta tra cameramen, informati in precedenza del verificarsi dei fatti o che pagavano per le sequenze d’azione che avrebbero poi potuto fotografare.

Le autorità israeliane rese insicure dall’ostilità della stampa ostile e incerte su come fermare la violenza, chiusero, in certi momenti, i territori alla stampa estera. Spesso, mentre gli inviati delle testate estere cenavano o consumavano  i loro drinks all’Hotel American Colony a Gerusalemme Est, le telecamere palestinesi preparavano per loro filmati d’azione. Fu probabilmente la prima volta che i palestinesi ebbero a disposizione le apparecchiature occidentali e furono in grado di alimentare le immagini dei notiziari delle agenzie con le loro “scene di strada” .

In tempi recenti un numero crescente di articoli web e di giornale hanno descritto e denunciato la manipolazione dei media da parte dei palestinesi e il pregiudizio anti-Israele di molti media occidentali. Il regista palestinese, produttore di “Jenin, Jenin” ha ammesso, ad esempio, di aver falsificato delle scene del suo documentario, allo scopo di demonizzare Israele.

Jeff Helmreich ha pubblicato un modello di violazione della deontologia giornalistica da parte dei media che trattano del conflitto.

– In un’intervista multimediale l’analista David Bedein ha sostenuto che negli ultimi venti anni i palestinesi hanno battuto gli israeliani nella propaganda a uso dei media del mondo.

Josh Muravchik ha denunciato il pessimo lavoro dei media occidentali nell’informare in merito all’intifada e il meccanismo nel riportare il conflitto in modo da avvantaggiare le società autoritarie.

Stephanie Gutmann, in “The Other War: israeliani, palestinesi e la lotta per la supremazia dei Media”, sostiene che Israele si è dibattuto in un campo di battaglia fatto di pagine editoriali, schermi televisivi e Internet

La seconda  Intifada “Al Aqsa”, ottobre 2000-2004

Lo scoppio della seconda tornata di violenze palestinesi contro Israele prese avvio, ironia della sorte, a seguito dei negoziati di pace nei quali, secondo le fonti più accreditate, gli israeliani offrirono la maggior parte della Cisgiordania e tutta la Striscia di Gaza (compresa l’evacuazione degli insediamenti) in cambio della pace. Per un breve momento Barak e gli israeliani godettero di qualche simpatia sulla scena mondiale e Arafat si trovo’ in un raro stato di disapprovazione. Ma una volta che la violenza scoppio’ e Israele poté essere incolpato e, in particolare, dopo che le immagini di Muhamed al Durah (la più gigantesca frode mai messa in atto) furono  mostrate dalle televisioni di tutto il mondo, l’opinione pubblica si sposto’ drammaticamente.

Forse il modo migliore per capire come Pallywood fu in grado di avere tanto successo in quella fase è quello di esaminare cio’ che successe il 29 settembre 2000, il giorno dopo che Sharon visito’ il Monte del Tempio / Haram al Sharif. Quel giorno, le agenzie di stampa riferirono di violenti scontri tra le truppe israeliane e i palestinesi infuriati per la visita. L’Amministrazione palestinese pubblico’ la fotografia di un uomo giovane, sanguinante e in ginocchio. Di fronte a lui un israeliano che brandiva un bastone. Non ci voleva un esperto per capire che qualcosa non andava. Non ci sono stazioni di rifornimento da nessuna parte vicino al Monte del Tempio, quindi la collocazione era chiaramente falsa.

Ma non si trattava di semplice collocazione errata del fatto e uno sguardo più attento suggeri’ che il soldato israeliano sembrava urlare a qualcuno che si trovasse oltre il ferito. L’uomo nella foto non era un palestinese, ma un Ebreo americano, un seminarista, che fu trascinato fuori dalla sua auto da una folla inferocita e quasi picchiato e pugnalato a morte. (Trascorse mesi in ospedale per riprendersi.) Era Tuvya Grossman. Il poliziotto israeliano non lo stava picchiando, ma proteggendo dalla folla. Il New York Times, senza controllare i fatti, pubblico’ l’immagine con la falsa didascalia.

Cio’ illustra benissimo il problema delle aspettative paradigmatiche che influenzano ciò che vediamo e come lo assimiliamo. La didascalia riscrive la storia: aggressivo israeliano attacca brutalmente disarmato palestinese nel terzo luogo santo all’Islam.

