Il “caso Al Dura”, il falso più noto e più tragico

Dopo otto anni e migliaia di inutili morti, arriva il verdetto : Mohammed Al Dura, il bimbo icona della seconda intifada, non è stato ucciso dal fuoco dell’esercito israeliano. Noi lo sapevamo già, ma le implicazioni di questa vicenda sono d’una gravità senza precedenti.

Andiamo con ordine. Il 30 settembre del 2000, poco dopo la famosa passeggiata del primo ministro israeliano Arik Sharon a cui erroneamente si imputa lo scoppio della seconda intifada, Mohammed Al Dura – un bimbo di dodici anni – fu ucciso a Gaza (Netzarim conjuction) a causa di un fuoco incrociato di israeliani e palestinesi. Israele si dichiarò subito colpevole, per poi fare marcia indietro perché un esame balistico aveva dimostrato che la pallottola non poteva essere stata sparata dalle postazioni dell’IDF. I giochi, però, al quel punto erano fatti e il danno arrecato ad Israele (ma anche agli stessi palestinesi), incalcolabile.

Il video della (supposta) uccisione del bimbo (oggi si dubita perfino della sua effettiva morte) girato dal cameraman palestinese Talal Abu Rhama – addirittura premiato per il suo lavoro – con il commento del corrispondente dei territori occupati di France 2 Charles Enderlin, fece il giro del mondo in pochi attimi.

Il sentimento dei palestinesi prese il sopravvento sulla razionalità: ne scaturì uno spargimento di sangue senza precedenti. Lo Stato d’Israele venne demonizzato, paragonato ad un regime nazista, accusato di avere deliberatamente colpito un innocente. Da quel momento s’intensificarono i ben noti atti terroristici contro Israele e certi (sedicenti) intellettuali nostrani approfittarono della morte di Al Dura (!) per accusare lo Stato Ebraico di tutti i mali del mondo. Lo stesso Bin Laden sfruttò l’episodio dichiarando in suo discorso: “uccidendo questo bimbo gli israeliani hanno ucciso tutti i bambini del mondo”. Come se non bastasse, quando il giornalista americano Daniel Pearl venne decapitato, i suoi carnefici dichiararono di aver vendicato la morte del “bimbo ucciso dagli israeliani”.

Per fortuna, alcuni giornalisti (troppo pochi a dire il vero) misero in dubbio la veridicità dei fatti (e l’autenticità dello stesso video). France 2, però, non tornò sui suoi passi e anzi rincarò la dose rifiutandosi perfino di mettere a disposizione i 27 minuti di video che avrebbero potuto far luce sulla vicenda.

Si sa, però, che l’eccezione conferma sempre la regola. L’eccezione in questo caso si chiama Philippe Karsenty, giovane giornalista francese che “non ci sta” ed è convinto che il video girato da Abu Rhama sia uno dei tanti falsi prodotti dagli estremisti anti-israeliani allo scopo di diffamare l’IDF. Karsenty scrive un articolo nel 2004 in cui espone il suo “j’accuse”, arrivando a chiedere le dimissioni di Charles Enderlin, colpevole di non aver esaminato il contenuto del video prima di mandarlo in onda. Enderlin, tra le altre cose, al momento dei fatti non si trovava nemmeno a Gaza ma a Ramallah.

Karsenty, però, sta lottando da solo contro Golia e, invece di essere ascoltato, è accusato di diffamazione nei confronti di un collega. Infatti il primo processo è stato vinto il 19 ottobre del 2006 da France 2, l’emittente francese per la quale lavorano sia Abu Rhama sia Charles Enderlin.

Il nostro Davide, però, è scagionato dall’accusa di diffamazione anche se gli si chiede di risarcire simbolicamente (con un euro) France 2. C’è chi sostiene che sia stato l’esecutivo Chirac a fare pressioni politiche in tal senso, infatti lo stesso Prèsident francese, si scomodò a scrivere una missiva di suo pugno nella quale s’attestava l’integrità morale di Enderlin. Chirac e France 2, però, non avevano fatto i conti con la tenacia di Karsenty che decise di ricorrere in appello.

Passa un altro anno. France 2 si decide finalmente a fornire alla corte 18 minuti del girato su 27. La scusa ufficiale per la mancanza dei minuti restanti è che non si trovano più, che non ci sono mai stati, che – bontà sua – Enderlin non ha voluto mandare in onda l’agonia del bimbo morente(non esiste un’immagine della morte stessa , il girato mostra il prima e il dopo).