Esiste un equivalente israeliano di Pallywood?

“Anche gli israeliani diffondono notizie costruite?” I Media di ogni paese giocano su un margine di giudizio che renda le notizie presentabili al pubblico. Ci sono analisti che sostengono che Israele è di gran lunga superiore nel manipolare i mezzi di comunicazione: – Delinda C. Hanley, News Editor del Rapporto Washington  per gli affari in ​​Medio Oriente, sostiene che Israele  è riuscito a dare l’immagine, nei media americani, delle vittime (i palestinesi) come aggressori.

Il “morto resuscitato”

– Alison Weir, fondatrice di If American Knew,  sostiene che i media occidentali, in particolare americani, sono stati costantemente pro-israeliani nella copertura del conflitto. Lei lo chiama “un modello pervasivo di distorsione.”

– Daniel Dor, della Tel Aviv University, in “Intifada Head the Headlines,” (2004) sostiene che la stampa israeliana si è allineata con la propaganda dell’establishment israeliano. In tempi di conflitto la stampa nelle democrazie liberali svolge un “ruolo non del tutto dissimile da quello della stampa in paesi non democratici.” (Pagina 168)

Ma le differenze sono così grandi da richiedere una particolare attenzione a questo problema: – Gli israeliani non fabbricano immagini di feriti; al contrario, tabù profondi impediscono di pubblicare le immagini di cadaveri. – Gli israeliani non mostrano costantemente immagini destinate a suscitare l’odio, a differenza dei palestinesi. Basta confrontare la copertura data in Israele per le immagini orrende del linciaggio di Ramallah 12 OTTOBRE 2000 con la ripetizione costante in TV e nei programmi scolastici palestinesi delle riprese e delle ricostruzioni della storia di Muhamed Al Durah, due settimane prima.

– La stampa israeliana è una delle più autocritiche nel mondo. Errori raramente passano inosservati o taciuti. Quando l’esercito israeliano ha accusato le Nazioni Unite di usare le loro ambulanze per spostare missili Qassam e non è riuscito a fornirne la prova, la stampa israeliana ha denunciato l’errore bruscamente: “Israele si è comportato con fretta sconsiderata e ha ferito con le sue pretese di superiorità , perdendo in  credibilità. ”

Non vi è alcun equivalente nella stampa palestinese  di giornalisti come Gideon Levy e Amirah Hass, di Ha-Aretz . Elementi di auto-critica sono, per la maggior parte dei casi, assenti nei media arabi.

– Anche le organizzazioni denunciate dall’altra parte come “di propaganda”, ad esempio Palestinian Media Watch e MEMRI, sono scrupolosamente oneste nelle traduzioni del materiale che pubblicano dal mondo arabo  e prestano attenzione a non pubblicare solo i fatti negativi ma anche quelli positivi.

– Per rendere il confronto “equilibrato”  manca una distinzione importante tra le critiche ad una stampa libera in Israele e  le intimidazioni e i contenuti di propaganda della stampa araba diffusa in società autoritarie. Se non si riesce a capire queste differenze, non si può comprendere il valore e l’importanza dell’ auto-critica della stampa libera  che sostiene la società civile. La tolleranza per la critica e per i punti di vista diversi segna l’impegno verso la società civile.

PERCHE’ E’ IMPORTANTE denunciare Pallywood?

– Pallywood distorce l’opinione pubblica occidentale e del Medio Oriente .

– Aggrava la narrativa vittima  / carnefice, dominante nell’Europa occidentale e nei media Medio Orientali, che prolunga il conflitto

– Perpetua la narrativa (palestinese) Davide Vs Golia (Israele) .

– Contribuisce alla demonizzazione di Israele / aumento di antisemitismo

– Con il suo drammaticismo, Pallywood porta alla romanticizzazione occidentale della lotta palestinese e alla giustificazione dei metodi più atroci per raggiungere i loro scopi.

“Sono belle, altamente qualificate e mortali. Sono le donne kamikaze. “Rivista New Idea  Australia, 7 aprile 2003.

Articolo originale QUI

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Il castello delle menzogne, piano piano, crolla

E’ stata una delle foto più condivise durante l’operazione “Pillar of Defense” del   novembre 2012.

La morte di un neonato è sempre terribile e mostrare il suo cadavere non lascia indifferenti i lettori. E i principali media mondiali non si sono lasciati scappare la notizia: Washington Post, il Daily Mail, il Sun, il Telegraph, l’Huffington Post, MSN, Yahoo, CBC News, e, ovviamente, la BBC e il Guardian, fra gli altri. Come dire: il mondo dell’informazione.

L’accusa: Israele ha sparato un missile su una abitazione ad est di Gaza, che ha ucciso un bambino di 11 mesi, figlio del corrispondente della BBC Arabic Jihad Misharawi, nonché sua cognata (anche il fratello di Misharawi sarebbe perito in seguito a causa delle ferite riportate nell’esplosione).

Ecco quello che riportava Roy Greenslade, del Guardian, il 15 novembre: «Un bambino di 11 mesi, figlio di un corrispondente della BBC, è stato ucciso ieri durante un attacco aereo dell’aviazione israeliana sulla Striscia di Gaza».

E questa è la versione dello stesso giorno di Paul Owens e Tom McCarthy, del Guardian:

«Si è aperta una dolorosa nuova faida sui social media da giovedì, quando sono iniziate a circolare immagini di bambini morti o feriti durante il conflitto a Gaza. Hanno circolato le foto di Omar, il figlio di 11 mesi di Jihad Misharawi, ucciso mercoledì durante un attacco israeliano. Anche la cognata di Misharawi è rimasta uccisa nell’attacco di Gaza, mentre il fratello del bambino è rimasto gravemente ferito».

La foto all’articolo della Sherwood, del The Guardian. La didascalia “Militante del futuro?”

Più avanti, l’11 dicembre, in un aggiornamento sulle conseguenze del conflitto, così riportava Harriet Sherwood: «Dopo otto giorni di conflitto, ancora una volta è stata raggiunta una pace precaria fra Israele e Gaza. Hamas è in festa, ma per la gente comune non c’è motivo per festeggiare, fra le rovine di una città distrutta». E nella didascalia della foto che accompagnava l’articolo: «Jihad Misharawi piange mentre trattiene il corpo di suo figlio Omar, di 11 mesi, ucciso da un attacco israeliano».

Ovviamente, la morte di un neonato è sempre una orribile tragedia e nessuno può rimanere insensibile di fronte al dolore inimmaginabile di Jihad Misharawi.Tuttavia, come ogni fatto ritenuto degno di attenzione per il giornalismo professionale, i fatti contano; e in tanti nella blogosfera hanno avanzati seri dubbi sulla veridicità di questa notizia.

Elder of Ziyon and BBC Watch, fra gli altri blog (a suo tempo il Borghesino mostrò tutto il campionario delle vigliacche mistificazioni di Hamas, NdT), sono stati fra coloro che hanno esaminato i fatti e sostenuto la possibilità che Omar Misharawi fosse stato ucciso da un missile palestinese difettoso.

Elder ha fatto rilevare che «il foro nel soffitto sembrava molto simile a quello che lasciano i missili Qassam quanto colpiscono le abitazioni israeliane, e che le foto della casa nella quale è perito il bambino erano decisamente diverse da quelle colpite a Gaza dall’aviazione israeliana.

Hadar Sela, di BBC Watch, fece rilevare, il 25 novembre, che “la BBC ha ostinatamente evitato di condurre qualunque tipo di verifica sull’esistenza di bambini palestinesi uccisi o feriti da non meno di 152 missili palestinesi caduti accedentalmente in territorio gazano durante il conflitto». Il loro scetticismo risultava fondato.

Il 6 marzo l’UNHRC ha fornito l’anticipazione di un rapporto sul conflitto di novembre. Elder of Zyion ha avuto modo di accedere al documento. A pagina 14, un’inchiesta delle Nazioni Unite ha accertato che «il 14 novembre una donna, il suo bambino di 11 mesi e un ragazzo di 18 anni di Al-Zaitoun sono rimasti vittima di un missile palestinese ricaduto prima di giungere in Israele». E’ stato un missile palestinese ad aver ucciso il piccolo Omar, Hiba (la cognata di Jihad) e Ahmed (il fratellino di Omar, inizialmente gravemente ferito). Che la BBC, il Guardian o altre testate sentano il bisogno di rettificare i loro resoconti, rimarcando che furono i terroristi palestinesi, e non l’IDF, ad uccidere Omar, Hiba e Ahmed Misharawi, o che non lo facciano; Sela rileva che:

«E’ impossibile neutralizzare il danno provocato dalla BBC con questa notizia. Nessuna rettifica o offerta di scuse potrà cancellarla da Internet o dalla memoria di innumerevoli persone che a suo tempo l’hanno letta o sentita».