Ora, come in tutti drammi che si rispettino, il colpo di scena: Il girato fornito alla corte dimostra che Al Dura, dopo essere morto, alza un braccio e apre gli occhi. Arriviamo ai giorni nostri: il mercoledì 21 maggio 2008 la Corte francese ha deciso che Karsenty non può essere accusato di diffamazione, l’esercito israeliano non ha mai sparato e – molto probabilmente – il fatto non sussiste, ergo: il bimbo (non possiamo nemmeno chiamarlo più per nome, non conoscendone l’identità) non è mai morto. In realtà, questo, la Corte non l’ha detto e – allo stato attuale delle cose – non si può sapere, visto che tutte le motivazioni non sono ancora state rese pubbliche.

France 2, ovviamente, nega una sua complicità con Enderlin e Abu Rhama ma, sotto la superficie delle cose, rimane colpevole di essersi tenuta per anni dentro gli archivi il video “insanguinato”, rifiutandosi di farlo visionare. In pratica ha retto le accuse che venivano rivolte al “ piccolo satana” Israele, per uno scoop.

In un goffo tentativo di dimostrare la veridicità della propria tesi, France 2 aveva anche invitato Denis Jeambar (L’Express) e il regista Daniel Leconte a visionare il luogo “del crimine”. Dopo il sopralluogo I due hanno dichiarato che i soldati israeliani non potevano aver colpito il bambino, secondo loro, infatti: “se le pallottole fossero state israeliane dovevano essere molto strane, avrebbero dovuto girare l’angolo” . Inoltre, i primi venti minuti del filmato consistevano in giochi di guerra dei bambini palestinesi che facevano finta di spararsi e morire.

Tanto per dare un’idea di quello che il fenomeno Al Dura ha significato per i detrattori di Israele, considerate che in giro per il mondo arabo ci sono 150 scuole che portano il suo nome (e che ora, per sfortuna loro dovranno inventarsi un modello vero a cui ispirarsi). Il fantomatico Muhammad Jamal al-Durrah (1988-2000) è stato dichiarato un martire e per tutti questi anni, intere generazioni di arabi si sono formati in scuole che predicavano la sua causa contro Israele e contro gli ebrei.

Ci sono poi centinaia di siti internet, francobolli che portano il suo nome in Egitto, in Giordania etc., ci sono strade dedicate ad Al Dura a Hebron, Baghdad e in Marocco. Quasi come se non si aspettasse altro che questa messa in scena per puntare il dito contro Israele e le sue (presunte) malefatte. Un po’ come quando nel seicento si accusavano le vedove benestanti di stregoneria, adducendo motivi insulsi, e poi gli si confiscavano le proprietà. Un po’ come una profezia che si auto-adempie: “Israele è uno Stato guerrafondaio”, e quindi è chiaro che Al Dura è morto per mano degli israeliani. La voce si sparge e l’odio si semina, causando danni oramai irreparabili.

Secondo il Colonnello (donna) Anat Berko (che ha passato 25 anni nell’IDF) infatti: “il verdetto non cambierà nulla, non perché la notizia non sia di fondamentale importanza ma perché i media stranieri nei territori occupati hanno una loro agenda che è la demonizzazione di Israele e questo non ci rientra. Anche in Israele la notizia è stata poco seguita, forse sanno che non farà clamore”.

Poi, con la voce sconsolata, la Berko aggiunge anche: “I media dovrebbero fare una riflessione sul loro operato, ne dovrebbero rispondere. Questo potrebbe cambiare il modo di fare giornalismo . Già quattro anni fa nel mio libro dissi che l’immagine è più forte del fatto stesso. La storia [di Al Dura, ndr] era una grande bugia, un blood libel, ma questo non importa a nessuno. Non fa notizia. E’ terribile che l’essere politicamente corretto sia più importante della divulgazione dei fatti”. 

Rimane da citare la dichiarazione di Karsenty dopo il verdetto: “E’ arrivato il momento che France 2 ammetta di avere creato e fomentato uno dei più forti sentimenti antisemiti della nostra epoca. Il governo francese e il presidente Nicolas Sarkozy, in qualità di amministratore delle televisione di stato francese, avranno la responsabilità di rivelare finalmente tutta la verità”.

Questa verità, c’è da chiedersi, verrà urlata al mondo con lo stesso impeto con cui si è pianto l’omicidio del promettente attore Muhammad Jamal al-Durrah ?

QUI articolo originale

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