Sela, nel suo post del 25 novembre, sostenne che «la tragica vicenda di Omar Misharawi è stato usata e abusata per alimentare una propaganda secondo la quale Israele sarebbe un assassino di bambini».

In altre parole, a prescindere dal fatto che nuovi fatti resi noti contraddicano le conclusioni originarie, niente è appreso: la retorica letale riguardante la “cattiveria” dello stato ebraico continuerà indisturbata. E nulla cambierà.

Articolo originale QUI

Quando quelli della Flottilla eterna eleggono i Commissari Onu…

Poi ci sono i falsi che, per fortuna, fanno anche sorridere, mettono quasi di buon umore! Come questo che sta girando in rete attualmente, a cura del gruppo “We are all on the Freedom Flottilla 2” :

“di Richard Falk – 13 febbraio 2013

Il seguente comunicato stampa è stato rilasciato il 13 febbraio sotto gli auspici del Consiglio delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, nel mio ruolo di Commissario Speciale per I Territori Palestinesi Occupati dal 1967.

Questa resistenza nonviolenta contro pratiche di detenzione illegali ed abusive da parte di Israele è un oltraggio per i diritti umani che dovrebbe costituire argomento di attenzione da parte dei media e di protesta in tutto il mondo.

Chiedo con forza a chiunque possa farlo di fare pressioni su Israele prima che queste persone muoiano in carcere. Risulta che si trovino attualmente in gravi condizioni. Per favore, usate ogni tipo di social network per allertare i vostri contatti.

Comunicato stampa

Il Commissario delle Nazioni Unite chiede l’immediato rilascio di tre detenuti palestinesi in sciopero della fame, detenuti da Israele senza accuse.

Ginevra, 13 febbraio 2013 – Il Commissario Speciale delle Nazioni Unite Richard Falk ha chiesto oggi l’immediato rilascio di tre palestinesi detenuti senza accuse da Israele. Falk ha espresso forte preoccupazione per la sorte di Tarek Qa’adan e Jafar Azzidine, al 78° giorno di sciopero della fame, e di Samer Al-Issawi, che è in sciopero della fame parziale da più di 200 giorni.

“Mantenere in detenzione il Sig. Qa’adan, il Sig. Azzidine e il Sig. Al-Issawi in queste condizioni è inumano. Israele è responsabile per ogni danno permanente” – ha avvisato l’esperto indipendente designato dal Consiglio per i Diritti Umani a monitorare e riferire sulle violazioni dei diritti umani da parte di Israele in Palestina. “Se i funzionari israeliani non possono presentare prove a supporto delle accuse contro questi tre uomini, essi devono essere immediatamente rilasciati”. “Il Sig. Qa’adan e il Sig. Azzidine sarebbero ad un passo dal decesso, secondo quanto riportato, con la minaccia di un incombente attacco di cuore fatale” ha sottolineato l’esperto, ricordando che i due uomini sono stati arrestati il 22 novembre 2012 e hanno iniziato lo sciopero della fame il 28 novembre, dopo essere stati condannati alla detenzione amministrativa per un periodo di tre mesi. Sono stati trasferiti all’ospedale Assaf Harofi, vicino a Tel Aviv, il 24 gennaio 2013, dopo che le loro condizioni si erano gravemente deteriorate.

Questa è la seconda volta che il Sig. Azzidine e il Sig. Qa’adan intraprendono lo sciopero della fame contro la detenzione amministrativa, da quando hanno preso parte allo sciopero della fame di massa dei palestinesi dal 17 aprile al 14 maggio 2012. Il Sig. Qa’adan era stato rilasciato dopo 15 mesi di detenzione lo scorso 8 luglio e il Sig. Azzidine era stato rilasciato il 19 luglio 2012 dopo tre mesi di detenzione, prima di essere nuovamente arrestato.

“Israele deve porre fine al trattamento terribile ed illecito dei detenuti palestinesi. La comunità internazionale deve reagire con urgenza ed usare qualsiasi leva in suo possesso per mettere fine al ricorso abusivo alla detenzione amministrativa da parte di Israele” ha esortato il Commissario Speciale. Il Sig. Falk ha sottolineato che Israele attualmente trattiene almeno 178 palestinesi in detenzione amministrativa.

Traduzione di Elena Bellini

Fonte: http://richardfalk.wordpress.com/2013/02/13/urgent-un-press-statement-release-palestinian-hunger-strikers-now/

Impressionante no? Peccato che Richard Falk non sia Commissario proprio di un bel nulla! In compenso è stato espulso da Human Right Watch per antisemitismo

Richard Falk, relatore speciale delle Nazioni Unite per i diritti umani nei territori palestinesi, fini’ nel mirino per la pubblicazione di quella che fu descritta come una vignetta “apertamente antisemita“, sul suo blog. Un cane con “USA” scritto sul dorso e con indosso una kippà, urinava su una rappresentazione della giustizia, mentre divorava le ossa insanguinate di uno scheletro.

Aveva già detto in passato che Hamas non è un’organizzazione antisemita, revisionato l’attacco alle Torri Gemelle dell’11 settembre, tanto da meritarsi la riprovazione pubblica di Ban Ki Moon; nel 79 aveva scritto un editoriale intitolato: “Confidando in Khomeini“, per chiedere il suo allontanamento da HRW si era scomodato Cameron, la Germania e l’Onu.

Falk è uno dei migliori teorici del complotto sul  9/11 del mondo; sostiene coloro che accusano il governo degli Stati Uniti di aver orchestrato la distruzione delle Torri Gemelle come pretesto per lanciare guerre. Promuove gli scritti di David Ray Griffin, suo discepolo e amico intimo che ha prodotto 12 libri che descrivono l’attacco al World Trade Center come “un lavoro dall’interno.” Non solo Falk ha contribuito alla prefazione del libro di Griffin “The New Pearl Harbor”, lodando l’autore per la “forza”, il “coraggio” e “l’intelligenza”, ma Griffin si servi’ degli accrediti di Falk per ottenere la pubblicazione del libro. Falk è ripetutamente apparso nello show “TruthJihad.com” di Kevin Barrett, un teorico del complotto e scettico della Shiah, approvandone il “buon lavoro”, e lodando il tiranno iraniano Mahmoud Ahmadinejad.

E ora scopriamo che quelli della “We are all on the Freedom Flottilla2” lo hanno promosso a Commissario delle Nazioni Unite! Per fortuna ogni tanto c’è di che sorridere!

I miracoli di Pallywood

Una foto orribile, che evoca le peggiori macabre fantasie. Un tweet che la accompagna e il gioco è fatto. “Un bimbo palestinese lava il sangue di suo fratello” ci dice ramrom67. E i tags ci mettono subito nella direzione sperata: “Gaza, Gaza Under Attack, Terrorist Israel”. E’ il marzo 2012

 

La foto che il tweet indica è questa

 

Ma qualcuno supera l’orrore istintivo e si mette a cercare verifiche. E le trova. Non è Gaza, non è sangue umano. L’unica cosa vera è che il bambino è un palestinese. Un palestinese di Hevron che il 20 giugno 2011, aiutava a pulire il mattatoio di proprietà dei genitori.

Visto? In pochi mesi una mucca diventa un essere umano! Miracoli di Pallywood!

“Ho creduto alle cose che mi venivano dette…” il falso massacro di Jenin

Quando vi diranno con l’aria di chi la sa lunga: “Guardati Jenin Jenin”, fate leggere questo...

7 maggio 2012, di Aaron Klein

Il regista arabo israeliano Muhammad Bakri, autore del documentario “Jenin, Jenin” che accusava Israele di genocidio e crimini di guerra, ha ammesso in una deposizione la scorsa settimana d’aver falsificato alcune scene usando informazioni sbagliate e d’aver ricevuto finanziamenti da parte dell’Autorità Palestinese per la produzione del film diffamatorio. Il regista e produttore del celebre film, che accusava i militari israeliani d’aver commesso atrocità inaudite nel campo profughi di Jenin nell’aprile 2002, deponendo in tribunale nel corso di un processo per diffamazione ha riconosciuto che in tutto il film sono presenti errori e artifici.

 

Il regista deve difendersi dalla querela di cinque soldati israeliani che hanno combattuto a Jenin e i cui volti sono riconoscibili nelle sequenze del documentario che accusa i militari d’aver ucciso “un grande numero di civili”, mutilato corpi di palestinesi, eseguito esecuzioni a casaccio, bombardato donne bambini e disabili psico-fisici, e d’aver spianato l’intero campo profughi compresa un’ala del locale ospedale. Il documentario non mostra nessuna immagine delle presunte atrocità, ma in alcune sequenze i volti dei soldati (che hanno querelato Bakri) vengono soprapposti a presunte “testimonianze oculari” con la chiara indicazione di indicarli come colpevoli di “crimini di guerra”.

Ora però Bakri ammette d’aver “prestato fede” a testimonianze selezionate senza procedere a nessun controllo sulle informazioni che gli venivano fornite. “Ho creduto alle cose che mi venivano dette. Le cose a cui non ho creduto non sono state incluse nel film”, ha spiegato il regista.

 

Ad una domanda relativa alla scena del film in cui si lascia intendere che truppe israeliane siano passate con i loro mezzi sopra civili palestinesi, Bakri ha ammesso d’aver costruito la sequenza come sua propria “scelta artistica”. Alla domanda se crede davvero che “durante le operazioni a Jenin soldati israeliani abbiano ucciso la gente in modo indiscriminato”, Bakri ha risposto “No, non lo credo”. La parte forse più clamorosa della deposizione è giunta quando Bakri ha ammesso che il suo documentario, proiettato nei cinema di tutto il mondo, è stato finanziato dall’Autorità Palestinese, spiegando che “parte delle spese per il film sono state coperte da Yasser Abed Rabu, allora ministro palestinese per la cultura e l’informazione nonché membro del comitato esecutivo dell’Olp sotto la direzione dell’allora leader palestinese Yasser Arafat.

Nell’aprile del 2002 le truppe israeliane entrarono a Jenin nel quadro dell’Operazione Scudo Difensivo volta a fermare la sequela ormai quotidiana di attentati suicidi ad opera di Hamas, Jihad Islamica e Brigate Martiri di Al Aqsa. Israele inviò unità di fanteria alla ricerca di terroristi casa per casa anziché colpire da lontano la “culla” degli attentatori: una scelta che costò la vita a 23 riservisti uccisi da imboscate, cecchini e trappole esplosive palestinesi. Subito dopo la fine dei combattimenti venne fatta circolare dalla dirigenza palestinese l’accusa che Israele avesse commesso un deliberato massacro a sangue freddo di più di 500 civili indifesi. Successivamente è stato appurato che i morti palestinesi nei durissimi combattimenti erano stati 53, per la maggior parte armati. Resoconti di stampa, prove documentarie, indagini di enti governati, non governativi e di organizzazioni umanitarie hanno presto dimostrato che non aveva avuto luogo nessun massacro di civili.

Il film di Bakri mostra diversi “testimoni” che descrivono “brutalità” da parte delle Forze di Difesa israeliane, sostenendo che Israele avrebbe aggredito e ucciso “numerosissimi” palestinesi con carri armati, aerei e cecchini. L’autore tuttavia si guarda bene dall’indicare chiaramente quale dovrebbe essere, secondo lui, il numero esatto di palestinesi uccisi.

Pierre Rehov, filmmaker francese che ha girato sei documentari sull’intifada entrando sotto copertura nelle zone palestinesi

Nel frattempo un altro film, “The Road To Jenin” di Pierre Rehov, è giunto a smentire le accuse di Bakri. Una di queste era che Israele avrebbe sparato undici missili contro l’ospedale di Jenin spianandone un’intera ala con tutti i pazienti all’interno, e che non avrebbe nemmeno permesso al personale di soccorso di accedere alla zona. Il direttore dell’ospedale, dottor Mustafa Abo Gali, dice al pubblico del film di Bakri: “Tutta l’ala ovest è stata distrutta. Caccia militari lanciavano i loro missili ogni tre minuti”. Bakri non si prese la briga di controllare. Ma quando Rehov intervistò lo stesso dottor Gali per il suo film e si fece mostrare le dimensioni dei danni, tutto ciò che questi poté mostrare fu un modesto buco sull’esterno dell’ala ovest, completamente intatta.

 

Rehov fornisce anche le immagini aeree dell’ospedale prese l’ultimo giorno della battaglia di Jenin in cui si vede che tutte le sezioni dell’edificio sono normalmente in piedi. Circa l’accusa di Bakri per cui alle ambulanze non fu permesso di raggiungere la zona, il dottor David Zangen, capo ufficiale medico delle Forze di Difesa israeliane durante l’azione a Jenin, racconta a Rehov come i soldati israeliani hanno soccorso molti combattenti palestinesi feriti, compresi quelli di Hamas. Rehov mostra persino un soldato israeliano che autorizza Gali in persona a ricevere tutto il materiale medico di cui ha bisogno per il suo ospedale. “Anche lo spettatore più distratto – ha scritto Tamar Sternthal, del Committee for Accuracy in Reporting in the Middle East – si accorgerebbe delle evidenti incongruenze delle presunte testimonianze su cui fa affidamento Bakri”.

Bakri sostiene che i soldati avrebbero sparato a una mano di un inerme abitante palestinese, Ali Youssef, per poi sparargli anche alle gambe. Ma Rehov ha rintracciato Youssef e nel suo film rivela che questi venne ferito a una mano mentre stava dentro a un edificio insieme a terroristi armati di Hamas. Medici israeliani medicarono la ferita di Youssef, gli riscontrarono un difetto congenito al cuore e lo inviarono in Israele perché fosse curato nell’ospedale di Afula. Dalle cartelle cliniche dell’ospedale si rileva che Youssef non è mai stato ferito alle gambe.

Secondo Zangen, Bakri fa ampio ricorso a tecniche filmiche ingannevoli per creare il mito del massacro a freddo, cosa che ora Bakri ammette nella sua deposizione.

Zangen cita ad esempio la scena di un tank che si dirige verso una folla. La scena quindi si oscura, lasciando la falsa impressione che quella gente sia stata uccisa. Inoltre Bakri, che in nessun momento della battaglia è stato sul posto a filmare, ingannevolmente giustappone le immagini di tank israeliani e quelle di tiratori scelti in posizione di tiro ad immagini di BAMBINI PALESTINESI: altra circostanza ammessa da Bakri nella sua deposizione.

Alcune di queste immagini giustapposte includono i cinque soldati riservisti che hanno querelato l’autore davanti a un tribunale di Tel Aviv. I cinque accusano Bakri d’averli falsamente accusati di crimini di guerra e spiegano che, oltretutto, nella loro professione civile hanno frequenti contatti con palestinesi che ora potrebbero riconoscere i loro volti per averli visti nel diffamatorio documentario di Bakri, cosa che mette a repentaglio la loro attività professionale e la loro stessa vita.

Aaron Klein

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http://bugiedallegambelunghe.wordpress.com/2012/05/07/ho-creduto-alle-cose-che-mi-venivano-dette/

http://sionismoistruzioniperluso.blogspot.it/2012/05/ho-creduto-alle-cose-che-mi-venivano.html

Pallywood non conosce recessione

In questo caso la facciamo corta, non c’è bisogno di dilungarsi tanto, le immagini bastano e avanzano. Lionel Messi, calciatore argentino considerato tra i migliori del mondo, è stato incluso, suo malgrado, nel circo di fakes Pallywood. Eccolo mentre mostra una maglietta che, in origine, portava la scritta: Rosarno 2011 e si riferiva a quando fu nominato, il 30 dicembre, Ambasciatore di Rosarno, sua città di origine. Trasformata diventa un bel “Free Palestine”! Non ci facciamo mancare nulla eh?

 

Non sto nemmeno a contare le pagine che hanno immediatamente condiviso la foto falsa, senza metterla in dubbio, sono centinaia? Migliaia? Milioni?

 

Questa sopra, da sola, messa su Twitter da tale Mohammed, al 15 novembre 2012 aveva avuto circa 900 condivisioni! Al Hamdulillah! Il settore Pallywood non è mai in crisi!

Pallywood e la pornografia della morte

Che il mondo si stia svegliando? Che non solo gli “addetti ai lavori”, quei volonterosi che pervicacemente si impegnano a smascherare i falsi della propaganda anti-israeliana, comincino a prendere atto che non tutto cio’ che i media impongono è la verità? Certo è che nell’affrettarsi a manipolare le informazioni degli ultimi scontri Hamas/Israele, Pallywood ha esagerato! Avendo a disposizione le migliaia di vittime siriane, vittime che hanno interessato MOLTO meno i media del mondo, l’industria del falso ha creduto di poter disporre impunemente di morti e feriti da spacciare per palestinesi, confidando forse nel pregiudizio mondiale secondo il quale Israele è IL colpevole, sempre. Cosi’, a poche ore dall’inizio degli scontri, la BBC ha subito mandato in onda un video che si è poi rivelato un vero e proprio boomerang: “la resurrezione dell’uomo in giacca marrone“. Quello che era un morto portato a braccia, mezz’ora dopo apriva una porta, in perfetta salute.

Un evergreen questo delle resurrezioni miracolose in “Terrasanta”; ce ne era già stata una nel 2002

Falsi, come la foto apparsa su Facebook al quinto giorno degli scontri e che ha suscitato una raffica di commenti contro Israele. Un sito di notizie arabo chiamato Al Arab news ha pubblicato, il  18 novembre, la foto di una famiglia ‘massacrata’ a Gaza, sulla sua pagina Facebook. La didascalia in arabo si traduce approssimativamente “la famiglia martire massacrata a Gaza…”

Grazie al lavoro di indagine di Tazpit News Agency, si è trovato che la foto era stato originariamente pubblicata su un sito di notizie con sede a Dubai, Emirati Arabi Uniti, Moheet, un mese prima, il 19 ottobre. Sul sito Moheet, la foto è titolata “Siria uccise 122 persone, venerdi’ … Assad ha usato bombe a grappolo”. QUI

La foto vera

Falsi, come questa foto che le Brigate Al Qassam hanno spacciato per quella di una vittima palestinese (eh si’, anche le Brigate al Qassam possono stare tranquillamente su Twitter!), ripresa da molti giornali arabi e che invece si riferiva ad un incidente avvenuto a Assiut, Egitto, nel quale morirono, nello scontro tra uno scuolabus e un treno, 47 bambini.

Fra l’altro, questa stessa foto è stata ANCHE utilizzata da gruppi di sostegno ai “ribelli” siriani, che l’hanno attribuita all’esercito di Assad! L’Huffington Post italiano, di Lucia Annunziata ci ha creduto.

False, come questa foto di un uomo che piange la morte della sua giovanissima moglie e del suo figlioletto.I “pacifisti” dell’ISM l’attribuiscono all’IDF e fanno diventare palestinesi le vittime, ma si tratta di Fatima Mohammed Khusruf e del suo bambino,  Abdul Majed Al-Qaseem, Homs – Eastern Al-Bweda Siria, 4-9-2012

Falsi, come la foto della povera Maria Yossef Arafat che un giornalista di Gaza, naturalmente, fa diventare palestinese post-mortem, ma che era siriana, uccisa a Aleppo, durante un bombardamento dell’aviazione siriana

Falsi, come la foto che la pagina “Restiamo Umani“, ispirata al creatore del motto, Vittorio Arrigoni, ha pubblicato il 4 aprile 2012 con la didascalia:

Muore Asil: aveva 4 anni, gravemente ferita dai militari israeliani mesi fa – Al-Quds (Gerusalemme) – Asil Ara’ra, bambina di palestinese di 4 anni, è deceduta ieri in seguito alle gravi ferite da arma da fuoco provocate dai soldati israeliani. La bambina era stata ferita a fine ottobre e, da allora, era stata ricoverata all’ospedale di Ramallah, per essere trasferita in una struttura di al-Quds (Geursalemme). Al momento del ferimento, Asil stava giocando in un’area adiacente ad un campo miltare israeliano, su terra palestinese occupata ad ‘Anata, nei pressi di Gerusalemme. All’improvviso un proiettile di mitragliatrice le aveva trafitto il midollo spinale provocandole la paralisi degli arti inferiori. La famiglia chiede l’apertura di un’indagine sull’accaduto; quel giorno, i militari israeliani bloccarono l’ambulanza sulla quale si trovava, sanguinante, la bambina. Alla madre, i militari israeliani vietarono di accompagnarla perché “sprovvista di un permesso (israeliano) per entrare a Gerusalemme”. – InfoPal.it –

Notizia completamente inventata, a uso e consumo dei detrattori di Israele. La bambina era yemenita.

E ancora, e ancora e ancora…. E’ la guerra infinita, la “pornografia della morte” , come ben l’ha chiamata Richard Landes. Quando finirà? Quando sarà che il mondo si ribellerà a questo macabro utilizzo di cadaveri da parte dei media?